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Fabio Ruini’s blog

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La riapertura del dialogo con il blocco sino-sovietico: “distensione” e stop della guerra del Vietnam

Uno dei grossi meriti che viene oggi attribuito a Nixon (per quanto sia raro che la storiografia “ufficiale” mostri segni di apprezzamento nei confronti dei presidenti repubblicani del passato) è quello di essere riuscito a riavviare un dialogo costruttivo con l’altra superpotenza dell’epoca, l’Unione Sovietica. Il modo in cui tale obiettivo venne dapprima perseguito ed infine raggiunto è uno straordinario esempio di come le raffinate armi della diplomazia possano essere in grado di cambiare il corso della storia. Ed è soprattutto un esempio della maestria con le quale gli americani sapevano utilizzare, all’epoca, queste armi. Maestria abbinata a pazienza. Per raggiungere l’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon dovette infatti partire da molto lontano. Precisamente dalla Cina.

I rapporti tra i due Paesi comunisti, URSS e Cina, erano critici da tempo. Mao, per quanto rispettasse profondamente Stalin, ne aveva sempre ignorato i consigli più volte impartitigli, portando avanti una sua personale visione della “strada verso il comunismo”. Le divergenze tra i due erano in parte ideologiche (Mao aveva sempre rifiutato il dogma marxista-leninista secondo il quale la rivoluzione del proletariato doveva essere scatenata dai lavoratori dei grandi centri urbani ) ed in parte “pratiche”: il leader della futura Repubblica Popolare Cinese, ad esempio, oltre a non apprezzare per natura qualunque forma di ingerenza esterna, non aveva condiviso l’atteggiamento di apertura nei confronti di Chiang Kai-Shek da parte dell’URSS e non si fece scrupoli, nel 1949, a cacciare dal Paese il leader del movimento nazionalista. Ma le differenze riguardavano anche il modello di sviluppo economico da seguire. L’Unione Sovietica aveva sempre posto l’enfasi sul ruolo preponderante dell’industria pesante, considerando i beni di consumo una priorità secondaria. La Cina, le cui politiche economiche venivano “suggerite” da consiglieri sovietici, seguì inizialmente alla lettera le indicazioni che riceveva sull’argomento. Indicazioni che, evidentemente, non piacevano in maniera particolare a Mao. Il leader cinese, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, iniziò ad elaborare nuove idee riguardo al percorso che la Cina avrebbe dovuto seguire per potersi affermare come potenza industriale. Queste idee, che si fondavano su una mobilitazione di tutta la forza lavoro disponibile, allo scopo di modernizzare a tempo di record il Paese del far-east asiatico, condussero alla disastrosa politica del “Grande balzo in avanti”, varata nel 1958.

Ma uno degli elementi di rottura tra URSS e Repubblica Popolare Cinese emerse con un lustro in anticipo rispetto al lancio del “Grande balzo in avanti”. L’evento scatenante fu la morte di Stalin, il 5 marzo del 1953. Mao, che aveva sempre accettato il ruolo di Stalin quale “leader de facto” del movimento comunista internazionale, si aspettava che questa posizione privilegiata toccasse ora a lui. I nuovi reggenti sovietici, Malenkov e Khrushchev, non la pensavano però allo stesso modo e questo fu, per il rivoluzionario cinese, motivo di profondo risentimento. Il leader sovietico Khrushchev cercò di allentare la tensione con una visita in Cina durante il 1954, nel corso della quale formalizzò il ritorno della base navale di Lushun nelle mani della Repubblica Popolare Cinese e strinse accordi per una più stringente cooperazione economica tra i due Paesi. Fu però il processo di “destalinizzazione”, il quale ebbe inizio durante il 20° Congresso del Partico Comunista Sovietico, a far infuriare Mao, convinto che i sovietici stessero non solo rinnegando gli storici legami di amicizia con la Cina comunista, ma anche abbandonando l’idea centrale delle teorie marxiste-leniniste, ovvero l’inevitabile conflitto armato che, prima o poi, avrebbe dovuto aver luogo tra il mondo capitalista e quello socialista.

