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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per agosto, 2006

La guerra più documentata della storia

Una frase di Westmoreland, pronunciata pochi anni fa commentando l’offensiva del Têt, può servire a chiarire nel migliore dei modi il punto evidenziato sul finire del precedente paragrafo:

Militarmente [l’offensiva del Têt] la vincemmo noi, ma […] Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti.

In realtà, così come abbiamo già raccontato, Westmoreland una conferenza stampa la tenne immediatamente dopo la messa in sicurezza dell’ambasciata USA di Saigon. Ma qui commise un errore piuttosto grave. Egli contravvenne ad una delle regole fondamentali contenute in qualsiasi manuale sulla gestione delle crisi : mai negare che una crisi vi sia stata. Il generale, di fronte ad una platea sotto shock, insistette sul fatto che il nemico non era mai penetrato nell’edificio dell’ambasciata (cosa peraltro vera) e che essa non era mai stata realmente in pericolo. Quest’ultimo aspetto era un’ovvia assurdità. Tutti i presenti, per arrivare sul luogo della conferenza stampa, avevano dovuto attraversare il cortile interno della sede diplomatica USA, dove erano ancora numerosi i corpi dei soldati nordvietnamiti e della polizia militare americana che giacevano a terra, senza vita. Come potevano, i giornalisti presenti sul posto, credere che gli USA avessero stroncato di netto l’offensiva nordvietnamita, quando Westmoreland era capace di mentire in una maniera così spudorata? Di fatto, i giornalisti non gli credettero. Ed inviarono ai propri editori dei pezzi dai toni decisamente drammatici e pessimistici. I quali, come abbiamo visto, contribuirono a stimolare un salto qualitativo e quantitativo del movimento pacifista statunitense.

In ultima analisi, fu proprio questa massiccia presenza sul teatro di guerra di giornalisti provenienti da tutto il mondo a fornire al movimento pacifista tutto il “materiale” di cui aveva bisogno per portare avanti la propria campagna. Furono dunque i media, seppur indirettamente ed in maniera generalmente inconsapevole, a fomentare le proteste contro la guerra del Vietnam.

Saverio Zuccotti, nello stesso articolo da cui è stata estratta la citazione di Westmoreland riportata nella pagina precedente, per spiegare il perché di questa così capillare presenza dei media chiama ancora in causa il comandante in capo delle forze americane di stanza in Vietnam:

Se gli americani e il mondo conobbero il Vietnam fu proprio grazie al generale Westmoreland, il quale introdusse i giornalisti embedded in prima linea, liberi di muoversi senza restrizioni e di scrivere senza censura con il pieno supporto materiale delle forze armate. Il tentativo del generale di fare la guerra fino in fondo e di raccontarla alla nazione – due encomiabili propositi – si trasformò in un vero e proprio boomerang, visto che gli inviati raccontarono giorno dopo giorno le derive del conflitto.

Il “problema” della copertura mediatica venne dunque trattato con eccessiva leggerezza, lasciando ai giornalisti la possibilità di seguire da vicino le truppe americane e di inviare in patria resoconti di qualunque genere. Westmoreland commise indubbiamente questo errore in buona fede. Il generale sapeva benissimo cos’era una guerra e quali erano le crudeltà che essa portava con sé. Ciò che sfortunatamente gli faceva pecca era il senso pratico. Westmoreland, militare di professione, non si rese conto del fatto che la sua maniera di vedere il mondo non coincideva nella maniera più assoluta con quella della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, americana e mondiale. E così diede tranquillamente carta bianca ai cronisti. I quali, ben presto, si trasformarono nei suoi inquisitori.

Alla luce di queste considerazioni, non deve quindi stupire il fatto che, durante le guerre dei giorni nostri, la stampa venga rigidamente controllata. Non sto parlando della censura, che è solo un retaggio di epoche passate . Oggi quella non serve più, o quantomeno ha effetti deleteri sull’opinione pubblica, la quale dietro alla censura riesce facilmente ad intuire i “giochi sporchi” di un governo che non ha piacere a far conoscere ai suoi cittadini la verità dei fatti accaduti. La censura praticata oggigiorno non si applica alla produzione finale di un giornalista, quanto piuttosto alle fonti dalle quali egli trae le sue informazioni. Gli “embedded journalists” del 2000 non possono più aggirarsi liberamente lungo le zone di guerra, se non a rischio della propria incolumità. Questo non perché le guerre dell’era moderna siano più cruente rispetto a quelle del passato, tutt’altro. Semplicemente perché, come il Vietnam ha insegnato, un giornalista libero di osservare la guerra nella sua spietata interezza non scriverà mai articoli concordi con le idee dei governi impegnati a proseguire il conflitto. Così, essi vengono accompagnati dai soldati, mano nella mano, a scoprire soltanto una piccola parte della guerra. Le possibilità di ritagliarsi un minimo spazio di “giornalismo autonomo”, durante i conflitti bellici dei nostri giorni, sono ormai inesistenti. I rischi nel volerlo fare sono seri. Prima ancora dei nemici, i primi bersagli ad essere colpiti dagli eserciti aggressori sono sempre i reporters “dissidenti”, ovvero coloro che non accettano le linee guida imposte dagli alti comandi militari di turno .

