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Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per maggio, 2006

Aggiornamenti del blog momentaneamente interrotti

Ho dormito d’un male che non avete idea. Mi sarò svegliato trenta volte ed ogni volta con una serie di *accidenti* (é la parola più politically correct che ho trovato) che mi frullavano per la mente e che aspettavano con ansia di essere scagliati contro qualunque divinità esistita nella storia dell’uomo.

Mal di gola

Adesso ho ancora un mal di gola assurdo, un pelo di febbre (che me la sento, nonostante quel c***o di termometro digitale, che mi ha prestato il buon Ale, continui a darmi per morto, dicendo che la mia temperatura corporea è attualmente attestata attorno ai 35 gradi e mezzo…) e soprattutto uno stato di rimbecillimento pesante (che credo sia dovuto alla terapia d’urto adottata… tra ieri ed oggi: due Aulin, un Oki, due risciaqui con Tantum Verde, 4 Benagol, 2 caramelle Iodosan, innumerevoli caramelle Victors “Respira Vivo”, 6 spruzzatine di qualcosa che non so come si chiami ma che ha un sapore veramente orrendo, quindi, secondo la vecchia legge della nonna, dovrebbe essere efficacissimo) che in questo momento mi rende impossibile scrivere cose sensate sul blog.

A domani… spero… :-/

Cannibali e missionari in riva a un fiume

Direttamente dalla lezione di “Teorie e Tecniche del Problem Solving” di oggi pomeriggio, uno di quei rompicapi che non riesco mai a risolvere in meno di mezz’ora… :-/

Cannibali vs. missionari

Cannibale Missionario

Il problema è semplice. Sulla riva di un fiume vi sono tre missionari e tre cannibali. Il loro obiettivo è quello di riuscire ad arrivare tutti, sani e salvi, sulla riva opposta. Per attraversare il fiume possono utilizzare una barca. Si consideri però che:

  • la barca può trasportare contemporaneamente un massimo di due persone;
  • la barca non può attraversare il fiume da sola (deve esserci a bordo almeno una persona, che si assume svolga la funzione del guidatore);
  • in nessun momento, su una qualsiasi delle due rive, vi può essere una maggioranza di cannibali rispetto ai missionari (l’idea di fondo è che i cannibali si siano “civilizzati”, ma che le loro abitudini alimentari riemergano quando si trovano in superiorità numerica rispetto ad un’altra specie “preda”).

Mentre vi scervellate per risolvere il problema (ricordo che cercare la soluzione con Google, per quanto estremamente efficiente, non é una strategia di risoluzione del problema valida), pensando che i cannibali non esistano più o che comunque siano confinati in una qualche sperduta regione dell’Africa, date un’occhiata a questo articolo. E’ dello scorso anno, ma è ancora inquietante…

Vassili Zaitsev

Come avevo già accennato nel post di ieri, durante il weekend ho approfittato di un pizzico di insonnia per gustarmi “Il Nemico alla Porte“.

Il film, diretto da Jean-Jacques Annaud ed uscito nelle sale nel 2001, è ambientato a Stalingrado, durante la tremenda battaglia del 1942-43. Narra la storia di un giovane soldato, tale Vassili Zaitsev, che la propaganda di guerra sovietica eleverà al rango di eroe nazionale.

Vassili Zaitsev (vero)

Zaitsev è un cecchino, figura raramente presa in considerazione dalla filmografia bellica, presumibilmente perchè esempio estremo del cinismo e della crudeltà della guerra. Il cecchino non è un giovane ragazzo mandato inconsciamente al massacro o un pilota che fa librare nell’azzurro del cielo il suo aeroplano. Un cecchino é soltanto un soldato che passa la sua guerra a nascondersi, a strisciare da un nascondiglio all’altro, e che ogni tanto colpisce. In maniera letale. Non c’è nulla di romantico nella figura del cecchino. E dunque non è certamente un caso il fatto che i registi abbiano generalmente evitato di porre troppa attenzione su questi personaggi nei loro film dal piglio tradizionalmente romanzesco.

La storia di Vassili Zaitsev però é interessante. Ed é uno dei migliori esempi di come, in tempo di guerra, la propaganda abbia bisogno di creare degli eroi che siano da esempio per un opinione pubblica recalcitrante nel convincersi della bontà del conflitto in atto. L’opinione pubblica influenza a sua volta i soldati, determinandone morale e livello motivazionale, ed Annaud è straordinario nel sintetizzare tutti questi concetti in poche ma chiarissime frasi, messe in bocca al commissario Danilov:

“Diamogli speranza! Quegli uomini hanno una sola scelta: le pallottole tedesche o le nostre. Ma c’è un’altra via. La via del coraggio. La via dell’amore per la madre patria. Dobbiamo pubblicare di nuovo il giornale dell’armata. Dobbiamo raccontare storie meravigliose, storie che esaltino il sacrificio, il valore. Dobbiamo far sì che loro credano nella vittoria. Dobbiamo dar loro speranza, orgoglio, desiderio di combattere. Abbiamo bisogno di dare degli esempi, ma esempi da seguire. A noi servono i nostri eroi”.

E’ così che nasce la figura di Vassili Zaitsev. E’ così che in tempo di guerra nasce un eroe. Perchè Vassili Zaitsev è esistito davvero.

Cito dalla pagina di Wikipedia a lui dedicata:

Vasily Grigorievič Zaitsev (russo: Васи́лий Григо́рьевич За́йцев – Jelino, 23 marzo 1915 – Kiev, 15 dicembre 1991) era un tiratore scelto sovietico attivo durante la seconda guerra mondiale. Il suo primo campo di battaglia fu Stalingrado, dove tra il 10 novembre e il 17 dicembre 1942 uccise 225 tra soldati e ufficiali della Wehrmacht e altri eserciti dell’Asse, tra cui 11 cecchini nemici.

Prima del 10 novembre aveva già ucciso 32 soldati dell’Asse con il fucile Mosin-Nagant d’ordinanza (triokhlinejka, fucile da tre linee, ovvero calibro 7,62). Si stima che i 28 cecchini da lui addestrati abbiano ucciso più di 3000 soldati nemici. Alcune fonti riportano che i risultati di Zaitsev furono notevoli, ma non gli unici di questa portata: un soldato sovietico la cui identità è rimasta ignota, identificato solo col soprannome di Zikan, aveva ucciso 224 soldati alla data del 20 novembre.