Eisenhower e Khrushchev, con le rispettivi consorti, nel 1959

La situazione esplose nel 1959. In un meeting con il presidente statunitense Eisenhower, Khrushchev espresse le sue preoccupazioni riguardanti il progetto cinese del “Grande balzo in avanti”, il quale era a suo dire la dimostrazione che Mao non fosse un vero marxista. Le stesse preoccupazioni, d’altronde, serpeggiavano negli animi di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, i rivali di Mao all’interno del Partito Comunista Cinese. Rientrato a Mosca, Khrushchev revocò l’aiuto promesso alla Cina per lo sviluppo dell’arma atomica e rifiutò di fornire aiuto alla Repubblica Popolare per la risoluzione di alcune questioni militari sul confine con l’India, Paese moderatamente vicino all’Unione Sovietica. Se dal punto di vista sovietico queste misure erano state prese con l’unico intento di non indispettire eccessivamente l’amico/nemico americano (lo spettro di una guerra atomica tra le due superpotenze aleggiava più che mai nell’aria), Mao non digerì ed accusò la leadership sovietica di essere eccessivamente conciliante nei confronti dell’Occidente.

Le polemiche tra i due Paesi, seppur veementi, si mantennero per un certo periodo di tempo su una dimensione di non-scontro diretto. La Cina criticava il riappacificamento sovietico con la Jugoslavia di Tito, mentre altrettanto facevano i sovietici chiamando in causa la vicinanza della Repubblica Popolare Cinese con Enver Hoxha di Albania. La rottura divenne pubblica nel giugno 1960, durante un congresso del Partito Comunista Rumeno. Khrushchev definì Mao “un nazionalista, un avventuriero ed un deviazionista”. Il rappresentante cinese Peng Zhen ribattè prontamente, definendo Khrushchev “un revisionista” e criticando il suo “patriarcale, arbitrario e tirannico” comportamento . La crisi si acuì durante un meeting degli 81 più importanti partiti comunisti del mondo, tenutosi a Mosca nel novembre 1960, che riuscì tuttavia a concludersi con una risoluzione elaborata di comune accordo tra tutti i membri, prevenendo così quella che sarebbe stata una rottura “formale” tra URSS e Cina. Tensioni vi furono anche durante il 22° congresso del Partito Comunista Sovietico, nell’ottobre del 1961, e poi un mese più tardi, quando l’Unione Sovietica ruppe le relazioni diplomatiche con l’Albania, trasformando in una disputa tra stati quella che era stata fino ad allora una controversia tra partiti politici. Anche in queste due occasioni, ad ogni modo, prevalse il buon senso.

Ciò non avvenne nel 1962, quando gli eventi internazionali portarono ad una brusca ed ufficiale rottura tra l’Unione Sovietica e la Cina. Mao sparò a zero su Khrushchev per essere tornato sui suoi passi durante la “Crisi dei missili” cubana:

Khrushchev has moved from adventurism to capitolationism”.

Il segretario sovietico replicò per le rime, affermando che seguire la politica di Mao avrebbe portato ad una guerra atomica . La rottura si consumò a questo punto sotto una prospettiva formale. In risposta allo scontro dialettico avvenuto, nel giugno 1963 i comunisti cinesi elaborarono un breve scritto, denominato “A Proposal Concerning the General Line of the International Communist Movement ”. Questo costituiva, a tutti gli effetti, un vero e proprio documento programmatico, nel quale veniva esposto il “pensiero cinese” riguardo al presunto “deviazionismo” kruscioviano. Il piccato scambio di battute tra i “teorici” dei partiti comunisti cinese e sovietico si protrasse per lungo tempo, contribuendo a creare una frattura sempre più insanabile tra i due Paesi. Una frattura che sfociò, nel 1964, in una rottura “de facto” delle relazioni diplomatiche tra i due giganti asiatici , con Mao che arrivò provocatoriamente a sostenere che in Unione Sovietica avesse avuto luogo una contro-rivoluzione, il cui risultato era stato il riaffermarsi del capitalismo.

