26 agosto 2006
Dagli accordi di pace di Parigi alla caduta di Saigon
Il 1972, negli Stati Uniti, era anche l’anno delle elezioni presidenziali. Nixon, per ottenere un secondo mandato, doveva battere lo sfidante democratico George McGovern, che i sondaggi davano in fortissimo ritardo. Il 22 ottobre, i progressi nelle trattative di pace che si stavano conducendo a Parigi portarono l’esercito USA a sospendere la “Operation Linebacker”, una massiccia campagna di bombardamenti aerei che stava rovinosamente colpendo i nordvietnamiti dal maggio dello stesso anno. Il segretario di stato Henry Kissinger, memore delle “sorprese di ottobre” degli anni passati, non perse l’occasione per dare una “spintarella” al presidente repubblicano cui era fedele. “Peace is at hand” esclamò alla televisione Kissinger. Per i sogni di gloria di McGovern, questo fu l’autentico colpo di grazia. Nixon venne rieletto con una maggioranza schiacciante dei voti, ma per sua sfortuna le trattative di pace entrarono in una profonda fase di stallo. E il segretario di stato americano fu così bersagliato dal tiro incrociato di giornalisti, avversari politici e intellettuali di vario genere, i quali lo accusavano di aver falsato il risultato delle elezioni presidenziali. L’amministrazione Nixon si salvò con una scusa piuttosto convincente: la delegazione nordvietnamita aveva sfruttato il discorso di Kissinger per mettere in imbarazzo il presidente ed indebolire la posizione degli USA al tavolo delle trattative.
Durante la campagna elettorale, Nixon aveva tuttavia promesso un graduale disimpegno delle truppe statunitensi dal Vietnam, che sarebbe ben presto dovuto diventare “totale”. Ora si trattava di mantenere la promessa fatta ai suoi concittadini, cercando al tempo stesso di non deludere l’alleato sudvietnamita, ovvero non lasciando terreno fertile ad un’invasione da parte dell’esercito del Vietnam del Nord. Nel dicembre 1972, il comando militare USA lanciò la “Operation Linebacker II”, la più pesante campagna di bombardamenti aerei di tutta la guerra. Per 11 notti consecutive, le città di Hanoi e di Haiphong vennero bombardate da squadroni di bombardieri B-52 , che le ridussero praticamente in macerie. L’intento di Nixon, che aveva ereditato il fardello del Vietnam da coloro che lo avevano preceduto alla Casa Bianca, era quello di dimostrare ai sudvietnamiti che l’esercito USA stava facendo il massimo per difendere il Paese di Nguyen Van Thieu. Al tempo stesso, mettendo in mostra il massimo della propria potenza di fuoco, gli statunitensi volevano convincere i governi nord e sudvietnamiti a sedersi con una maggior disponibilità al tavolo delle trattative , allo scopo di arrestare una carneficina che sembrava più che mai senza fine.
Il piano riuscì alla perfezione: le trattative di pace ripresero il 29 dicembre, in contemporanea allo stop dei bombardamenti. L’accordo, finalmente raggiunto, venne firmato a Parigi il 27 gennaio 1973, decretando ufficialmente la fine del coinvolgimento USA nella guerra del Vietnam. Henry Kissinger e Le Duc Tho, a capo rispettivamente delle delegazioni diplomatiche di Stati Uniti e Vietnam del Nord, pur in mezzo a mille polemiche, furono insigniti del Premio Nobel per la pace. L’accordo stipulato non fu tuttavia accolto con particolare entusiasmo dall’opinione pubblica USA, quasi come se essa fosse consapevole del fatto che, da lì a poco, avrebbe dovuto subire uno schiaffo morale di proporzioni inimmaginabili. Il 29 marzo, ad espletamento degli impegni sottoscritti, il comando militare americano ordinò l’immediato rimpatrio di tutte le truppe dislocate nella penisola indocinese. I “veterani” che rientrarono nel Paese si trovarono immersi in un clima fortemente ostile nei loro confronti. Invece che venire considerati “eroi”, essi vennero generalmente ignorati dalle amministrazioni pubbliche e addirittura si trovarono talvolta a dover fronteggiare orde di contestatori che rimproveravano loro il servizio prestato nell’esercito.
Nixon, per convincere il governo sudvietnamita di Nguyen Van Thieu a sottoscrivere l’accordo di Parigi, dovette promettere che gli Stati Uniti, nonostante il ritiro delle proprie truppe, avrebbero continuato a fornire all’alleato aiuti finanziari e, in misura minore, militari, in maniera tale che il Vietnam del Sud sarebbe stato ancora in grado di difendere la propria indipendenza. Si trattava di un’offerta equa, che consentiva alle truppe americane di lasciare il Vietnam senza che questa passasse per una fuga e al tempo stesso garantiva un discreto margine di sicurezza futura al governo sudvienamita. Quello che Nixon non poteva sapere, però, era che lo scandalo Watergate , i cui segnali prodromici erano emersi già il 17 giugno dell’anno precedente, sarebbe cresciuto a tal punto da privarlo “de facto” del suo potere politico, fino a spingerlo alle dimissioni. Il Congresso bloccò ogni tipo d’intervento militare statunitense in Vietnam e dimezzò l’ammontare degli aiuti economici che l’amministrazione repubblicana aveva promesso a Van Thieu.