Zaitsev era inquadrato nel 1047° reggimento fucilieri della 284° divisione di fanteria, parte della LXII Armata. Zaitsev restò sotto le armi fino al gennaio 1943, quando fu ferito agli occhi. Il professor Filatov fu in grado di ripristinare la vista di Zaitsev, che poté concludere la guerra sul fronte del Dniestr col rango di Capitano. Dopo la guerra, Zaitsev gestì una fabbrica a Kiev.

Secondo alcune fonti sovietiche, i tedeschi, nel tentativo di ucciderlo, mandarono a Stalingrado il maggiore Heinz Thorvald, comandante della loro scuola militare per tiratori scelti. Si narra che Zaitsev, dopo una caccia durata diversi giorni, abbia intravisto il suo cacciatore sotto una lamina di ferro, e lo abbia ucciso. Lo scontro tra i due fu reso in forma di fiction nel film Il nemico alle porte.

Il mirino telescopico del fucile di Thorvald, che si deduce sia stato il più importante dei trofei di caccia di Zaitsev, è attualmente esibito presso il Museo dell’Armata Rossa di Mosca. E’ bene tenere presente che, tuttavia, l’intera storia rimane a metà tra realtà e fantasia, non essendovi mai state conferme ufficiali. Il duello non trova infatti alcun riscontro nelle fonti ufficiali militari sovietiche, dove pure ogni azione compiuta da alcuni cecchini è riportata con dovizia di particolari.

Zaitsev crebbe a Jelino, un paese sugli Urali dove imparò a sparare cacciando le renne. I tiratori che addestrò furono così trascinanti nella loro preparazione che di fatto segnarono l’inizio del “fenomeno dei cecchini” che diede tanto lustro alla LXII Armata sovietica. Si iniziò un ciclo di conferenze il cui scopo era la diffusione dell’esempio di Zaitsev nella “filosofia” dei tiratori scelti, e soprattutto per scambiare e discutere idee sui principi di una specialità che, per lui, non si limitava alle capacità di tiro. Zaitsev morì all’età di 76 anni a Kiev, in un’epoca di straordinari cambiamenti per il suo Paese.

Quindici anni dopo, il 31 gennaio 2006, Vasily Zaitsev fu seppellito al Mamayev Kurgan con i più alti onori militari: il suo ultimo desiderio era di essere seppellito vicino al monumento dei difensori di Stalingrado. La sua bara è stata inumata nei pressi di un monumento che riporta la sua più famosa citazione: “Non c’è spazio per noi dietro il Volga.”

La storia raccontata nel film è naturalmente molto romanzata (non ai livelli di “A beautiful mind”, ma insomma…). Su questo influisce probabilmente il fatto che il regista si sia ispirato ad un libro, scritto alcuni anni fa dallo stesso Vassili Zaitsev. Intitolato “Notes of a Sniper“, il volume è una raccolta delle memorie di guerra del cecchino sovietico e si caratterizza per una delle copertine più orrende che un editore abbia mai potuto concepire.

Notes of a Sniper (copertina libro)

Aspetto agghiacciante della cosa, il fatto che che l’editore abbia addirittura aperto un sito Internet per mostrare al mondo intero le oscenità che i suoi grafici sono in grado di produrre… chapeau!

Un appunto veloce…

Con l’eccezione di una piccola pausa di una mezzoretta, spesa per adempiere ai miei doveri elettorali, la giornata di oggi è stata interamente dedicata al completamento del riassunto del libro “Cambiamento tecnico e relazioni tra imprese. Il distretto ceramico di Sassuolo”, di Margherita Russo.

Margherita Russo,

Mica una gran giornata direte voi. E io non posso che darvi ragione. Però è andata. Da domani mi metterò al lavoro sulla relazione che devo fare per completare l’esame, e che trae spunto dal libro in questione, e forse, per la fine della settimana prossima, potrò virtualmente aggiungere un’altra tacca al mio libretto… :-)

Se qualcuno di voi, per motivi che mi sono ignoti, potesse essere interessato al riassunto in questione, può trovarlo sul mio sito, nella sezione “Riassunti e traduzioni”.

In alternativa, il link diretto al file è: http://www.fabioruini.eu/unimore/riassunti/Cambiamento_tecnico.pdf.

Ah, non spaventatevi se entrando nella pagina “Curriculum e contatti” del mio sito vi appare qualcosa di spaventoso. Ho appena avuto la malaugurata idea di aggiornare iWeb alla versione 1.1.1 e questo è il risultato. Senza parole, davvero. Domani, con calma, proverò a venire a capo della situazione.

Piccola annotazione prima di chiudere. Ieri sera, non riuscendo a prendere sonno, ho deciso di rimbecillirmi con un po’ di televisione anche io. Spaparanzato sul divano della mia dimora rotegliese, mi sono guardato “Il nemico alle porte”. Film di guerra, un po’ psicologico (anche se ovviamente non ai livelli del meraviglioso “La sottile linea rossa”) e decisamente piacevole. La figura di Vassili Zaitsev, sul quale è incentrato il film, mi ha decisamente incuriosito. Ragione per cui ho vagato un po’ sul web alla ricerca di un po’ di informazioni su di lui, meno romanzate rispetto a quelle traslate sulla pellicola cinematografica. Quello che ho addocchiato sembra interessante. Vi rimando a domani per l’articolo completo.

‘notte gente… sono spappolato!

Kennedy e la TV

Mi provoca sempre una strana sensazione, un misto di disgusto e compassione, imbattermi in persone che passano ogni giorno svariate ore di fronte alla TV e negano in maniera assolutamente categorica di venire da essa plagiati. La storia della prima metà del ventesimo secolo dovrebbe averci insegnato fin troppo bene quale sia l’enorme potere dei media. Eppure, questa importante lezione, mi dà l’impressione di non essere stata minimamente recepita.