Con la caduta di Khrushchev, nell’ottobre 1964, le polemiche si attenuarono. Il premier cinese Zhou Enlai si recò in visita a Mosca per un colloquio con i due nuovi leaders sovietici, Leonid Brezhnev ed Alerei Kosygin, ma nel resoconto che fece al suo ritorno sottolineò come l’URSS non avesse alcuna intenzione di muoversi dalle sue posizione nei riguardi della Cina. Mao, ancora una volta, non perse tempo per polemizzare, denunciando un “kruscievismo senza Khrushchev”, e la guerra delle parole riprese forte come e più di prima. L’avvio della Rivoluzione Culturale di Mao contribuì a rarefarre le possibilità di contatto tra i due Paesi, chiudendo al tempo stesso la Cina in un isolamento pressochè totale dal resto del mondo. L’unica eccezione a questo “isolazionismo” la si fece per la guerra del Vietnam. La Repubblica Popolare Cinese, infatti, accordò all’Armata Rossa il permesso di trasportare armamenti e rifornimenti ai combattenti del Nord Vietnam, passando attraverso il territorio cinese.

Ma la guerra rischiò realmente di scoppiare anche tra gli stessi due Paesi comunisti. Nel gennaio 1967, la Guardia Rossa circondò l’ambasciata sovietica di Pechino. In seguito, gli uomini di Mao calcarono ulteriormente la mano, risollevando l’antica diatriba sulla linea di frontiera tra URSS e Cina, imposta con alcuni trattati del diciannovesimo secolo, dalla Russia zarista all’indebolita dinastia Qing cinese. La Repubblica Popolare Cinese non presentò precise richieste territoriali, ma si limitò ad insistere affinché i sovietici riconoscessero la profonda iniquità di quei trattati. Da Mosca, con ostile indifferenza, rifiutarono sdegnati di discutere dall’argomento. Fu il sangue freddo mostrato nella circostanza dall’Unione Sovietica a scongiurare il rischio che un conflitto su larga scala fosse realmente scoppiato. I russi, d’altro canto, erano consapevoli di quanto la Rivoluzione Culturale stesse indebolendo la posizione internazionale della Cina, impegnata a fronteggiare i moti contro-rivoluzionari interni, ed al tempo stesso costretta a dispiegare truppe lungo i propri confini nord-occidentali per mettere sotto pressione l’establishment sovietico. Forti di una indiscussa superiorità militare, i russi arrivarono a dispiegare sul confine con la Cina, sul finire del 1968, 25 divisioni dell’esercito, 1’200 aerei da combattimento e 120 testate missilistiche a media gittata. Vi furono alcune schermaglie, nel marzo 1969, quando i due eserciti si fronteggiarono a distanza lungo le rive del fiume Ussuri, e nell’agosto dello stesso anno. La guerra sembrava imminente, ma dopo le reciproche provocazioni la situazione rientrò rapidamente nei canoni della “pacifica convivenza” tra i due eserciti, di stanza a pochi chilometri l’uno dall’altro. A settembre, Kosygin visitò segretamente Pechino per tenere un incontro con Zhou Enali. Il mese successivo iniziarono i colloqui ufficiali tra i due Paesi, per risolvere una volta per tutte la questione dei confini. Un accordo non venne raggiunto, ma questa serie di incontri servì perlomeno a ripristinare un minimo di rapporti diplomatici tra Cina ed Unione Sovietica, riducendo così gli attriti tra gli eserciti.

Con l’arrivo degli anni ’70, Mao, finalmente consapevole di come non potesse continuare a fronteggiare simultaneamente URSS, Stati Uniti e dissidenti interni, adottò una linea più equilibrata rispetto a quella fin lì seguita. Considerando, per questioni prettamente geografiche, l’Unione Sovietica quale minaccia principale alla sopravvivenza della Repubblica Popolare, il leader cinese cercò di ottenere l’appoggio di Washington in chiave anti-sovietica. Tra i due Paesi iniziarono trattative condotte nel massimo riserbo ed ai più alti livelli. Seppur per motivi tra loro profondamente differenti, entrambi i governi avevano un estremo interesse nel ripristinare reciprocamente delle buone relazioni diplomatiche. Specialmente negli Stati Uniti, occorreva però preparare l’opinione pubblica a quella che sarebbe stata una svolta di carattere epocale. Quale strumento migliore dello sport poteva esserci per perseguire tale fine? Il 6 aprile del 1971, la squadra americana di ping pong si trovava in Giappone per disputare i campionati mondiali di tale disciplina. In un “incidente” diplomatico studiato a tavolino, il giocatore della squadra americana Glenn Cowan non venne caricato sul pullman della squadra diretto al campo di gara, ma lasciato nel campus dove alloggiavano tutti i giocatori delle varie rappresentative nazionali partecipanti alla competizione. Uno dei giocatori della squadra cinese si offrì di dargli un passaggio sul pullman della propria squadra e fu proprio qui che, di fronte a diversi fotografi e giornalisti, il pluri-campione giapponese Zhuang Zedong si alzò dal suo seggiolino ed andò a far la conoscenza del “collega” americano, al quale regalò anche una stampa delle montagne Huangshan, che “casualmente” portava con sè. Le immagini fecero rapidamente il giro del mondo , alimentando negli States un diffuso sentimento pro-cinese. Il 10 aprile, dopo che Mao in persona aveva dato il suo parere positivo a riguardo, nove atleti della squadra statunitense, passando attraverso Hong Kong, arrivarono sul territorio cinese, dove rimasero per diversi giorni, giocando partite dimostrative e visitando le bellezze del Paese. Il clima era favorevole per il grande passo. Henry Kissinger giunse segretamente a Pechino nel luglio 1971, spianando immediatamente il terreno alla visita del presidente Nixon, che ebbe luogo nel febbraio dell’anno seguente.

