21 luglio 2006
La rivincita degli Amica Chips
Dopo la delusione nella finale del Torneo dei Rioni di ieri, era l’ora di prendersi una bella rivincita. E quale miglior occasione poteva esserci, se non il torneo di beach volley in programma questa sera nell’ambito dei Giochi d’Estate rotegliesi?
La prima partita non è stata particolarmente incoraggiante. Con un giocatore reduce da uno stiramento muscolare, uno completamente ubriaco, ed una ragazza visibilmente impacciata nel maneggiare la palla da beach (frase volutamente impostata in maniera tale da lasciare campo aperto a battutacce maschiliste e stra-scontate), abbiamo preso una rullata mica da ridere. 25 a 14 il risultato finale, con gli Amica Chips mai in partita.
Nella seconda gara le cose non vanno molto meglio. Si combatte con un po’ più di grinta, ma il risultato rimane più o meno simile. Gli avversari, i “No Clab”, si portano in vantaggio sul 24 a 17 e possono così disporre di 7 match ball consecutivi. Ma gli Amica Chips conquistano il diciottesimo punto ed il turno in battuta di Bonicelli. Un paio di ace del non-rotegliese, uniti ad una difesa che lotta con il cuore su ogni pallone, fanno sì che tutti i 7 match ball vengano annullati in sequenza. Dopodichè, ai vantaggi, è ancora il cuore a far vincere la formazione dei fans di Rocco Siffredi.
La terza gara è decisamente diversa dagli altri due. Galvanizzati dal precedente successo, gli Amica Chips giocano rilassati e, complice una squadra avversaria decisamente meno performante rispetto a quelle che avevano sfilato in precedenza, guadagnano da subito un discreto margine di vantaggio. L’eccessiva leggerezza porta però gli AC a pagare pegno. Ancora una volta la partita si decide ai vantaggi ed ancora una volta gli Amica Chips se la aggiudicano.
Due vittore e una sconfitta. Messi in cassaforte 12 dei 18 punti in palio per la classifica dei Giochi d’Estate, destinata però ad essere ribaltata dai Giochi Acquatici in programma per domenica. Nel frattempo ci godiamo la nostra tranquillissima situazione di metà classifica.
Ma visto che la vita non è soltanto cose piacevoli e divertenti, in chiusura, segnalo che oggi ho trovato un articolo molto interessante sulla versione on-line de Il Sole 24 Ore, a firma di Cristina Balotelli. Si tratta di un’intervista al Colonello riservista dell’esercito israeliano, Eitan Azani, che spiega il suo punto di vista riguardo al conflitto in atto, fornendo una discreta panoramica storica sul movimento degli Hezbollah e sui suoi rapporti con Hamas. Raccomando la lettura a chiunque sia interessato all’argomento, consigliando tuttavia di non dimenticarsi che le parole pronunciate nell’intervista sono, per forza di cose, parole di parte.
Comments(4)


Ma infatti io non credo che la ragione stia tutta da una parte o dall’altra…..semplicemente, è stato creato uno stato, SU BASE RELIGIOSA, in una regione a maggioranza islamica, unicamente sull’onda emozionale e del senso di colpa, ed è stato l’errore più grande dal dopoguerra ad oggi, in consideraione degli effetti prodotti. Francamente trovo piuttosto patetico che questo colonnello evidenzi una presunta pericolosità dell’artiglieria hezbollah quando Israele ha le atomiche già puntate sui paesi arabi. Resta il fatto che quando le religioni subentrano alle gestioni politiche degli stati, sono sempre disastri per tutti…..
Beh, il fatto è che l’arma atomica, sin dai tempi della prima guerra fredda, ha avuto un esclusivo effetto deterrente. Non è uno strumento di guerra in senso stretto, ma soltanto un’arma di carattere “psicologico”, se vogliamo chiamarla così. E totalmente inefficace, in quanto inutilizzabile, in caso di conflitto “caldo”.
mmmmhhh……lo stato terrorista per antonomasia non si è fatto grandi scrupoli nell’usarla a guerra vinta, e il buon senso che si dovrebbe usare anche in un’azione di guerra (es. non bombardare una spiaggia piena di donne e bambini, come hanno fatto gli israeliani all’inizio del conflitto) non fa di certo parte del bagaglio cultural-militare di Israele…..sarà, ma non mi fido granchè….
Certo. In ultima analisi, l’unico paese che ha usato l’atomica nel corso della storia sono stati gli Stati Uniti. Ma all’epoca la situazione era molto molto particolare.
Da un lato, con i rapporti USA-URSS che andavano via via deteriorandosi, già si prefigurava, tra il ’44 ed il ’45, quella che sarebbe poi stata la prima guerra fredda. Serviva allora una prova di forza, chiara ed inequivocabile, da parte della nuova super-potenza d’oltre-oceano. Un qualcosa che sarebbe per sempre rimasto nella storia come deterrente per le generazioni future. Oggi avremmo tutta un’altra visione della storia del XX° secolo, molto meno America-dipendente, se non ci fossero state Hiroshima e Nagasaki.
Vi erano poi necessità militari, collegate alla particolare cultura nipponica. Un’eventuale sbarco delle truppe americane in Giappone sarebbe stato visto dai nipponici come il “sacrilegio supremo”. Nel corso della storia i Giapponesi hanno sempre visto il loro territorio come assolutamente inviolabile. E sarebbero stati veramente disposti ad un sacrificio di massa, pur di respingere un’invasione fisica dell’isola. Un tale bagno di sangue, quando l’opinione pubblica statunitense si era ormai convinta della vittoria della guerra, sarebbe stata assolutamente inaccettabile negli USA. Ma, al tempo stesso, Hiroito e i suoi non avrebbero mai accettato una resa incondizionata senza l’intervento dell’atomica.
E infine vi era l’aspetto emotivo. La propaganda statunitense, all’epoca, aveva lavorato in maniera talmente forte sull’opinione pubblica americana, che i giapponesi non erano considerati altro che animali. Non veniva loro riconosciuto lo status di esseri umani. Leggevo un libro di Paul Fussell, qualche tempo fa, dove raccontava che la marina USA dovette emettere un’ordinanza affinchè i soldati cessassero l’abitudine di portare a casa i teschi dei militari giapponesi uccisi. Era usanza quella di raccoglierli, darli una ripulita, levigarli (tenendoli legati agli scarponi, in maniera tale che, camminando per qualche tempo, le parti più appuntite dei teschi venissero smussate) e quindi regalarli a parenti o fidanzate, una volta ritornati in Patria. L’attacco di Pearl Harbor, d’altronde, fu visto come l’apoteosi dell’infamia e della vigliaccheria (“un giorno che vivrà nell’infamia” ebbe a dire Roosevelt dichiarando l’entrata in guerra degli USA). Ogni strumento era lecito per rifarsi di quell’affronto.
Oggi, per quanto la situazione medio-orientale sia grave, non vi è la necessità politica di ricorrere all’arma atomica. D’altronde fu proprio la consapevolezza di non poter utilizzare l’arma atomica a scopo bellico, ma solo in un’ipotetica ottica deterrente di MAD (mutual-assured destruction), che portò USA ed URSS a dialogare ed arrivare a diversi accordi sulla riduzione degli armamenti, già negli anni ’80.
Poi, sul fatto che la reazione israeliana sia stata assolutamente sproporzionata, che per combattere gli Hezbollah (le cui postazioni sono situate nel sud del Paese) non ci sarebbe bisogno di bombardare le centrali elettriche di Beirut e fare massacro di civili, credo che siamo tutti d’accordissimo.