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Some other old good stuff

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per Luglio, 2006

Why We Fight: December 7th

Piano piano mi sto nuovamente immergendo all’interno del clima “tesina di storia”. Al momento sto lavorando su un capitolo dedicato ai campi di internamento americani aperti durante la seconda guerra mondiale. Una pagina di storia contemporanea poco nota, che la manualistica scolastica post-bellica ha sempre cercando di lasciare al suo oblio. Nella speranza di riuscire a finire questo lavoro entro domani sera, vi anticipo una parte dei contenuti della mia tesina.

Iwo Jiwa (McDonald's version)

[Immagine rubata da: http://www.cruel.com/discuss/viewMessage.php/251828]

Si tratta dell’analisi che ho fatto relativamente a “December 7th”, un documentario della serie “Why We Fight“, diretta da Frank Capra e prodotta negli anni ‘40, su finanziamento dell’esercito USA ed a fini dichiaratamente propagandistici.

Il link a cui potete trovare il mio testo è il seguente:
Analisi di December 7th“.

Buona lettura…

Anche i programmatori hanno un’anima

Stavo tirando qualche accidente attorno al template del blog, siccome diverse persone mi hanno detto che ultimamente, da Internet Explorer, si vede malissimo. Ho fatto qualche prova col PC di mia sorella, approfittando del fatto che al momento sono a Roteglia, ed in effetti non è che il blog si vedesse male. Faceva proprio schifo. Ora dovrebbe andare un po’ meglio. Direi che i problemi risalgono a quando ho fatto le ultime modifiche alla sidebar di sinistra, includendo il pulsantino che indica in diretta il mio stato su Skype, ed apportato alcune correzioni di varia natura.

E’ vero che potrei costringere tutti i miei visitatori ad utilizzare Firefox al posto di Internet Explorer (vedi apposito banner contenuto proprio nella succitata sidebar). Ma è anche vero che non ritengo il mio blog una fonte d’informazione così indispensabile da far cambiare il comportamento di navigazione a chicchesia.

Fatto sta che stavo dando un’occhiata al foglio di stile del template di default di Wordpress allo scopo di cercare di districarmi nei meandri della sintassi utilizzata, quando, arrivato in fondo al file, la sorpresa. Commentata, quindi al riparo dai tentativi di interpretazione da parte di qualunque tipo di browser, una vera e propria dichiarazione d’amore da parte del designer del template alla sua fidanzata. Che, a quanto pare, non si decide a sposarlo, nonostante le sue pressanti richieste.

/* “Daisy, Daisy, give me your answer do. I’m half crazy all for the love of you.
It won’t be a stylish marriage, I can’t afford a carriage.
But you’ll look sweet upon the seat of a bicycle built for two.” */

Mi ricorda un po’ “Serenata Rap” di Jovanotti (”… io non ti prometto storie di passioni da copione, di cinema, romanzi o, che ne so, una canzone. Io ti offro verità, corpo anima e cervello, amore, solamente amore, solo solo quello …“), ma comunque sia…

lacrimuccia…

I Partigiani della pace

E’ opinione abbastanza diffusa, in Italia, quella di pensare che tra il “mondo intellettuale” e le correnti politiche tendenzialmente sinistrorse vi sia un legame quasi indissolubile. E’ però interessante cercare di fare un passo indietro, nel tentativo di capire da dove provenga questa convinzione. Com’è nato il legame tra le sinistre e l’intellighenzia del nostro Paese? Cito a questo scopo un paragrafo di “Benedetti Americani”, scritto da Massimo Teodori.

I sovietici e i Partigiani della pace

“La mia impressione” scriveva Raymond Aron a Ignazio Silone nel 1955 “è che Togliatti si è ingegnato e, malgrado la Guerra fredda e il Patto Atlantico, è riuscito a conservare al PCI una rassicurante maschera semiborghese. Il Partito comunista italiano non è veramente isolato nel Paese: costituisce, sì, un contro-Stato, ma pochi sono quelli che se ne rendono conto. Anche se non potrà ottenere una maggioranza assoluta nel prossimo avvenire, esso non ha perso la speranza di disgregare la maggioranza atlantica e d’avvicinarsi quindi, con un giuoco d’infiltrazioni e di combinazioni parlamentari, a quello che è il suo scopo unico: il potere”. Man mano che i rapporto politici, economici e militari italiani andavano consolidandosi con l’Europa e con l’America, la strategia del PCI perseguì il dublice obiettivo di indebolire i vincoli atlantici e delegittimare il ruolo democratico degli Stati Uniti. In quella stagione (1948-1953) la Guerra fredda fu combattuta non solo sul terreno politico e militare ma, ancor più, nella battaglia delle idee (o, piuttosto, “della propaganda”) e degli schieramenti culturali, in uno scontro senza quartiere che spesso divenne ideologico.

Il movimento comunista internazionale, e nel suo ambito il PCI di Togliatti, conosceva bene le tecniche frontiste di mobilitazione degli intellettuali nella politica per meglio sostenere la linea dettata dai gruppi dirigenti nazionali e internazionali dei partiti comunisti. Le direttive del Cominform guidato dal russo Zdanov assegnavano compiti ancillari ai due partiti comunisti (PCI e PCF) ben insediati nelle società occidentali. Occorreva convincere l’opinione pubblica del fatto che l’Unione Sovietica era una potenza pacifica minacciata dall’aggressione imperialistica e, al tempo stesso, che gli Stati Uniti erano responsabili della politica bellicista che riproduceva il nazismo hitleriano sotto la spinta delle forze imperialistiche e capitalistiche. La pace, tema fortemente emotivo nel dopoguerra, era stata posta al centro della martellante campagna dei fronti antiamericani con innumerevoli iniziative che avevano la possibilità di dispiegarsi nei Paesi occidentali grazie alla presenza di intellettuali indipendenti e alla libertà nella politica e nell’informazione di cui si avvalevano anche quanti, una volta al potere, avrebbero imbrigliato il gioco democratico.