Naturalmente, quando si ragiona in termini di popolazioni, di “masse”, occorre tenere in considerazione alcuni aspetti. Il principale di questi è il fatto che un libro o un articolo di giornale non hanno sull’opinione pubblica la stessa influenza di un reportage televisivo o di una fotografia. Non si tratta soltanto di un fatto socioculturale. Le idee che con maggior facilità rimangono impresse nella mente delle persone sono quelle più semplici, quasi elementari nella loro schematicità e facilità di comprensione. Per quanto una fotografia possa essere analizzata sotto migliaia di punti di vista differenti e condurre a risultati tra loro profondamente divergenti, essa è un qualcosa di estremamente comprensibile. Una fotografia, soprattutto se scattata da un reporter di guerra, racconta un evento. Non serve conoscere tutto l’intricato background storico sottostante per poter emettere un giudizio su quanto si vede immortalato nell’immagine.

Abbiamo già accennato ad alcune storiche fotografie provenienti dal Vietnam: Nguyen Ngoc Loan che uccide a sangue freddo Nguyen Vam Lem, la piccola Kim Phuc Phan Thi che piange disperata con il corpo ustionato, la presunta ambasciata americana di Saigon evacuata in fretta e furia dai marines. Sono queste le immagini impresse nella mente di una persona qualunque che oggi ripensi alla guerra del Vietnam. Sono sempre queste le immagini impresse nei cuori di chi marciava per la pace negli anni ’60.

Eddie Adams, parlando della celebre immagine da lui scattata, osservò con un pizzico di orgoglio quanto potesse essere devastante sull’opinione pubblica l’esposizione alle illustrazioni fotografiche:

The general killed the Viet Cong; I killed the general with my camera. Still photographs are the most powerful weapon in the world. People believe them, but photographs do lie, even without manipulation. They are only half-truths…What the photograph didn’t say was, ‘What would you do if you were the general at that time and place on that hot day, and you caught the so-called bad guy after he blew away one, two or three American soldiers?‘

Per gli artefici della guerra, lasciare liberamente circolare quelle immagini fu un grave errore. Uno sbaglio che non venne però compreso immediatamente. E’ degli stessi anni, infatti, la morte di Ernesto “Che” Guevara. Anche la CIA, nel momento in cui riuscì indirettamente ad eliminare il guerrigliero argentino, cadde nello stesso tipo di errore commesso dall’esercito americano: lasciare che le fotografie del suo cadavere, in una posa candida e serena, facessero il giro del mondo. Furono molti coloro che riuscirono a ricondurre il corpo del Che a quello del “Cristo Morto” di Andrea Mantegna . Tutto ciò non fece altro che alimentare un mito che ancora oggi aleggia a tutte le latitudini, come ci dimostra in maniera esemplare Pino Cacucci nella prefazione al libro “Io sono un uomo”:

Il cadavere di Che Guevara

[…] questo monologo rivolto al fantasma del Che ha il tono confidenziale, intimo di chi parla a un amico lasciandosi andare a uno sfogo accorato, nelle interminabili ore di agonia, fino all’alba in cui tutti i sogni muoiono, quando il guerrillero eroico finirà per tramandare un’immagine da Cristo deposto del Mantegna: e di conseguenza, beffa la morte, perché conscio che così diviene immortale. La simbologia del Cristo – di pari passo con quella del Don Chisciotte.