Quando ne parlo con gli amici, a volte mi sembra di essere un moderno don Chisciotte, impegnato nella mia eterna ed infruttuosa battaglia contro i mulini a vento. Non tanto il don Chisciotte romantico, idealista e tragicomico cantato da Guccini, quanto quello disilluso degli scritti di Cervantes.

Così, quelle volte che mi capita di leggere un libro dove il potere dei media è preso come dato di fatto, talmente scontato da non meritare neppure una trattazione, provo un leggero senso di piacere. Mi è accaduto oggi, leggendo un passo di “Essere Digitali”, di Nicholas Negroponte.

JFK

Convergenza di culture

Esiste una dicotomia percepibile (anche se artificiosa) tra mondo tecnologico e cultura umanistica, tra scienza e arte, tra l’emisfero destro del cervello e quello sinistro. E’ probabile che il crescente settore dei multimedia sia destinato ad essere uno di quelli che, come l’architettura, fanno da ponte sul fossato tra le due culture.

La televisione fu inventata sotto la spinta di interessi puramente tecnologici. Quando nel 1929 pionieri come Philo Farnsworth e Vladimir Zworykin guardavano delle immagini elettroniche allora non più grandi di un francobollo, il loro obiettivo era semplicemente di perfezionare la tecnologia. All’inizio, Zworykin aveva delle idee, anche se ingenue, su come impiegare la televisione, ma in seguito ne rimase amaramente deluso.

Jerome Wiesner, uno dei passati presidenti del MIT, racconta a proposito di Zworykin di quando un sabato venne a trovarlo alla Casa Bainca, dove Wiesner era consigliere scientifico di J.F. Kennedy (nonché suo amico). Egli chiese a Zworykin se avesse mai incontrato il presidente. Alla sua risposta negativa, Wiesner lo condusse nello studio di JFK e presentò il visitatore al presidente come “l’uomo che ti ha fatto eleggere”. Stupito, Kennedy chiese: “In che modo?” e Wiesner spiegò: “Questo è l’inventore della televisione”. Quando Kennedy gli disse che aveva fatto qualcosa di enorme importanza, Zworykin ironicamente gli rispose: “Ma lei ha guardato di recente la televisione?”.

Tratto da: Nicholas Negroponte, “Essere digitali” (1995).

La locomotiva

Ci sono un po’ per il collo in questi giorni…

Sono finalmente riuscito a finire il libro che stavo studiando per l’esame di Economia dell’Innovazione e spero di riuscire a pubblicare il riassunto completo sul sito prima di domani sera.

Morale della favola, il tempo necessario per elaborare cose interessanti da scrivere qui sul blog, ultimamente è poco. Ragion per cui oggi procedo al sano riciclo di un articolo che avevo nei bookmarks da diversi mesi e che, alla prima lettura, mi aveva straordinariamente affascinato.

L’articolo in questione parla de “La locomotiva”, canzone-inno di Francesco Guccini, cantante che adoro per quanto le mie vedute politiche discostino di qualche anno luce dalle sue. Non immaginavo che la storia narrata in questa canzone potesse essere vera. E invece è proprio così, come dimostra lo scritto che segue. Buona lettura…

Guccini e locomotiva

La vera storia del macchinista ferroviere

Alla fine di ogni concerto Francesco Guccini ripropone la sua ballata più popolare: “la locomotiva”, dopo oltre vent’anni, continua a commuovere gli animi di giovani e meno giovani. Ma pochi sanno che questa canzone si richiama a un fatto realmente accaduto il secolo scorso: protagonista il fuochista anarchico Pietro Rigosi, che si impadronì di una locomotiva e la mando a schiantarsi contro una vettura in sosta nella stazione di Bologna. Miracolosamente si salvò, ma non svelò mai il mistero di quella folle corsa.

(tratto da “Amico treno” dell’aprile 1993)

Quando i concerti si avviano alla fine, e le richieste si fanno più insistenti, dopo i successi di tante stagioni, è ormai rituale per Francesco Guccini chiudere con la sua ballata più popolare: la locomotiva. Dopo oltre vent’anni, con tutto quello che è avvenuto nel frattempo, questa canzone dal sapore libertario, continua a smuovere qualcosa negli animi di giovani e meno giovani, in quella parte che vuole, malgrado tutto, continuare a credere. E quell’immagine, sia pure un po’ sinistra, della locomotiva “come una cosa viva lanciata a bomba contro l’ingiustizia” mantiene il suo fascino col passare delle generazioni. E questa una ballata che si richiama a un fatto realmente accaduto il secolo scorso (esattamente il 20 luglio 1893) e, per quanto riguarda i fatti, vi si attiene fedelmente. Si tratta di un episodio singolare, rimasto se non unico abbastanza raro negli annali ferroviari. La curiosità di saperne di più ci ha spinto a qualche ricerca, sulla stampa dell’epoca e negli archivi delle Ferrovie.

“Il disastro di ieri alla ferrovia – l’aberrazione di un macchinista”, titola il quotidiano bolognese “Il Resto del Carlino” del 21 luglio 1893. Nell’articolo si legge:

“Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l’Ufficio Telegrafico della stazione (di Bologna, ndr) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie. [...] Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi stava un macchinista e un fuochista. Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva [...]“

All’epoca già confluivano alla stazione di Bologna quattro importanti linee ferroviarie e i binari di stazione erano soltanto cinque. In quell’ora i binari erano ingombri per treni in arrivo e in partenza Non c’erano sottopassaggi. La inevitabile concisione dei dispacci telegrafici impedì di comprendere chiaramente la situazione. Per evitare guai maggiori la locomotiva venne instradata sul binario cosiddetto “2 numeri”, un binario tronco sulla destra, più o meno dove oggi c’è il fabbricato delle Poste. Allora c’erano le tettoie della gestione merci.

”Alle 5,10 [la locomotiva] entrava dal bivio e passava davanti allo scalo, fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla macchina c’era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare, metteva carbone…. Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte! Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli rimaneva imperterrito nella locomotiva. Un esperto macchinista, il Mazzoni, che era lungo la linea e lo vedeva correre incontro a morte sicura, gli gridò: “buttati a terra!”; ma il giovanotto – che giovane era lo sciagurato – dalla banchina a lato della piazza tubolare della caldaia tenendosi alla maniglia di ottone, si portò sul davanti della locomotiva sotto il fanale di fronte, attaccato sempre alla maniglia e colla schiena verso la stazione dov’era il pericolo.”