Nell’agosto 1948, si tenne a Wroclaw, nella Slesia polacca, il Congresso mondiale degli intellettuali per la pace, con prestigiose presenze: Julien Benda, Pablo Picasso, Paul Eluard, Il’ja Erenburg, Le Corbusier e, tra gli italiani nella delegazione guidata dal responsabile culturale del PCI Emilio Sereni, Salvatore Quasimodo, Ambrogio Donini, Antonio Banfi, Cesare Luporini, Goffredo Petrassi, Elio Vittorini, Sibilla Aleramo e Renato Guttuso. Nell’incontro, che veniva dopo la satelizzazione dei Paesi est-europei, ma prima della costituzione dell’Alleanza Atlantica, il presidente del sindacato sovietico degli scrittori e premio Stalin Aleksandr Fadeev sfoderò un rozzo repertorio di accuse contro la stampa americana rea di raccontare menzogne sull’URSS, e contro l’editoria pornografica e il cinema hollywodiano reo di diffondere il culto della violenza. Lo scrittore stalinista voleva convincere l’opinione pubblica del fatto che “l’anticultura occidentale” era intrisa di elementi delinquenziali, reazionari e fascisti, e che innalzava “sul piedistallo gli schizofrenici e i morfinomani, i sadisti e i lenoni, i provocatori e i degenerati, le spie e i gangster”. Pur se gli argomenti non fecero molta presa, gli pseudoconcetti che li ispiravano furono da allora abbondantemente utilizzati per alimentare le campagne per la pace.

Partigiani della Pace

Il Movimento dei Partigiani della pace, con la presidenza del fisico comunista francese Frédéric Joliot-Curie e la vicepresidenza del socialista Pietro Nenni, fu costituito a Parigi nell’aprile 1949 per dirigere una potente macchina propagandistica indirizzata al mondo occidentale. A Stoccolma (marzo 1950) fu lanciato un appello “a tutti gli uomini di buona volontà, per l’interdizione assoluta dell’arma atomica” firmato, secondo i promotori, da 17 milioni di italiani, cioè da circa il doppio dei votanti per il Fronte popolare socialcomunista. In realtà l’appello al disarmo atomico doveva preparare il terreno all’aggressione comunista contro la Corea del Sud nel momento in cui gli USA erano inferiori quanto ad armamento convenzionale all’Unione Sovietica e questa era in ritardo nella ricerca atomica: la Bomba andava delegittimita in quanto costituiva l’unico deterrente in mano americana.

Alla stessa logica si ispirava l’appello lanciato a Berlino nel febbraio 1951 per “Un incontro dei Cinque Grandi per un patto di pace”. Scriveva Mario Montagnana su “l’Unità”: “L’appello è talmente scevro di qualsiasi spirito di parte che nessuna persona onesta la quale non sia affetta da mania omicida o suicida può negargli la sua adesione e il suo appoggio. Chi oserà in Italia prendere la tremenda responsabilità di respingere l’appello?”. Un anno dopo, mentre infuriava la guerra di Corea, i Partigiani della pace organizzarono un’altra campagna, forsennata, contro il “generale peste”, l’americano Matthew Ridgway, accusato di impiegare armi batteriologiche mentre un sedicente Congresso dei popoli per la pace allestiva a Vienna un appello contro la “preparazione della guerra atomica in corso in America”.

La ragione di tanto attivismo pilotato da Mosca era chiara. Il movimento comunista internazionale si proponeva di coinvolgere nella strategia “frontista” il maggior numero di intellettuali formalmente non di partito, con l’obiettivo di conquistare l’egemonia culturale in Occidente e delegittimare dall’interno la politica di solidarietà euroamericana. In Italia le elezioni del 1948 avevano precluso al PCI ogni prospettiva di conquista del potere per via parlamentare, e l’apparato militare clandestino del vicesegretario Pietro Secchia era bloccato dai nuovi equilibri internazionali dopo la rottura di Tito con Stalin e l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico. La divisione del mondo era ormai una realtà: i Paesi dell’Est europeo erano stati brutalmente comunistizzati; la cortina di ferro separava la Repubblica Federale Tedesca a Ovest dalla Repubblica Democratica Tedesca a Est; e in Corea gli americani stavano “contenendo” l’esercito rosso del Nord.

Dunque il comunismo staliniano, per espandersi, non poteva che giocare la carta “dolce” della pace puntando sull’anello debole e vulnerabile delle società occidentali: gli intellettuali. In Italia ne accorsero molti dietro la colomba bianca di Picasso: distribuirono i premi della pace gli scrittori Massimo Bontempelli e Alberto Moravia, i critici letterari Natalino Sapegno e Luigi Russo (”nessun altro popolo come il popolo sovietico è tanto geloso della propria libertà”), gli storici dell’arte Giulio Carlo Argan e Ranuccio Bianchi Bandinelli; e con loro si schierarono, tra gli altri, l’editore Giulio Einaudi, il commediografo Eduardo De Filippo e lo scrittore per l’infanzia Gianni Rodari.

Il fatto era che, dietro la parola d’ordine della pace, i suoi partigiani difendevano puntualmente gli interessi dell’Unione Sovietica. Lo dichiarò apertamente Togliatti al congresso del PCI dell’aprile 1951:

Con questo congresso, nel quale vogliamo porre al centro dell’attenzione non solo del nostro partito ma di tutta la nazione la questione della salvezza della pace, non abbiamo alcuna riluttanza ad affermare che nella lotta per la difesa della pace la parte dirigente, la parte guida, spetta al paese del socialismo, spetta all’Unione Sovietica.

E lo ribadì anche Umberto Terracini, forse perchè in odore di eresia:

Posti al gran varco, noi non possiamo più attenerci al solo vecchio glorioso “no alla guerra”. E, pure convinti che la lotta per la pace, svolta conseguentemente mobilitando gli strati della popolazione interessati a stroncare i piani di guerra degli imperialismi, può riuscire ad imporne la rinuncia ai responsabili, dobbiamo tuttavia aggiugnere in piena consapevolezza: “Ma, se mai, vittoria all’Unione Sovietica!”.

Una posizione simile fu assunta dai giovani intellettuali accorsi nel PCI direttamente dalla milizia fascista. Scriveva Mario Alicata in una corrispondenza dall’URSS per “l’Unità”, nel 1952:

In questo paese, oggi, l’uomo è più libero che in tutti i paesi del mondo … questo è il primo paese della storia del mondo in cui tutti gli uomini siano, finalmente, liberi.

