29 luglio 2006
I Partigiani della pace
E’ opinione abbastanza diffusa, in Italia, quella di pensare che tra il “mondo intellettuale” e le correnti politiche tendenzialmente sinistrorse vi sia un legame quasi indissolubile. E’ però interessante cercare di fare un passo indietro, nel tentativo di capire da dove provenga questa convinzione. Com’è nato il legame tra le sinistre e l’intellighenzia del nostro Paese? Cito a questo scopo un paragrafo di “Benedetti Americani”, scritto da Massimo Teodori.
I sovietici e i Partigiani della pace
“La mia impressione” scriveva Raymond Aron a Ignazio Silone nel 1955 “è che Togliatti si è ingegnato e, malgrado la Guerra fredda e il Patto Atlantico, è riuscito a conservare al PCI una rassicurante maschera semiborghese. Il Partito comunista italiano non è veramente isolato nel Paese: costituisce, sì, un contro-Stato, ma pochi sono quelli che se ne rendono conto. Anche se non potrà ottenere una maggioranza assoluta nel prossimo avvenire, esso non ha perso la speranza di disgregare la maggioranza atlantica e d’avvicinarsi quindi, con un giuoco d’infiltrazioni e di combinazioni parlamentari, a quello che è il suo scopo unico: il potere”. Man mano che i rapporto politici, economici e militari italiani andavano consolidandosi con l’Europa e con l’America, la strategia del PCI perseguì il dublice obiettivo di indebolire i vincoli atlantici e delegittimare il ruolo democratico degli Stati Uniti. In quella stagione (1948-1953) la Guerra fredda fu combattuta non solo sul terreno politico e militare ma, ancor più, nella battaglia delle idee (o, piuttosto, “della propaganda”) e degli schieramenti culturali, in uno scontro senza quartiere che spesso divenne ideologico.
Il movimento comunista internazionale, e nel suo ambito il PCI di Togliatti, conosceva bene le tecniche frontiste di mobilitazione degli intellettuali nella politica per meglio sostenere la linea dettata dai gruppi dirigenti nazionali e internazionali dei partiti comunisti. Le direttive del Cominform guidato dal russo Zdanov assegnavano compiti ancillari ai due partiti comunisti (PCI e PCF) ben insediati nelle società occidentali. Occorreva convincere l’opinione pubblica del fatto che l’Unione Sovietica era una potenza pacifica minacciata dall’aggressione imperialistica e, al tempo stesso, che gli Stati Uniti erano responsabili della politica bellicista che riproduceva il nazismo hitleriano sotto la spinta delle forze imperialistiche e capitalistiche. La pace, tema fortemente emotivo nel dopoguerra, era stata posta al centro della martellante campagna dei fronti antiamericani con innumerevoli iniziative che avevano la possibilità di dispiegarsi nei Paesi occidentali grazie alla presenza di intellettuali indipendenti e alla libertà nella politica e nell’informazione di cui si avvalevano anche quanti, una volta al potere, avrebbero imbrigliato il gioco democratico.
Nell’agosto 1948, si tenne a Wroclaw, nella Slesia polacca, il Congresso mondiale degli intellettuali per la pace, con prestigiose presenze: Julien Benda, Pablo Picasso, Paul Eluard, Il’ja Erenburg, Le Corbusier e, tra gli italiani nella delegazione guidata dal responsabile culturale del PCI Emilio Sereni, Salvatore Quasimodo, Ambrogio Donini, Antonio Banfi, Cesare Luporini, Goffredo Petrassi, Elio Vittorini, Sibilla Aleramo e Renato Guttuso. Nell’incontro, che veniva dopo la satelizzazione dei Paesi est-europei, ma prima della costituzione dell’Alleanza Atlantica, il presidente del sindacato sovietico degli scrittori e premio Stalin Aleksandr Fadeev sfoderò un rozzo repertorio di accuse contro la stampa americana rea di raccontare menzogne sull’URSS, e contro l’editoria pornografica e il cinema hollywodiano reo di diffondere il culto della violenza. Lo scrittore stalinista voleva convincere l’opinione pubblica del fatto che “l’anticultura occidentale” era intrisa di elementi delinquenziali, reazionari e fascisti, e che innalzava “sul piedistallo gli schizofrenici e i morfinomani, i sadisti e i lenoni, i provocatori e i degenerati, le spie e i gangster”. Pur se gli argomenti non fecero molta presa, gli pseudoconcetti che li ispiravano furono da allora abbondantemente utilizzati per alimentare le campagne per la pace.