Richard Nixon e Mao Tze Tung

I sovietici, più che preoccupati dall’inaspettato avvicinamento tra Cina e Stati Uniti, erano furiosi per l’affronto subito. La “China card” giocata dal presidente americano traeva la sua forza proprio in questo. L’amministrazione Nixon si era mostrata disponibile al dialogo con la Cina, in maniera tale da poterla allontanare dall’URSS ed ottenere così un importante vantaggio strategico nel delicato bilancio degli equilibri tra l’Occidente ed i Paesi appartenenti all’orbita sovietica. In maniera estremamente accorta, Kissinger e i suoi uomini non chiusero le porte in faccia ai russi. Ora, da un punto di vista diplomatico, affinché questo progressivo avvicinamento degli Stati Uniti alla Cina maoista (il quale sarebbe potuto, almeno agli occhi dei sovietici, sfociare in una vera e propria alleanza) potesse quantomeno raffreddarsi, l’URSS doveva dare qualcosa in cambio agli USA. Nixon, nei colloqui con i leader sovietici che seguirono immediatamente la sua visita nella Repubblica Popolare Cinese, spostò prontamente il discorso sul tema della riduzione degli armamenti nucleari, consapevole che tale argomento, per quanto militarmente ininfluente , aveva grande presa sull’opinione pubblica. I primi colloqui sulla riduzione dei rispettivi arsenali, tenutisi tra Helsinki e Vienna e passati alla storia con il nome di “SALT I ”, sfociarono nella firma, il 26 maggio 1972, dell’“Interim Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on Certain Mesaures with respect to the Limitation of Strategic Offensive Arms ”. Fu questo il primo atto formale di quel clima di “distensione” che caratterizzò, fino al momento del crollo del muro di Berlino, i rapporti tra le due superpotenze.

La firma del primo trattato sulla riduzione degli armamenti tra USA e URSS

Ma Nixon, per quanto artefice di una svolta epocale, nutriva anche bisogni più “pratici”. Gli Stati Uniti dovevano uscire dalla guerra del Vietnam e dovevano farlo nel modo più indolore possibile. Con l’avvicinamento alla Repubblica Popolare Cinese e l’avvio di cordiali trattative con l’Unione Sovietica, gli USA posero i due Paesi comunisti in una situazione piuttosto singolare. Entrambi ambivano ad essere considerati come l’interlocutore privilegiato nel dialogo tra Est ed Ovest. Così, nel tentativo di attirarsi le simpatie americane, tutti e due i Paesi arrivarono in rapida successione a rompere le relazioni diplomatiche con il Vietnam del Nord . Nixon, nel suo libro “No more Vietnams”, riassumerà qualche anno più tardi, con malcelato orgoglio, il vero motivo delle sue apparentemente slegate decisioni di politica estera:

I had long believed that an indispensable element of any successful peace initiative in Vietnam was to enlist, if possible, the help of the Soviets and the Chinese. Though rapprochement with China and détente with the Soviet Union were ends in themselves, I also considered them possible means to hasten the end of the war. At worst, Hanoi was bound to feel less confident if Washington was dealing with Moscow and Beijing. At best, if the two major Communist powers decided that they had bigger fish to fry, Hanoi would be pressured into negotiating a settlement we could accept.”.

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