Gli appelli pacifisti si rivolgevano esclusivamente contro bersagli americani e occidentali: contro la bomba atomica, cioè “un’arma non di difesa” in mani yankee; contro le “alleanze militari”, vale a dire la NATO; contro il “colonialismo” delle potenza occidentali; contro il “riarmo della Germania federale e del Giappone”, e contro la “crociata imperialistica americana in Corea”. Queste campagne, che riscuotevano molto successo tra gli intellettuali, si inquadravano nella prospettiva politica di Togliatti: “I comunisti italiani sono disposti a ritirare l’opposizione tanto parlamentare quanto nel Paese a un governo il quale, modificando radicalmente la politica estera, cioè sottraendo l’Italia a quegli impegni che la portano inevitabilmente verso la guerra, impedisca che la nostra Patria sia trascinata nel vortice di una nuova guerra”.

I Partigiani della pace abbassarono il tono solo quando la situazione dell’URSS cominciò a cambiare. Nell’anno 1953 moriva Stalin, l’URSS sperimentava la bomba termonucleare, in Corea si firmava l’armistizio, e gli USA e l’URSS, entrambi in possesso di equivalenti armi non convenzionali, davano inizio alla “distensione”. In Italia, nel maggio 1954, per la prima volta dalla rottura dell’unità antifascista, il PCI e il PSI firmavano in Parlamento con i partiti della maggioranza (DC, PSDI, PLI e PRI) un documento unitario che invocava un accordo tra gli Stati per interdire la bomba atomica.

Quando l’URSS divenne una potenza nucleare, il linguaggio dei comunisti si adattò al cosiddetto “disgelo” e i militanti della pace si adeguarono al nuovo corso kruscioviano e togliattiano. Nel 1955 il Congresso mondiale dei Partigiani della pace ad Helsinki segnò il tramonto del movimento: l’anno successivo il vicepresidente Nenni lo abbandonò, restituendo il premio Stalin per la pace. Ma soltanto dopo il rapporto Chruscev (febbraio 1956) Togliatti corresse la rotta lanciando con un’intervista a “Nuovi argomenti” il policentrismo comunista e la “via italiana al socialismo”, salvo approvare nei mesi immediatamente successivi l’intervento sovietico contro l’insurrezione ungherese in seguito al quale molti intellettuali abbandonarono il PCI.

[Tratto da: Massimo Teodori, "Benedetti americani"]

TIM SPOT by ANSA

CALCIO: Quando l’accordo con il Levizzano sembrava ormai essere andato in porto, un autentico colpo di scena sconvolge il calciomercato dilettantistico della provincia reggiana. L’estroso portiere Fabio Ruini, nella stagione 2006/07, difenderà infatti la porta dell’FC Fellegara, retrocesso in Terza Categoria nell’ultima annata e fermamente intenzionato a riconquistare immediatamente la categoria perduta.

Anche se manca ancora l’ufficialità, per via dei tentativi di prendere tempo operati dalla dirigenza della Polisportiva Secchia, società di Muraglione detentrice del cartellino del giocatore rotegliese, l’affare può ritenersi concluso.

Il tanto chiaccherato tradimento, con il passaggio di Ruini dalla Polisportiva Secchia ai “cugini-nemici” del Levizzano, dunque non si materializzerà. E’ pur vero, però, che Ruini ha disputato in passato due stagioni nelle fila dell’US Boiardo MAER, rivale storica dell’FC Fellegara. Risulta quindi possibile parlare ancora di “tradimento”, seppur in tono decisamente minore.

Nella società scandianese, il neo-acquisto troverà come allenatore l’ex-professionista Albi e come preparatore dei portieri quel Barbieri che, da ragazzino, Ruini guardava giocare tra i pali della storica US Virtus Roteglia.

Il giocatore desidera ringraziare la società US Levizzano per la stima mostrata nei suoi confronti, nonchè la Polisportiva Secchia, nella quale ha trascorso una parte importante della propria vita calcistica, prima dei dissapori che sul finale della scorsa stagione hanno portato al divorzio.
Nessuna promessa particolare viene fatta da Ruini nei confronti dei tifosi fellegaresi, se non l’impegno ad onorare nel migliore dei modi la nuova maglia.

Monte Cassino 1944, scatenate i marocchini

Finalmente posso riprendere a studiare gli argomenti che mi piacciono maggiormente. Ho ripreso in mano il mio bel file di Word contenente la bozza della tesina di storia e mi sono ricordato il perchè non l’avessi ancora finita, nonostante ci avessi passato sopra un infinito numero di nottate. Semplicemente l’avevo intesa un po’ come la mia “opera omnia”. Il titolo del lavoro, che già è stato cambiato due/tre volte rispetto a quello previsto originariamente, al momento è: “Da Pearl Harbor alle Twin Towers: gli Stati Uniti e la mobilitazione propagandistica contro i nemici interni ed esterni“.

Avevo provato ad infilarci dentro un po’ tutti i libri letti in vita mia sull’argomento (e sono tanti, considerato quanto mi piace il genere) e così il tutto stava diventando letteralmente infinito. Se io fossi un agente puramente razionale mi direi che non è il caso di aggiungere ulteriore carne al fuoco. Ma siccome razionale non lo sono mai stato, già stamattina mi sono armato di Google e messo a cercare un altro po’ di materiale. Ho trovato in particolare un bell’articolo di Tommaso Baris, dottorando di ricerca in storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma, comparso su Millenovecento (numero 14 del dicembre 2003) e poi ricopiato integralmente su Storialibera.it.

E’ vero, non c’entra molto con la propaganda di guerra statunitense. Però è molto interessante lo stesso. Vi lascio alla lettura.

Monte Cassino 1944, scatenate i marocchini (di: Tommaso Baris)

Nella primavera del 1944, gli anglo-americani, bloccati ad Anzio e Cassino dall’accanita difesa tedesca (1), decisero di aggirare l’ostacolo chiedendo al comandante francese Alphonse Juin di espugnare la dorsale montuosa degli Aurunci, prendendo alle spalle il dispositivo di difesa germanico. Il 12 maggio l’offensiva francese fu lanciata in direzione del monte Faito e del monte Maio, il cui controllo consentiva l’accesso alla catena dei monti Musoni. Grazie all’attacco condotto attraverso località assai impervie, in due giorni le truppe marocchine inquadrate nell’esercito francese (i cosiddetti goumier) aprirono ai mezzi corazzati la via per Ceprano e Frosinone e risalirono, nella settimana successiva, la provincia fino alla valle dell’Amaseno e del Sacco, costringendo i tedeschi a una rovinosa ritirata per evitare l’accerchiamento (2).

