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Fabio Ruini’s blog

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La protesta contro la guerra del Vietnam: una prospettiva più ampia

Ma quando ebbe inizio la protesta popolare contro la guerra del Vietnam? Varie fonti ritengono che la molla principale sia da ricercarsi nella succitata offensiva nordvietnamita del Têt del gennaio 1968. Dopo quell’evento, Walter Cornkite, il giornalista spesso vezzeggiato con l’appellativo di “the most trusted man in America”, cambiò radicalmente il suo punto di vista sul conflitto in atto. Se prima Cronkite era annoverato tra i “falchi” favorevoli alla scesa in campo degli USA, dopo l’offensiva del Têt l’incantesimo si spezzò. Il suo cambiamento di rotta fu espresso in maniera chiara, semplice ed efficace durante la puntata della sua trasmissione del 27 febbraio 1968, nella quale il giornalista si poneva l’obiettivo di trarre un bilancio della massiccia operazione d’aggressione varata un mese prima da Viet Cong e soldati nordvietnamiti:

Tonight, back in more familiar surroundings in New York, we’d like to sum up our findings in Vietnam, an analysis that must be speculative, personal, subjective. Who won and who lost in the great Tet offensive against the cities? I’m not sure. The Vietcong did not win by a knockout, but neither did we. The referees of history may make it a draw. Another standoff may be coming in the big battles expected south of the Demilitarized Zone. Khesanh could well fall, with a terrible loss in American lives, prestige and morale, and this is a tragedy of our stubbornness there; but the bastion no longer is a key to the rest of the northern regions, and it is doubtful that the American forces can be defeated across the breadth of the DMZ with any substantial loss of ground. Another standoff. On the political front, past performance gives no confidence that the Vietnamese government can cope with its problems, now compounded by the attack on the cities. It may not fall, it may hold on, but it probably won’t show the dynamic qualities demanded of this young nation. Another standoff.

We have been too often disappointed by the optimism of the American leaders, both in Vietnam and Washington, to have faith any longer in the silver linings they find in the darkest clouds. They may be right, that Hanoi’s winter-spring offensive has been forced by the Communist realization that they could not win the longer war of attrition, and that the Communists hope that any success in the offensive will improve their position for eventual negotiations. It would improve their position, and it would also require our realization, that we should have had all along, that any negotiations must be that — negotiations, not the dictation of peace terms. For it seems now more certain than ever that the bloody experience of Vietnam is to end in a stalemate. This summer’s almost certain standoff will either end in real give-and-take negotiations or terrible escalation; and for every means we have to escalate, the enemy can match us, and that applies to invasion of the North, the use of nuclear weapons, or the mere commitment of one hundred, or two hundred, or three hundred thousand more American troops to the battle. And with each escalation, the world comes closer to the brink of cosmic disaster.

To say that we are closer to victory today is to believe, in the face of the evidence, the optimists who have been wrong in the past. To suggest we are on the edge of defeat is to yield to unreasonable pessimism. To say that we are mired in stalemate seems the only realistic, yet unsatisfactory, conclusion. On the off chance that military and political analysts are right, in the next few months we must test the enemy’s intentions, in case this is indeed his last big gasp before negotiations. But it is increasingly clear to this reporter that the only rational way out then will be to negotiate, not as victors, but as an honorable people who lived up to their pledge to defend democracy, and did the best they could.

This is Walter Cronkite. Good night.

Cronkite era un opinionista. Poteva seguire gli eventi della guerra da una posizione indubbiamente privilegiata rispetto a quella di un cittadino qualunque, ma non era fisicamente presente sul campo. Così come la stragrande maggioranza degli americani, egli rimase particolarmente scosso dall’assalto portato dai ribelli contro l’ambasciata statunitense di Saigon, ovvero quello che avrebbe dovuto essere il luogo in assoluto più sicuro della presenza americana nella penisola indocinese. In realtà, da un punto di vista militare, l’ambasciata era estremamente vulnerabile; guardando agli eventi con il senno di poi, appare fin strano che essa non fosse mai stata minimamente presa di mira prima del 1968. Tale evento poteva dunque stupire un osservatore poco informato, che magari non sapesse dell’esistenza della “Truong Son Trail”, del suo attraversare Paesi (Laos e Cambogia) che gli Stati Uniti non potevano attaccare e del fatto che il suo “capolinea” si trovasse ad appena trenta miglia di distanza da Saigon. Ma non doveva stupire il giornalista televisivo della CBS.