La locomotiva (della quale il giornale ci dà anche il numero di matricola: era la 3541) andò quindi a sbattere contro la vettura di prima classe ed i sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario tronco alla velocità di 50 chilometri orari.

“Al momento dell’urto egli era sulla fronte della macchina e i presenti che lo videro esterrefatti passare dinanzi a loro affermano che proprio al momento dell’urto egli si sporse in fuori, volgendo la testa verso la vettura, contro alla quale andava a dar di cozzo. L’urto, disastroso per la macchina e i carri, fu tremendo per l’uomo. Egli rimase preso fra la macchina e il vagone di la classe schiacciato orribilmente. Accorsero funzionari delle ferrovie, di P.S., guardie, personale viaggiante e manovali e il disgraziato fu tosto riconosciuto. È certo Pietro Rigosi di Bologna, di anni 28, fuochista da parecchi anni e buon impiegato… a Poggio Renatico, mentre il macchinista Rimondini Carlo era sceso un momento, il Rigosi aveva sganciato la locomotiva del treno merci e poi l’aveva lanciata a tutta velocità legando la valvola del fischio, per modo che destò l’allarme per tutta la corsa. Avrebbe potuto pentirsi durante il tragitto e dare il freno (che funzionava bene anche dopo la catastrofe) ma egli non volle. Probabilmente un’improvvisa alterazione di cervello che lo rese crudele contro se stesso, perché, per quanti pensieri di famiglia egli avesse, non giustificavano certo un tentativo di suicidio che poteva costare la vita a molte altre persone.”

Il fatto ebbe una grande risonanza su tutta la stampa nazionale. Vi fu chi immaginò che il macchinista avesse letto “La bête humaine” di Emile Zola, restandone suggestionato al punto da imitarne le vicende. Altri mossero critiche alle ferrovie per non aver provveduto ad insabbiare un binario allo scopo di far fermare la locomotiva senza danni. Un lettore del Resto del Carlino mandò un telegramma al giornale sostenendo che, inviando incontro alla locomotiva in fuga, una macchina di maggiore potenza, questa avrebbe potuto, una volta avvistatala, invertire la marcia e frenarne la corsa gradualmente. Tutti i commenti concordavano sulla imprevedibilità del gesto.
Pietro Rigosi veniva indicato dal giornale come “fuochista da parecchi anni e buon impiegato”. Sposato, padre di due bambine, di tre anni e di dieci mesi. Nessuna indagine sulle sue condizioni economiche e familiari consentì di capire quali motivi lo avessero spinto. Qualche debito di importo non rilevante, ma al tempo era abbastanza frequente, nessuna oscura vicenda personale, nessun dissapore familiare. Sorprendentemente il nostro uomo non rimase ucciso in quello scontro terribile nel quale aveva cercato deliberatamente la morte mettendosi fra la locomotiva e la vettura ferma. Evidentemente l’urto fortissimo lo fece schizzare via prima che i due veicoli si incastrassero l’uno nell’altro. Gli venne amputata una gamba, il viso rimase deformato dalle cicatrici, dovette sopportare una lunga degenza all’ospedale, ma dopo circa due mesi fece ritorno a casa. Inutilmente i giornalisti e i curiosi che gli facevano visita tentarono di chiedergli i motivi che lo avevano spinto ad un gesto tanto clamoroso. A nessuno venne risposto: il Rigosi si mantiene abbastanza tranquillo, parla con chi va a fargli visita, ma si astiene sempre ad accennare alle cause e al movente del suo atto, cambiando discorso o non rispondendo ogni volta che gli si richiede per quale ragione lanciò la sua macchina a tutto vapore da Poggio a Bologna e perché cercasse di morire. Un’unica frase, che il cronista del Carlino riprende da un articolo della Gazzetta Piemontese, sembra gli sia sfuggita subito dopo il ricovero: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!”
Un vero personaggio, Pietro Rigosi, fuochista delle Strade Ferrate Meridionali – Rete Adriatica, matricola 42918. E comprensibile che questo suo atteggiamento, dignitoso e ribelle insieme, abbia ispirato Francesco Guccini. Abbiamo perciò fatto qualche ricerca d’archivio per saperne di più. Non era un ferroviere modello. Non tanto perché veniva spesso punito. Per i ferrovieri dell’esercizio allora ad ogni minimo errore corrispondeva una sanzione economica. Nel caso di Rigosi Pietro si tratta però di mancanze di omissione, negligenza, o diverbi con colleghi e superiori. Tutti chiari segni di affaticamento e insofferenza all’ambiente. Multa di £ 5 per aver risposto “con modo sconveniente al Capo Deposito di Piacenza mentre questi taceva delle giuste osservazioni al suo Macchinista”. Sospensione per tre giorni dal soldo e dal servizio per essere “venuto a diverbio col Macch. Baroncini Federico per futili motivi tra Mestre e Marano. Diede poi luogo ad un deplorevole alterco sotto la tettoia della stazione di Padova”. Tre mesi prima del fatto era stato punito con “sospensione dal soldo e dal servizio per giorni tre per aver preso in mala parte una frase detta per ischerzo da un macchinista del Deposito di Milano e non a lui rivolta, provocando così un diverbio, seguito da vie di fatto in stazione di Piacenza”. Ma numerose sono le multe per mancata presentazione al treno. “Mancò alla partenza dal treno 1008 del 7 agosto sebbene avvisato il giorno prima e avanti alla partenza dallo svegliatore”. Erano mancanze che costavano care: dalle 3 alle 5 lire quando la paga giornaliera era di 2 lire e 50. Alcune multe riguardavano mancanze oggi incomprensibili: venne trovato coricato nelle brande del dormitorio senza le prescritte lenzuola. I dormitori dotati di docce erano rarissimi e i macchinisti erano costretti a ripulirsi molto sommariamente prima di coricarsi. L’uso delle lenzuola da parte dei ferrovieri si rendeva quindi obbligatorio per evitare che venissero insudiciate le brande.
C’è una vasta letteratura sulle pesanti condizioni di lavoro dei ferrovieri, in particolare dei macchinisti, alla fine del secolo scorso. Turni ininterrotti fino a trenta e anche quaranta ore consecutive, esposizione alle intemperie su macchine non di rado senza alcun riparo o con ripari che risultavano del tutto insufficienti, disciplina di tipo prussiano, tutto questo aggiunto ad un mestiere già duro: ricordiamo che una corsa da Venezia a Bologna significava per il fuochista spalare quaranta quintali di carbone. Non stupisce quindi che la mortalità nella categoria fosse tanto alta che non più del 10% dei macchinisti arrivava alla pensione. Forse fu tutto questo a spingere il nostro alla corsa forsennata verso Bologna. Anche se non volle mai dirlo pubblicamente ci doveva essere un rancore profondo in Pietro Rigosi verso la Società delle Strade Ferrate.
Qualche tempo dopo essere stato dimesso dall’ospedale, venne “esonerato dal servizio per motivi di salute”. Il Consorzio di Mutuo Soccorso gli liquidò un sussidio di lire 308,13 e la Direzione delle Ferrovie ne dispose un secondo “a solo titolo di commiserazione, di £ 150, pari a due mesi della paga che percepiva”. Al momento di ritirare il sussidio Pietro Rigosi si avvide che sul ruolo di pagamento, che avrebbe dovuto firmare per ricevuta, stava la scritta come motivazione “buona uscita”. Tanto bastò per fargli rifiutare quella cifra di cui doveva avere certamente un gran bisogno. Evidentemente nessuno doveva pensare che la sua uscita dalle ferrovie fosse avvenuta in bontà di rapporti. Accettò la somma solamente dopo che la motivazione di buona uscita venne sostituita con ‘per elargizione’. Anche l’atteggiamento della severissima Società delle Strade Ferrate Meridionali fu, nell’occasione, stranamente indulgente. Il fatto aveva provocato danni notevoli, tanto da venire citato nella relazione annuale agli azionisti fra le cause che avevano limitato l’ammontare degli utili corrisposti. Nessuna punizione per il ferroviere responsabile. Esonero per motivi di salute, invece del licenziamento, e corresponsione di un sussidio non certo elevato, ma certamente non dovuto. L’ipotesi della follia esonerava dalla necessità di approfondire le cause e, con i pazzi e i fanciulli, è sempre opportuna la clemenza.

