31 agosto 2006
La guerra più documentata della storia
Una frase di Westmoreland, pronunciata pochi anni fa commentando l’offensiva del Têt, può servire a chiarire nel migliore dei modi il punto evidenziato sul finire del precedente paragrafo:
“Militarmente [l’offensiva del Têt] la vincemmo noi, ma […] Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti.”
In realtà, così come abbiamo già raccontato, Westmoreland una conferenza stampa la tenne immediatamente dopo la messa in sicurezza dell’ambasciata USA di Saigon. Ma qui commise un errore piuttosto grave. Egli contravvenne ad una delle regole fondamentali contenute in qualsiasi manuale sulla gestione delle crisi : mai negare che una crisi vi sia stata. Il generale, di fronte ad una platea sotto shock, insistette sul fatto che il nemico non era mai penetrato nell’edificio dell’ambasciata (cosa peraltro vera) e che essa non era mai stata realmente in pericolo. Quest’ultimo aspetto era un’ovvia assurdità. Tutti i presenti, per arrivare sul luogo della conferenza stampa, avevano dovuto attraversare il cortile interno della sede diplomatica USA, dove erano ancora numerosi i corpi dei soldati nordvietnamiti e della polizia militare americana che giacevano a terra, senza vita. Come potevano, i giornalisti presenti sul posto, credere che gli USA avessero stroncato di netto l’offensiva nordvietnamita, quando Westmoreland era capace di mentire in una maniera così spudorata? Di fatto, i giornalisti non gli credettero. Ed inviarono ai propri editori dei pezzi dai toni decisamente drammatici e pessimistici. I quali, come abbiamo visto, contribuirono a stimolare un salto qualitativo e quantitativo del movimento pacifista statunitense.
In ultima analisi, fu proprio questa massiccia presenza sul teatro di guerra di giornalisti provenienti da tutto il mondo a fornire al movimento pacifista tutto il “materiale” di cui aveva bisogno per portare avanti la propria campagna. Furono dunque i media, seppur indirettamente ed in maniera generalmente inconsapevole, a fomentare le proteste contro la guerra del Vietnam.
Saverio Zuccotti, nello stesso articolo da cui è stata estratta la citazione di Westmoreland riportata nella pagina precedente, per spiegare il perché di questa così capillare presenza dei media chiama ancora in causa il comandante in capo delle forze americane di stanza in Vietnam:
“Se gli americani e il mondo conobbero il Vietnam fu proprio grazie al generale Westmoreland, il quale introdusse i giornalisti embedded in prima linea, liberi di muoversi senza restrizioni e di scrivere senza censura con il pieno supporto materiale delle forze armate. Il tentativo del generale di fare la guerra fino in fondo e di raccontarla alla nazione – due encomiabili propositi – si trasformò in un vero e proprio boomerang, visto che gli inviati raccontarono giorno dopo giorno le derive del conflitto.”
Il “problema” della copertura mediatica venne dunque trattato con eccessiva leggerezza, lasciando ai giornalisti la possibilità di seguire da vicino le truppe americane e di inviare in patria resoconti di qualunque genere. Westmoreland commise indubbiamente questo errore in buona fede. Il generale sapeva benissimo cos’era una guerra e quali erano le crudeltà che essa portava con sé. Ciò che sfortunatamente gli faceva pecca era il senso pratico. Westmoreland, militare di professione, non si rese conto del fatto che la sua maniera di vedere il mondo non coincideva nella maniera più assoluta con quella della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, americana e mondiale. E così diede tranquillamente carta bianca ai cronisti. I quali, ben presto, si trasformarono nei suoi inquisitori.
Alla luce di queste considerazioni, non deve quindi stupire il fatto che, durante le guerre dei giorni nostri, la stampa venga rigidamente controllata. Non sto parlando della censura, che è solo un retaggio di epoche passate . Oggi quella non serve più, o quantomeno ha effetti deleteri sull’opinione pubblica, la quale dietro alla censura riesce facilmente ad intuire i “giochi sporchi” di un governo che non ha piacere a far conoscere ai suoi cittadini la verità dei fatti accaduti. La censura praticata oggigiorno non si applica alla produzione finale di un giornalista, quanto piuttosto alle fonti dalle quali egli trae le sue informazioni. Gli “embedded journalists” del 2000 non possono più aggirarsi liberamente lungo le zone di guerra, se non a rischio della propria incolumità. Questo non perché le guerre dell’era moderna siano più cruente rispetto a quelle del passato, tutt’altro. Semplicemente perché, come il Vietnam ha insegnato, un giornalista libero di osservare la guerra nella sua spietata interezza non scriverà mai articoli concordi con le idee dei governi impegnati a proseguire il conflitto. Così, essi vengono accompagnati dai soldati, mano nella mano, a scoprire soltanto una piccola parte della guerra. Le possibilità di ritagliarsi un minimo spazio di “giornalismo autonomo”, durante i conflitti bellici dei nostri giorni, sono ormai inesistenti. I rischi nel volerlo fare sono seri. Prima ancora dei nemici, i primi bersagli ad essere colpiti dagli eserciti aggressori sono sempre i reporters “dissidenti”, ovvero coloro che non accettano le linee guida imposte dagli alti comandi militari di turno .
