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Fabio Ruini’s blog

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L’offensiva del Tet

Nonostante le parole della propaganda statunitense, che spacciavano la guerra del Vietnam come un conflitto ormai in via di estinzione, durante la notte tra il 30 ed il 31 gennaio 1968 , l’esercito nordvietnamita e le forze ribelli Viet Cong scatenarono quella che sarebbe passata alla storia come la “offensiva del Têt”.

L'offensiva del Tet
[Immagine tratta da: http://www.kingsley.k12.mi.us/vietnam/tet.htm]

E’ interessante notare come, fino a quel tempo, la linea seguita dai Viet Cong e sponsorizzata dall’esercito del Vietnam del Nord, seguisse da vicino le idee marxiste di rivoluzione del proletariato. Come riassunto in maniera egregia su Wikipedia:

Until 1969 the strategy of North Vietnam and the Viet Cong in South Vietnam had been predicated on developing a social revolution which would begin in the countryside and end in a nationalist urban uprising. […] With the local RVN-aligned village elite as their primary enemy in a fundamentally social war, early efforts in te south were aimed at villages and large farms. The intent of this strategy was to swing the rural popolation to supporting the National Front for Liberation, thereby socially isolating the urban elite, and winning the allegiance of urban leftists and discontents.

Il massiccio arrivo di forze statunitensi nella penisola indocinese costrinse nordvietnamiti e Viet Cong a modificare la condotta di guerra fin lì adottata. Il conflitto si trasformò così in un’infinita serie di battaglie che coinvolgevano piccole unità degli eserciti regolari di entrambi i fronti.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, avevano infatti ormai tacitamente adottato una politica di “containment”. I rappresentanti dell’esercito e del ministero della difesa avevano convinto l’opinione pubblica del fatto che la guerra che gli USA stavano conducendo era uno strumento per stroncare sul nascere eventuali rivolte della popolazione contro il governo sudvietnamita “democraticamente” eletto. La strategia principalmente adottata fu dunque quella di esercitare una forte pressione psicologica sui ribelli, bombardando in maniera sistematica il Vietnam del Nord. Allo stesso tempo, gli USA cercavano di spingere le forze nordvietnamite a condurre battaglie di tipo convenzionale (celebre quella di Khe Sanh), nelle quali avrebbero facilmente avuto la meglio. La guerra mancava pertanto di un obiettivo militare chiaro ed inequivocabile. Le forze statunitensi se ne sarebbero andate dal Vietnam soltanto una volta che il conflitto si fosse abbassato d’intensità al punto da consentire all’ARVN di poterlo gestire in totale autonomia.

Nonostante la riluttanza del generale nordvietnamita Vo Nguyen Giap, da poco succeduto al suo predecessore Nguyen Chi Thanh, i leader del Vietnam del Nord decisero che i tempi erano ormai maturi per una violenta offensiva convenzionale in territorio sudvietnamita. Essi ritenevano che il governo del Vietnam del Sud e la presenza militare americana nell’area fossero talmente impopolari tra i civili, che un attacco condotto su larga scala avrebbe portato ad una spontanea rivolta della popolazione, la quale avrebbe a sua volta dato al Nord la possibilità di ottenere una facile e decisiva vittoria.

Il piano era suddiviso in tre fasi:

  1. campagna di attacchi contro le regioni di confine del Vietnam del Sud, condotta dall’esercito nordvientamita al fine di costringere le forze statunitensi a concentrarsi sul “nemico esterno”;
  2. campagna di attacchi contro i più importanti centri sudvietnamiti, ad opera dei guerriglieri Viet Cong. Lo scopo, come accennato qualche riga fa, era quello di incentivare la rivolta delle popolazioni civili, facendo crollare il governo del Vietnam del Sud. In un clima di tale instabilità politica, le forze USA ed i loro alleati non avrebbero avuto altra scelta se non quella di evacuare in fretta e furia la zona, dando il la alla terza fase;
  3. campagna di attacchi, condotta dai Viet Cong congiuntamente all’esercito nordvietnamita, contro gli elementi delle forze alleate rimasti isolati sul territorio.

L’offensiva, condotta con un sorprendente sincronismo, coinvolse le maggiori città del Vietnam del Sud (in particolare Saigon ed Hue) e le più importanti basi militari USA (tra le quali quella già citata di Khe Sanh, che ebbe l’effetto di distogliere un elevato numero di truppe nordvietnamite dall’offensiva rivolta alle città).

