25 Luglio 2006
L’omicidio di Kitty Genovese e gli esperimenti sulla diffusione di responsabilità
Era il 13 marzo 1964. Mancavano ancora alcune ore al sorgere del sole. Catherine Genovese, detta Kitty, aveva appena parcheggiato la sua autovettura e si stava accingendo a percorrere quei pochi metri che la separavano dal portone di casa sua, ai Kew Gardens di New York.
Il tempo di percorrere pochi passi ed un uomo, tale Winston Moseley, le corse addosso colpendola con due coltellate alla schiena. Le urla ed i pianti della giovane richiamarono l’attenzione di una persona che abitava nelle vicinanze, il quale si affacciò alla finestra ed intimò all’aggressore di lasciar stare quella ragazza. Moseley, vistosi scoperto, tornò alla sua macchina e scappò via. Salvo tornare, dieci minuti più tardi, sul luogo dell’aggressione. Niente polizia, niente ambulanze, niente di niente. Kitty Genovese era ancora lì: aveva percorso solo pochi metri dal luogo in cui aveva ricevuto le prime due coltellate. Moseley si avventò nuovamente su di lei, accoltellandola ripetutamente. Tentò di stuprarla, mentre giaceva priva di coscienza al suolo, e poi le inflisse altri colpi di coltello, lasciandola morire dissanguata per terra.
L’attacco durò, nella sua interezza, circa 30 minuti. Un articolo pubblicato da Martin Gansberg sul New York Times del 27 marzo enfatizzò il fatto che “For more than half an hour thirty-eight respectable, law-abiding citizens in Queens watched a killer stalk and stab a woman in three separate attacks in Kew Gardens“. 38 persone avevano assistito, o comunque percepito, l’aggressione a Kitty Genovese, senza tuttavia intervenire o limitarsi a chiamare almeno la polizia. La giovane, proveniente da una famiglia di origine italiana, fu assassinata nell’indifferenza del vicinato.
Dopo le inevitabili polemiche di stampo sociologico che infervorarono negli states, gli psicologi sociali decisero di studiare in maniera più approfondita e “scientifica” la questione. Fu Rosenthal a rompere il ghiaccio. Le sue osservazioni furono poi riprese da Latané e Darley, che misero a punto diversi esperimenti per dimostrare come il concetto di “diffusione di responsabilità” giocasse un ruolo fondamentale sul manifestarsi dei comportamenti altruistici delle persone.
Una sintesi molto schematica dei principali risultati raggiunti dai due ricercatori la si trova in una dispensa a cura della prof.ssa Nicoletta Cavazza, dove viene riassunto quanto spiegato con estremo dettaglio all’interno di un capitolo del suo volume (curato insieme ad Augusto Palmonari) “Ricerche e protagonisti della Psicologia Sociale“:
Latané e Darley (1968) si proposero di condurre una ricerca a partire dall’ipotesi che la probabilità di attuazione di comportamenti altruistici sia governata anche da fattori relativi alla situazione e non soltanto da quelli socialmente patologici, come la mancanza di valori, o da fattori individuali, come la tendenza personale all’aiuto o alla violenza.
Idearono dunque un esperimento, in cui un soggetto sperimentale fittizio chiedeva aiuto durante una crisi epilettica. Le tre condizioni prevedevano che il soggetto sperimentale pensasse di essere solo, con altre due persone o con altre quattro persone ad affrontare il compito.
Dai risultati emerse che venne prestato soccorso nell’85% dei casi nella prima condizione, nel 62% nella seconda, nel 31% nella terza. L’interpretazione fa riferimento all’effetto di “diffusione di responsabilità”.
La probabilità che una persona metta in atto un comportamento altruistico, in sostanza, è correlata in maniera inversa con la densità di presenza di altre persone nel medesimo ambiente in cui questo comportamento altruistico sarebbe richiesto. Se ad un fatto che richiederebbe un intervento assistono molte persone, allora è altamente probabile che nessuna di queste intervenga in maniera attiva, poichè il concetto di diffusione di responsabilità agisce su ogni singolo individuo facendolo sentire non in dovere di intervenire.
Pensateci quando decidete di farvi aggredire da qualcuno. Meglio che siate in pochi…
Comments(2)



[...] su internet ho trovato moltissimi blog che trattano l’argomento e addirittura un pdf intitolato “Come chiedere aiuto in caso di [...]
bello!