Goumiers

Durante la loro travolgente avanzata, per circa due settimane, dal 15 maggio all’inizio di giugno, quasi dimezzate dalla resistenza tedesca (alla fine della battaglia i goumier erano ridotti a circa 7 mila), le truppe francesi si abbandonarono a una serie impressionante di saccheggi, omicidi e stupri in tutti i paesi conquistati, soprattutto contro gruppi ristretti di persone o individui isolati, finchè non fu loro ordinato di arrestare la marcia a Valmontone. Il carattere sistematico delle violenze e la sostanziale acquiescenza di comandanti e ufficiali diffusero la convinzione della libertà di azione concessa ai soldati coloniali contro i civili, nonostante le sanzioni previste nei codici militari per i reati citati. In un memorandum della Presidenza del Consiglio, l’atteggiamento degli ufficiali francesi era duramente stigmatizzato perché «lungi dall’intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi», segnalando come le truppe marocchine fossero state reclutate «mediante un patto che accorda loro il diritto di preda e saccheggio» (3). «Gli ufficiali lasciano ai marocchini una discreta libertà di azione» e «nella generalità dei casi essi preferiscono ignorare e da qualcuno è stato anche detto che agli irregolari marocchini spetta il diritto di preda».

Una nota del 25 giugno del 1944 del comando generale dell’Arma dei Carabinieri dell’Italia liberata alla Presidenza del Consiglio, segnalava nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo, e Sgurgola, in soli tre giorni (dal 2 al 5 giugno), 418 violenze sessuali, di cui 3 su uomini, 29 omicidi, 517 furti compiuti dai soldati marocchini, i quali «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (…) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate» (5).

L’impatto per la popolazione civile fu quindi traumatico. L’ondata di violenza generalizzata e sottratta a ogni controllo dei tanto attesi liberatori gettò gli abitanti in uno stato di prostrazione profonda, accentuando il senso di sfiducia verso ogni realtà esterna. La liberazione tanto agognata si trasformò in un incubo di violenza sfrenata e incontrollata. L’inatteso seguito degli avvenimenti è rimasto impresso a caratteri assai vividi nella memoria dei protagonisti (6). «Li potettero qua a migliaia, se vedevano scegnere dalla montagna… da luntano erano come alle furmiche», ricorda Concetta C. «Ma fuiette nu passaggio, in tre iuorni, facettero l’inferno. Erano na razzaccia brutta e sporca. C’avevano gli ‘recchini agliu nase, certe vesti longhe (…). pe tutta la montagna se sentivano strilli e lamenti…» (7). Giovannina M., un’altra testimone intervistata, dei marocchini dice: «Nui aspettavamo gli liberatori, arrivettero chigli da n’auta razza. Erano brutti, parevano gli diavoli. Ce rubettero chigliu poche che c’era rimasto e facettero tanto scempio della populazione… C’avevano carta bianca agliu fronte e facettero tutte chelle sporcizie agli omene e alle femmene… una strage. Chisti marocchini erano sporchi, come alle bestie. Erano niri con gli occie rusci, con gli ‘recchini agliu nase… na montagna piena, sbucavano da tutte le parte, pigliavano tutte le donne che incuntravano e se le purtavano alla boscaglia, passavano in colonna in mieso a nui… addò vuò scappà?» (8).

Non diversa l’immagine trasmessa dalle fonti ufficiali. Una relazione del Ministero degli Affari Esteri sottolineava che «quotidianamente, in qualunque ora del giorno e della notte» avvenivano «violazioni carnali, ferimenti e assassini, rapine e saccheggi. Molto frequenti erano stati i casi di ragazze giovanissime deflorate e violentate successivamente da interi gruppi di soldati in preda a furia sadica», mentre «molte donne sono state trovate cadavere a seguito delle violenze patite. Molto spesso tali atrocità sono state commesse in presenza dei famigliari, ridotti prima all’impotenza, e dopo il massacro degli stessi», confermando che «i genitori, i fratelli, i mariti» erano stati costretti «ad assistere allo scempio effettuato» e spesso «uccisi, feriti o malmenati per la resistenza fatta o la difesa esercitata allo scopo di impedire le violenze carnali» (9). La natura selvaggia del comportamento del Cef disorientò quindi la popolazione, convinta di vedere arrivare gli americani: «Girava la voce che venivano gli americani… invece gli americani non c’hanno passato alla montagna» (10) dice Tommaso Fortunato. la sorpresa fu totale. Gli abitanti rimasero stupiti prima dall’aspetto dei liberatori, poi, dall’inatteso dilagare delle violenze. «E’ stata brutta. per fortuna i marocchini qui non sono passati… all’inizio quando ho visto a Sora questi neri, ho detto: mamma mia guarda gli animali… lo dissi alla figlia della padrona, perché non mi rendevo conto che anche loro erano esseri umani» (11). «Nui non lo sapevamo mica che chisti marocchini pigliavano le femmine», racconta Maria De Angelis, «Nui sentivamo alluccà (gridare) ma non lo sapevamo chello che stevano a portà annanze (avanti) la gente pé la riparà e loro non ce vulevano ì (andare)» (12).

La sensazione di impotenza, la tolleranza mostrata dai comandi verso i marocchini, il riconoscimento ufficiale che pareva accompagnare la loro violenza selvaggia e indiscriminata, totalmente al di fuori di una possibile regolamentazione, sconcertò gli abitanti dei paesi liberati. L’impossibilità di una qualsiasi difesa dinnanzi al dispiegarsi di una ferocia animalesca (più volte richiamata dall’accostamento dei goumier alle bestie), così feroce da fuoriuscire dalla sfera umana (indemoniati e diavoli sono infatti definiti ripetutamente i marocchini), l’abbandono subito dalle autorità alleate in cui avevano riposto tanta fiducia, segnarono in maniera indelebile la memoria dei giorni di guerra. L’immagine restituitaci, e dalla documentazione archivistica e dalle testimonianze orali, è quella di un paesaggio infernale: «I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre (…) da altri militari veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi» (13).