Naturalmente, quando si ragiona in termini di popolazioni, di “masse”, occorre tenere in considerazione alcuni aspetti. Il principale di questi è il fatto che un libro o un articolo di giornale non hanno sull’opinione pubblica la stessa influenza di un reportage televisivo o di una fotografia. Non si tratta soltanto di un fatto socioculturale. Le idee che con maggior facilità rimangono impresse nella mente delle persone sono quelle più semplici, quasi elementari nella loro schematicità e facilità di comprensione. Per quanto una fotografia possa essere analizzata sotto migliaia di punti di vista differenti e condurre a risultati tra loro profondamente divergenti, essa è un qualcosa di estremamente comprensibile. Una fotografia, soprattutto se scattata da un reporter di guerra, racconta un evento. Non serve conoscere tutto l’intricato background storico sottostante per poter emettere un giudizio su quanto si vede immortalato nell’immagine.
Abbiamo già accennato ad alcune storiche fotografie provenienti dal Vietnam: Nguyen Ngoc Loan che uccide a sangue freddo Nguyen Vam Lem, la piccola Kim Phuc Phan Thi che piange disperata con il corpo ustionato, la presunta ambasciata americana di Saigon evacuata in fretta e furia dai marines. Sono queste le immagini impresse nella mente di una persona qualunque che oggi ripensi alla guerra del Vietnam. Sono sempre queste le immagini impresse nei cuori di chi marciava per la pace negli anni ’60.
Eddie Adams, parlando della celebre immagine da lui scattata, osservò con un pizzico di orgoglio quanto potesse essere devastante sull’opinione pubblica l’esposizione alle illustrazioni fotografiche:
“The general killed the Viet Cong; I killed the general with my camera. Still photographs are the most powerful weapon in the world. People believe them, but photographs do lie, even without manipulation. They are only half-truths…What the photograph didn’t say was, ‘What would you do if you were the general at that time and place on that hot day, and you caught the so-called bad guy after he blew away one, two or three American soldiers?‘”
Per gli artefici della guerra, lasciare liberamente circolare quelle immagini fu un grave errore. Uno sbaglio che non venne però compreso immediatamente. E’ degli stessi anni, infatti, la morte di Ernesto “Che” Guevara. Anche la CIA, nel momento in cui riuscì indirettamente ad eliminare il guerrigliero argentino, cadde nello stesso tipo di errore commesso dall’esercito americano: lasciare che le fotografie del suo cadavere, in una posa candida e serena, facessero il giro del mondo. Furono molti coloro che riuscirono a ricondurre il corpo del Che a quello del “Cristo Morto” di Andrea Mantegna . Tutto ciò non fece altro che alimentare un mito che ancora oggi aleggia a tutte le latitudini, come ci dimostra in maniera esemplare Pino Cacucci nella prefazione al libro “Io sono un uomo”:

“ […] questo monologo rivolto al fantasma del Che ha il tono confidenziale, intimo di chi parla a un amico lasciandosi andare a uno sfogo accorato, nelle interminabili ore di agonia, fino all’alba in cui tutti i sogni muoiono, quando il guerrillero eroico finirà per tramandare un’immagine da Cristo deposto del Mantegna: e di conseguenza, beffa la morte, perché conscio che così diviene immortale. La simbologia del Cristo – di pari passo con quella del Don Chisciotte.”

Ma abbiamo accennato anche alla cinematografia. “Il Cinema è l’arma più forte” aveva proclamato con sicurezza Mussolini a suo tempo, parafrasando una celebre frase di Lenin . Ma il Duce, che durante la sua ventennale dittatura non trascurò di certo questo sua “intuizione”, non fece in tempo a goderne gli effetti. Al contrario, per una tragica ironia del destino, la cinematografia gli si ritorcerà contro in seguito. Ad essere tramandati ai posteri non saranno tanto i documentari propagandistici studiati in prima persona dal capo del fascismo e da una ristretta cerchia di suoi fedelissimi, quanto piuttosto quelle pagine di vita vissuta che allo sguardo dello spettatore odierno paiono le più buffe: Mussolini che parla innaturalmente impettito dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini che si spaccia goffamente per un contadino durante la battaglia del grano, Mussolini che nuota in una piscina mettendo in mostra un fisico tutt’altro che scolpito. Così come sarà l’oltraggio della folla inferocita ai corpi senza vita, suo e dell’amante Claretta Petacci, a venir riproposto con il passare degli anni. Sempre di sfuggita, mai soffermandosi seriamente sulla psicologia collettiva di quella folla che urlava e calciava, sputava ed orinava. Perchè il ricordo di piazzale Loreto doveva servire soltanto per far comprendere quale fosse, nel 1945, il livello di risentimento della popolazione nei confronti della dittatura mussoliniana.