Dall’altra parte del mondo, l’Unione Sovietica colse la palla al balzo. Non essendo più gli americani direttamente coinvolti nel conflitto, l’URSS poteva riprendere ufficialmente il suo programma di aiuti economico-militari al Vietnam del Nord, senza il timore di scatenare un’eventuale crisi diplomatica con gli Stati Uniti. Così fece, rendendo quello nordvietnamita uno degli eserciti più preparati e meglio armati del periodo. Nel dicembre 1974, il Congresso USA, varando il “Foreign Assistance Act”, tagliò tutti gli aiuti economici al governo sudvietnamita. Nixon, minacciato di impeachment all’apice dello scandalo Watergate, aveva rassegnato le dimissioni il precedente 9 agosto, lasciando il posto al suo vice Gerald Ford, il quale tentò invano di porre il veto sul decreto presentato al Congresso. All’inizio del 1975, l’esercito sudvietnamita si trovò pertanto da solo a dover fronteggiare le ricostituite forze del Nord, le quali, nonostante il trattato firmato a Parigi, non avevano certo cessato di avere idee bellicose. Nel marzo 1975, l’esercito nordvietnamita penetrò nelle “Central Highlands”, il cuore del Vietnam del Sud, tagliando di fatto il Paese in due. Van Thieu, impaurito dall’idea che le truppe sudvietnamite dislocate lungo il confine settentrionale del Paese potessero venir circondate dall’esercito nemico, ordinò loro di rientrare prontamente verso gli altopiani interni. Ma proprio quando le operazioni di ripiegamento iniziarono, dal Vietnam del Nord si scatenò un’offensiva che trasformò lo spostamento delle truppe del Sud in una sanguinosa ritirata.
Il Vietnam del Nord aveva dato inizio ad una campagna d’invasione in piena regola. L’11 marzo, dopo un violento bombardamento d’artiglieria, le truppe sudvietnamite che difendevano la città di Ban-Me-Thuot si diedero alla fuga, lasciando il centro nelle mani dell’esercito invasore. Van Thieu impartì al suo esercito l’ordine di abbandonare immediatamente gli altopiani interni unitamente a tutte le province settentrionali del Vietnam del Sud. Il generale Phu abbandonò così le città di Pleiku e Kontum, ritirandosi con la sua colonna verso Tum Ky. Lo stato in cui versava il Paese, profondamente segnato da anni di guerra feroce che lo avevano praticamente privato di ogni infrastruttura di trasporto, rese particolarmente difficoltoso lo spostamento dei 60’000 uomini guidati dal generale. L’esercito nordvietnamita, lanciato all’inseguimento, raggiunse e sterminò nel giro di pochi giorni la colonna impegnata nella ritirata. Il 20 marzo, con un improvviso cambiamento di rotta, Van Thieu diede l’ordine di difendere a tutti i costi Hue, la terza città più grande del Vietnam del Sud. Il proclama restò lettera morta. I nordvietnamiti misero sotto assedio la città, che il 25 marzo cadde nelle loro mani. Galvanizzato dal grande successo di Hue, l’esercito del Vietnam del Nord si lanciò all’assalto della città di Da Nang, dove i 100’000 soldati sudvietnamiti di stanza si arresero, quasi senza colpo ferire, il 30 marzo. I tempi erano ormai maturi per lanciare la “campagna Ho Chi Minh”, ovvero l’attacco finale su Saigon. Il 7 aprile, tre divisioni del quarto corpo d’armata nordvietnamita attaccarono Xuan-loc, 40 miglia ad est rispetto a Saigon. La resistenza opposta dalla 18° divisione di fanteria dell’esercito sudvietnamita fu eroica, ma non ottenne altro risultato se non quello di rimandare di un paio di settimane la conquista della città. Xuan-loc cadde il 21 aprile. Lo stesso giorno, Nguyen Van Thieu rassegnò le proprie dimissioni, affermando nel suo breve discorso di commiato che “gli Stati Uniti avevano tradito il Vietnam del Sud”. Il 25 aprile, l’ormai ex leader abbandonò il Paese rifugiandosi a Taiwan e lasciando la sua poltrona al generale Duong Van Minh. Due giorni più tardi, le truppe del Nord circondarono Saigon ed iniziarono a bersagliarne l’aeroporto a colpi di artiglieria. Per la popolazione civile e i militari presenti nella città non vi era più via di scampo. Il 29 aprile, in un disperato tentativo di “salvare il salvabile”, gli USA lanciarono una missione di soccorso chiamata “Option IV”, il più grande piano di evacuazione aerea della storia. Volando ininterrottamente giorno e notte, gli elicotteri statunitensi riuscirono a mettere in salvo 7’000 persone, tra le quali tutto il residuo personale americano di Saigon.
Negli Stati Uniti, l’evento fu vissuto come una e vera propria umiliazione. L’esercito più forte del mondo, poco importa se esso non stava più combattendo ma era invece impegnato in una sorta di “missione umanitaria”, stava scappando in fretta e furia da un teatro di guerra. Proprio quella fuga che Nixon pensava di essere riuscito in qualche modo a scongiurare con gli accordi di Parigi. E resa ancora più drammatica dalle immagini, trasmesse dai telegiornali e rese immortali dalle fotografie, di folle di cittadini sudvietnamiti che si calpestano l’un l’altro, nel disperato tentativo di riuscire a salire a bordo degli elicotteri americani. L’opinione pubblica degli Stati Uniti rimase letteralmente sbigottita.

Saigon cadde il 30 aprile. Malgrado le sacche di resistenza sparse qua e là, l’esercito nordvietnamita si impadronì nel giro di poche ore dell’ambasciata americana, del quartier generale della polizia, delle stazioni radio e del palazzo presidenziale, issando su quest’ultimo la bandiera dei guerriglieri Viet Cong. L’epopea dei due Paesi indocinesi si concluse il 2 luglio 1976, quando il Vietnam del Sud venne unificato al Nord, dando origine alla Repubblica Socialista del Vietnam. Saigon, ribattezzata Ho Chi Minh City in onore del leader nordvietnamita scomparso nel 1969, venne eletta a capitale del nuovo stato.