«Nui le semo incontrati per la via e pure in mieso alla strada se pigliavano le femmene», racconta sempre Giovannina M. «Gli omene anziani che stavano con nui nun ce putevano soccorre pecchè loro erano assai e ammazzavano chili che difendevano le donne…C’erano gli graduati che erano bianchi, francisi e non gli dicevano (g)niente. Iemmo (andammo) a fa commedia agliu commando… ce dissero che per fa ì (andare) annanzi gli marocchi li avevano dovuti dà “carta bianca”. Solo alla fine, dopo tre iuorni, gli tolsero sta carta bianca». «Arrivettero addò stavamo nui e con chisti ce stevano pure i francisi, chigli che gli cumannavano», aggiunge Concetta C. «E facettero stragi… Io c’avevo le mie cose, quando se ne accurgettero gli due che m’avevano sbattuta per terra s’alluntanarono (…). Sai quante vecchie so morte per gliu dolore…». La popolazione poté soltanto nascondersi, sperando di riuscire a sfuggire ai soldati: «La notte so arrivati chisti marocchini e hanno cominciato a bussare alle case… grida dappertutto nel paese. A casa nostra non hanno fatto niente pecché la seconda notte si è ristretta tutta la famiglia… abbiamo chiuso dentro con una varra (sbarra) dietro la porta, e così dopo tre giorni è passata la furia» (14). Per il capitano Pittalli «il 90% delle persone che hanno attraversato la zona di operazioni delle truppe marocchine sono state derubate di ogni loro avere, come anche molto alto è il numero delle donne violentate, e notevole anche il numero degli atti contro natura commessi a danno di uomini», ricordando che «molti casi vengono taciuti» (15). I dati del Ministero degli Interni, raccolti pochi mesi dopo la liberazione, indicano in circa 3.100 le donne vittime delle violenze sessuali da parte delle truppe marocchine (16) ma si tratta di una stima nettamente inferiore al numero reale degli abusi. La guerra moderna tendenzialmente totale, mise quindi in comunicazione anche le piccole località periferiche con i grandi eventi, che spesso finirono per coinvolgerle. La comunità, impossibilitata ad incidere sugli eventi, non riuscì ad elaborare una valutazione condivisa della violenza che la travolse.

Note
(1) Sui numerosi tentativi degli anglo-americani di sfondare la linea Gustav nella zona di Cassino esiste una vasta bibliografia: W Nardini, Cassino fino all’ultimo uomo, Milano, Mursia, 1962; R. Bohmler. Montecassino. Con le truppe tedesche dalla Sicilia a Roma, Milano, Baldini & Castaldi, 1965; F. Majdalany, La battaglia di Cassino, Milano, Garzanti, 1974; J. Piekalkiewicz, Cassino. Anatomia di una battaglia, Novara, De Agostini 1981; D. Hopgood/D. Richardson, Montecassino, Milano, Rizzoli, 1985.
(2) B.H. Liddel Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, Milano, Mondatori, 1970, pag. 750.
(3) ACS, PCM, 1948-50, n.33491, f.19-10, sf. 1 Violenze truppe alleate. Il memorandum non datato accompagna la lettera del Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi alla Commissione alleata di Controllo del 10-7-1944.
(4) ASMAE, Affari politici, 1931-1945, Francia, b. 98, f. Atrocità varie commesse dalle truppe francesi ai nostri danni, sf. 1 Nota del capitano Pittalli della stazione dei Carabinieri del 25-5-1944.
(5) ACS PCM, 1944-47, n.10270, f. 19-10, sf 1 Truppe alleate comportamento. Nota del Comando generale dell’arma dei Carabinieri del 25-5-1944.
(6) Sull’immagine delle truppe marocchine conservata nella memoria delle donne: V. Chiurlotto (a cura di), Donne come noi. Marocchinate 1944-bosniache 1993, in “DWF”, n1, 1993, pp 42-67.
(7) Intervista a Concetta c, 1918, contadina, realizzata il 12-9-1999 ad Esperia.
(8) Intervista a Giovannina M, 1921, contadina, realizzata il 13-9-1999 ad Esperia.
(9) ACS, PCM, 1944-47, n.10270 f. 19-10: “Truppe alleate comportamenti”. Telespressodel 16-10-1944, inviato dal Ministero degli Affari Esteri alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministero degli Interni, allo Stato Maggiore Generale, alle rappresentanze diplomatiche italiane di Londra e Washington.
(10) Intervista a Tommaso Fortunato, 1912, contadino, realizzata il 20-11-2001 ad Esperia.
(11) Intervista a Laura A, 1927, casalinga, realizzata il 23-04-2001 a Cassino da Francesca Burdi.
(12) Intervista a Maria De Angelis, 1927, contadina, realizzata il 30-12-2001 ad Esperia.
(13) ASF, Prefettura di Frosinone 1927-1987, II serie, b.1620, f. “Donne violentate dai marocchini. Piedimonte San Germano”. Segnalazione dei Carabinieri all’Ufficio provinciale dell’Assistenza postbellica del 9-9-1946.
(14) Intervista a Gladinoro Messore, 19282, contadino, realizzata il 90-2-2002 a S. Ambrogio sul Garigliano.
(15) ASMAE, Affari politici, 1931-45, Francia b.98, f. “Atrocità varie commesse dalle truppe francesi ai nostri danni” sf. 1 Nota del capitano Pittalli alla stazione dei carabinieri di Aversa del 28-5-1944.
(16) ACS, MI, Gab.1944-46, b. 27, f. 2097, “Assistenza sanitaria alle donne che subirono violenza da parte dei marocchini nella provincia di Frosinone e Littoria”. Nota del 13-9-1944.