Malgrado l’attacco si svolse in un periodo nel quale l’esercito del Vietnam del Nord aveva dichiarato una tregua , i sudvietnamiti e gli americani non si fecero cogliere del tutto impreparati dall’offensiva. Vari rapporti di intelligence avevano messo in evidenza come il traffico di mezzi pesanti provenienti dal Nord e diretti al Sud avesse subito una decisa impennata nei mesi precedenti all’aggressione nordvietnamita. Dai 480 camion che avevano oltrepassato il confine nel settembre 1967, si passò infatti ai 1’116 registrati in ottobre, ai 3’823 di novembre ed ai 6’315 di dicembre . I servizi segreti USA sbagliarono però nel valutare i presunti obiettivi di questa azione di guerra, che era evidentemente in una avanzata fase di preparazione. Individuando 15’000 soldati nemici di stanza nelle immediate vicinanze della base di Khe Sanh, il comando americano pensò erroneamente che l’attacco nordvietnamita si sarebbe esclusivamente concentrato in quel luogo.

Dopo qualche prematura schermaglia iniziale, dovuta alla foga di alcune unità Viet Cong che si lanciarono all’attacco già il 29 di gennaio, l’offensiva ebbe ufficialmente inizio nella notte del 30 gennaio. Tutte le capitali delle province sudvietnamite , cinque delle sei città autonome e 58 degli altri più importanti villaggi dovettero subire l’aggressione delle forze rivoluzionarie. La parte più cospicua dell’attacco si concentrò su Saigon, ma i nordvietnamiti, fedeli alla loro strategia, non cercarono di prendere il controllo della città, concentrandosi piuttosto sulla distruzione di sei bersagli dall’alto valore simbolico: il quartier generale dell’esercito della RVN, l’ufficio del presidente Thieu, l’ambasciata americana, una base area sudvietnamita, il quartier generale della marina del Vietnam del Sud, nonché la sede operativa dell’emittente radiofonica nazionale.

Proprio la stazione radio era considerata un obiettivo di primaria importanza. I guerriglieri riuscirono a penetrare all’interno dell’emittente e stazionarvi per oltre sei ore. Essi non riuscirono però a mandare in onda il messaggio audio pre-registrato da Ho Chi Minh, dove si annunciava la liberazione di Saigon e si invitava il popolo ad una “sollevazione generale”. Il personale della stazione radio, seguendo fedelmente i protocolli che regolavano il comportamento da adottare in caso di emergenza, prima di abbandonare la struttura provvedette infatti ad isolarla dalla rete elettrica, rendendola di fatto inutilizzabile nel breve periodo.

Altrettanto importante era l’assalto all’ambasciata americana di Saigon, la quale ricopriva un ruolo significativo nella percezione che l’opinione pubblica aveva del grado di controllo della situazione da parte dell’esercito americano. L’attacco ebbe inizio un’ora dopo che la prima ondata di piombo aveva investito Saigon, ma le truppe di guardia all’ambasciata non furono informate di ciò che stava accadendo nella prima periferia della città e non poterono così chiedere rinforzi. Dopo qualche scontro a fuoco, i Viet Cong riuscirono ad aprire una breccia nel muro di cinta della struttura e penetrare sul suolo americano. I militari superstiti si rinchiusero dentro all’ambasciata, bloccando tutte le porte che davano sull’esterno. Pur disponendo di esplosivi in grandi quantità, i ribelli non “forzarono” l’attacco. Rimasti privi dei loro ufficiali, uccisi durante i combattimenti preliminari, i Viet Cong continuarono a stazionare all’interno del muro di cinta dell’ambasciata, incerti sul da farsi. Questo diede modo all’esercito USA di riorganizzarsi e, grazie all’arrivo dei tanto attesi rinforzi, di riconquistare il controllo della propria sede diplomatica. Arrivò sul posto anche il generale Westmoreland che, in un clima spettrale, tenne immediatamente una conferenza stampa con i giornalisti accorsi sul luogo, assicurando che il nemico non era mai penetrato nella “embassy itself” e che gli alleati stavano già preparando la controffensiva. Un giornalista del Washington Post, più tardi, ricordò l’assurdità della vicenda:

The reporters could hardly believe their ears. Westmoreland was standing in the ruins and saying that everything was great.

Già ai primi di febbraio, consapevole di non aver raggiunto nessuno degli obiettivi militari che si era prefissato, l’alto comando nordvietnamita decise di porre lo stop agli attacchi. Da un punto di vista militare, per i Viet Cong e l’esercito del Nord l’offensiva del Tet fu un totale disastro. Psicologicamente, invece, si trattò di una vittoria che ebbe un effetto devastante sull’opinione pubblica statunitense.

Commenti

  1. zcc
    gennaio 27th, 2008 | 19:13

    sembra valido…interessante..lo userò x la tesina…grazie ciao

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