Per gli appassionati di cose ferroviarie, due parole sulla locomotiva protagonista della vicenda. La 3541 faceva parte di una serie di 130 unità comprese nel gruppo 350 RA, che dal 1905 divenne Gr 270 PS. Poiché tutte le macchine, dapprima numerate 3501-3630 RA, divennero poi 2701-2830 FS ed infine 270.001-270.130 (sempre FS ma numerazione definitiva), si può dedurre che la nostra 3541 RA sia stata riparata e poi messa in servizio e, dopo il 1905 è probabile che abbia assunto la numerazione provvisoria di 2741, e definitiva 270.041 FS. Tre assi accoppiati, lunghezza di 15 metri per 43 tonnellate di peso, potenza 440 CV, velocità massima 60 km/ora, del tipo cosiddetto bourbonnais, un modello che trovò in Italia grande impiego per le sue doti di adattabilità ai percorsi tortuosi e con modesti carichi assiali. Si trattava di una modesta macchina, destinata prevalentemente al traino dei treni merci e omnibus nelle linee pianeggianti, che conobbe il suo momento di gloria durante la Prima Guerra Mondiale e fu mantenuta in attività fino alla seconda metà degli anni ’20.

[Fonte: http://www.avvelenata.it/locomotiva/storialocomotiva.html]

Non ci si può mai dimenticare delle proprie origini…

… soprattutto se in origine si è un programmatore! :-D

Ieri pomeriggio, il buon DoX mi aveva scritto per chiedermi lumi riguardo ad alcune modifiche che voleva fare al template del suo blog. Come il mio, anche il suo è basato su WordPress ma DoX ha optato per un template differente, ossia DarkPad di Sreejith

I problemi che aveva con il template in questione erano due:

  1. nella sidebar laterale non compariva la sezione “archivi”, la quale fornisce una serie di links per risalire a tutti gli articoli scritti in un determinato mese;
  2. a fondo pagina non comparivano i comandi per scorrere avanti/indietro tra le varie pagine dell’archivio.

Per fortuna, WordPress è scritto in PHP (così come, di conseguenza, lo sono i suoi templates) e con un minimo di esperienza è possibile andare a modificare abbastanza agevolmente la sua struttura.

Per risolvere il primo problema, il file da modificare è sidebar.php.

Sidebar.php

Il fatto che non vengano visualizzati gli archivi risiede nella condizione IF presente alla riga numero 9, che ha la struttura seguente:

if (is_single()) {
_e(‘Archives’);
wp_get_archives(‘type=monthly&show_post_count=0′);
}

Non ho approfondito quale dovesse essere il comportamento “corretto” della funzione if_single(), ma fatto sta che, nella porzione di codice riportata qui sopra, la condizione dell’IF non risulta mai vera e quindi le istruzioni contenute all’interno del costrutto non vengono mai eseguite.

La soluzione che ho adottato é stata quella di tagliare la testa al toro, eliminando del tutto l’IF in questione. Non è neppure necessario modificare “pesantemente” il codice, ma è sufficiente eliminare del tutto la riga 9 e la riga 14 (che diventa la 13 se l’eliminazione avviene in maniera sequenziale).

Se questo possiamo definirlo come un bug del template in esame, il secondo punto fa invece emergere quella che è una semplice “dimenticanza” dell’autore, il quale si è infatti scordato di inserire la barra di navigazione che permette di scorrere da una pagina all’altra.

Il file da modificare, in questo caso è index.php. Al suo interno, nel punto in cui si desidera che la barra di navigazione appaia, deve essere aggiunta la seguente funzione PHP:

posts_nav_link(‘ — ‘, __(‘« Previous Page’), __(‘Next Page »’));

A quanto scopro ora, però, all’autore era già stata segnalata questa mancanza ed aveva provveduto ad inserire la porzione di codice mancante. La versione del template attualmente scaricabile dal suo sito è quindi già comprensiva di questa modifica.