IL PROCLAMA FANTASMA DI JUIN
«Il vostro generale vi annuncia, vi promette solennemente, vi giura, sul suo onore di soldato e sulla bandiera della Francia, che si alza, per l’ultima volta, il sole sulle vostre sofferenze, sulle vostre privazioni, sulla vostra fame. Oltre quei monti, oltre quei nemici che stanotte ucciderete, c’è una terra larga… ricca di donne, di vino, di case. Se voi riuscirete a passare oltre quella linea senza lasciare vivo un solo nemico, il vostro generale vi promette, vi giura, vi proclama che quelle donne, quelle case, quel vino, tutto quello che troverete sarà vostro, a vostro piacimento e volontà. Per 50 ore. E potrete avere tutto, prendere tutto, distruggere o portare via, se avrete vinto, se ve lo sarete meritato». E’ tradizione diffusa che all’alba del giorno fissato per l’attacco sul fronte del Garigliano, il 14 maggio 1944, il generale Alphonse Juin abbia inoltrato, alle truppe nordafricane (goumier) della seconda divisione di fanteria, del generale Dody, e della quarta divisione da montagna, del generale Guillaume, il proclama appena citato. Di questo proclama, pubblicato nelle più disparate versioni non si ha però attualmente traccia che ne assicuri la veridicità storica. E’ comunque da rimarcare il rifiuto opposto dalle autorità francesi alla libera consultazione degli archivi militari per la vicenda in questione: se ci fosse una smentita a questa tesi o comunque una serie di carte che la rendessero improbabile, il comportamento delle autorità francesi sarebbe lo stesso?

IL CEF, CORPS EXPEDITIONNAIRE FRANÇAIS
Il Corps expeditionnaire francais, formato da circa 130 mila uomini, inquadrato in quattro divisioni, al comando del generale Alphonse Juin, si caratterizzava per la presenza di circa 12 mila goumier, soldati di origine marocchina ed algerina specializzati nella guerra di montagna, organizzati in piccoli raggruppamenti, denominati goum, posti al comando di un ufficiale francese. Così descrive Fred Majdalany queste truppe: «Agiscono come una marea su una fila di castelli di sabbia. Sono capaci di spingersi ad ondate su un massiccio montano dove truppe regolari non riuscirebbero mai a passare. Attaccano in silenzio qualsiasi avversario si presenti, lo distruggono e tirano via senza occuparsi di quel che accade a destra o a sinistra. Hanno l’abitudine di riportarsi indietro la prova delle vittime uccise; perciò sono nemici con cui non è piacevole aver a che fare» (Fred Majdalany, La battaglia di Cassino, Milano, garzanti, 1974, pag. 283).
Ai goumier fu affidato il compito di conquistare la dorsale montuosa dei Monti Aurunci, permettendo così alle truppe anglo-americane, nel maggio 1944, l’aggiramento della rocca di Cassino, strenuamente difesa dai paracadutisti tedeschi, e lo sfondamento della linea Gustav, aprendo all’esercito alleato la strada per Roma. L’alta pericolosità dell’azione spinse di fatto le autorità alleate a concedere informalmente carta bianca ai soldati nord-africani contro la popolazione civile.

-2 (ossia “pausa-sboroneggiamento”)

Mi ero tirato una discreta gufata l’altro giorno. Ma, nonostante questo, è andata bene lo stesso. Anche la mia parentesi di psicologo sociale va in archivio. E lo fa più che degnamente, forte di un bel 27 conseguito in neppure dieci minuti di test a risposta multipla. Il tempo a disposizione per rispondere alle 30 domande previste, in realtà, era di mezzora. Ma siccome ero un po’ paranoiato di fuoriuscire dai limiti temporali previsti, ho corso un po’ troppo. E così, dopo 9 minuti e rotti, stavo già scendendo le infinite scale della facoltà per andarmi a fumare una sigaretta. E gustarmi, accanto alla nicotina, il mio “neo-preso” 27.

Fondamentali, ai fini del superamento dell’esame, sono state le tre ore passate ieri notte in cucina: io da una parte del tavolo e Ale dall’altra, a giocare a “Chi vuol essere uno psicologo sociale”. A farci domande a vicenda sulle varie parti dei libri e delle dispense. E a ringraziare, ogni secondo, quella buon anima della prof. che ha deciso di impostare questo esame sulle multiple choices e non sotto forma di interrogazione orale.

Mi mancano solo due esami ora: Storia dell’Innovazione ed Economia della Complessità. Ma per entrambi questi corsi devo preparare una tesina. Mai più tensioni pre-esame, dunque. Ed una di queste tesine, quella di storia, è quasi già pronta. L’altra dev’essere ancora iniziata, ma la considero già un punto di partenza in direzione della tesi di laurea finale. Tra l’altro, la mia media-voto, ponderata per i crediti dei vari corsi, dopo l’esame di oggi recita 28.5625, che in centodecimi equivale a 104.72.

Chapeau… :-D

L’omicidio di Kitty Genovese e gli esperimenti sulla diffusione di responsabilità

Era il 13 marzo 1964. Mancavano ancora alcune ore al sorgere del sole. Catherine Genovese, detta Kitty, aveva appena parcheggiato la sua autovettura e si stava accingendo a percorrere quei pochi metri che la separavano dal portone di casa sua, ai Kew Gardens di New York.

Kitty Genovese

Il tempo di percorrere pochi passi ed un uomo, tale Winston Moseley, le corse addosso colpendola con due coltellate alla schiena. Le urla ed i pianti della giovane richiamarono l’attenzione di una persona che abitava nelle vicinanze, il quale si affacciò alla finestra ed intimò all’aggressore di lasciar stare quella ragazza. Moseley, vistosi scoperto, tornò alla sua macchina e scappò via. Salvo tornare, dieci minuti più tardi, sul luogo dell’aggressione. Niente polizia, niente ambulanze, niente di niente. Kitty Genovese era ancora lì: aveva percorso solo pochi metri dal luogo in cui aveva ricevuto le prime due coltellate. Moseley si avventò nuovamente su di lei, accoltellandola ripetutamente. Tentò di stuprarla, mentre giaceva priva di coscienza al suolo, e poi le inflisse altri colpi di coltello, lasciandola morire dissanguata per terra.

