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Some other old good stuff

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per Agosto, 2006

La guerra più documentata della storia

Una frase di Westmoreland, pronunciata pochi anni fa commentando l’offensiva del Têt, può servire a chiarire nel migliore dei modi il punto evidenziato sul finire del precedente paragrafo:

Militarmente [l’offensiva del Têt] la vincemmo noi, ma […] Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti.

In realtà, così come abbiamo già raccontato, Westmoreland una conferenza stampa la tenne immediatamente dopo la messa in sicurezza dell’ambasciata USA di Saigon. Ma qui commise un errore piuttosto grave. Egli contravvenne ad una delle regole fondamentali contenute in qualsiasi manuale sulla gestione delle crisi : mai negare che una crisi vi sia stata. Il generale, di fronte ad una platea sotto shock, insistette sul fatto che il nemico non era mai penetrato nell’edificio dell’ambasciata (cosa peraltro vera) e che essa non era mai stata realmente in pericolo. Quest’ultimo aspetto era un’ovvia assurdità. Tutti i presenti, per arrivare sul luogo della conferenza stampa, avevano dovuto attraversare il cortile interno della sede diplomatica USA, dove erano ancora numerosi i corpi dei soldati nordvietnamiti e della polizia militare americana che giacevano a terra, senza vita. Come potevano, i giornalisti presenti sul posto, credere che gli USA avessero stroncato di netto l’offensiva nordvietnamita, quando Westmoreland era capace di mentire in una maniera così spudorata? Di fatto, i giornalisti non gli credettero. Ed inviarono ai propri editori dei pezzi dai toni decisamente drammatici e pessimistici. I quali, come abbiamo visto, contribuirono a stimolare un salto qualitativo e quantitativo del movimento pacifista statunitense.

In ultima analisi, fu proprio questa massiccia presenza sul teatro di guerra di giornalisti provenienti da tutto il mondo a fornire al movimento pacifista tutto il “materiale” di cui aveva bisogno per portare avanti la propria campagna. Furono dunque i media, seppur indirettamente ed in maniera generalmente inconsapevole, a fomentare le proteste contro la guerra del Vietnam.

Saverio Zuccotti, nello stesso articolo da cui è stata estratta la citazione di Westmoreland riportata nella pagina precedente, per spiegare il perché di questa così capillare presenza dei media chiama ancora in causa il comandante in capo delle forze americane di stanza in Vietnam:

Se gli americani e il mondo conobbero il Vietnam fu proprio grazie al generale Westmoreland, il quale introdusse i giornalisti embedded in prima linea, liberi di muoversi senza restrizioni e di scrivere senza censura con il pieno supporto materiale delle forze armate. Il tentativo del generale di fare la guerra fino in fondo e di raccontarla alla nazione – due encomiabili propositi – si trasformò in un vero e proprio boomerang, visto che gli inviati raccontarono giorno dopo giorno le derive del conflitto.

Il “problema” della copertura mediatica venne dunque trattato con eccessiva leggerezza, lasciando ai giornalisti la possibilità di seguire da vicino le truppe americane e di inviare in patria resoconti di qualunque genere. Westmoreland commise indubbiamente questo errore in buona fede. Il generale sapeva benissimo cos’era una guerra e quali erano le crudeltà che essa portava con sé. Ciò che sfortunatamente gli faceva pecca era il senso pratico. Westmoreland, militare di professione, non si rese conto del fatto che la sua maniera di vedere il mondo non coincideva nella maniera più assoluta con quella della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, americana e mondiale. E così diede tranquillamente carta bianca ai cronisti. I quali, ben presto, si trasformarono nei suoi inquisitori.

Alla luce di queste considerazioni, non deve quindi stupire il fatto che, durante le guerre dei giorni nostri, la stampa venga rigidamente controllata. Non sto parlando della censura, che è solo un retaggio di epoche passate . Oggi quella non serve più, o quantomeno ha effetti deleteri sull’opinione pubblica, la quale dietro alla censura riesce facilmente ad intuire i “giochi sporchi” di un governo che non ha piacere a far conoscere ai suoi cittadini la verità dei fatti accaduti. La censura praticata oggigiorno non si applica alla produzione finale di un giornalista, quanto piuttosto alle fonti dalle quali egli trae le sue informazioni. Gli “embedded journalists” del 2000 non possono più aggirarsi liberamente lungo le zone di guerra, se non a rischio della propria incolumità. Questo non perché le guerre dell’era moderna siano più cruente rispetto a quelle del passato, tutt’altro. Semplicemente perché, come il Vietnam ha insegnato, un giornalista libero di osservare la guerra nella sua spietata interezza non scriverà mai articoli concordi con le idee dei governi impegnati a proseguire il conflitto. Così, essi vengono accompagnati dai soldati, mano nella mano, a scoprire soltanto una piccola parte della guerra. Le possibilità di ritagliarsi un minimo spazio di “giornalismo autonomo”, durante i conflitti bellici dei nostri giorni, sono ormai inesistenti. I rischi nel volerlo fare sono seri. Prima ancora dei nemici, i primi bersagli ad essere colpiti dagli eserciti aggressori sono sempre i reporters “dissidenti”, ovvero coloro che non accettano le linee guida imposte dagli alti comandi militari di turno .

Naturalmente, quando si ragiona in termini di popolazioni, di “masse”, occorre tenere in considerazione alcuni aspetti. Il principale di questi è il fatto che un libro o un articolo di giornale non hanno sull’opinione pubblica la stessa influenza di un reportage televisivo o di una fotografia. Non si tratta soltanto di un fatto socioculturale. Le idee che con maggior facilità rimangono impresse nella mente delle persone sono quelle più semplici, quasi elementari nella loro schematicità e facilità di comprensione. Per quanto una fotografia possa essere analizzata sotto migliaia di punti di vista differenti e condurre a risultati tra loro profondamente divergenti, essa è un qualcosa di estremamente comprensibile. Una fotografia, soprattutto se scattata da un reporter di guerra, racconta un evento. Non serve conoscere tutto l’intricato background storico sottostante per poter emettere un giudizio su quanto si vede immortalato nell’immagine.

Abbiamo già accennato ad alcune storiche fotografie provenienti dal Vietnam: Nguyen Ngoc Loan che uccide a sangue freddo Nguyen Vam Lem, la piccola Kim Phuc Phan Thi che piange disperata con il corpo ustionato, la presunta ambasciata americana di Saigon evacuata in fretta e furia dai marines. Sono queste le immagini impresse nella mente di una persona qualunque che oggi ripensi alla guerra del Vietnam. Sono sempre queste le immagini impresse nei cuori di chi marciava per la pace negli anni ’60.

Eddie Adams, parlando della celebre immagine da lui scattata, osservò con un pizzico di orgoglio quanto potesse essere devastante sull’opinione pubblica l’esposizione alle illustrazioni fotografiche:

The general killed the Viet Cong; I killed the general with my camera. Still photographs are the most powerful weapon in the world. People believe them, but photographs do lie, even without manipulation. They are only half-truths…What the photograph didn’t say was, ‘What would you do if you were the general at that time and place on that hot day, and you caught the so-called bad guy after he blew away one, two or three American soldiers?‘

Per gli artefici della guerra, lasciare liberamente circolare quelle immagini fu un grave errore. Uno sbaglio che non venne però compreso immediatamente. E’ degli stessi anni, infatti, la morte di Ernesto “Che” Guevara. Anche la CIA, nel momento in cui riuscì indirettamente ad eliminare il guerrigliero argentino, cadde nello stesso tipo di errore commesso dall’esercito americano: lasciare che le fotografie del suo cadavere, in una posa candida e serena, facessero il giro del mondo. Furono molti coloro che riuscirono a ricondurre il corpo del Che a quello del “Cristo Morto” di Andrea Mantegna . Tutto ciò non fece altro che alimentare un mito che ancora oggi aleggia a tutte le latitudini, come ci dimostra in maniera esemplare Pino Cacucci nella prefazione al libro “Io sono un uomo”:

Il cadavere di Che Guevara

[…] questo monologo rivolto al fantasma del Che ha il tono confidenziale, intimo di chi parla a un amico lasciandosi andare a uno sfogo accorato, nelle interminabili ore di agonia, fino all’alba in cui tutti i sogni muoiono, quando il guerrillero eroico finirà per tramandare un’immagine da Cristo deposto del Mantegna: e di conseguenza, beffa la morte, perché conscio che così diviene immortale. La simbologia del Cristo – di pari passo con quella del Don Chisciotte.