Il "Cristo morto" di Mantegna

Ma abbiamo accennato anche alla cinematografia. “Il Cinema è l’arma più forte” aveva proclamato con sicurezza Mussolini a suo tempo, parafrasando una celebre frase di Lenin . Ma il Duce, che durante la sua ventennale dittatura non trascurò di certo questo sua “intuizione”, non fece in tempo a goderne gli effetti. Al contrario, per una tragica ironia del destino, la cinematografia gli si ritorcerà contro in seguito. Ad essere tramandati ai posteri non saranno tanto i documentari propagandistici studiati in prima persona dal capo del fascismo e da una ristretta cerchia di suoi fedelissimi, quanto piuttosto quelle pagine di vita vissuta che allo sguardo dello spettatore odierno paiono le più buffe: Mussolini che parla innaturalmente impettito dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini che si spaccia goffamente per un contadino durante la battaglia del grano, Mussolini che nuota in una piscina mettendo in mostra un fisico tutt’altro che scolpito. Così come sarà l’oltraggio della folla inferocita ai corpi senza vita, suo e dell’amante Claretta Petacci, a venir riproposto con il passare degli anni. Sempre di sfuggita, mai soffermandosi seriamente sulla psicologia collettiva di quella folla che urlava e calciava, sputava ed orinava. Perchè il ricordo di piazzale Loreto doveva servire soltanto per far comprendere quale fosse, nel 1945, il livello di risentimento della popolazione nei confronti della dittatura mussoliniana.

In misura grave, seppur certamente minore rispetto a ciò che aveva sperimentato suo malgrado Mussolini, anche i veterani statunitensi della guerra del Vietnam dovettero fare i conti con la cinica e devastante onnipresenza dell’arma cinematografica. Non furono certo il cinema e la televisione a creare il “problema” dei veterani del Vietnam, ma esso servì per impedire loro un totale “riscatto” nella vita civile. L’80% dei soldati che riuscirono a portare a casa la pelle dal Vietnam fu anche in grado di rifarsi una nuova vita, più o meno normale. Ma 700’000 dei soldati rientrati in patria soffrirono invece di quella patologia psicologica che venne prontamente battezzata “Post Traumatic Stress Disorder”, lungo un continuum che muoveva dallo “shock da proiettile” della prima guerra mondiale, al “logorio da combattimento” del secondo conflitto. Difficile uscirne, specialmente in un’epoca nella quale la spettacolarizzazione della guerra è all’ordine del giorno. Basti a pensare a quanto ha recentemente scritto, in una nota d’agenzia, l’ANSA:

La guerra in Iraq ha fatto scattare una nuova ondata di problemi mentali tra i veterani del conflitto del Vietnam. I reduci rivivrebbero infatti i loro traumi nel vedere alla Tv le immagini delle truppe Usa impegnate nei combattimenti a Baghdad. Un’indagine su un gruppo di veterani ha mostrato che il 57% ha accusato flashback dopo avere visto le immagini del conflitto, il 46% ha accusato problemi del sonno, e il 44% ha affermato di essere caduto in depressione.

Abbiamo visto come il cinema e la televisione, a guerra finita, possano essere anche utilizzati in maniera strumentale, per legittimare una parte politica e delegittimarne un’altra. E’ il caso di Mussolini e del ricordo del ventennio fascista e della guerra di Resistenza. La stessa strategia, nel secondo dopoguerra, fu quella a cui fece ricorso il popolo ebraico per perseguire la sua personale “rivincita” nei confronti di un mondo occidentale che per anni aveva fatto finta di ignorare la Shoah. Leone Pompucci, regista del film sull’olocausto “La fuga degli innocenti”, si mostra conscio ancora oggi del suo ruolo all’interno di tale contesto:

(intervistatore) “Del resto è grazie a film come Schindler’s List e Il pianista che la Shoah è entrata nella cultura popolare europea…”

(Pompucci) “Il cinema è l’arma più forte che abbiamo. Uno strumento che deve essere utilizzato con sincerità e sensibilità. Dobbiamo raccontare storie fortissime senza che diventino ‘di genere’. Il genere equivale a celebrare una funzione senza credere alla santità del rito.

D’altronde sono proprio le produzioni cinematografiche, nel mondo d’oggi, a riabilitare dall’oblio della memoria figure ricoperte di un’onta spesso immeritata. E’ quanto accaduto, ad esempio, anche ai martiri italiani della divisione Acqui, le cui vicende sono state celebrate da una fiction TV, prodotta dalla RAI ed intitolata “Cefalonia”. Poco importa, poi, se le fondamenta storiche sulle quali si basano queste rievocazioni si dimostrano essere, ad un’analisi un minimo attenta, del tutto false. Il telespettatore assiduo tende a non mettere in dubbio la veridicità di ciò che appare sullo schermo. Naturalmente egli non ammetterebbe mai, neppure sotto tortura, di considerare aprioristicamente “vero” ciò che osserva in televisione. Ma, di fatto, egli fa propri gli usi e i costumi dei personaggi che stanno dietro alla telecamera. Così come fa propri i messaggi che i registi inseriscono, più o meno consapevolmente, all’interno delle proprie produzioni cinematografiche. A riguardo è stupenda la riflessione del generale Luigi Caligaris, che con la “scusa” di commentare il succitato film dedicato a Cefalonia si lancia in una riflessione di più ampio respiro:

Il fatto è che con l’ausilio del cinema – ma non solo – nel dopoguerra si è subliminalmente diffusa fra gli italiani la convinzione di essere soggetti poco affidabili e poco coraggiosi e, in quanto tali, militarmente perdenti Il fenomeno è così diffuso che, alla domanda rivolta ad accademici italiani da uno storico canadese sul coraggio italiano, le controparti sono sbottate in una fragorosa risata: ‘Ma che domanda! Il coraggio militare italiano non esiste. E’ un ossimoro’. Questa poco gratificante sindrome collettiva non è scomparsa, anzi continua a influenzare, in modo più pervasivo e più subdolo, la debole opinione di sé che molti Italiani gelosamente e caramente conservano.

Quella a cui assistiamo oggi è la massima espressione del cinema visto, per dirla alla Noam Chomsky, come “fabbrica del consenso”. Ma la strada che ci ha portato fino a qui è stata lunga. La cinematografia, infatti, il suo ingresso trionfale nel panorama bellico l’aveva fatto diversi anni fa. Erano i tempi di Pearl Harbor e la popolazione giapponese fu la prima a dover sperimentare, sulla propria pelle, gli effetti di una propaganda politica condotta nelle sale dei cinema.

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Perchè gli USA “persero” la guerra?

Bandiera USA a mezz'asta

La protesta contro la guerra del Vietnam, indipendentemente dalla lente che si voglia utilizzare per analizzarla, fu un grande movimento di massa. Non privo di ombre, come abbiamo brevemente ricordato nel paragrafo precedente. La cinematografia e soprattutto la politica hanno però contribuito a tramandarne ai posteri un’immagine romantica, fatta di slogan e di canzoni, di giovani spensierati che preferivano fare l’amore piuttosto che la guerra e che esortavano i soldati a mettere i fiori nei loro “cannoni”. E’ impresa veramente ardua, oggigiorno, trovare qualche storico che sostenga la tesi secondo cui il conflitto indocinese era un qualcosa di “indispensabile” nell’ambito dei giochi politici dell’epoca. L’insensatezza della guerra in Vietnam (e, di conseguenza, la “bontà” della posizione assunta all’epoca dai pacifisti) è stata ormai elevata al dogma di “verità assoluta”.

Una verità dogmatica di questo tipo, del tutto simile a quella che nell’Italia del secondo dopoguerra ha voluto la Resistenza come una cosa “buona, senza se e senza ma”, finisce per influenzare loro malgrado gli storici. Sono molti, infatti, gli studiosi che hanno cercato di spiegare la sconfitta statunitense nel Vietnam come derivante dall’incapacità delle amministrazioni USA di ottenere il necessario supporto dell’opinione pubblica. E’ l’errore in cui incappa tra gli altri Massimo Ragnedda, nel suo libro “Warshow. La guerra mediatica”, che ad un certo punto della discussione azzarda:

L’arma della disinformazione e della propaganda non viene circoscritta al nemico, come accadeva in passato, ma viene ampiamente utilizzata nei nostri confronti, poiché, come il Vietnam ha insegnato, non si possono vincere le ‘guerre moderne’ senza il necessario sostegno dei media e dell’opinione pubblica, e i paesi belligeranti devono muoversi, possibilmente, sotto la spinta ed il clamore popolare

Ma nonostante le argomentazioni discusse sino ad ora possano condurre a considerazioni di senso opposto, occorre sottolineare che, esattamente come in tutte le vicende militari che la storia dell’uomo ricordi, l’impantanamento delle truppe americane di stanza in Vietnam avvenne sul campo di battaglia e non sui giornali. Si può azzardare, questo è vero, che per via della protesta che aleggiava in patria, il morale dei soldati statunitensi al fronte non fosse al massimo, quando essi si trovavano a combattere nelle sperdute paludi e foreste indocinesi. E che, di conseguenza, il loro “rendimento” non potesse certo essere dei migliori. E’ una spiegazione che piacerebbe moltissimo ai gerarchi nazisti degli anni ’30 e ’40, i quali, basandosi sul Mein Kampf hitleriano, al morale attribuivano un’importanza assoluta:

Certo l’educazione non potrà fare un coraggioso di un uomo dal temperamento fiacco; ma è pure certo che un uomo, non privo di coraggio, è paralizzato nello sviluppo delle sue capacità se, per difetti della sua educazione, è a priori inferiore ad altri in forza fisica e agilità. Nell’esercito si può meglio valutare quanto la convinzione dell’abilità corporea favorisca il coraggio e desti lo spirito d’assalto. Anche nell’esercito non s’incontrano tutti eroi; ma ce n’è un buon numero. Se non che, la superiore educazione del soldato tedesco in tempo di pace infuse all’intiero enorme organismo quella suggestiva credenza nella propria superiorità che neppure i nostri avversari ritenevano possibile. Nei mesi d’estate e d’autunno 1914 l’avanzata dell’esercito tedesco diede immortali prove di valore e di spirito offensivo, e ciò fu risultato di quella instancabile educazione che nei lunghi anni di pace rese idonei a incredibili prestazioni corpi spesso deboli, e inculcò quella fiducia in sé che non andò smarrita nemmeno nell’orrore delle grandi battaglie.

Tesi affascinante, che è stata fatta propria, seppur con toni decisamente meno minacciosi, anche da quella disciplina recente che è la psicologia dello sport. Ma tale tesi, applicata ad un conflitto militare del ventesimo secolo, appare immediatamente troppo superficiale perchè possa essere accettata in un lavoro che, nei limiti del poco tempo a disposizione per portarlo a termine, ha la pretesa di essere quanto più possibile rigoroso.

Gli USA, di fatto, “persero” la guerra perché militarmente non avrebbero mai potuto vincerla. Può apparire tautologica questa frase, ma in realtà non lo è. L’alto comando dell’esercito americano non si premurò mai di fissare un obiettivo chiaro ed univoco da raggiungere per poter definire “vinto” il conflitto indocinese. Fissare un tale obiettivo, d’altronde, non era possibile. Gli Stati Uniti intervennero in Vietnam per arginare quella che sarebbe potuta diventare, almeno agli occhi dei “teorici” di Eisenhower, una dilagante rivoluzione comunista. L’obiettivo era politico, non militare. E soprattutto era un obiettivo di lungo periodo, che soltanto i lustri successivi avrebbero chiarito se fosse stato raggiunto o meno. Fermare un’invasione, come di fatto gli USA fecero proteggendo il Vietnam del Sud dagli attacchi provenienti dal Nord, può essere considerato un obiettivo militare. Che, però, può essere raggiunto solo se abbinato ad una dimensione temporale. “Evitare che, nel febbraio 1968, Saigon cada nelle mani delle forze rivoluzionarie”: questo, ad esempio, sarebbe potuto essere un obiettivo militare perseguibile. I militari erano in grado di vedere la guerra del Vietnam come una lunga sequenza di sotto-obiettivi di questo genere. L’opinione pubblica americana no. E fu proprio questa apparente mancanza di un obiettivo da perseguire che finì per frustrare i cittadini statunitensi e spingerli ad una mobilitazione senza precedenti.

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Un buon motivo per studiare la storia

Il cancello di ingresso di Auschwitz

Ci sono scivoloni che strappano il sorriso. Altri che indignano. E altri ancora che stanno in mezzo, che lasciano in bocca un sapore sgradevole e che ci parlano di superficialità, scarsa sensibilità o, semplicemente, di un difficile rapporto con la Storia e il buon gusto.

E così, può capitare di imbattersi, in un pomeriggio di fine estate, in un presidente di Provincia che si fa venire la bella idea di inserire in dépliant promozionali dei Centri per l’impiego della Provincia di Chieti la citazione: «Il lavoro rende liberi». Una frase che evoca i peggiori fantasmi della nostra storia recente, il nazismo e lo sterminio degli ebrei, e quell’«Arbeit macht frei» che campeggia con agghiacciante ironia in cima ai cancelli di Auschwitz. Ma la gaffe non termina qui. Perché Tommaso Coletti, questo il nome dello smemorato presidente della Provincia di Chieti, nello stesso testo ci tiene a spiegare perché ha scelto proprio quelle parole: «Non ricordo dove lessi questa frase, ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all’istante perché raccontano un’immensa verità». E lo scivolone si trasforma in capitombolo.

Un vuoto di memoria quanto meno increscioso per Coletti, già senatore della Margherita nella precedente legislatura. Quella frase, secondo gli storici, serviva per illudere i deportati, lasciando loro la speranza che, lavorando, sarebbero usciti liberi (e vivi) dai campi di concentramento.

Ma Coletti cerca di giustificare la sua scelta: «Le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera, sennò tutto sarebbe opinabile».