In ogni modo ho provveduto a pacchettizzare i files che contengono il template, comprensivi delle mie modifiche, ed uploadarlo sul mio spazio web. Il link per scaricarlo è:

http://www.fabioruini.eu/software/DarkPad_mod.zip.

Tra l’altro, a ricordarmi che in fondo sono un programmatore, un mero operaio del web, ieri sera è arrivata pure una mail del buon Giordy, che mi chiedeva collaborazione per la scrittura di un’applicazioncina web da utillizare nella sede della CRI di Castellarano, per scopi che francamente non ho capito… :-/

E adesso che ci penso, qualche tempo fa avevo pure promesso ad un mio amico di fargli il porting su Mac OS X Panther di un’applicazione che aveva realizzato su .NET.

Per fortuna ogni tanto mi ricordo di essere un programmatore…

Chi vuol essere un “Fonero”?

No, no… non è un insulto! E neppure un nuovo quiz televisivo condotto da Gerry Scotti.

I “Foneros” sono semplicemente gli utenti della comunità FON.

Ok, ma che cos’è questa comunità FON? Domanda legittima. Procediamo quindi con ordine.

FON, secondo la risposta fornita dai loro autori alla classica domanda “What is this?”, è una “rivoluzione WiFi”. Definizione non troppo esaustiva. L’obiettivo perseguito da FON, sempre stando al documento “ufficiale”, è quello di costruire un “mondo WiFi”, un mondo con una copertura wireless del 100%. Il metodo utilizzato è “permettere a tutti gli utenti di sincronizzare i loro access points verso la rete Internet in uno unico: FON, appunto”.

Tante belle parole, ma in soldoni come funziona la baracca? Per quanto il sistema utilizzato sia concettualmente semplice, non è altrettanto agevole effettuare la sua descrizione. Immaginiamo una situazione del genere. Siete appena rientrati a casa dopo il lavoro. Prima di darvi alle faccende di casa, decidete di spaparanzarvi per qualche minuto sul divano. Volete vedere cos’è successo di interessante sul nostro pianeta durante le vostre 8 ore forzate di assenza dal mondo civile. Aprite il vostro notebook, lo appoggiate sulle ginocchia e, grazie alla connessione wireless che avete predisposto a suo tempo, navigate tranquillamente in Internet senza bisogno di alcun cavo. Emerge uno dei “problemi” classici di chi utilizza connessioni di questo genere in ambito domestico. Per gran parte della giornata, il modem è attivo ma il traffico è pari a zero (perchè voi, naturalmente, non lasciate il computer di casa acceso e connesso ad eMule quando siete in ufficio, vero?!?). E’ un peccato. Soprattutto se la connessione è di tipo flat e non avete dunqe costi proporzionali al traffico di bit generato bimestralmente.

Perché, allora, non lasciare che la vostra connessione venga utilizzata dai vicini di casa? Una risposta tipica potrebbe essere: “Beh, perché devo pagare io per qualcosa che poi utilizzano gli altri?”. L’uomo è egoista. Per sua natura, non tanto per un fatto culturale. Non fosse così, il socialismo reale non sarebbe soltanto una magnifica utopia quale in realtà è. Ma esistono anche uomni altruisti, che sarebbero disposti a fare un piacere ai vicini, magari con la speranza che, nel giorno del giudizio, questo loro spiccato senso di bontà verso il prossimo venga adeguatamente ricompensato con l’apertura dei famigerati cancelli dell’Eden. Oppure, se non sono religiosi, imponendo il pagamento di una modesta “tassa di accesso”. Questa ipotetica persona altruista, però, potrebbe essere legittimamente spaventata dall’utilizzo che i vicini farebbero della sua connessione ad Internet. Dovessero andare in giro per il web a combinare qualche cazzata, chi glielo andrebbe a spiegare alla Polizia Postale che i responsabili sono da ricercare al di fuori delle quattro mura domestiche?

FON risolve questo problema. Installando un apposito firmware all’interno del proprio router WiFi, i vicini di casa potrebbero collegarsi tranquillamente al vostro access point, versandovi automaticamente un certo “canone di utilizzo” (nel caso voi lo desideraste) e soprattutto facendosi riconoscere attraverso la loro vera identità. Così, in caso di guai, voi vi sollevereste agevolmente da ogni responsabilità.

FON è fondamentalmente questo. Un software che vi consente di condividere in maniera sicura la vostra connessione wireless, con un sistema di “tassazione” automatizzato.

Ora che il concetto di fondo dovrebbe essere chiaro, vediamo un po’ come funziona nei dettagli questo sistema. Innanzitutto, FON prevede tre tipologie di utenti:

  • Linus: quelli che, installando l’apposito firmware sul proprio router, condividono gratuitamente la propria connessione ad Internet;
  • Bill: quelli che hanno metabolizzato il sistema capitalistico ed hanno deciso di tentare anche questo “business”, trattenendo il 50% del prezzo pagato da chi si collega al loro router per navigare on-line;
  • Alien: quelli che semplicemente si collegano ai routers degli altri per accedere ad Internet, ma che per farlo devono pagare il succitato balzello.

Se avete il sospetto che i nomi Linus e Bill non siano stati scelti a caso, siete in buona compagnia. O, perlomeno, siete in compagnia del sottoscritto.

Il firmware installato sul router innesta nel dispositivo un doppio livello di password. Una password di primo livello, che consente a voi (ed ovviamente ai vostri amici, parenti, visitatori) di accedere al router in maniera “tradizionale” e navigare normalmente in Internet. Una password di secondo livello (univoca per ciascun utente) che consente agli altri membri della comunità FON di agganciarsi al vostro router e lanciarsi alla conquista del web. E’ l’utilizzo di questa password che garantisce la tracciabilità del Foner di turno, nonchè consente di gestire in automatico il sistema di tariffazione.

Da un punto di vista tecnico non c’è molto altro da dire, se non che il firmware permette (o permetterà in futuro, le FAQ non sono molto chiare su questo punto) di settare un quantitativo minimo di banda da tenere ad esclusiva disposizione del proprietario del router.