Il Movimento dei Partigiani della pace, con la presidenza del fisico comunista francese Frédéric Joliot-Curie e la vicepresidenza del socialista Pietro Nenni, fu costituito a Parigi nell’aprile 1949 per dirigere una potente macchina propagandistica indirizzata al mondo occidentale. A Stoccolma (marzo 1950) fu lanciato un appello “a tutti gli uomini di buona volontà, per l’interdizione assoluta dell’arma atomica” firmato, secondo i promotori, da 17 milioni di italiani, cioè da circa il doppio dei votanti per il Fronte popolare socialcomunista. In realtà l’appello al disarmo atomico doveva preparare il terreno all’aggressione comunista contro la Corea del Sud nel momento in cui gli USA erano inferiori quanto ad armamento convenzionale all’Unione Sovietica e questa era in ritardo nella ricerca atomica: la Bomba andava delegittimita in quanto costituiva l’unico deterrente in mano americana.
Alla stessa logica si ispirava l’appello lanciato a Berlino nel febbraio 1951 per “Un incontro dei Cinque Grandi per un patto di pace”. Scriveva Mario Montagnana su “l’Unità”: “L’appello è talmente scevro di qualsiasi spirito di parte che nessuna persona onesta la quale non sia affetta da mania omicida o suicida può negargli la sua adesione e il suo appoggio. Chi oserà in Italia prendere la tremenda responsabilità di respingere l’appello?”. Un anno dopo, mentre infuriava la guerra di Corea, i Partigiani della pace organizzarono un’altra campagna, forsennata, contro il “generale peste”, l’americano Matthew Ridgway, accusato di impiegare armi batteriologiche mentre un sedicente Congresso dei popoli per la pace allestiva a Vienna un appello contro la “preparazione della guerra atomica in corso in America”.
La ragione di tanto attivismo pilotato da Mosca era chiara. Il movimento comunista internazionale si proponeva di coinvolgere nella strategia “frontista” il maggior numero di intellettuali formalmente non di partito, con l’obiettivo di conquistare l’egemonia culturale in Occidente e delegittimare dall’interno la politica di solidarietà euroamericana. In Italia le elezioni del 1948 avevano precluso al PCI ogni prospettiva di conquista del potere per via parlamentare, e l’apparato militare clandestino del vicesegretario Pietro Secchia era bloccato dai nuovi equilibri internazionali dopo la rottura di Tito con Stalin e l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico. La divisione del mondo era ormai una realtà: i Paesi dell’Est europeo erano stati brutalmente comunistizzati; la cortina di ferro separava la Repubblica Federale Tedesca a Ovest dalla Repubblica Democratica Tedesca a Est; e in Corea gli americani stavano “contenendo” l’esercito rosso del Nord.
Dunque il comunismo staliniano, per espandersi, non poteva che giocare la carta “dolce” della pace puntando sull’anello debole e vulnerabile delle società occidentali: gli intellettuali. In Italia ne accorsero molti dietro la colomba bianca di Picasso: distribuirono i premi della pace gli scrittori Massimo Bontempelli e Alberto Moravia, i critici letterari Natalino Sapegno e Luigi Russo (“nessun altro popolo come il popolo sovietico è tanto geloso della propria libertà”), gli storici dell’arte Giulio Carlo Argan e Ranuccio Bianchi Bandinelli; e con loro si schierarono, tra gli altri, l’editore Giulio Einaudi, il commediografo Eduardo De Filippo e lo scrittore per l’infanzia Gianni Rodari.
Il fatto era che, dietro la parola d’ordine della pace, i suoi partigiani difendevano puntualmente gli interessi dell’Unione Sovietica. Lo dichiarò apertamente Togliatti al congresso del PCI dell’aprile 1951:
Con questo congresso, nel quale vogliamo porre al centro dell’attenzione non solo del nostro partito ma di tutta la nazione la questione della salvezza della pace, non abbiamo alcuna riluttanza ad affermare che nella lotta per la difesa della pace la parte dirigente, la parte guida, spetta al paese del socialismo, spetta all’Unione Sovietica.
E lo ribadì anche Umberto Terracini, forse perchè in odore di eresia:
Posti al gran varco, noi non possiamo più attenerci al solo vecchio glorioso “no alla guerra”. E, pure convinti che la lotta per la pace, svolta conseguentemente mobilitando gli strati della popolazione interessati a stroncare i piani di guerra degli imperialismi, può riuscire ad imporne la rinuncia ai responsabili, dobbiamo tuttavia aggiugnere in piena consapevolezza: “Ma, se mai, vittoria all’Unione Sovietica!”.