Il "Cristo morto" di Mantegna

Ma abbiamo accennato anche alla cinematografia. “Il Cinema è l’arma più forte” aveva proclamato con sicurezza Mussolini a suo tempo, parafrasando una celebre frase di Lenin . Ma il Duce, che durante la sua ventennale dittatura non trascurò di certo questo sua “intuizione”, non fece in tempo a goderne gli effetti. Al contrario, per una tragica ironia del destino, la cinematografia gli si ritorcerà contro in seguito. Ad essere tramandati ai posteri non saranno tanto i documentari propagandistici studiati in prima persona dal capo del fascismo e da una ristretta cerchia di suoi fedelissimi, quanto piuttosto quelle pagine di vita vissuta che allo sguardo dello spettatore odierno paiono le più buffe: Mussolini che parla innaturalmente impettito dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini che si spaccia goffamente per un contadino durante la battaglia del grano, Mussolini che nuota in una piscina mettendo in mostra un fisico tutt’altro che scolpito. Così come sarà l’oltraggio della folla inferocita ai corpi senza vita, suo e dell’amante Claretta Petacci, a venir riproposto con il passare degli anni. Sempre di sfuggita, mai soffermandosi seriamente sulla psicologia collettiva di quella folla che urlava e calciava, sputava ed orinava. Perchè il ricordo di piazzale Loreto doveva servire soltanto per far comprendere quale fosse, nel 1945, il livello di risentimento della popolazione nei confronti della dittatura mussoliniana.

In misura grave, seppur certamente minore rispetto a ciò che aveva sperimentato suo malgrado Mussolini, anche i veterani statunitensi della guerra del Vietnam dovettero fare i conti con la cinica e devastante onnipresenza dell’arma cinematografica. Non furono certo il cinema e la televisione a creare il “problema” dei veterani del Vietnam, ma esso servì per impedire loro un totale “riscatto” nella vita civile. L’80% dei soldati che riuscirono a portare a casa la pelle dal Vietnam fu anche in grado di rifarsi una nuova vita, più o meno normale. Ma 700′000 dei soldati rientrati in patria soffrirono invece di quella patologia psicologica che venne prontamente battezzata “Post Traumatic Stress Disorder”, lungo un continuum che muoveva dallo “shock da proiettile” della prima guerra mondiale, al “logorio da combattimento” del secondo conflitto. Difficile uscirne, specialmente in un’epoca nella quale la spettacolarizzazione della guerra è all’ordine del giorno. Basti a pensare a quanto ha recentemente scritto, in una nota d’agenzia, l’ANSA:

La guerra in Iraq ha fatto scattare una nuova ondata di problemi mentali tra i veterani del conflitto del Vietnam. I reduci rivivrebbero infatti i loro traumi nel vedere alla Tv le immagini delle truppe Usa impegnate nei combattimenti a Baghdad. Un’indagine su un gruppo di veterani ha mostrato che il 57% ha accusato flashback dopo avere visto le immagini del conflitto, il 46% ha accusato problemi del sonno, e il 44% ha affermato di essere caduto in depressione.

Abbiamo visto come il cinema e la televisione, a guerra finita, possano essere anche utilizzati in maniera strumentale, per legittimare una parte politica e delegittimarne un’altra. E’ il caso di Mussolini e del ricordo del ventennio fascista e della guerra di Resistenza. La stessa strategia, nel secondo dopoguerra, fu quella a cui fece ricorso il popolo ebraico per perseguire la sua personale “rivincita” nei confronti di un mondo occidentale che per anni aveva fatto finta di ignorare la Shoah. Leone Pompucci, regista del film sull’olocausto “La fuga degli innocenti”, si mostra conscio ancora oggi del suo ruolo all’interno di tale contesto:

(intervistatore) “Del resto è grazie a film come Schindler’s List e Il pianista che la Shoah è entrata nella cultura popolare europea…”

(Pompucci) “Il cinema è l’arma più forte che abbiamo. Uno strumento che deve essere utilizzato con sincerità e sensibilità. Dobbiamo raccontare storie fortissime senza che diventino ‘di genere’. Il genere equivale a celebrare una funzione senza credere alla santità del rito.

D’altronde sono proprio le produzioni cinematografiche, nel mondo d’oggi, a riabilitare dall’oblio della memoria figure ricoperte di un’onta spesso immeritata. E’ quanto accaduto, ad esempio, anche ai martiri italiani della divisione Acqui, le cui vicende sono state celebrate da una fiction TV, prodotta dalla RAI ed intitolata “Cefalonia”. Poco importa, poi, se le fondamenta storiche sulle quali si basano queste rievocazioni si dimostrano essere, ad un’analisi un minimo attenta, del tutto false. Il telespettatore assiduo tende a non mettere in dubbio la veridicità di ciò che appare sullo schermo. Naturalmente egli non ammetterebbe mai, neppure sotto tortura, di considerare aprioristicamente “vero” ciò che osserva in televisione. Ma, di fatto, egli fa propri gli usi e i costumi dei personaggi che stanno dietro alla telecamera. Così come fa propri i messaggi che i registi inseriscono, più o meno consapevolmente, all’interno delle proprie produzioni cinematografiche. A riguardo è stupenda la riflessione del generale Luigi Caligaris, che con la “scusa” di commentare il succitato film dedicato a Cefalonia si lancia in una riflessione di più ampio respiro:

Il fatto è che con l’ausilio del cinema – ma non solo – nel dopoguerra si è subliminalmente diffusa fra gli italiani la convinzione di essere soggetti poco affidabili e poco coraggiosi e, in quanto tali, militarmente perdenti Il fenomeno è così diffuso che, alla domanda rivolta ad accademici italiani da uno storico canadese sul coraggio italiano, le controparti sono sbottate in una fragorosa risata: ‘Ma che domanda! Il coraggio militare italiano non esiste. E’ un ossimoro’. Questa poco gratificante sindrome collettiva non è scomparsa, anzi continua a influenzare, in modo più pervasivo e più subdolo, la debole opinione di sé che molti Italiani gelosamente e caramente conservano.

Quella a cui assistiamo oggi è la massima espressione del cinema visto, per dirla alla Noam Chomsky, come “fabbrica del consenso”. Ma la strada che ci ha portato fino a qui è stata lunga. La cinematografia, infatti, il suo ingresso trionfale nel panorama bellico l’aveva fatto diversi anni fa. Erano i tempi di Pearl Harbor e la popolazione giapponese fu la prima a dover sperimentare, sulla propria pelle, gli effetti di una propaganda politica condotta nelle sale dei cinema.

Perchè gli USA “persero” la guerra?

Bandiera USA a mezz'asta

La protesta contro la guerra del Vietnam, indipendentemente dalla lente che si voglia utilizzare per analizzarla, fu un grande movimento di massa. Non privo di ombre, come abbiamo brevemente ricordato nel paragrafo precedente. La cinematografia e soprattutto la politica hanno però contribuito a tramandarne ai posteri un’immagine romantica, fatta di slogan e di canzoni, di giovani spensierati che preferivano fare l’amore piuttosto che la guerra e che esortavano i soldati a mettere i fiori nei loro “cannoni”. E’ impresa veramente ardua, oggigiorno, trovare qualche storico che sostenga la tesi secondo cui il conflitto indocinese era un qualcosa di “indispensabile” nell’ambito dei giochi politici dell’epoca. L’insensatezza della guerra in Vietnam (e, di conseguenza, la “bontà” della posizione assunta all’epoca dai pacifisti) è stata ormai elevata al dogma di “verità assoluta”.

Una verità dogmatica di questo tipo, del tutto simile a quella che nell’Italia del secondo dopoguerra ha voluto la Resistenza come una cosa “buona, senza se e senza ma”, finisce per influenzare loro malgrado gli storici. Sono molti, infatti, gli studiosi che hanno cercato di spiegare la sconfitta statunitense nel Vietnam come derivante dall’incapacità delle amministrazioni USA di ottenere il necessario supporto dell’opinione pubblica. E’ l’errore in cui incappa tra gli altri Massimo Ragnedda, nel suo libro “Warshow. La guerra mediatica”, che ad un certo punto della discussione azzarda:

L’arma della disinformazione e della propaganda non viene circoscritta al nemico, come accadeva in passato, ma viene ampiamente utilizzata nei nostri confronti, poiché, come il Vietnam ha insegnato, non si possono vincere le ‘guerre moderne’ senza il necessario sostegno dei media e dell’opinione pubblica, e i paesi belligeranti devono muoversi, possibilmente, sotto la spinta ed il clamore popolare

Ma nonostante le argomentazioni discusse sino ad ora possano condurre a considerazioni di senso opposto, occorre sottolineare che, esattamente come in tutte le vicende militari che la storia dell’uomo ricordi, l’impantanamento delle truppe americane di stanza in Vietnam avvenne sul campo di battaglia e non sui giornali. Si può azzardare, questo è vero, che per via della protesta che aleggiava in patria, il morale dei soldati statunitensi al fronte non fosse al massimo, quando essi si trovavano a combattere nelle sperdute paludi e foreste indocinesi. E che, di conseguenza, il loro “rendimento” non potesse certo essere dei migliori. E’ una spiegazione che piacerebbe moltissimo ai gerarchi nazisti degli anni ’30 e ’40, i quali, basandosi sul Mein Kampf hitleriano, al morale attribuivano un’importanza assoluta:

Certo l’educazione non potrà fare un coraggioso di un uomo dal temperamento fiacco; ma è pure certo che un uomo, non privo di coraggio, è paralizzato nello sviluppo delle sue capacità se, per difetti della sua educazione, è a priori inferiore ad altri in forza fisica e agilità. Nell’esercito si può meglio valutare quanto la convinzione dell’abilità corporea favorisca il coraggio e desti lo spirito d’assalto. Anche nell’esercito non s’incontrano tutti eroi; ma ce n’è un buon numero. Se non che, la superiore educazione del soldato tedesco in tempo di pace infuse all’intiero enorme organismo quella suggestiva credenza nella propria superiorità che neppure i nostri avversari ritenevano possibile. Nei mesi d’estate e d’autunno 1914 l’avanzata dell’esercito tedesco diede immortali prove di valore e di spirito offensivo, e ciò fu risultato di quella instancabile educazione che nei lunghi anni di pace rese idonei a incredibili prestazioni corpi spesso deboli, e inculcò quella fiducia in sé che non andò smarrita nemmeno nell’orrore delle grandi battaglie.

