22 agosto 2006
Dopo Westmoreland: Abrams, Nixon e la “vietnamizzazione” del conflitto
Pochi mesi dopo il lancio dell’offensiva del Têt, il generale Westmoreland venne sostituito al comando delle truppe statunitensi dal suo vice, Creighton Williams Abrams jr. L’approccio adottato dal nuovo comandante in capo si differenziò molto rispetto a quello del suo predecessore, favorendo un maggior grado di “apertura” nei confronti dei media, un ricorso più razionale ai bombardamenti aerei e di artiglieria, l’eliminazione del conteggio dei corpi come indicatore chiave del successo di una battaglia ed una più solida cooperazione con l’esercito sudvietnamita. Tale strategia, tuttavia, fu troppo tardiva per poter risollevare il morale dell’opinione pubblica USA. La speranza che, con il “defenestramento” di Westmoreland, le cose potessero di colpo cambiare fu violentemente abbattuta da lì a pochi mesi. Il 14 ottobre 1968, costretto a fronteggiare una carenza di truppe, il Dipartimento della Difesa annunciò il re-invio in Vietnam di 24’000 soldati, provenienti dall’esercito e dai marines, per un secondo mandato non volontario.
Negli USA, le elezioni presidenziali erano alle porte. Johnson, dopo essere riuscito ad affermarsi alle primarie del partito democratico, aveva già annunciato che non avrebbe corso per un secondo mandato . Al suo posto, il partito designò Hubert Humphrey II, che non era riuscito a spuntarla durante le primarie, ma che con la sua piattaforma pacifista aveva raccolto un grande successo politico, riuscendo a mettere in discussione la scelta di Johnson come candidato ufficiale del partito democratico. Nonostante l’essersi messo da parte, il presidente uscente giocò ugualmente un brutto tiro allo sfidante repubblicano di Humphrey, Richard Nixon. In quella che passò alla storia come “the October surprise”, Johnson annunciò improvvisamente, il 31 ottobre 1968, che a partire dal giorno successivo tutti i bombardanti “aerei, navali e di artiglieria” sul Vietnam del Nord sarebbero cessati. Il presidente democratico non era nuovo a “giochetti” del genere. Già nel 1964, quando correva per la presidenza contro lo sfidante repubblicano Barry Goldwater, lo staff di Johnson preparò uno spot televisivo dove, facendo ricorso ad immagini dall’alto valore simbolico, si “passava” il messaggio che l’elezione di Goldwater avrebbe significato guerra atomica. La pubblicità, che fu trasmessa soltanto una volta e venne poi prontamente bloccata, costituì un vero e proprio shock per l’opinione pubblica americana, contribuendo in maniera decisiva all’elezione di Johnson.
Le cose non funzionarono altrettanto bene nel 1968. Durante la campagna elettorale di quell’anno, Nixon fece appello alla “maggioranza silenziosa” dei conservatori americani, quella che non apprezzava la controcultura hippie e le manifestazioni contro la guerra. Il futuro presidente promise una “pace con onore”, senza dichiararsi in grado di vincere la guerra, ma insistendo piuttosto sul fatto che “la [sua] nuova leadership avrebbe fatto finire la guerra e vinto la pace nel Pacifico ”. Come confermò più tardi lo stesso Nixon nelle sue memorie, egli non disponeva all’epoca di un vero e proprio programma di disimpegno dal Vietnam. Ma nel Paese si diffuse ugualmente la convizione, quasi il mito, che egli avesse in realtà tra le mani un vero e proprio “piano segreto” capace di far terminare, come per magia, il conflitto.