Cronkite aveva sicuramente una grandissima influenza su molti cittadini americani. I quali, tra l’altro, erano in quel momento particolarmente vulnerabili. Essi erano appena stati duramente scossi da un altro strumento d’informazione: la fotografia. Per la precisione, da una sola fotografia. Quella di Eddie Adams, scattata nel febbraio 1968, nel momento in cui l’offensiva del Têt stava venendo stroncata nel sangue dagli eserciti “alleati”. La brutalità, la freddezza, l’indifferenza dei presenti nei confronti della morte. Tutti gli elementi che rendono inumana una guerra erano presenti nello straordinario scatto di Adams, che non a caso fece il giro di tutti i giornali e le riviste del mondo.

Ma in realtà, il clima all’interno degli Stati Uniti non era certo dei migliori già da molto tempo. Abbiamo già accennato alla clamorosa protesta inscenata da Mohammed Alì e iniziata nel 1966, due anni prima dell’offensiva del Têt, con il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito. Il pugile fu senz’altro uno dei più celebri attivisti impegnati per la pace, ma la protesta, come abbiamo visto brevemente in precedenza, prese le mosse dai campus delle università americane. Il 24 marzo 1965, pochi giorni dopo l’arrivo dei primi marines a Danang , all’università del Michigan si tenne il primo “teach in”, un ciclo di lezioni aventi come argomento il Vietnam e come obiettivo quello di cercare di spiegare e far capire agli studenti la situazione socio-politica del sud-est asiatico . Ma sarebbe come sempre errato procedere ad una generalizzazione e pensare che tutta la popolazione studentesca USA dell’epoca condividesse quei medesimi ideali di un pacifismo “senza se e senza ma” che avevano animato gli attivisti del Michigan. Molti, sebbene meno rumorosi rispetto ai contestatori, erano infatti coloro che nutrivano un sentimento favorevole nei confronti dell’intervento americano in Vietnam. Celebre fu il caso della Indiana University, dove, già nel marzo del 1965, un folto gruppo di studenti volle far sentire la sua voce, opponendo ai dimostranti pacifisti una contromanifestazione a favore della guerra americana in Vietnam.

Caricatura contro i manifestanti pacifisti

Difficile stabilire se ad animare i contromanifestanti fosse una sincera convinzione della bontà della “Teoria del domino” o piuttosto un semplice sentimento di ostilità nei confronti dei giovani della sinistra americana. Come ci ricorda il sito Internet “Spartacus Educational”, infatti, nei primi anni di guerra quei pochi che si opponevano al conflitto potevano essere classificati in tre categorie:

When the Vietnam War started only a small percentage of the American population opposed the war. Those who initially objected to the involvement in Vietnam fell into three broad categories: people with left-wing political opinions who wanted an NLF victory; pacifists who opposed all wars; and liberals who believed that the best way of stopping the spread of communism was by encouraging democratic, rather than authoritarian governments.

Ma il movimento crebbe presto d’intensità, spinto dalle notizie che, attraverso giornali, radio e televisioni, quotidianamente entravano nelle case degli americani. Il 17 aprile 1965, a Washington, 25’000 persone marciarono per la pace. Galvanizzati dal successo della marcia sulla capitale, i leaders del movimento pacifista, perlopiù studenti, allargarono il proprio raggio d’azione cercando di coinvolgere la maggior fetta della popolazione possibile. Il “Vietnam Day”, un meeting svoltosi a Berkeley nel mese di ottobre, radunò migliaia di persone in una serie di discussioni riguardanti la moralità del conflitto militare in atto nella penisola indocinese.