Davanti all’imbarazzo e alle rimostranze del suo stesso schieramento politico, con il parlamentare ulivista Lele Fiano che gli chiede di scusarsi con «i parenti degli internati nel lager di Auschwitz», il presidente della Provincia si dice dispiaciuto «di non aver tenuto conto che quelle parole sono state poste con ironia da un dittatore in un campo di concentramento». Ma rifiuta di ritirare il dépliant, come richiesto anche dal Verde Marco Lion. «Per quale motivo dovrei farlo? Quella frase è una delle quattro utilizzate nella nostra campagna per promuovere i centri per l’impiego (…). Chi ritiene che mi sia riferito allo slogan nazista si sbaglia. Non sono mai andato ad Auschwitz o a visitare altri lager. Quella frase l’ho letta tempo fa su un manifesto elettorale e nessuno si scandalizzò. Mi piacque, la condivido e l’ho riproposta».

Certo, lo spirito con il quale Coletti lancia questo messaggio ai suoi cittadini non è quello che ispirò Hitter e il maggiore Rudolph Höss, primo comandante del campo, che quell’insegna in ferro battuto fece apporre all’ingresso di Auschwitz.

Ma ciò non toglie che quelle parole, nella sensibilità e nella memoria comune, siano ormai inscindibilmente legate al contesto originale nel quale furono elaborate. E quel contesto ci parla di milioni di persone che dal cancello di Auschwitz sono entrate, passando sotto quella scritta, e ne sono uscite, per usare un’altra citazione che quell’orrore denuncia, «per il camino».

Barbara Benini

[Tratto dall'edizione odierna de "Il Giornale"]

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La protesta contro la guerra del Vietnam: una prospettiva più ampia

Ma quando ebbe inizio la protesta popolare contro la guerra del Vietnam? Varie fonti ritengono che la molla principale sia da ricercarsi nella succitata offensiva nordvietnamita del Têt del gennaio 1968. Dopo quell’evento, Walter Cornkite, il giornalista spesso vezzeggiato con l’appellativo di “the most trusted man in America”, cambiò radicalmente il suo punto di vista sul conflitto in atto. Se prima Cronkite era annoverato tra i “falchi” favorevoli alla scesa in campo degli USA, dopo l’offensiva del Têt l’incantesimo si spezzò. Il suo cambiamento di rotta fu espresso in maniera chiara, semplice ed efficace durante la puntata della sua trasmissione del 27 febbraio 1968, nella quale il giornalista si poneva l’obiettivo di trarre un bilancio della massiccia operazione d’aggressione varata un mese prima da Viet Cong e soldati nordvietnamiti:

Tonight, back in more familiar surroundings in New York, we’d like to sum up our findings in Vietnam, an analysis that must be speculative, personal, subjective. Who won and who lost in the great Tet offensive against the cities? I’m not sure. The Vietcong did not win by a knockout, but neither did we. The referees of history may make it a draw. Another standoff may be coming in the big battles expected south of the Demilitarized Zone. Khesanh could well fall, with a terrible loss in American lives, prestige and morale, and this is a tragedy of our stubbornness there; but the bastion no longer is a key to the rest of the northern regions, and it is doubtful that the American forces can be defeated across the breadth of the DMZ with any substantial loss of ground. Another standoff. On the political front, past performance gives no confidence that the Vietnamese government can cope with its problems, now compounded by the attack on the cities. It may not fall, it may hold on, but it probably won’t show the dynamic qualities demanded of this young nation. Another standoff.

We have been too often disappointed by the optimism of the American leaders, both in Vietnam and Washington, to have faith any longer in the silver linings they find in the darkest clouds. They may be right, that Hanoi’s winter-spring offensive has been forced by the Communist realization that they could not win the longer war of attrition, and that the Communists hope that any success in the offensive will improve their position for eventual negotiations. It would improve their position, and it would also require our realization, that we should have had all along, that any negotiations must be that — negotiations, not the dictation of peace terms. For it seems now more certain than ever that the bloody experience of Vietnam is to end in a stalemate. This summer’s almost certain standoff will either end in real give-and-take negotiations or terrible escalation; and for every means we have to escalate, the enemy can match us, and that applies to invasion of the North, the use of nuclear weapons, or the mere commitment of one hundred, or two hundred, or three hundred thousand more American troops to the battle. And with each escalation, the world comes closer to the brink of cosmic disaster.

To say that we are closer to victory today is to believe, in the face of the evidence, the optimists who have been wrong in the past. To suggest we are on the edge of defeat is to yield to unreasonable pessimism. To say that we are mired in stalemate seems the only realistic, yet unsatisfactory, conclusion. On the off chance that military and political analysts are right, in the next few months we must test the enemy’s intentions, in case this is indeed his last big gasp before negotiations. But it is increasingly clear to this reporter that the only rational way out then will be to negotiate, not as victors, but as an honorable people who lived up to their pledge to defend democracy, and did the best they could.