Eletto presidente, Nixon avviò una politica di lento disimpegno dal conflitto. L’obiettivo perseguito era quello di potenziare gradualmente l’esercito sudvietnamita fino al punto in cui esso sarebbe stato in grado di condurre la guerra da solo. Tale politica, pietra miliare della cosìddetta “dottrina Nixon”, applicata al Vietnam assunse il nome di “vietnamizzazione”. Durante questo periodo, gli USA diedero il via ad un graduale ritiro delle truppe dalla penisola indocinese, ma Nixon continuò tuttavia ad utilizzare l’aviazione, con massicci bombardamenti, per ostacolare il Vietnam del Nord e le residue forze Viet Cong operanti nel sud. L’esercito statunitense concentrò i propri sforzi anche per distruggere la “Truong Son Trail”, in maniera tale da pacificare ulteriormente il Vietnam del Sud e spianare così la strada ad un “pacifico” rimpatrio delle truppe.

Il 22 febbraio 1969, a poca distanza dall’insediamento di Nixon, l’esercito del Nord Vietnam lanciò un’offensiva, non particolarmente intensa, contro il Vietnam del Sud. Quest’aggressione era vista dagli uomini di Ho Chi Minh come una sorta di “test”, una verifica della risolutezza della nuova amministrazione USA. Già dal 1965, infatti, il primo ministro cambogiano, principe Norodom Sihanouk, aveva stipulato un accordo con Cina e Vietnam del Nord, in base al quale si consentiva alle forze armate nordvietnamite di costituire delle basi militari sul suolo della Cambogia, nonchè di utilizzare i porti marittimi del Paese per il rifornimento di armamenti bellici. Nixon rimase freddo di fronte alla provocazione e non si fece intimorire. Il 17 marzo, nel più alto segreto e nonostante l’assenza di una preventiva autorizzazione da parte del Congresso, l’alto comando militare a stelle e strisce lanciò la cosìddetta “Operation Menu”. Si trattava di una campagna militare su scala ridotta, appena sei missioni, avente l’obiettivo di dimostrare al nordvietnamiti come la Cambogia (al pari di qualunque altro Paese confinante) non fosse più un posto sicuro dove installare le loro roccaforti. Contemporaneamente, gli USA chiamarono in azione anche i propri servizi segreti. Operando dietro alle quinte, soprattutto attraverso ingenti finanziamenti, essi riuscirono a far crollare il governo di Sihanouk, favorendo il colpo di stato guidato dal generale Lon Noi, nel 1970. Così com’era nell’intento dei burattinai stranieri, la nuova guida del Paese si caratterizzò fin da subito per un acceso sentimento pro-occidentale, unito ad un anti-comunismo di fondo. Lon Noi intimò immediatamente all’esercito nordvietnamita ed ai Viet Cong di abbandonare il suolo cambogiano e vietò di utilizzare i porti del suo Paese per rifornire militarmente le forze ribelli operanti in Vietnam. Egli fornì inoltre l’autorizzazione, all’esercito USA, a sconfinare in Cambogia per rimuovere le roccaforti nordvietnamite presenti nelle vicinanze del confine con il Vietnam del Sud.
[To be continued...]
Comments(3)


….. dopodichè Westmoreland è stato libero di venire a fare danni in Italia, pur rimanendo negli USA, con le strategie “Stay Behind” e il “Field manual”……….
Nun zo, Swiss. Riguardo a Stay Behind, erano chiaramente coinvolti tutti i servizi segreti dei Paesi NATO, con ovvia prevalenza USA. Però ho cercato un pochino e non ho trovato nulla riguardante direttamente Westmoreland. Riguardo al Field Manual, di cui francamente ignoravo l’esistenza prima del tuo post, ho notato che ci sono anche in molti storici che lo spacciano per un falso, prodotto da un fantomatico distaccamento belga del KGB… fichissima sta cosa!
Uh! adesso mi metti la pulce tu sul “falso” field manual…..io avevo letto che una copia era stata trovata nel doppio fondo di una valigia al figlio di Licio Gelli, durante un check-in aeroportuale, proprio in concomitanza con il blitz della finanza a casa Gelli nel 1981, blitz che diede il via all’inchiesta sulla P2, dei suoi legami con i servizi segreti deviati, dei tentativi di golpe, e quindi di conseguenza a chi c’era dietro…..però credo che il field manual fosse già un “bignamino” operativo fin dai tempi del “piano solo” del Generale De Lorenzo…..