Tesi affascinante, che è stata fatta propria, seppur con toni decisamente meno minacciosi, anche da quella disciplina recente che è la psicologia dello sport. Ma tale tesi, applicata ad un conflitto militare del ventesimo secolo, appare immediatamente troppo superficiale perchè possa essere accettata in un lavoro che, nei limiti del poco tempo a disposizione per portarlo a termine, ha la pretesa di essere quanto più possibile rigoroso.

Gli USA, di fatto, “persero” la guerra perché militarmente non avrebbero mai potuto vincerla. Può apparire tautologica questa frase, ma in realtà non lo è. L’alto comando dell’esercito americano non si premurò mai di fissare un obiettivo chiaro ed univoco da raggiungere per poter definire “vinto” il conflitto indocinese. Fissare un tale obiettivo, d’altronde, non era possibile. Gli Stati Uniti intervennero in Vietnam per arginare quella che sarebbe potuta diventare, almeno agli occhi dei “teorici” di Eisenhower, una dilagante rivoluzione comunista. L’obiettivo era politico, non militare. E soprattutto era un obiettivo di lungo periodo, che soltanto i lustri successivi avrebbero chiarito se fosse stato raggiunto o meno. Fermare un’invasione, come di fatto gli USA fecero proteggendo il Vietnam del Sud dagli attacchi provenienti dal Nord, può essere considerato un obiettivo militare. Che, però, può essere raggiunto solo se abbinato ad una dimensione temporale. “Evitare che, nel febbraio 1968, Saigon cada nelle mani delle forze rivoluzionarie”: questo, ad esempio, sarebbe potuto essere un obiettivo militare perseguibile. I militari erano in grado di vedere la guerra del Vietnam come una lunga sequenza di sotto-obiettivi di questo genere. L’opinione pubblica americana no. E fu proprio questa apparente mancanza di un obiettivo da perseguire che finì per frustrare i cittadini statunitensi e spingerli ad una mobilitazione senza precedenti.

Un buon motivo per studiare la storia

Il cancello di ingresso di Auschwitz

Ci sono scivoloni che strappano il sorriso. Altri che indignano. E altri ancora che stanno in mezzo, che lasciano in bocca un sapore sgradevole e che ci parlano di superficialità, scarsa sensibilità o, semplicemente, di un difficile rapporto con la Storia e il buon gusto.

E così, può capitare di imbattersi, in un pomeriggio di fine estate, in un presidente di Provincia che si fa venire la bella idea di inserire in dépliant promozionali dei Centri per l’impiego della Provincia di Chieti la citazione: «Il lavoro rende liberi». Una frase che evoca i peggiori fantasmi della nostra storia recente, il nazismo e lo sterminio degli ebrei, e quell’«Arbeit macht frei» che campeggia con agghiacciante ironia in cima ai cancelli di Auschwitz. Ma la gaffe non termina qui. Perché Tommaso Coletti, questo il nome dello smemorato presidente della Provincia di Chieti, nello stesso testo ci tiene a spiegare perché ha scelto proprio quelle parole: «Non ricordo dove lessi questa frase, ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all’istante perché raccontano un’immensa verità». E lo scivolone si trasforma in capitombolo.

Un vuoto di memoria quanto meno increscioso per Coletti, già senatore della Margherita nella precedente legislatura. Quella frase, secondo gli storici, serviva per illudere i deportati, lasciando loro la speranza che, lavorando, sarebbero usciti liberi (e vivi) dai campi di concentramento.

Ma Coletti cerca di giustificare la sua scelta: «Le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera, sennò tutto sarebbe opinabile».

Davanti all’imbarazzo e alle rimostranze del suo stesso schieramento politico, con il parlamentare ulivista Lele Fiano che gli chiede di scusarsi con «i parenti degli internati nel lager di Auschwitz», il presidente della Provincia si dice dispiaciuto «di non aver tenuto conto che quelle parole sono state poste con ironia da un dittatore in un campo di concentramento». Ma rifiuta di ritirare il dépliant, come richiesto anche dal Verde Marco Lion. «Per quale motivo dovrei farlo? Quella frase è una delle quattro utilizzate nella nostra campagna per promuovere i centri per l’impiego (…). Chi ritiene che mi sia riferito allo slogan nazista si sbaglia. Non sono mai andato ad Auschwitz o a visitare altri lager. Quella frase l’ho letta tempo fa su un manifesto elettorale e nessuno si scandalizzò. Mi piacque, la condivido e l’ho riproposta».

Certo, lo spirito con il quale Coletti lancia questo messaggio ai suoi cittadini non è quello che ispirò Hitter e il maggiore Rudolph Höss, primo comandante del campo, che quell’insegna in ferro battuto fece apporre all’ingresso di Auschwitz.

Ma ciò non toglie che quelle parole, nella sensibilità e nella memoria comune, siano ormai inscindibilmente legate al contesto originale nel quale furono elaborate. E quel contesto ci parla di milioni di persone che dal cancello di Auschwitz sono entrate, passando sotto quella scritta, e ne sono uscite, per usare un’altra citazione che quell’orrore denuncia, «per il camino».

Barbara Benini

[Tratto dall'edizione odierna de "Il Giornale"]

La protesta contro la guerra del Vietnam: una prospettiva più ampia

Ma quando ebbe inizio la protesta popolare contro la guerra del Vietnam? Varie fonti ritengono che la molla principale sia da ricercarsi nella succitata offensiva nordvietnamita del Têt del gennaio 1968. Dopo quell’evento, Walter Cornkite, il giornalista spesso vezzeggiato con l’appellativo di “the most trusted man in America”, cambiò radicalmente il suo punto di vista sul conflitto in atto. Se prima Cronkite era annoverato tra i “falchi” favorevoli alla scesa in campo degli USA, dopo l’offensiva del Têt l’incantesimo si spezzò. Il suo cambiamento di rotta fu espresso in maniera chiara, semplice ed efficace durante la puntata della sua trasmissione del 27 febbraio 1968, nella quale il giornalista si poneva l’obiettivo di trarre un bilancio della massiccia operazione d’aggressione varata un mese prima da Viet Cong e soldati nordvietnamiti:

Tonight, back in more familiar surroundings in New York, we’d like to sum up our findings in Vietnam, an analysis that must be speculative, personal, subjective. Who won and who lost in the great Tet offensive against the cities? I’m not sure. The Vietcong did not win by a knockout, but neither did we. The referees of history may make it a draw. Another standoff may be coming in the big battles expected south of the Demilitarized Zone. Khesanh could well fall, with a terrible loss in American lives, prestige and morale, and this is a tragedy of our stubbornness there; but the bastion no longer is a key to the rest of the northern regions, and it is doubtful that the American forces can be defeated across the breadth of the DMZ with any substantial loss of ground. Another standoff. On the political front, past performance gives no confidence that the Vietnamese government can cope with its problems, now compounded by the attack on the cities. It may not fall, it may hold on, but it probably won’t show the dynamic qualities demanded of this young nation. Another standoff.

We have been too often disappointed by the optimism of the American leaders, both in Vietnam and Washington, to have faith any longer in the silver linings they find in the darkest clouds. They may be right, that Hanoi’s winter-spring offensive has been forced by the Communist realization that they could not win the longer war of attrition, and that the Communists hope that any success in the offensive will improve their position for eventual negotiations. It would improve their position, and it would also require our realization, that we should have had all along, that any negotiations must be that — negotiations, not the dictation of peace terms. For it seems now more certain than ever that the bloody experience of Vietnam is to end in a stalemate. This summer’s almost certain standoff will either end in real give-and-take negotiations or terrible escalation; and for every means we have to escalate, the enemy can match us, and that applies to invasion of the North, the use of nuclear weapons, or the mere commitment of one hundred, or two hundred, or three hundred thousand more American troops to the battle. And with each escalation, the world comes closer to the brink of cosmic disaster.