This is Walter Cronkite. Good night.

Cronkite era un opinionista. Poteva seguire gli eventi della guerra da una posizione indubbiamente privilegiata rispetto a quella di un cittadino qualunque, ma non era fisicamente presente sul campo. Così come la stragrande maggioranza degli americani, egli rimase particolarmente scosso dall’assalto portato dai ribelli contro l’ambasciata statunitense di Saigon, ovvero quello che avrebbe dovuto essere il luogo in assoluto più sicuro della presenza americana nella penisola indocinese. In realtà, da un punto di vista militare, l’ambasciata era estremamente vulnerabile; guardando agli eventi con il senno di poi, appare fin strano che essa non fosse mai stata minimamente presa di mira prima del 1968. Tale evento poteva dunque stupire un osservatore poco informato, che magari non sapesse dell’esistenza della “Truong Son Trail”, del suo attraversare Paesi (Laos e Cambogia) che gli Stati Uniti non potevano attaccare e del fatto che il suo “capolinea” si trovasse ad appena trenta miglia di distanza da Saigon. Ma non doveva stupire il giornalista televisivo della CBS.

Cronkite aveva sicuramente una grandissima influenza su molti cittadini americani. I quali, tra l’altro, erano in quel momento particolarmente vulnerabili. Essi erano appena stati duramente scossi da un altro strumento d’informazione: la fotografia. Per la precisione, da una sola fotografia. Quella di Eddie Adams, scattata nel febbraio 1968, nel momento in cui l’offensiva del Têt stava venendo stroncata nel sangue dagli eserciti “alleati”. La brutalità, la freddezza, l’indifferenza dei presenti nei confronti della morte. Tutti gli elementi che rendono inumana una guerra erano presenti nello straordinario scatto di Adams, che non a caso fece il giro di tutti i giornali e le riviste del mondo.

Ma in realtà, il clima all’interno degli Stati Uniti non era certo dei migliori già da molto tempo. Abbiamo già accennato alla clamorosa protesta inscenata da Mohammed Alì e iniziata nel 1966, due anni prima dell’offensiva del Têt, con il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito. Il pugile fu senz’altro uno dei più celebri attivisti impegnati per la pace, ma la protesta, come abbiamo visto brevemente in precedenza, prese le mosse dai campus delle università americane. Il 24 marzo 1965, pochi giorni dopo l’arrivo dei primi marines a Danang , all’università del Michigan si tenne il primo “teach in”, un ciclo di lezioni aventi come argomento il Vietnam e come obiettivo quello di cercare di spiegare e far capire agli studenti la situazione socio-politica del sud-est asiatico . Ma sarebbe come sempre errato procedere ad una generalizzazione e pensare che tutta la popolazione studentesca USA dell’epoca condividesse quei medesimi ideali di un pacifismo “senza se e senza ma” che avevano animato gli attivisti del Michigan. Molti, sebbene meno rumorosi rispetto ai contestatori, erano infatti coloro che nutrivano un sentimento favorevole nei confronti dell’intervento americano in Vietnam. Celebre fu il caso della Indiana University, dove, già nel marzo del 1965, un folto gruppo di studenti volle far sentire la sua voce, opponendo ai dimostranti pacifisti una contromanifestazione a favore della guerra americana in Vietnam.

Caricatura contro i manifestanti pacifisti

Difficile stabilire se ad animare i contromanifestanti fosse una sincera convinzione della bontà della “Teoria del domino” o piuttosto un semplice sentimento di ostilità nei confronti dei giovani della sinistra americana. Come ci ricorda il sito Internet “Spartacus Educational”, infatti, nei primi anni di guerra quei pochi che si opponevano al conflitto potevano essere classificati in tre categorie:

When the Vietnam War started only a small percentage of the American population opposed the war. Those who initially objected to the involvement in Vietnam fell into three broad categories: people with left-wing political opinions who wanted an NLF victory; pacifists who opposed all wars; and liberals who believed that the best way of stopping the spread of communism was by encouraging democratic, rather than authoritarian governments.

Ma il movimento crebbe presto d’intensità, spinto dalle notizie che, attraverso giornali, radio e televisioni, quotidianamente entravano nelle case degli americani. Il 17 aprile 1965, a Washington, 25’000 persone marciarono per la pace. Galvanizzati dal successo della marcia sulla capitale, i leaders del movimento pacifista, perlopiù studenti, allargarono il proprio raggio d’azione cercando di coinvolgere la maggior fetta della popolazione possibile. Il “Vietnam Day”, un meeting svoltosi a Berkeley nel mese di ottobre, radunò migliaia di persone in una serie di discussioni riguardanti la moralità del conflitto militare in atto nella penisola indocinese.