L’attacco durò, nella sua interezza, circa 30 minuti. Un articolo pubblicato da Martin Gansberg sul New York Times del 27 marzo enfatizzò il fatto che “For more than half an hour thirty-eight respectable, law-abiding citizens in Queens watched a killer stalk and stab a woman in three separate attacks in Kew Gardens“. 38 persone avevano assistito, o comunque percepito, l’aggressione a Kitty Genovese, senza tuttavia intervenire o limitarsi a chiamare almeno la polizia. La giovane, proveniente da una famiglia di origine italiana, fu assassinata nell’indifferenza del vicinato.

Dopo le inevitabili polemiche di stampo sociologico che infervorarono negli states, gli psicologi sociali decisero di studiare in maniera più approfondita e “scientifica” la questione. Fu Rosenthal a rompere il ghiaccio. Le sue osservazioni furono poi riprese da Latané e Darley, che misero a punto diversi esperimenti per dimostrare come il concetto di “diffusione di responsabilità” giocasse un ruolo fondamentale sul manifestarsi dei comportamenti altruistici delle persone.

Una sintesi molto schematica dei principali risultati raggiunti dai due ricercatori la si trova in una dispensa a cura della prof.ssa Nicoletta Cavazza, dove viene riassunto quanto spiegato con estremo dettaglio all’interno di un capitolo del suo volume (curato insieme ad Augusto Palmonari) “Ricerche e protagonisti della Psicologia Sociale“:

Latané e Darley (1968) si proposero di condurre una ricerca a partire dall’ipotesi che la probabilità di attuazione di comportamenti altruistici sia governata anche da fattori relativi alla situazione e non soltanto da quelli socialmente patologici, come la mancanza di valori, o da fattori individuali, come la tendenza personale all’aiuto o alla violenza.

Idearono dunque un esperimento, in cui un soggetto sperimentale fittizio chiedeva aiuto durante una crisi epilettica. Le tre condizioni prevedevano che il soggetto sperimentale pensasse di essere solo, con altre due persone o con altre quattro persone ad affrontare il compito.

Dai risultati emerse che venne prestato soccorso nell’85% dei casi nella prima condizione, nel 62% nella seconda, nel 31% nella terza. L’interpretazione fa riferimento all’effetto di “diffusione di responsabilità”.

La probabilità che una persona metta in atto un comportamento altruistico, in sostanza, è correlata in maniera inversa con la densità di presenza di altre persone nel medesimo ambiente in cui questo comportamento altruistico sarebbe richiesto. Se ad un fatto che richiederebbe un intervento assistono molte persone, allora è altamente probabile che nessuna di queste intervenga in maniera attiva, poichè il concetto di diffusione di responsabilità agisce su ogni singolo individuo facendolo sentire non in dovere di intervenire.

Pensateci quando decidete di farvi aggredire da qualcuno. Meglio che siate in pochi…

Stanley Milgram e le ricerche sull’obbedienza all’autorità

Mercoledì l’esame di Psicologia Sociale. Non voglio gufarmi, ma se tutto dovesse andare bene, sarebbe l’ultima volta che mi presento in facoltà per sostenere un esame. A parte Psicologia Sociale, infatti, che non sarebbe originariamente parte del mio piano di studi (ma siccome mi mancavano ancora 8 crediti a libera scelta, mi sono buttato su questa), mi mancano ancora le due tesine di Economia della Complessità e di Storia dell’Innovazione. Da farsi a casa per conto proprio. La seconda è già ad un ottimo punto (ho scritto fino ad ora più di 60 pagine), mentre la prima è in alto mare in quanto a realizzazione fisica, ma promette bene, siccome il prof. mi ha autorizzato bene o male a “farla su quello che voglio”. E così, sarà tutta roba che mi piace. Con un occhio già rivolto alla tesi.

Ma dicevo di Psicologia Soclale. Purtroppo il tempo stringe e così ho dovuto rinunciare a proseguire di studiare il monumentale libro di testo, per dedicarmi a qualche più agevole sintesi/riassunto/rielaborazionedivarianatura. Peccato, perchè dopo essermi paranoiato sulla parte più teorica, ora non posso gustarmi appieno la parte divertente del corso. Che, nello specifico, sarebbe la descrizione dei vari esperimenti condotti sull’aggressività e l’altruismo, sulle interazioni tra gruppi, sulla sottomissione all’autorità, ecc… Proprio in merito a quest’ultimo punto (non l’eccetera, ma la sottomissione all’autorità), ho trovato su Wikipedia una sintesi abbastanza accurata della “storica” ricerca condotta da Stanley Milgram e dalla sua equipe.

Buona lettura…

Stanley Milgram (New York 1933 – 1984) è uno psicologo statunitense che trascorse la sua carriera di ricercatore e professore presso le università di Yale e di Harvard, per poi trasferirsi alla City University di New York.

Ideatore di raffinate tecniche di ricerca, è autore di vari contributi che riguardano la vita nelle grandi metropoli, la relazione tra il potere di condizionamento esercitato dalla televisione e i comportamenti antisociali. Ma il suo nome è soprattutto legato agli studi riguardanti la determinazione del comportamento individuale, da parte di un sistema gerarchico e autoritario che impone obbedienza.

Esperimento di Milgram
[Disegno rubato da: http://www.unm.edu/~mpirrita/My_Artwork/index.html]

Egli condusse, nel 1961, un celebre esperimento della durata di un’ora, presso i locali dell’Interaction Laboratory dell’Università di Yale, teso a verificare il livello di aderenza agli ordini impartiti da un’autorità, nel momento in cui tali ordini entrano in conflitto con la coscienza e la dimensione morale dell’individuo.

I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica. Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale. Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.

Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento. L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1-4) scossa leggera, (5-8) scossa media, (9-12) scossa forte, (13-16) scossa molto forte, (17-20) scossa intensa, (21-24) scossa molto intensa, (25-28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29-30) XXX.

All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:

  1. Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: “scatola azzurra”, “giornata serena”;
  2. ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: “azzurra – auto, acqua, scatola, lampada”;
  3. decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;
  4. in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.

Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento.

Erano previsti quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l’insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra. Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”. Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di interrompere la prova. Al termine dell’esperimento i soggetti furono informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa, che il loro comportamento era stato del tutto normale, che anche tutti gli altri partecipanti avevano reagito in modo simile.

Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti dell’esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero verbalmente, una percentuale considerevole di questi, obbedì pedissequamente allo sperimentatore. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%. Questo stupefacente grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l’obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini. I soggetti dell’esperimento non si sono perciò sentiti moralmente responsabili delle loro azioni, ma esecutori dei voleri di un potere esterno.

[Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Stanley_Milgram]

Qualche lettura per l’ombrellone

Sarà un po’ il caldo. Sarà un po’ il clima “spiaggesco” della Roteglia di questi giorni. Sarà soprattutto la poca voglia di studiare per l’esame di mercoledì prossimo. Sarà quello che volete, ma fatto sta che in questi giorni sto leggendo un po’ di tutto.

Tanto per cominciare, la settimana scorsa ho finito un libro spassosissimo di Nando Dalla Chiesa, intitolato “Vota Sìlviolo!“, che avevo acquistato qualche settimana fa, in occasione della Notte Bianca a Reggio Emilia, quando proprio Dalla Chiesa era venuto nella nostra facoltà a fare una sorta di spettacolo.

Vota Sìlviolo!

“Vota Sìlviolo!” è un romanzo, se così vogliamo chiamarlo. Racconta la storia di un Paese. E di un uomo, un personaggio che sembra essere uscito dai fumetti, ma che in realtà é a capo di un partito politico. Che, dopo cinque anni di governo, punta nuovamente a vincere le elezioni. E che, per farlo, predispone una colossale campagna elettorale, aiutato in questo compito dai suoi più fidi scudieri. Il risultato è ovviamente un qualcosa di divertentissimo. E ci sarebbe in effetti da riderci sopra, se ci dimenticassimo che il “romanzo” in questione è in realtà una satira feroce e pungente dedicata al portatore nano di democrazia. Satira fatta però con maestria. Se Dalla Chiesa mi aveva fatto una pessima impressione dal vivo, con questo suo libro mi sono davvero dovuto ricredere. Non siamo di certo ai livelli de “La fattoria degli animali” di Orwell, ma anche questa è satira fatta decisamente bene.

Preso dall’euforia della lettura, mi sono poi risparato tutto d’un fiato “Kamikaze made in Europe“, di Magdi Allam.

Kamikaze made in Europe

Il personaggio è noto. Il suo stile è duro e crudo ed arriva direttamente al nocciolo della questione, esponendo in maniera chiara ed inequivocabile il suo punto di vista sulle cose. In questo libro si tratta il tema dell’infiltrazione delle basi logistiche dell’integralismo islamico sul suolo europeo. Benchè il libro sia un tascabile, di dimensioni molto ridotte anche in quanto a numero di pagine, non è facile tracciarne un riassunto in poche righe. Gli argomenti trattati sono moltissimi. Le tesi possono essere condivisibili o meno. Certo, sentir parlare di integralismo islamico da parte di un islamico fa sempre un altro effetto che non sentirsi spiegare queste cose da, che ne so, un Giuliano Ferrara qualunque. Se non altro è per questo motivo che vi consiglio la lettura.

Non contento di tutto ciò, mi sono infine iniziato un altro libro: “Benedetti Americani“, di Massimo Teodori. Ho letto giusto una trentina di pagine fino ad’ora, ma il pensiero dell’autore di questo saggio mi sembra già molto chiaro. E se non avessi addocchiato nel retro-copertina che costui è stato uno dei fondatori del Partito Radicale, avrei giurato fosse stato un forzista. Lettore avvisato…

La rivincita degli Amica Chips

Dopo la delusione nella finale del Torneo dei Rioni di ieri, era l’ora di prendersi una bella rivincita. E quale miglior occasione poteva esserci, se non il torneo di beach volley in programma questa sera nell’ambito dei Giochi d’Estate rotegliesi?

Beach Volley

La prima partita non è stata particolarmente incoraggiante. Con un giocatore reduce da uno stiramento muscolare, uno completamente ubriaco, ed una ragazza visibilmente impacciata nel maneggiare la palla da beach (frase volutamente impostata in maniera tale da lasciare campo aperto a battutacce maschiliste e stra-scontate), abbiamo preso una rullata mica da ridere. 25 a 14 il risultato finale, con gli Amica Chips mai in partita.

Nella seconda gara le cose non vanno molto meglio. Si combatte con un po’ più di grinta, ma il risultato rimane più o meno simile. Gli avversari, i “No Clab”, si portano in vantaggio sul 24 a 17 e possono così disporre di 7 match ball consecutivi. Ma gli Amica Chips conquistano il diciottesimo punto ed il turno in battuta di Bonicelli. Un paio di ace del non-rotegliese, uniti ad una difesa che lotta con il cuore su ogni pallone, fanno sì che tutti i 7 match ball vengano annullati in sequenza. Dopodichè, ai vantaggi, è ancora il cuore a far vincere la formazione dei fans di Rocco Siffredi.

La terza gara è decisamente diversa dagli altri due. Galvanizzati dal precedente successo, gli Amica Chips giocano rilassati e, complice una squadra avversaria decisamente meno performante rispetto a quelle che avevano sfilato in precedenza, guadagnano da subito un discreto margine di vantaggio. L’eccessiva leggerezza porta però gli AC a pagare pegno. Ancora una volta la partita si decide ai vantaggi ed ancora una volta gli Amica Chips se la aggiudicano.

Due vittore e una sconfitta. Messi in cassaforte 12 dei 18 punti in palio per la classifica dei Giochi d’Estate, destinata però ad essere ribaltata dai Giochi Acquatici in programma per domenica. Nel frattempo ci godiamo la nostra tranquillissima situazione di metà classifica.

Ma visto che la vita non è soltanto cose piacevoli e divertenti, in chiusura, segnalo che oggi ho trovato un articolo molto interessante sulla versione on-line de Il Sole 24 Ore, a firma di Cristina Balotelli. Si tratta di un’intervista al Colonello riservista dell’esercito israeliano, Eitan Azani, che spiega il suo punto di vista riguardo al conflitto in atto, fornendo una discreta panoramica storica sul movimento degli Hezbollah e sui suoi rapporti con Hamas. Raccomando la lettura a chiunque sia interessato all’argomento, consigliando tuttavia di non dimenticarsi che le parole pronunciate nell’intervista sono, per forza di cose, parole di parte.

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