To say that we are closer to victory today is to believe, in the face of the evidence, the optimists who have been wrong in the past. To suggest we are on the edge of defeat is to yield to unreasonable pessimism. To say that we are mired in stalemate seems the only realistic, yet unsatisfactory, conclusion. On the off chance that military and political analysts are right, in the next few months we must test the enemy’s intentions, in case this is indeed his last big gasp before negotiations. But it is increasingly clear to this reporter that the only rational way out then will be to negotiate, not as victors, but as an honorable people who lived up to their pledge to defend democracy, and did the best they could.

This is Walter Cronkite. Good night.

Cronkite era un opinionista. Poteva seguire gli eventi della guerra da una posizione indubbiamente privilegiata rispetto a quella di un cittadino qualunque, ma non era fisicamente presente sul campo. Così come la stragrande maggioranza degli americani, egli rimase particolarmente scosso dall’assalto portato dai ribelli contro l’ambasciata statunitense di Saigon, ovvero quello che avrebbe dovuto essere il luogo in assoluto più sicuro della presenza americana nella penisola indocinese. In realtà, da un punto di vista militare, l’ambasciata era estremamente vulnerabile; guardando agli eventi con il senno di poi, appare fin strano che essa non fosse mai stata minimamente presa di mira prima del 1968. Tale evento poteva dunque stupire un osservatore poco informato, che magari non sapesse dell’esistenza della “Truong Son Trail”, del suo attraversare Paesi (Laos e Cambogia) che gli Stati Uniti non potevano attaccare e del fatto che il suo “capolinea” si trovasse ad appena trenta miglia di distanza da Saigon. Ma non doveva stupire il giornalista televisivo della CBS.

Cronkite aveva sicuramente una grandissima influenza su molti cittadini americani. I quali, tra l’altro, erano in quel momento particolarmente vulnerabili. Essi erano appena stati duramente scossi da un altro strumento d’informazione: la fotografia. Per la precisione, da una sola fotografia. Quella di Eddie Adams, scattata nel febbraio 1968, nel momento in cui l’offensiva del Têt stava venendo stroncata nel sangue dagli eserciti “alleati”. La brutalità, la freddezza, l’indifferenza dei presenti nei confronti della morte. Tutti gli elementi che rendono inumana una guerra erano presenti nello straordinario scatto di Adams, che non a caso fece il giro di tutti i giornali e le riviste del mondo.

Ma in realtà, il clima all’interno degli Stati Uniti non era certo dei migliori già da molto tempo. Abbiamo già accennato alla clamorosa protesta inscenata da Mohammed Alì e iniziata nel 1966, due anni prima dell’offensiva del Têt, con il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito. Il pugile fu senz’altro uno dei più celebri attivisti impegnati per la pace, ma la protesta, come abbiamo visto brevemente in precedenza, prese le mosse dai campus delle università americane. Il 24 marzo 1965, pochi giorni dopo l’arrivo dei primi marines a Danang , all’università del Michigan si tenne il primo “teach in”, un ciclo di lezioni aventi come argomento il Vietnam e come obiettivo quello di cercare di spiegare e far capire agli studenti la situazione socio-politica del sud-est asiatico . Ma sarebbe come sempre errato procedere ad una generalizzazione e pensare che tutta la popolazione studentesca USA dell’epoca condividesse quei medesimi ideali di un pacifismo “senza se e senza ma” che avevano animato gli attivisti del Michigan. Molti, sebbene meno rumorosi rispetto ai contestatori, erano infatti coloro che nutrivano un sentimento favorevole nei confronti dell’intervento americano in Vietnam. Celebre fu il caso della Indiana University, dove, già nel marzo del 1965, un folto gruppo di studenti volle far sentire la sua voce, opponendo ai dimostranti pacifisti una contromanifestazione a favore della guerra americana in Vietnam.

Caricatura contro i manifestanti pacifisti

Difficile stabilire se ad animare i contromanifestanti fosse una sincera convinzione della bontà della “Teoria del domino” o piuttosto un semplice sentimento di ostilità nei confronti dei giovani della sinistra americana. Come ci ricorda il sito Internet “Spartacus Educational”, infatti, nei primi anni di guerra quei pochi che si opponevano al conflitto potevano essere classificati in tre categorie:

When the Vietnam War started only a small percentage of the American population opposed the war. Those who initially objected to the involvement in Vietnam fell into three broad categories: people with left-wing political opinions who wanted an NLF victory; pacifists who opposed all wars; and liberals who believed that the best way of stopping the spread of communism was by encouraging democratic, rather than authoritarian governments.

Ma il movimento crebbe presto d’intensità, spinto dalle notizie che, attraverso giornali, radio e televisioni, quotidianamente entravano nelle case degli americani. Il 17 aprile 1965, a Washington, 25′000 persone marciarono per la pace. Galvanizzati dal successo della marcia sulla capitale, i leaders del movimento pacifista, perlopiù studenti, allargarono il proprio raggio d’azione cercando di coinvolgere la maggior fetta della popolazione possibile. Il “Vietnam Day”, un meeting svoltosi a Berkeley nel mese di ottobre, radunò migliaia di persone in una serie di discussioni riguardanti la moralità del conflitto militare in atto nella penisola indocinese.

Sull’onda lunga della protesta di Muhammad Alì, nella primavera del 1967 oltre 1′000 studenti scrissero al segretario della difesa Robert McNamara, chiedendo che l’obiezione di coscienza venisse riconosciuta ad ogni livello. Nel mese di giugno, con fare più pratico, furono 10′000 gli studenti che impugnarono carta e penna per suggerire a McNamara le modalità attraverso le quali sviluppare un programma di servizio alternativo per coloro che si opponevano all’uso della violenza. I rapporti tra i dimostranti e le varie emanazioni “fisiche” dello stato divennero sempre più frequenti. Nell’ottobre 1967, una due-giorni di marcia nei pressi del Pentagono attirò l’attenzione di tutto il Paese: i manifestanti, in gran parte giovani da poco chiamati alle armi, riconsegnarono al mittente le cartoline di leva ricevute nei giorni precedenti.

Da quel momento in poi, la protesta contro la guerra del Vietnam fuggì completamente di mano a coloro che per primi l’avevano intavolata. Nel periodo compreso tra il 1965 ed il 1968, le prime contaminazioni provennero dagli attivisti per i diritti civili. Martin Luther King jr., in un celebre articolo scritto per il Chicago Defender nel gennaio 1967, espresse il suo supporto al movimento pacifista, individuando una comune base morale con le sue battaglie contro la segregazione razziale. King articolò meglio il suo pensiero in Aprile, alla Riverside Church di New York, asserendo che la guerra stava distogliendo dai programmi domestici più risorse, umane ed economiche, rispetto a quanto fosse in realtà necessario.

Si arrivò così al 1968, l’anno dell’offensiva del Têt. Quando negli USA iniziò a diffondersi la notizia che l’esercito nordvietnamita era stato in grado di lanciare un’operazione su così vasta scala, in molti iniziarono a porsi dei dubbi sull’attendibilità dei resoconti delle attività militari che venivano trasmessi da Washington. L’opinione pubblica interna, a giudicare dai sondaggi dell’epoca, virò bruscamente contro la guerra. E il dissenso sfociò ben presto in violenza. Ad aprile, i manifestanti occuparono gli edifici dell’amministrazione della Columbia University e la polizia dovette fare ricorso alla forza per sgomberarli. A Baltimora, Milwaukee e Chicago, gli attivisti assaltarono gli uffici di reclutamento dell’esercito, imbrattando con sangue animale i registri e distruggendo gli archivi. Gli impianti produttivi del Dow Chemical, la principale industria statunitense produttrice di napalm, vennero sabotati. Ad agosto, i pacifisti si scontrarono violentemente con la polizia in occasione della convention nazionale del Partito Democratico che si stava tenendo a Chicago.

Man mano che crebbe in violenza, il movimento contrario alla guerra divenne internamente sempre meno coeso. Nel novembre 1969, una nuova marcia di protesta radunò a Washington circa 500′000 partecipanti. Fu evidente, agli occhi di coloro che seguirono la manifestazione, che tra i partecipanti non vi era una vera e propria somiglianza. Questo carattere di eterogeneità è in genere considerato un segno di forza: la protesta contro la guerra del Vietnam vista come un movimento capace di attraversare trasversalmente tutta la nazione, uomini bianchi e neri, ricchi e poveri. Peccato solanto che tale divergenza di vedute non fosse altrettanto apprezzata dai diretti interessati. La maggior parte dei “marciatori” di Washington disapprovava con fermezza la controcultura che si era sviluppata in contemporanea al movimento pacifista. La caduta della SDS aveva spianato la strada ad una nuova generazione di “leaders”, rapidamente etichettati come “hippie”, che non godevano certo delle simpatie della middle-class statunitense, assolutamente a disagio con quella nuova cultura caratterizzata da capelli lunghi, abuso di droghe e promiscuità sessuale. Gli stessi “hippie”, d’altronde, non cercavano affatto la legittimazione da parte dei ceti medi e si rifugiarono dietro alla musica di protesta per marcare il loro distacco dai “vecchi”, considerati tali più per questioni di mentalità che non per motivi anagrafici.