Interessantissima, invece, l’idea che quelli di FON hanno avuto per cercare di far raggiungere al loro servizio una massa critica di utenti. Direttamente dalle pagine del sito, infatti, è possibile ordinare un ottimo router WiFi, il Linksys WRT54GL, con incorporato il firware FON, ad un prezzo stracciato: 25 € più le spese.

Ho notato alcune piccole discrepanze relative all’oggetto. Nelle pagine del negozio on-line di FON, si dice che l’offerta speciale è limitata ai primi 20’000 utenti che ne faranno richiesta. Una volta ultimata la procedura di registrazione, invece, la pagina che mi è apparsa mi ha offerto la possibilità di acquistare il Linksys, sottolineando però come tale opportunità fosse limitata ai primi 3’000 utenti.

Foneros - registrazione

Comunque sia, quella che pare un’offerta allucinante si ridimensiona un po’ quando si guardano le spese di spedizione. Nientepopodimeno che 18 €. E che cazzo. Me lo portano qui a mano? Poi ci vanno pure le tasse. Altri 6.88 €. Rapido calcolo (meschinamente copia/incollato qui nel momento del checkout):

Sub-Total: 25.00EUR
(Shipping service): 18.00EUR
IVA / TVA / VAT: 6.88EUR
Total: 49.88EUR

Ok, la faccenda ora cambia radicalmente, ma rimane pur sempre un buon router wireless a 50 €.

Un’occhiata veloce alle “condizioni d’uso”, giusto per scongiurare (o meglio, “ridurre vagamente”) il rischio di prendere una qualche cantonata:

Conditions of Use

Special Offer on a FON Ready router for 25€ / $25

The FON READY router that you receive through this Special Offer is a one-time-only offer and is exclusive for registered Foneros. The router should be kept up-and-running in the FON Community for at least one year. If you decide not to use the router within our Community or if you wish to cancel the Service, FON reserves the right to require you to return the product to FON.

Once FON has confirmation that you have registered as a member of our Community, we will send you the FON READY router with the Software installed for 25€ + VAT and shipping costs or if you are located in the United States for $25 + sales taxes and shipping costs.

This offer is valid for the first 3000 units and is limited to one router per mailing address and registered Fonero.

If you so desire, FON will publish you location on the FON maps that highlight the Community’s up-and-running FON Hotspots. On our website www.fon.com you can find all of the necessary information for installation and registration.

Niente di particolare. Se non che FON si riserva il diritto di chiedere la restituzione del router nel caso in cui quest’ultimo non dovesse venir mantenuto, per almeno un anno, attivo ed al servizio della FON community. Clausola messa lì per incutere un po’ di timore e per scongiurare un fiorire di rivenditori Linksys amatoriali su eBay. E’ infatti alquanto irrealistico che un’azienda che vende su Internet a livello globale possa richiedere ad un qualche utente la restituzione di un prodotto. Che tra l’altro viene venduto, non dato in comodato. Quindi, anche da un punto di vista legale, non so fino a che punto sarebbe valida la clausola succitata.

Infine l’acquisto. Dopo il pagamento effettuato attraverso PayPal (unico strumento accettato), sullo schermo appaiono trionfanti queste tre righe:

Your order has been processed successfully.
Your FON route should arrive in an estimate 3 weeks time.
Welcome to the FON Community!

Tre settimane. Allora è vero che me lo portano qui a piedi… :-/

Va beh… chiudo qui questa specie di recensione. Immagino che l’italiano medio (almeno a me è successo questo) abbia già sgranato gli occhi una volta appresa la notizia di questo FON. Non tanto per l’idea alla base della FON community, quanto per il fatto che è possibile portarsi a casa un bel Linksys ad un prezzo stracciato. A quanto pare, però, dal primo di ottobre FON dovrebbe attivare un software che consente di tracciare e visualizzare in tempo reale sul loro portale lo stato di attivazione dei routers di tutti i Foneros sparsi per il mondo.

Mappa dei piu' recenti

Così, se il vostro obiettivo é semplicemente quello di accaparrarvi un router wireless a poco prezzo, sappiate che tutto il mondo potrà accorgersi che siete i soliti italici scrocconi… :D

Guerradipendenti

Visto che ultimamente la vena della lettura sembra non volermi abbandonare, ho approfittato del weekend per divorarmi un libricino che mi era arrivato la scorsa settimana, assieme ad altri volumi, frutto di uno dei miei periodici acquisti on-line “di massa” sul sito della casa editrice Nuovi Mondi Media.

Il libro in questione si intitola “Guerradipendenti” ed è stato scritto/disegnato da Joel Andreas, professore di sociologia alla John Hopkins University di Baltimora.

Guerradipendenti

Perchè “disegnato”? Perchè Guerradipendenti è un libro a fumetti. Neppure io me ne ero reso conto nel momento in cui l’avevo acquistato. Poi, una volta aperto il pacco, la scoperta. Sono rimasto perplesso, lo ammetto. Ma anche incuriosito. Ragione per cui ho momentaneamente accantonato gli altri libri, per scoprire il prima possibile i contenuti di questo.

E la scoperta é stata assolutamente piacevole. La qualità dei fumetti non è eccelsa, ma la cura nei dettagli e la chiarezza espositiva delle parti scritte sono davvero straordinarie. La lettura è scorrevole e drammaticamente semplice, per quanto gli argomenti trattati siano decisamente delicati e controversi. E’ qui che risiede l’intelligenza della critica operata da Andreas. Riuscire a spiegare con un linguaggio semplicissimo, adatto anche ad un bambino, la politica internazionale statunitense degli ultimi 60 anni non è cosa facile. Narrare il perchè gli Stati Uniti si siano intromessi in innumerevoli conflitti, anche distanti migliaia di chilometri dalle loro coste. Cercare di far capire il perchè gli USA si siano univocamente dichiarati “poliziotti del mondo” dopo il crollo del muro di Berlino e che oggi si comportino come tali, esportando la “democrazia” in quelle aree geografiche nelle quali hanno interesse a farlo.