In misura grave, seppur certamente minore rispetto a ciò che aveva sperimentato suo malgrado Mussolini, anche i veterani statunitensi della guerra del Vietnam dovettero fare i conti con la cinica e devastante onnipresenza dell’arma cinematografica. Non furono certo il cinema e la televisione a creare il “problema” dei veterani del Vietnam, ma esso servì per impedire loro un totale “riscatto” nella vita civile. L’80% dei soldati che riuscirono a portare a casa la pelle dal Vietnam fu anche in grado di rifarsi una nuova vita, più o meno normale. Ma 700’000 dei soldati rientrati in patria soffrirono invece di quella patologia psicologica che venne prontamente battezzata “Post Traumatic Stress Disorder”, lungo un continuum che muoveva dallo “shock da proiettile” della prima guerra mondiale, al “logorio da combattimento” del secondo conflitto. Difficile uscirne, specialmente in un’epoca nella quale la spettacolarizzazione della guerra è all’ordine del giorno. Basti a pensare a quanto ha recentemente scritto, in una nota d’agenzia, l’ANSA:
“La guerra in Iraq ha fatto scattare una nuova ondata di problemi mentali tra i veterani del conflitto del Vietnam. I reduci rivivrebbero infatti i loro traumi nel vedere alla Tv le immagini delle truppe Usa impegnate nei combattimenti a Baghdad. Un’indagine su un gruppo di veterani ha mostrato che il 57% ha accusato flashback dopo avere visto le immagini del conflitto, il 46% ha accusato problemi del sonno, e il 44% ha affermato di essere caduto in depressione.”
Abbiamo visto come il cinema e la televisione, a guerra finita, possano essere anche utilizzati in maniera strumentale, per legittimare una parte politica e delegittimarne un’altra. E’ il caso di Mussolini e del ricordo del ventennio fascista e della guerra di Resistenza. La stessa strategia, nel secondo dopoguerra, fu quella a cui fece ricorso il popolo ebraico per perseguire la sua personale “rivincita” nei confronti di un mondo occidentale che per anni aveva fatto finta di ignorare la Shoah. Leone Pompucci, regista del film sull’olocausto “La fuga degli innocenti”, si mostra conscio ancora oggi del suo ruolo all’interno di tale contesto:
(intervistatore) “Del resto è grazie a film come Schindler’s List e Il pianista che la Shoah è entrata nella cultura popolare europea…”
(Pompucci) “Il cinema è l’arma più forte che abbiamo. Uno strumento che deve essere utilizzato con sincerità e sensibilità. Dobbiamo raccontare storie fortissime senza che diventino ‘di genere’. Il genere equivale a celebrare una funzione senza credere alla santità del rito.”
D’altronde sono proprio le produzioni cinematografiche, nel mondo d’oggi, a riabilitare dall’oblio della memoria figure ricoperte di un’onta spesso immeritata. E’ quanto accaduto, ad esempio, anche ai martiri italiani della divisione Acqui, le cui vicende sono state celebrate da una fiction TV, prodotta dalla RAI ed intitolata “Cefalonia”. Poco importa, poi, se le fondamenta storiche sulle quali si basano queste rievocazioni si dimostrano essere, ad un’analisi un minimo attenta, del tutto false. Il telespettatore assiduo tende a non mettere in dubbio la veridicità di ciò che appare sullo schermo. Naturalmente egli non ammetterebbe mai, neppure sotto tortura, di considerare aprioristicamente “vero” ciò che osserva in televisione. Ma, di fatto, egli fa propri gli usi e i costumi dei personaggi che stanno dietro alla telecamera. Così come fa propri i messaggi che i registi inseriscono, più o meno consapevolmente, all’interno delle proprie produzioni cinematografiche. A riguardo è stupenda la riflessione del generale Luigi Caligaris, che con la “scusa” di commentare il succitato film dedicato a Cefalonia si lancia in una riflessione di più ampio respiro:
“Il fatto è che con l’ausilio del cinema – ma non solo – nel dopoguerra si è subliminalmente diffusa fra gli italiani la convinzione di essere soggetti poco affidabili e poco coraggiosi e, in quanto tali, militarmente perdenti Il fenomeno è così diffuso che, alla domanda rivolta ad accademici italiani da uno storico canadese sul coraggio italiano, le controparti sono sbottate in una fragorosa risata: ‘Ma che domanda! Il coraggio militare italiano non esiste. E’ un ossimoro’. Questa poco gratificante sindrome collettiva non è scomparsa, anzi continua a influenzare, in modo più pervasivo e più subdolo, la debole opinione di sé che molti Italiani gelosamente e caramente conservano.”
Quella a cui assistiamo oggi è la massima espressione del cinema visto, per dirla alla Noam Chomsky, come “fabbrica del consenso”. Ma la strada che ci ha portato fino a qui è stata lunga. La cinematografia, infatti, il suo ingresso trionfale nel panorama bellico l’aveva fatto diversi anni fa. Erano i tempi di Pearl Harbor e la popolazione giapponese fu la prima a dover sperimentare, sulla propria pelle, gli effetti di una propaganda politica condotta nelle sale dei cinema.
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