Tanti auguri…

… a me,

tanti auguri a me,

tanti auguri felici,

tanti auguri a me!!!!

Maniaco del compleanno

Se non ho sbagliato i conti fanno 24. E il quarto di secolo si avvicina… :-)

La farfalla granata: la meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni, il calciatore artista

Ero rimasto piacevolmente colpito, qualche tempo fa, dalla lettura di un libricino di satira firmato da Nando Dalla Chiesa. Così com’ero rimasto scottato, più recentemente, ma in senso negativo, dalla lettura di un libro di Ken Bryan dedicato al calcio. Possibile che allo sport più bello del mondo non fosse mai stato dedicato un libro all’altezza?

Per fortuna ho avuto ampiamente modo di ricredermi. E il merito va al succitato Nando Dalla Chiesa ed al suo meraviglioso volume “La farfalla granata: la meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni, il calciatore artista

La farfalla granata: la meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni, il calciatore artista

Più che un libro, 200 pagine di vera e propria poesia. Una poesia che senza mai cadere nel sentimentalismo più becero si mescola in maniera superba alla narrativa, per raccontare e tramandare ai posteri le gesta di un piccolo uomo, che pur nella tragicità della sua brevissima vita è stato capace di lasciare un’impronta indelebile nell’ipocrita mondo del calcio.

La narrazione, rigorosa da un punto di vista cronologico, è alternata a splendide metafore. E’ doveroso, Dalla Chiesa mi perdonerà, riportare qui dentro la prima di queste.

“Volteggiava leggera, la farfalla. Le ali membranose andavano su e giù nell’aria mandando bagliori colorati che il sole si divertiva a sgranare e a distillare. Vorticava instancabile intorno ai fili dell’erba tenera e profumata, ai quali tornava regolarmente. Come se solo il volteggiare a una spanna da loro le regalasse il piacere e la sensazione di volare; come se solo i fili erbosi sapessero offrire qualcosa di arcanamente gioioso alla sua dolce e passeggera esistenza. Un entomologo avrebbe subito capito che essa non apparteneva a nessuna delle più ordinarie famiglie dei lepidotteri: né alle vanesse né alle cavolaie, né alle pieridi né alle pavonie. Né assomigliava al bombice del gelso. E neppure era classificabile, osservata da vicino, nell’affascinante famiglia delle falene.

Era una ben strana e singolare farfalla, capace di disegnare nell’aria figure bizzose eppure sempre dotate di un qualche profondissimo senso. Ogni tanto si fermava. Le scaglie colorate allora si facevano più spente. Nessuno avrebbe potuto capire la ragione di quell’improvvisa e apparente malinconia, che i colori smorzati rendevano subito evidente agli altri abitanti del prato. Ma bastava che i fili d’erba, con la complicità di un grillo, o di altre farfalle buontempone (di solito farfalle di passaggio), le combinassero uno scherzo, magari invertendo la loro posizione sul prato o arricciandosi d’improvviso tutti insieme, che le tornava irresistibile il buon umore. E con quello perfino un po’ d’impudenza. Allora la farfalla ritrovava il suo inimitabile brio. Ripartiva elegante con il suo indecifrabile volteggiare disegnando trame di estrosa armonia. E i colori si rifacevano vividi, esaltando nel chiarore dell’aria una rarissima tonalità granata che picchiettava le ali, attraversandole e orlandole quasi per intero.

Un giorno, per una ragione che nessun abitante del prato riuscì mai a capire fino in fondo, la farfalla scelse di spingere il proprio volo fuori da quel grande e magico recinto, abbandondando di corsa la protezione fedele e avvolgente dei fili d’erba. Forse sentì il profumo di un nettare speciale proveniente da un prato diverso e lontano. O forse provò solo il desiderio di nuovi luoghi e nuovi cieli, impermalita – ogni tanto accadeva – per uno scherzo eccessivamente irriguardoso dei suoi amici burloni e filiformi. O forse, semplicemente, si ricordò di essere una farfalla; e che breve è la vita delle farfalle, anche di quelle che non fanno parte delle cavolaie e delle vanesse, delle pieridi o delle pavonie. E andò incontro al suo destino, accelerandolo in un impeto di giovinezza.

Non lo saprà mai nessuno. Certo è, lo raccontano perfino i giornali che si interessarono del caso, che essa uscì dal prato. Qualcosa di metallico, di rumoroso, di innaturale, l’aspettava con impazienza rombante proprio nel punto in cui essa si sarebbe trovata senza più riparo. La colpì mentre volteggiava, quasi prigioniera delle sue abitudini, all’altezza del suolo. Poi le tonalità granata sparirono di colpo, inabissandosi nel vuoto. Nell’aria rimasero solo le cavolaie e le vanesse, le pavonie e le pieridi. Ma i fili d’erba verde, così si racconta, per lunghi giorni tennero la vista ben aguzza, cercando di riconoscere nella più piccola parvenza di tonalità granata in volo il ritorno della loro amica. Finché si rassegnarono: da allora in poi avrebbero dovuto limitarsi a contemplare il fascino delle falene.”

Credo davvero che spendere altre parole per commentare questo libro sarebbe superfluo. Chiunque dovrebbe leggerlo.

Dagli accordi di pace di Parigi alla caduta di Saigon

Il 1972, negli Stati Uniti, era anche l’anno delle elezioni presidenziali. Nixon, per ottenere un secondo mandato, doveva battere lo sfidante democratico George McGovern, che i sondaggi davano in fortissimo ritardo. Il 22 ottobre, i progressi nelle trattative di pace che si stavano conducendo a Parigi portarono l’esercito USA a sospendere la “Operation Linebacker”, una massiccia campagna di bombardamenti aerei che stava rovinosamente colpendo i nordvietnamiti dal maggio dello stesso anno. Il segretario di stato Henry Kissinger, memore delle “sorprese di ottobre” degli anni passati, non perse l’occasione per dare una “spintarella” al presidente repubblicano cui era fedele. “Peace is at hand” esclamò alla televisione Kissinger. Per i sogni di gloria di McGovern, questo fu l’autentico colpo di grazia. Nixon venne rieletto con una maggioranza schiacciante dei voti, ma per sua sfortuna le trattative di pace entrarono in una profonda fase di stallo. E il segretario di stato americano fu così bersagliato dal tiro incrociato di giornalisti, avversari politici e intellettuali di vario genere, i quali lo accusavano di aver falsato il risultato delle elezioni presidenziali. L’amministrazione Nixon si salvò con una scusa piuttosto convincente: la delegazione nordvietnamita aveva sfruttato il discorso di Kissinger per mettere in imbarazzo il presidente ed indebolire la posizione degli USA al tavolo delle trattative.

Durante la campagna elettorale, Nixon aveva tuttavia promesso un graduale disimpegno delle truppe statunitensi dal Vietnam, che sarebbe ben presto dovuto diventare “totale”. Ora si trattava di mantenere la promessa fatta ai suoi concittadini, cercando al tempo stesso di non deludere l’alleato sudvietnamita, ovvero non lasciando terreno fertile ad un’invasione da parte dell’esercito del Vietnam del Nord. Nel dicembre 1972, il comando militare USA lanciò la “Operation Linebacker II”, la più pesante campagna di bombardamenti aerei di tutta la guerra. Per 11 notti consecutive, le città di Hanoi e di Haiphong vennero bombardate da squadroni di bombardieri B-52 , che le ridussero praticamente in macerie. L’intento di Nixon, che aveva ereditato il fardello del Vietnam da coloro che lo avevano preceduto alla Casa Bianca, era quello di dimostrare ai sudvietnamiti che l’esercito USA stava facendo il massimo per difendere il Paese di Nguyen Van Thieu. Al tempo stesso, mettendo in mostra il massimo della propria potenza di fuoco, gli statunitensi volevano convincere i governi nord e sudvietnamiti a sedersi con una maggior disponibilità al tavolo delle trattative , allo scopo di arrestare una carneficina che sembrava più che mai senza fine.

