29 Aprile 2006
Linguaggio
Ci stiamo man mano allontanando dagli insetti originari, per avvicinarci sempre di più agli esseri umani. Passo decisivo in tal senso è introdurre il concetto di linguaggio, capace di amplificare e di trasformare le capacità dell’organismo che ne è in possesso.
Riprendiamo in mano la simulazione dove erano presenti nell’ambiente funghi “buoni” e funghi “cattivi”. La rete neurale degli individui è però diversa rispetto a quella vista precedentemente.
Come mostra la figura 14, ora vi sono delle nuove unità di input sensoriale che codificano i suoni provenienti dall’ambiente e delle nuove unità di output che codificano movimenti fono-articolatori in grado di produrre fisicamente dei suoni. Gli individui si muovono a coppie (un adulto ed un bambino); quando una di queste coppie incontra un fungo, l’adulto risponde emettendo un suono, percepito dal bambino, che sulla base di questa sua percezione sceglie il comportamento da adottare. I suoni che l’adulto è in grado di emettere sono due, precisi e molto diversi tra loro. La scelta del suono da emettere è funzione dell’opera di categorizzazione dell’adulto: un suono se il fungo che la coppia ha di fronte è buono, l’altro suono nel caso in cui il fungo sia cattivo. Ciò migliora l’efficienza del bambino nel distinguere tra le due categorie di funghi. L’input della rete neurale del bambino è più completo quando si trova in presenza dell’adulto, con conseguenze che si ripercuotono sulle sue codifiche interne dei funghi (patterns di attivazione), le quali devono essere differenti per categorie di funghi diverse (categorizzazione). Il lavoro neurale di categorizzazione, in sostanza, viene svolto in maniera migliore quando il bambino si trova insieme all’adulto.
Il linguaggio non serve soltanto per categorizzare meglio la realtà: esso può servire anche per focalizzare l’attenzione. Se immaginiamo che un bambino si trovi di fronte a due oggetti diversi, uno soltanto dei quali rilevanti per il compito che deve svolgere, il suono emesso dall’adulto può servire al bambino per capire a quale dei due oggetti deve prestare attenzione. L’attenzione, nella pratica, si traduce nella neutralizzazione, da parte del bambino, dell’input sensoriale relativo all’oggetto che l’adulto gli ha detto (attraverso il suono) di considerare come non rilevante.
Qualcosa di analogo accade anche per la capacità di astrazione. Si pensi al bambino che percepisce una ciliegia piccola, rossa e che si mangia. Se, durante questa percezione, l’adulto emette un suono che nelle esperienze passate è legato alla sola caratteristica “colore rosso”, il bambino finirà per neutralizzare l’informazione riguardante le altre proprietà della ciliegia, “astraendo” soltanto il fatto che essa sia rossa.
Il linguaggio, ad ogni modo, non è utile soltanto per migliorare il modo in cui l’organismo risponde alla realtà percepita dai sensi, ma serve anche come sostituto di questa realtà. Un essere umano può infatti rispondere ai suoni del linguaggio come se avesse di fronte la realtà con cui questi suoni sono normalmente associati (si pensi, ad esempio, al grido “al lupo, al lupo!”).
Se torniamo alla nostra simulazione, osserviamo che dopo un po’ di tempo anche il bambino inizia ad emettere suoni ogni qualvolta percepisce un fungo. Suoni che dapprima sono molto simili tra loro, ma poi (attraverso l’algoritmo di backpropagation che utilizza l’adulto come modello) arrivano ad essere del tutto corretti: il bambino, con il meccanismo dell’imitazione, ha imparato a parlare. Grazie al linguaggio, il bambino ha potuto sfruttare l’esperienza delle generazioni precedenti, per imparare con pochissimi rischi quali sono le categorie in cui è possibile classificare i funghi. Una volta appreso il linguaggio, il bambino, dal punto di vista di questa simulazione, è diventato un adulto. Ora può sciogliere la sua coppia e cercare un bambino a cui insegnare le nozioni apprese.
Come abbiamo visto, un individuo è influenzato dai suoni prodotti da un altro individuo. Ma sarebbe altrettanto lecito supporre che esso possa essere influenzato allo stesso modo dai suoni emessi da lui stesso, o magari semplicemente generati, ma non emessi all’esterno del suo corpo. La capacità di parlare con sé stessi è generalmente intesa come la capacità di pensare.
Stiamo lentamente arrivando a simulare individui dotati di pensiero e di vita mentale.
[da: Domenico Parisi, “La mente. Nuovi modelli della Vita Artificiale” (Il Mulino, 1999) - rielaborazione mia]
Comments(2)



Beh, io mi perdo in letture su relatività e buchi neri, paradossi temporali e sane paranoie ma anche tu non scherzi… bene, sono al lavoro da 2 ore su templates per wordpress. devo ammettere che ho rischiato di scegliere il tuo fHeaavn 1.0 poi mi sono detto che era meglio se prima passavo di qui.
Alla fine sei andato sul default 1.5 a quanto pare.
Ammetto che piaceva anche a me quello lì…
Vita di Bordo Reloaded…