Sull’onda lunga della protesta di Muhammad Alì, nella primavera del 1967 oltre 1’000 studenti scrissero al segretario della difesa Robert McNamara, chiedendo che l’obiezione di coscienza venisse riconosciuta ad ogni livello. Nel mese di giugno, con fare più pratico, furono 10’000 gli studenti che impugnarono carta e penna per suggerire a McNamara le modalità attraverso le quali sviluppare un programma di servizio alternativo per coloro che si opponevano all’uso della violenza. I rapporti tra i dimostranti e le varie emanazioni “fisiche” dello stato divennero sempre più frequenti. Nell’ottobre 1967, una due-giorni di marcia nei pressi del Pentagono attirò l’attenzione di tutto il Paese: i manifestanti, in gran parte giovani da poco chiamati alle armi, riconsegnarono al mittente le cartoline di leva ricevute nei giorni precedenti.

Da quel momento in poi, la protesta contro la guerra del Vietnam fuggì completamente di mano a coloro che per primi l’avevano intavolata. Nel periodo compreso tra il 1965 ed il 1968, le prime contaminazioni provennero dagli attivisti per i diritti civili. Martin Luther King jr., in un celebre articolo scritto per il Chicago Defender nel gennaio 1967, espresse il suo supporto al movimento pacifista, individuando una comune base morale con le sue battaglie contro la segregazione razziale. King articolò meglio il suo pensiero in Aprile, alla Riverside Church di New York, asserendo che la guerra stava distogliendo dai programmi domestici più risorse, umane ed economiche, rispetto a quanto fosse in realtà necessario.

Si arrivò così al 1968, l’anno dell’offensiva del Têt. Quando negli USA iniziò a diffondersi la notizia che l’esercito nordvietnamita era stato in grado di lanciare un’operazione su così vasta scala, in molti iniziarono a porsi dei dubbi sull’attendibilità dei resoconti delle attività militari che venivano trasmessi da Washington. L’opinione pubblica interna, a giudicare dai sondaggi dell’epoca, virò bruscamente contro la guerra. E il dissenso sfociò ben presto in violenza. Ad aprile, i manifestanti occuparono gli edifici dell’amministrazione della Columbia University e la polizia dovette fare ricorso alla forza per sgomberarli. A Baltimora, Milwaukee e Chicago, gli attivisti assaltarono gli uffici di reclutamento dell’esercito, imbrattando con sangue animale i registri e distruggendo gli archivi. Gli impianti produttivi del Dow Chemical, la principale industria statunitense produttrice di napalm, vennero sabotati. Ad agosto, i pacifisti si scontrarono violentemente con la polizia in occasione della convention nazionale del Partito Democratico che si stava tenendo a Chicago.

Man mano che crebbe in violenza, il movimento contrario alla guerra divenne internamente sempre meno coeso. Nel novembre 1969, una nuova marcia di protesta radunò a Washington circa 500’000 partecipanti. Fu evidente, agli occhi di coloro che seguirono la manifestazione, che tra i partecipanti non vi era una vera e propria somiglianza. Questo carattere di eterogeneità è in genere considerato un segno di forza: la protesta contro la guerra del Vietnam vista come un movimento capace di attraversare trasversalmente tutta la nazione, uomini bianchi e neri, ricchi e poveri. Peccato solanto che tale divergenza di vedute non fosse altrettanto apprezzata dai diretti interessati. La maggior parte dei “marciatori” di Washington disapprovava con fermezza la controcultura che si era sviluppata in contemporanea al movimento pacifista. La caduta della SDS aveva spianato la strada ad una nuova generazione di “leaders”, rapidamente etichettati come “hippie”, che non godevano certo delle simpatie della middle-class statunitense, assolutamente a disagio con quella nuova cultura caratterizzata da capelli lunghi, abuso di droghe e promiscuità sessuale. Gli stessi “hippie”, d’altronde, non cercavano affatto la legittimazione da parte dei ceti medi e si rifugiarono dietro alla musica di protesta per marcare il loro distacco dai “vecchi”, considerati tali più per questioni di mentalità che non per motivi anagrafici.

Commenti

  1. gianandrea
    aprile 8th, 2011 | 17:03

    ciao io sono uno studente italiano di 5^ superiore e quest’anno volevo portare i movimenti pacifisti anti guerra del vietnam…credo che tu sia molto ferrato in questo argomento…chiedo troppo se ti domando altre informazioni??

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