Il piano riuscì alla perfezione: le trattative di pace ripresero il 29 dicembre, in contemporanea allo stop dei bombardamenti. L’accordo, finalmente raggiunto, venne firmato a Parigi il 27 gennaio 1973, decretando ufficialmente la fine del coinvolgimento USA nella guerra del Vietnam. Henry Kissinger e Le Duc Tho, a capo rispettivamente delle delegazioni diplomatiche di Stati Uniti e Vietnam del Nord, pur in mezzo a mille polemiche, furono insigniti del Premio Nobel per la pace. L’accordo stipulato non fu tuttavia accolto con particolare entusiasmo dall’opinione pubblica USA, quasi come se essa fosse consapevole del fatto che, da lì a poco, avrebbe dovuto subire uno schiaffo morale di proporzioni inimmaginabili. Il 29 marzo, ad espletamento degli impegni sottoscritti, il comando militare americano ordinò l’immediato rimpatrio di tutte le truppe dislocate nella penisola indocinese. I “veterani” che rientrarono nel Paese si trovarono immersi in un clima fortemente ostile nei loro confronti. Invece che venire considerati “eroi”, essi vennero generalmente ignorati dalle amministrazioni pubbliche e addirittura si trovarono talvolta a dover fronteggiare orde di contestatori che rimproveravano loro il servizio prestato nell’esercito.

Nixon, per convincere il governo sudvietnamita di Nguyen Van Thieu a sottoscrivere l’accordo di Parigi, dovette promettere che gli Stati Uniti, nonostante il ritiro delle proprie truppe, avrebbero continuato a fornire all’alleato aiuti finanziari e, in misura minore, militari, in maniera tale che il Vietnam del Sud sarebbe stato ancora in grado di difendere la propria indipendenza. Si trattava di un’offerta equa, che consentiva alle truppe americane di lasciare il Vietnam senza che questa passasse per una fuga e al tempo stesso garantiva un discreto margine di sicurezza futura al governo sudvienamita. Quello che Nixon non poteva sapere, però, era che lo scandalo Watergate , i cui segnali prodromici erano emersi già il 17 giugno dell’anno precedente, sarebbe cresciuto a tal punto da privarlo “de facto” del suo potere politico, fino a spingerlo alle dimissioni. Il Congresso bloccò ogni tipo d’intervento militare statunitense in Vietnam e dimezzò l’ammontare degli aiuti economici che l’amministrazione repubblicana aveva promesso a Van Thieu.

Dall’altra parte del mondo, l’Unione Sovietica colse la palla al balzo. Non essendo più gli americani direttamente coinvolti nel conflitto, l’URSS poteva riprendere ufficialmente il suo programma di aiuti economico-militari al Vietnam del Nord, senza il timore di scatenare un’eventuale crisi diplomatica con gli Stati Uniti. Così fece, rendendo quello nordvietnamita uno degli eserciti più preparati e meglio armati del periodo. Nel dicembre 1974, il Congresso USA, varando il “Foreign Assistance Act”, tagliò tutti gli aiuti economici al governo sudvietnamita. Nixon, minacciato di impeachment all’apice dello scandalo Watergate, aveva rassegnato le dimissioni il precedente 9 agosto, lasciando il posto al suo vice Gerald Ford, il quale tentò invano di porre il veto sul decreto presentato al Congresso. All’inizio del 1975, l’esercito sudvietnamita si trovò pertanto da solo a dover fronteggiare le ricostituite forze del Nord, le quali, nonostante il trattato firmato a Parigi, non avevano certo cessato di avere idee bellicose. Nel marzo 1975, l’esercito nordvietnamita penetrò nelle “Central Highlands”, il cuore del Vietnam del Sud, tagliando di fatto il Paese in due. Van Thieu, impaurito dall’idea che le truppe sudvietnamite dislocate lungo il confine settentrionale del Paese potessero venir circondate dall’esercito nemico, ordinò loro di rientrare prontamente verso gli altopiani interni. Ma proprio quando le operazioni di ripiegamento iniziarono, dal Vietnam del Nord si scatenò un’offensiva che trasformò lo spostamento delle truppe del Sud in una sanguinosa ritirata.

Il Vietnam del Nord aveva dato inizio ad una campagna d’invasione in piena regola. L’11 marzo, dopo un violento bombardamento d’artiglieria, le truppe sudvietnamite che difendevano la città di Ban-Me-Thuot si diedero alla fuga, lasciando il centro nelle mani dell’esercito invasore. Van Thieu impartì al suo esercito l’ordine di abbandonare immediatamente gli altopiani interni unitamente a tutte le province settentrionali del Vietnam del Sud. Il generale Phu abbandonò così le città di Pleiku e Kontum, ritirandosi con la sua colonna verso Tum Ky. Lo stato in cui versava il Paese, profondamente segnato da anni di guerra feroce che lo avevano praticamente privato di ogni infrastruttura di trasporto, rese particolarmente difficoltoso lo spostamento dei 60′000 uomini guidati dal generale. L’esercito nordvietnamita, lanciato all’inseguimento, raggiunse e sterminò nel giro di pochi giorni la colonna impegnata nella ritirata. Il 20 marzo, con un improvviso cambiamento di rotta, Van Thieu diede l’ordine di difendere a tutti i costi Hue, la terza città più grande del Vietnam del Sud. Il proclama restò lettera morta. I nordvietnamiti misero sotto assedio la città, che il 25 marzo cadde nelle loro mani. Galvanizzato dal grande successo di Hue, l’esercito del Vietnam del Nord si lanciò all’assalto della città di Da Nang, dove i 100′000 soldati sudvietnamiti di stanza si arresero, quasi senza colpo ferire, il 30 marzo. I tempi erano ormai maturi per lanciare la “campagna Ho Chi Minh”, ovvero l’attacco finale su Saigon. Il 7 aprile, tre divisioni del quarto corpo d’armata nordvietnamita attaccarono Xuan-loc, 40 miglia ad est rispetto a Saigon. La resistenza opposta dalla 18° divisione di fanteria dell’esercito sudvietnamita fu eroica, ma non ottenne altro risultato se non quello di rimandare di un paio di settimane la conquista della città. Xuan-loc cadde il 21 aprile. Lo stesso giorno, Nguyen Van Thieu rassegnò le proprie dimissioni, affermando nel suo breve discorso di commiato che “gli Stati Uniti avevano tradito il Vietnam del Sud”. Il 25 aprile, l’ormai ex leader abbandonò il Paese rifugiandosi a Taiwan e lasciando la sua poltrona al generale Duong Van Minh. Due giorni più tardi, le truppe del Nord circondarono Saigon ed iniziarono a bersagliarne l’aeroporto a colpi di artiglieria. Per la popolazione civile e i militari presenti nella città non vi era più via di scampo. Il 29 aprile, in un disperato tentativo di “salvare il salvabile”, gli USA lanciarono una missione di soccorso chiamata “Option IV”, il più grande piano di evacuazione aerea della storia. Volando ininterrottamente giorno e notte, gli elicotteri statunitensi riuscirono a mettere in salvo 7′000 persone, tra le quali tutto il residuo personale americano di Saigon.

Negli Stati Uniti, l’evento fu vissuto come una e vera propria umiliazione. L’esercito più forte del mondo, poco importa se esso non stava più combattendo ma era invece impegnato in una sorta di “missione umanitaria”, stava scappando in fretta e furia da un teatro di guerra. Proprio quella fuga che Nixon pensava di essere riuscito in qualche modo a scongiurare con gli accordi di Parigi. E resa ancora più drammatica dalle immagini, trasmesse dai telegiornali e rese immortali dalle fotografie, di folle di cittadini sudvietnamiti che si calpestano l’un l’altro, nel disperato tentativo di riuscire a salire a bordo degli elicotteri americani. L’opinione pubblica degli Stati Uniti rimase letteralmente sbigottita.

La celebre foto della presunta evacuazione dell'ambasciata USA di Saigon

Saigon cadde il 30 aprile. Malgrado le sacche di resistenza sparse qua e là, l’esercito nordvietnamita si impadronì nel giro di poche ore dell’ambasciata americana, del quartier generale della polizia, delle stazioni radio e del palazzo presidenziale, issando su quest’ultimo la bandiera dei guerriglieri Viet Cong. L’epopea dei due Paesi indocinesi si concluse il 2 luglio 1976, quando il Vietnam del Sud venne unificato al Nord, dando origine alla Repubblica Socialista del Vietnam. Saigon, ribattezzata Ho Chi Minh City in onore del leader nordvietnamita scomparso nel 1969, venne eletta a capitale del nuovo stato.

La riapertura del dialogo con il blocco sino-sovietico: “distensione” e stop della guerra del Vietnam

Uno dei grossi meriti che viene oggi attribuito a Nixon (per quanto sia raro che la storiografia “ufficiale” mostri segni di apprezzamento nei confronti dei presidenti repubblicani del passato) è quello di essere riuscito a riavviare un dialogo costruttivo con l’altra superpotenza dell’epoca, l’Unione Sovietica. Il modo in cui tale obiettivo venne dapprima perseguito ed infine raggiunto è uno straordinario esempio di come le raffinate armi della diplomazia possano essere in grado di cambiare il corso della storia. Ed è soprattutto un esempio della maestria con le quale gli americani sapevano utilizzare, all’epoca, queste armi. Maestria abbinata a pazienza. Per raggiungere l’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon dovette infatti partire da molto lontano. Precisamente dalla Cina.

