27 agosto 2006
La farfalla granata: la meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni, il calciatore artista
Ero rimasto piacevolmente colpito, qualche tempo fa, dalla lettura di un libricino di satira firmato da Nando Dalla Chiesa. Così com’ero rimasto scottato, più recentemente, ma in senso negativo, dalla lettura di un libro di Ken Bryan dedicato al calcio. Possibile che allo sport più bello del mondo non fosse mai stato dedicato un libro all’altezza?
Per fortuna ho avuto ampiamente modo di ricredermi. E il merito va al succitato Nando Dalla Chiesa ed al suo meraviglioso volume “La farfalla granata: la meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni, il calciatore artista”

Più che un libro, 200 pagine di vera e propria poesia. Una poesia che senza mai cadere nel sentimentalismo più becero si mescola in maniera superba alla narrativa, per raccontare e tramandare ai posteri le gesta di un piccolo uomo, che pur nella tragicità della sua brevissima vita è stato capace di lasciare un’impronta indelebile nell’ipocrita mondo del calcio.
La narrazione, rigorosa da un punto di vista cronologico, è alternata a splendide metafore. E’ doveroso, Dalla Chiesa mi perdonerà, riportare qui dentro la prima di queste.
“Volteggiava leggera, la farfalla. Le ali membranose andavano su e giù nell’aria mandando bagliori colorati che il sole si divertiva a sgranare e a distillare. Vorticava instancabile intorno ai fili dell’erba tenera e profumata, ai quali tornava regolarmente. Come se solo il volteggiare a una spanna da loro le regalasse il piacere e la sensazione di volare; come se solo i fili erbosi sapessero offrire qualcosa di arcanamente gioioso alla sua dolce e passeggera esistenza. Un entomologo avrebbe subito capito che essa non apparteneva a nessuna delle più ordinarie famiglie dei lepidotteri: né alle vanesse né alle cavolaie, né alle pieridi né alle pavonie. Né assomigliava al bombice del gelso. E neppure era classificabile, osservata da vicino, nell’affascinante famiglia delle falene.
Era una ben strana e singolare farfalla, capace di disegnare nell’aria figure bizzose eppure sempre dotate di un qualche profondissimo senso. Ogni tanto si fermava. Le scaglie colorate allora si facevano più spente. Nessuno avrebbe potuto capire la ragione di quell’improvvisa e apparente malinconia, che i colori smorzati rendevano subito evidente agli altri abitanti del prato. Ma bastava che i fili d’erba, con la complicità di un grillo, o di altre farfalle buontempone (di solito farfalle di passaggio), le combinassero uno scherzo, magari invertendo la loro posizione sul prato o arricciandosi d’improvviso tutti insieme, che le tornava irresistibile il buon umore. E con quello perfino un po’ d’impudenza. Allora la farfalla ritrovava il suo inimitabile brio. Ripartiva elegante con il suo indecifrabile volteggiare disegnando trame di estrosa armonia. E i colori si rifacevano vividi, esaltando nel chiarore dell’aria una rarissima tonalità granata che picchiettava le ali, attraversandole e orlandole quasi per intero.
Un giorno, per una ragione che nessun abitante del prato riuscì mai a capire fino in fondo, la farfalla scelse di spingere il proprio volo fuori da quel grande e magico recinto, abbandondando di corsa la protezione fedele e avvolgente dei fili d’erba. Forse sentì il profumo di un nettare speciale proveniente da un prato diverso e lontano. O forse provò solo il desiderio di nuovi luoghi e nuovi cieli, impermalita – ogni tanto accadeva – per uno scherzo eccessivamente irriguardoso dei suoi amici burloni e filiformi. O forse, semplicemente, si ricordò di essere una farfalla; e che breve è la vita delle farfalle, anche di quelle che non fanno parte delle cavolaie e delle vanesse, delle pieridi o delle pavonie. E andò incontro al suo destino, accelerandolo in un impeto di giovinezza.
Non lo saprà mai nessuno. Certo è, lo raccontano perfino i giornali che si interessarono del caso, che essa uscì dal prato. Qualcosa di metallico, di rumoroso, di innaturale, l’aspettava con impazienza rombante proprio nel punto in cui essa si sarebbe trovata senza più riparo. La colpì mentre volteggiava, quasi prigioniera delle sue abitudini, all’altezza del suolo. Poi le tonalità granata sparirono di colpo, inabissandosi nel vuoto. Nell’aria rimasero solo le cavolaie e le vanesse, le pavonie e le pieridi. Ma i fili d’erba verde, così si racconta, per lunghi giorni tennero la vista ben aguzza, cercando di riconoscere nella più piccola parvenza di tonalità granata in volo il ritorno della loro amica. Finché si rassegnarono: da allora in poi avrebbero dovuto limitarsi a contemplare il fascino delle falene.”
Credo davvero che spendere altre parole per commentare questo libro sarebbe superfluo. Chiunque dovrebbe leggerlo.
Comments(2)


ricordavo qualcosa del genere, ho controllato, e ho ottenuto quello che cercavo: pensa che l’investitore era Attilio Romero, colui che qualche anno fa era presidente del Torino!
… e che all’epoca dei fatti aveva la foto di Meroni sul comodino e, soprattutto, aveva ancora che i capelli, che cercava di tener pettinati come quelli dell’hidalgo…