Una posizione simile fu assunta dai giovani intellettuali accorsi nel PCI direttamente dalla milizia fascista. Scriveva Mario Alicata in una corrispondenza dall’URSS per “l’Unità”, nel 1952:
In questo paese, oggi, l’uomo è più libero che in tutti i paesi del mondo … questo è il primo paese della storia del mondo in cui tutti gli uomini siano, finalmente, liberi.
Gli appelli pacifisti si rivolgevano esclusivamente contro bersagli americani e occidentali: contro la bomba atomica, cioè “un’arma non di difesa” in mani yankee; contro le “alleanze militari”, vale a dire la NATO; contro il “colonialismo” delle potenza occidentali; contro il “riarmo della Germania federale e del Giappone”, e contro la “crociata imperialistica americana in Corea”. Queste campagne, che riscuotevano molto successo tra gli intellettuali, si inquadravano nella prospettiva politica di Togliatti: “I comunisti italiani sono disposti a ritirare l’opposizione tanto parlamentare quanto nel Paese a un governo il quale, modificando radicalmente la politica estera, cioè sottraendo l’Italia a quegli impegni che la portano inevitabilmente verso la guerra, impedisca che la nostra Patria sia trascinata nel vortice di una nuova guerra”.
I Partigiani della pace abbassarono il tono solo quando la situazione dell’URSS cominciò a cambiare. Nell’anno 1953 moriva Stalin, l’URSS sperimentava la bomba termonucleare, in Corea si firmava l’armistizio, e gli USA e l’URSS, entrambi in possesso di equivalenti armi non convenzionali, davano inizio alla “distensione”. In Italia, nel maggio 1954, per la prima volta dalla rottura dell’unità antifascista, il PCI e il PSI firmavano in Parlamento con i partiti della maggioranza (DC, PSDI, PLI e PRI) un documento unitario che invocava un accordo tra gli Stati per interdire la bomba atomica.
Quando l’URSS divenne una potenza nucleare, il linguaggio dei comunisti si adattò al cosiddetto “disgelo” e i militanti della pace si adeguarono al nuovo corso kruscioviano e togliattiano. Nel 1955 il Congresso mondiale dei Partigiani della pace ad Helsinki segnò il tramonto del movimento: l’anno successivo il vicepresidente Nenni lo abbandonò, restituendo il premio Stalin per la pace. Ma soltanto dopo il rapporto Chruscev (febbraio 1956) Togliatti corresse la rotta lanciando con un’intervista a “Nuovi argomenti” il policentrismo comunista e la “via italiana al socialismo”, salvo approvare nei mesi immediatamente successivi l’intervento sovietico contro l’insurrezione ungherese in seguito al quale molti intellettuali abbandonarono il PCI.
[Tratto da: Massimo Teodori, "Benedetti americani"]
Comments(5)


BRAVI
Mi fa piacere che si parli delle colombe. Loro sì che sanno parlare al cuore degli uomini, noi nemmeno col vicino di casa ci capiamo, figuriamoci con le persone che come noi fanno di tutto per non farsi amare.
E allora ti mando una colomba:
La colomba della pace vola di sito in sito.
Non portarla alle persone che ami, non serve.
Portala ai cattivi, ai delinquenti, agli assassini.
Portala al drogato, a chi porti più odio.
Portala ai carcerati.
Portala al vicino di casa.
Vedrai, magari volerà più piano,
ma arriverà. Ci metto la firma
COMPILMENTI TEODORI.PURTROPPO I DANNI CHE HANNO FATTO I
VARI MORAVIA,petrassi,guttuso.argan,etc si vedono ancora adesso.
santoro,travaglio,luttazzi,gad lerner.lilli gruber,
venditti,roberto vecchioni,ricki tognazzi,nanni moretti
etc,etc..e come non dimenticare furio colombo..
si sono tutti figli di questi partigiani per la pace..
dove stasi,securitad,vopos.lubianka,kgb..volavano
nelle case per vegliare
Questa latrina di blog è l’ennesima prova dell’arretratezza culturale e intellettuale del fascista italiano.
Complimenti caro il mio rimba, ancora nella tua trincea a combattere la guerra fredda come i giapponesi sperduti nel pacifico che ritrovavano negli anni ’70!!!
Non abbiamo argomenti migliori per contestare quanto detto nell’articolo (che peraltro, non so se te ne sei per caso accorto, ma e’ fondamentalmente un copia/incolla a cui ho aggiunto un paio di righe di preambolo)? Cosi’ come non abbiamo le palle per metterci nome e cognome, vero? Povero piccolo essere intuile… torna a giocare coi bimbi, dai, che non hai neppure capito un cazzo di quello di cui si parla in questo post.