I rapporti tra i due Paesi comunisti, URSS e Cina, erano critici da tempo. Mao, per quanto rispettasse profondamente Stalin, ne aveva sempre ignorato i consigli più volte impartitigli, portando avanti una sua personale visione della “strada verso il comunismo”. Le divergenze tra i due erano in parte ideologiche (Mao aveva sempre rifiutato il dogma marxista-leninista secondo il quale la rivoluzione del proletariato doveva essere scatenata dai lavoratori dei grandi centri urbani ) ed in parte “pratiche”: il leader della futura Repubblica Popolare Cinese, ad esempio, oltre a non apprezzare per natura qualunque forma di ingerenza esterna, non aveva condiviso l’atteggiamento di apertura nei confronti di Chiang Kai-Shek da parte dell’URSS e non si fece scrupoli, nel 1949, a cacciare dal Paese il leader del movimento nazionalista. Ma le differenze riguardavano anche il modello di sviluppo economico da seguire. L’Unione Sovietica aveva sempre posto l’enfasi sul ruolo preponderante dell’industria pesante, considerando i beni di consumo una priorità secondaria. La Cina, le cui politiche economiche venivano “suggerite” da consiglieri sovietici, seguì inizialmente alla lettera le indicazioni che riceveva sull’argomento. Indicazioni che, evidentemente, non piacevano in maniera particolare a Mao. Il leader cinese, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, iniziò ad elaborare nuove idee riguardo al percorso che la Cina avrebbe dovuto seguire per potersi affermare come potenza industriale. Queste idee, che si fondavano su una mobilitazione di tutta la forza lavoro disponibile, allo scopo di modernizzare a tempo di record il Paese del far-east asiatico, condussero alla disastrosa politica del “Grande balzo in avanti”, varata nel 1958.

Ma uno degli elementi di rottura tra URSS e Repubblica Popolare Cinese emerse con un lustro in anticipo rispetto al lancio del “Grande balzo in avanti”. L’evento scatenante fu la morte di Stalin, il 5 marzo del 1953. Mao, che aveva sempre accettato il ruolo di Stalin quale “leader de facto” del movimento comunista internazionale, si aspettava che questa posizione privilegiata toccasse ora a lui. I nuovi reggenti sovietici, Malenkov e Khrushchev, non la pensavano però allo stesso modo e questo fu, per il rivoluzionario cinese, motivo di profondo risentimento. Il leader sovietico Khrushchev cercò di allentare la tensione con una visita in Cina durante il 1954, nel corso della quale formalizzò il ritorno della base navale di Lushun nelle mani della Repubblica Popolare Cinese e strinse accordi per una più stringente cooperazione economica tra i due Paesi. Fu però il processo di “destalinizzazione”, il quale ebbe inizio durante il 20° Congresso del Partico Comunista Sovietico, a far infuriare Mao, convinto che i sovietici stessero non solo rinnegando gli storici legami di amicizia con la Cina comunista, ma anche abbandonando l’idea centrale delle teorie marxiste-leniniste, ovvero l’inevitabile conflitto armato che, prima o poi, avrebbe dovuto aver luogo tra il mondo capitalista e quello socialista.

Eisenhower e Khrushchev, con le rispettivi consorti, nel 1959

La situazione esplose nel 1959. In un meeting con il presidente statunitense Eisenhower, Khrushchev espresse le sue preoccupazioni riguardanti il progetto cinese del “Grande balzo in avanti”, il quale era a suo dire la dimostrazione che Mao non fosse un vero marxista. Le stesse preoccupazioni, d’altronde, serpeggiavano negli animi di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, i rivali di Mao all’interno del Partito Comunista Cinese. Rientrato a Mosca, Khrushchev revocò l’aiuto promesso alla Cina per lo sviluppo dell’arma atomica e rifiutò di fornire aiuto alla Repubblica Popolare per la risoluzione di alcune questioni militari sul confine con l’India, Paese moderatamente vicino all’Unione Sovietica. Se dal punto di vista sovietico queste misure erano state prese con l’unico intento di non indispettire eccessivamente l’amico/nemico americano (lo spettro di una guerra atomica tra le due superpotenze aleggiava più che mai nell’aria), Mao non digerì ed accusò la leadership sovietica di essere eccessivamente conciliante nei confronti dell’Occidente.

Le polemiche tra i due Paesi, seppur veementi, si mantennero per un certo periodo di tempo su una dimensione di non-scontro diretto. La Cina criticava il riappacificamento sovietico con la Jugoslavia di Tito, mentre altrettanto facevano i sovietici chiamando in causa la vicinanza della Repubblica Popolare Cinese con Enver Hoxha di Albania. La rottura divenne pubblica nel giugno 1960, durante un congresso del Partito Comunista Rumeno. Khrushchev definì Mao “un nazionalista, un avventuriero ed un deviazionista”. Il rappresentante cinese Peng Zhen ribattè prontamente, definendo Khrushchev “un revisionista” e criticando il suo “patriarcale, arbitrario e tirannico” comportamento . La crisi si acuì durante un meeting degli 81 più importanti partiti comunisti del mondo, tenutosi a Mosca nel novembre 1960, che riuscì tuttavia a concludersi con una risoluzione elaborata di comune accordo tra tutti i membri, prevenendo così quella che sarebbe stata una rottura “formale” tra URSS e Cina. Tensioni vi furono anche durante il 22° congresso del Partito Comunista Sovietico, nell’ottobre del 1961, e poi un mese più tardi, quando l’Unione Sovietica ruppe le relazioni diplomatiche con l’Albania, trasformando in una disputa tra stati quella che era stata fino ad allora una controversia tra partiti politici. Anche in queste due occasioni, ad ogni modo, prevalse il buon senso.

Ciò non avvenne nel 1962, quando gli eventi internazionali portarono ad una brusca ed ufficiale rottura tra l’Unione Sovietica e la Cina. Mao sparò a zero su Khrushchev per essere tornato sui suoi passi durante la “Crisi dei missili” cubana:

Khrushchev has moved from adventurism to capitolationism”.

Il segretario sovietico replicò per le rime, affermando che seguire la politica di Mao avrebbe portato ad una guerra atomica . La rottura si consumò a questo punto sotto una prospettiva formale. In risposta allo scontro dialettico avvenuto, nel giugno 1963 i comunisti cinesi elaborarono un breve scritto, denominato “A Proposal Concerning the General Line of the International Communist Movement ”. Questo costituiva, a tutti gli effetti, un vero e proprio documento programmatico, nel quale veniva esposto il “pensiero cinese” riguardo al presunto “deviazionismo” kruscioviano. Il piccato scambio di battute tra i “teorici” dei partiti comunisti cinese e sovietico si protrasse per lungo tempo, contribuendo a creare una frattura sempre più insanabile tra i due Paesi. Una frattura che sfociò, nel 1964, in una rottura “de facto” delle relazioni diplomatiche tra i due giganti asiatici , con Mao che arrivò provocatoriamente a sostenere che in Unione Sovietica avesse avuto luogo una contro-rivoluzione, il cui risultato era stato il riaffermarsi del capitalismo.

Con la caduta di Khrushchev, nell’ottobre 1964, le polemiche si attenuarono. Il premier cinese Zhou Enlai si recò in visita a Mosca per un colloquio con i due nuovi leaders sovietici, Leonid Brezhnev ed Alerei Kosygin, ma nel resoconto che fece al suo ritorno sottolineò come l’URSS non avesse alcuna intenzione di muoversi dalle sue posizione nei riguardi della Cina. Mao, ancora una volta, non perse tempo per polemizzare, denunciando un “kruscievismo senza Khrushchev”, e la guerra delle parole riprese forte come e più di prima. L’avvio della Rivoluzione Culturale di Mao contribuì a rarefarre le possibilità di contatto tra i due Paesi, chiudendo al tempo stesso la Cina in un isolamento pressochè totale dal resto del mondo. L’unica eccezione a questo “isolazionismo” la si fece per la guerra del Vietnam. La Repubblica Popolare Cinese, infatti, accordò all’Armata Rossa il permesso di trasportare armamenti e rifornimenti ai combattenti del Nord Vietnam, passando attraverso il territorio cinese.