Sull’onda lunga della protesta di Muhammad Alì, nella primavera del 1967 oltre 1’000 studenti scrissero al segretario della difesa Robert McNamara, chiedendo che l’obiezione di coscienza venisse riconosciuta ad ogni livello. Nel mese di giugno, con fare più pratico, furono 10’000 gli studenti che impugnarono carta e penna per suggerire a McNamara le modalità attraverso le quali sviluppare un programma di servizio alternativo per coloro che si opponevano all’uso della violenza. I rapporti tra i dimostranti e le varie emanazioni “fisiche” dello stato divennero sempre più frequenti. Nell’ottobre 1967, una due-giorni di marcia nei pressi del Pentagono attirò l’attenzione di tutto il Paese: i manifestanti, in gran parte giovani da poco chiamati alle armi, riconsegnarono al mittente le cartoline di leva ricevute nei giorni precedenti.

Da quel momento in poi, la protesta contro la guerra del Vietnam fuggì completamente di mano a coloro che per primi l’avevano intavolata. Nel periodo compreso tra il 1965 ed il 1968, le prime contaminazioni provennero dagli attivisti per i diritti civili. Martin Luther King jr., in un celebre articolo scritto per il Chicago Defender nel gennaio 1967, espresse il suo supporto al movimento pacifista, individuando una comune base morale con le sue battaglie contro la segregazione razziale. King articolò meglio il suo pensiero in Aprile, alla Riverside Church di New York, asserendo che la guerra stava distogliendo dai programmi domestici più risorse, umane ed economiche, rispetto a quanto fosse in realtà necessario.

Si arrivò così al 1968, l’anno dell’offensiva del Têt. Quando negli USA iniziò a diffondersi la notizia che l’esercito nordvietnamita era stato in grado di lanciare un’operazione su così vasta scala, in molti iniziarono a porsi dei dubbi sull’attendibilità dei resoconti delle attività militari che venivano trasmessi da Washington. L’opinione pubblica interna, a giudicare dai sondaggi dell’epoca, virò bruscamente contro la guerra. E il dissenso sfociò ben presto in violenza. Ad aprile, i manifestanti occuparono gli edifici dell’amministrazione della Columbia University e la polizia dovette fare ricorso alla forza per sgomberarli. A Baltimora, Milwaukee e Chicago, gli attivisti assaltarono gli uffici di reclutamento dell’esercito, imbrattando con sangue animale i registri e distruggendo gli archivi. Gli impianti produttivi del Dow Chemical, la principale industria statunitense produttrice di napalm, vennero sabotati. Ad agosto, i pacifisti si scontrarono violentemente con la polizia in occasione della convention nazionale del Partito Democratico che si stava tenendo a Chicago.

Man mano che crebbe in violenza, il movimento contrario alla guerra divenne internamente sempre meno coeso. Nel novembre 1969, una nuova marcia di protesta radunò a Washington circa 500’000 partecipanti. Fu evidente, agli occhi di coloro che seguirono la manifestazione, che tra i partecipanti non vi era una vera e propria somiglianza. Questo carattere di eterogeneità è in genere considerato un segno di forza: la protesta contro la guerra del Vietnam vista come un movimento capace di attraversare trasversalmente tutta la nazione, uomini bianchi e neri, ricchi e poveri. Peccato solanto che tale divergenza di vedute non fosse altrettanto apprezzata dai diretti interessati. La maggior parte dei “marciatori” di Washington disapprovava con fermezza la controcultura che si era sviluppata in contemporanea al movimento pacifista. La caduta della SDS aveva spianato la strada ad una nuova generazione di “leaders”, rapidamente etichettati come “hippie”, che non godevano certo delle simpatie della middle-class statunitense, assolutamente a disagio con quella nuova cultura caratterizzata da capelli lunghi, abuso di droghe e promiscuità sessuale. Gli stessi “hippie”, d’altronde, non cercavano affatto la legittimazione da parte dei ceti medi e si rifugiarono dietro alla musica di protesta per marcare il loro distacco dai “vecchi”, considerati tali più per questioni di mentalità che non per motivi anagrafici.

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Tanti auguri…

… a me,

tanti auguri a me,

tanti auguri felici,

tanti auguri a me!!!!

Maniaco del compleanno

Se non ho sbagliato i conti fanno 24. E il quarto di secolo si avvicina… :-)

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