Questo è il compito che l’autore sceglie e svolge egregiamente, mostrando in maniera chiara tutto quello che avviene in caso di guerra: quali sono le parti che ci guadagnano, quali i gruppi sociali che pagano sulla propria pelle le conseguenze di un conflitto. Mai banale, riduzionista o esagerato. Andreas racconta semplicemente la verità, tagliata ovviamente secondo il suo punto di vista, appoggiandosi anche ad una discreta bibliografia. E fa un certo effetto, devo dirlo, trovarla su un libro a fumetti.

E’ una lettura che consiglio a tutti. Onestamente non so se è un qualcosa che farei leggere ad un bambino. Come la maggior parte dei libri tradotti da Nuovi Mondi Media, scritti da intellettuali filo-democratici americani, la critica di fondo contenuta in Guerradipendenti è ferocissima. Niente di nuovo per chi, come il sottoscritto, ha già letto diversi di questi libri e sa quali sono i tasti più delicati che vanno a toccare. Ma qualcosa che potrebbe essere di impatto molto forte sulla psicologia di un bambino e che lo costringerebbe a ribaltare quel modello esclusivamente positivo dell’America che i media si sforzano di inculcargli. Comunque non sta a me giudicare se trattasi di una lettura adatta o meno ad un certo target. Quel che è certo è che anche un bambino potrebbe capire agevolmente i messaggi che il libro si propone di comunicare. E questo fa riflettere. Gli adulti, però. Come me o come voi che state leggendo. Che ancora ci lasciamo abbindolare, spesso e volentieri, dalle favole raccontate dai media asserviti al potere…

Skype scatenata!

Negli ultimi giorni è tutto un susseguirsi di notizie di ogni genere relative a Skype.

Prima di tutto, Netgear ha ufficializzato per il giugno 2006 la data di uscita del primo terminale Skype Wi-Fi.

Netgear Wi-Fi Phone

Tecnicamente si tratta di un gioiellino. E di un notevole passo avanti rispetto allo status quo. Il problema degli attuali telefoni Skype, infatti, è che non integrando al loro interno un client devono essere connessi via USB ad un computer sul quale il client tradizionale è installato. Per effettuare e ricevere chiamate Skype, quindi, il computer deve essere necessariamente acceso e connesso ad Internet. Si tratta del principale limite di un prodotto altrimenti validissimo, quale il Cordless DUALPhone. Un limite facilmente sopportabile da chi fa un uso intensivo del computer, ma più delicato per chi lo utilizza prevalentemente nel tempo libero. E soprattutto un limite alla diffusione di SkypeIn, il servizio che offre un numero telefonico “virtuale”, associato ad un account Skype, raggiungibile da qualunque telefono tradizionale.

Il telefono proposto da Netgear risolve questo problema. E’ infatti sufficiente che sia presente una rete Wi-Fi affinchè il terminale sia sempre collegato a Skype e dunque raggiungibile, sia dagli altri utenti del sistema, sia dagli utenti della telefonia tradizionale, attraverso il succitato SkypeIn. Personalmente mi sarei aspettato che i produttori adottassero inizialmente una soluzione più economica, ad esempio proponendo telefoni cordless, con integrato il client Skype, la cui “basetta” fosse collegabile via ethernet ad un modem/router/switch. Ma ci può anche stare il fatto che l’innovatore, in questo caso Netgear, voglia cercare di “mungere” il massimo dal segmento di mercato nel quale si é inserito, prima che i competitors riescano a rendere disponibili alternative più economiche.

Creative, che deve averla pensata come me, da programma dovrebbe annunciare in questi giorni la disponibilità del suo Skype Internet PhonePLUS. In giro per la rete, però, non ho trovato news che trattino l’argomento.

Per quanto riguarda l’Italia, come sempre abbiamo notizie buone e meno buone. Con il solito, cronico, ritardo, anche gli italiani stanno iniziando a scoprire Skype. E Skype stessa se ne è accorta, aprendo lo scorso 3 maggio una filiale a Milano.

Tra i gestori di telefonia, ancora una volta é 3 a distinguersi per l’abilità di cavalcare il successo un’innovazione che gli altri colossi delle TLC danno ancora l’impressione di vedere in termini di una minaccia competitiva.

Leggendo un articolo comparso su Week.it, si scopre di una nuova offerta lanciata da 3 che, a fronte di un canone mensile di soli 9€, fornisce un kit composto da una PC Card UMTS (ovviamente in comodato d’uso), un paio di auricolari con microfono, un CD con il software di Skype e 25MB di traffico gratuito.

Il problema principale rimane tuttavia quello legato a SkypeIn.
Cito sempre dallo stesso articolo, a firma di Alessandro Longo:

“Obiettivo più ostico sarà dare agli italiani un numero Skypein per ricevere chiamate.
Ci sono numeri Skypein con prefissi degli Stati Uniti, Regno Unito, Brasile, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Hong Kong, Polonia, Svezia e Svizzera; manca quello per l’Italia, a causa delle decisioni del Garante delle Comunicazioni, che concedono numeri italiani solo a servizi VoIp che soddisfino requisiti come la tracciabilità del chiamante, che Skype finora non ha abilitato. Ma l’ufficio italiano sta studiando le norme per capire come e se adeguarsi.”

Non ci resta che sperare che il nuovo ministro decida di affrontare in maniera seria la questione e non si faccia influenzare troppo dagli interessi dell’industria delle TLC.

Chiudo con una critica. Dispiace infatti la scarsa attenzione che Skype sta prestando alla piattaforma Mac. Dopo settimane di proteste sui forum ufficiali, l’azienda ha finalmente fatto uscire la versione Universal Binary (UB) della sua applicazione, in grado di “girare” in maniera nativa anche sui nuovi Mac basati su processori Intel (eliminando dunque l’intermediazione di Rosetta). Agli utenti della mela, però, manca ancora la possibilità di partecipare a videoconferenze (disponibile da tempo su PC) e di inviare SMS (introdotta recentemente, con la versione 2.5 di Skype per Windows). Per quanto non ancora adeguatamente supportate a livello hardware, esistono sul mercato valide alternative a Skype. Mi auguro che il management dell’azienda se ne renda conto e corra ai ripari prima che i buoi siano già scappati dalla stalla.

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