Ma la guerra rischiò realmente di scoppiare anche tra gli stessi due Paesi comunisti. Nel gennaio 1967, la Guardia Rossa circondò l’ambasciata sovietica di Pechino. In seguito, gli uomini di Mao calcarono ulteriormente la mano, risollevando l’antica diatriba sulla linea di frontiera tra URSS e Cina, imposta con alcuni trattati del diciannovesimo secolo, dalla Russia zarista all’indebolita dinastia Qing cinese. La Repubblica Popolare Cinese non presentò precise richieste territoriali, ma si limitò ad insistere affinché i sovietici riconoscessero la profonda iniquità di quei trattati. Da Mosca, con ostile indifferenza, rifiutarono sdegnati di discutere dall’argomento. Fu il sangue freddo mostrato nella circostanza dall’Unione Sovietica a scongiurare il rischio che un conflitto su larga scala fosse realmente scoppiato. I russi, d’altro canto, erano consapevoli di quanto la Rivoluzione Culturale stesse indebolendo la posizione internazionale della Cina, impegnata a fronteggiare i moti contro-rivoluzionari interni, ed al tempo stesso costretta a dispiegare truppe lungo i propri confini nord-occidentali per mettere sotto pressione l’establishment sovietico. Forti di una indiscussa superiorità militare, i russi arrivarono a dispiegare sul confine con la Cina, sul finire del 1968, 25 divisioni dell’esercito, 1′200 aerei da combattimento e 120 testate missilistiche a media gittata. Vi furono alcune schermaglie, nel marzo 1969, quando i due eserciti si fronteggiarono a distanza lungo le rive del fiume Ussuri, e nell’agosto dello stesso anno. La guerra sembrava imminente, ma dopo le reciproche provocazioni la situazione rientrò rapidamente nei canoni della “pacifica convivenza” tra i due eserciti, di stanza a pochi chilometri l’uno dall’altro. A settembre, Kosygin visitò segretamente Pechino per tenere un incontro con Zhou Enali. Il mese successivo iniziarono i colloqui ufficiali tra i due Paesi, per risolvere una volta per tutte la questione dei confini. Un accordo non venne raggiunto, ma questa serie di incontri servì perlomeno a ripristinare un minimo di rapporti diplomatici tra Cina ed Unione Sovietica, riducendo così gli attriti tra gli eserciti.

Con l’arrivo degli anni ’70, Mao, finalmente consapevole di come non potesse continuare a fronteggiare simultaneamente URSS, Stati Uniti e dissidenti interni, adottò una linea più equilibrata rispetto a quella fin lì seguita. Considerando, per questioni prettamente geografiche, l’Unione Sovietica quale minaccia principale alla sopravvivenza della Repubblica Popolare, il leader cinese cercò di ottenere l’appoggio di Washington in chiave anti-sovietica. Tra i due Paesi iniziarono trattative condotte nel massimo riserbo ed ai più alti livelli. Seppur per motivi tra loro profondamente differenti, entrambi i governi avevano un estremo interesse nel ripristinare reciprocamente delle buone relazioni diplomatiche. Specialmente negli Stati Uniti, occorreva però preparare l’opinione pubblica a quella che sarebbe stata una svolta di carattere epocale. Quale strumento migliore dello sport poteva esserci per perseguire tale fine? Il 6 aprile del 1971, la squadra americana di ping pong si trovava in Giappone per disputare i campionati mondiali di tale disciplina. In un “incidente” diplomatico studiato a tavolino, il giocatore della squadra americana Glenn Cowan non venne caricato sul pullman della squadra diretto al campo di gara, ma lasciato nel campus dove alloggiavano tutti i giocatori delle varie rappresentative nazionali partecipanti alla competizione. Uno dei giocatori della squadra cinese si offrì di dargli un passaggio sul pullman della propria squadra e fu proprio qui che, di fronte a diversi fotografi e giornalisti, il pluri-campione giapponese Zhuang Zedong si alzò dal suo seggiolino ed andò a far la conoscenza del “collega” americano, al quale regalò anche una stampa delle montagne Huangshan, che “casualmente” portava con sè. Le immagini fecero rapidamente il giro del mondo , alimentando negli States un diffuso sentimento pro-cinese. Il 10 aprile, dopo che Mao in persona aveva dato il suo parere positivo a riguardo, nove atleti della squadra statunitense, passando attraverso Hong Kong, arrivarono sul territorio cinese, dove rimasero per diversi giorni, giocando partite dimostrative e visitando le bellezze del Paese. Il clima era favorevole per il grande passo. Henry Kissinger giunse segretamente a Pechino nel luglio 1971, spianando immediatamente il terreno alla visita del presidente Nixon, che ebbe luogo nel febbraio dell’anno seguente.

Richard Nixon e Mao Tze Tung

I sovietici, più che preoccupati dall’inaspettato avvicinamento tra Cina e Stati Uniti, erano furiosi per l’affronto subito. La “China card” giocata dal presidente americano traeva la sua forza proprio in questo. L’amministrazione Nixon si era mostrata disponibile al dialogo con la Cina, in maniera tale da poterla allontanare dall’URSS ed ottenere così un importante vantaggio strategico nel delicato bilancio degli equilibri tra l’Occidente ed i Paesi appartenenti all’orbita sovietica. In maniera estremamente accorta, Kissinger e i suoi uomini non chiusero le porte in faccia ai russi. Ora, da un punto di vista diplomatico, affinché questo progressivo avvicinamento degli Stati Uniti alla Cina maoista (il quale sarebbe potuto, almeno agli occhi dei sovietici, sfociare in una vera e propria alleanza) potesse quantomeno raffreddarsi, l’URSS doveva dare qualcosa in cambio agli USA. Nixon, nei colloqui con i leader sovietici che seguirono immediatamente la sua visita nella Repubblica Popolare Cinese, spostò prontamente il discorso sul tema della riduzione degli armamenti nucleari, consapevole che tale argomento, per quanto militarmente ininfluente , aveva grande presa sull’opinione pubblica. I primi colloqui sulla riduzione dei rispettivi arsenali, tenutisi tra Helsinki e Vienna e passati alla storia con il nome di “SALT I ”, sfociarono nella firma, il 26 maggio 1972, dell’“Interim Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on Certain Mesaures with respect to the Limitation of Strategic Offensive Arms ”. Fu questo il primo atto formale di quel clima di “distensione” che caratterizzò, fino al momento del crollo del muro di Berlino, i rapporti tra le due superpotenze.

La firma del primo trattato sulla riduzione degli armamenti tra USA e URSS

Ma Nixon, per quanto artefice di una svolta epocale, nutriva anche bisogni più “pratici”. Gli Stati Uniti dovevano uscire dalla guerra del Vietnam e dovevano farlo nel modo più indolore possibile. Con l’avvicinamento alla Repubblica Popolare Cinese e l’avvio di cordiali trattative con l’Unione Sovietica, gli USA posero i due Paesi comunisti in una situazione piuttosto singolare. Entrambi ambivano ad essere considerati come l’interlocutore privilegiato nel dialogo tra Est ed Ovest. Così, nel tentativo di attirarsi le simpatie americane, tutti e due i Paesi arrivarono in rapida successione a rompere le relazioni diplomatiche con il Vietnam del Nord . Nixon, nel suo libro “No more Vietnams”, riassumerà qualche anno più tardi, con malcelato orgoglio, il vero motivo delle sue apparentemente slegate decisioni di politica estera:

I had long believed that an indispensable element of any successful peace initiative in Vietnam was to enlist, if possible, the help of the Soviets and the Chinese. Though rapprochement with China and détente with the Soviet Union were ends in themselves, I also considered them possible means to hasten the end of the war. At worst, Hanoi was bound to feel less confident if Washington was dealing with Moscow and Beijing. At best, if the two major Communist powers decided that they had bigger fish to fry, Hanoi would be pressured into negotiating a settlement we could accept.”.

Quasi dimenticavo

Mi è venuto in mente che non vi avevo ancora reso partecipi di una cosa successa questo lunedì.

Scatola (chiusa) del LEGO Mindstorms NXT

Sì, è proprio lui… è arrivato!!!! :-D

Vi propongo altre due foto oscene, scattate appena aperto il pacco. Mi dispiace per le inquadrature, alquanto sfortunate, ma capite la mia eccitazione del momento.

La “doppia copertina” (non so quale sia esattamente il gergo tecnico) presente nella scatola:

Scatola (aperta) del LEGO Mindstorms NXT

Una rapida (e visivamente inutile, nel senso che non si vede nulla) panoramica del contenuto interno:

Contenuto del Mindstorms NXT

Per il momento, ho dovuto lasciare il tutto a Roteglia e prendermi qualche altro giorno di eremitaggio a Reggio. Altrimenti, davvero rischio di non finirla mai più la maledetta tesina di storia. Ma non vedo l’ora di metterci le mani sopra a questo mio caro robottino…

La palla medica (o medicinale, che dir si voglia…)

Palla medica

Tra qualche mese gli vorrò bene a colui che ha inventato questo diabolico arnese. Per ora mi limito ad odiarlo, unitamente a tutti i suoi antenati e discendenti presenti e futuri fino alla decima generazione, con riserva di prolungare a mio piacimento, ed in qualunque momento, tale range.

Sì, sono reduce dalla prima seduta di allenamento. Ho male dappertutto. E sicuramente domattina sarà peggio. Mi chiedo come potrà essere peggio di così, ma so che il mio corpo riuscirà ancora una volta a stupirmi, rendendomi partecipe del fatto che è composto da decine e decine di muscoli dei quali, fino al momento della sveglia mattutina, ignoravo nella maniera più assoluta l’esistenza.

Vado a nanna…

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