30 agosto 2006
Perchè gli USA “persero” la guerra?

La protesta contro la guerra del Vietnam, indipendentemente dalla lente che si voglia utilizzare per analizzarla, fu un grande movimento di massa. Non privo di ombre, come abbiamo brevemente ricordato nel paragrafo precedente. La cinematografia e soprattutto la politica hanno però contribuito a tramandarne ai posteri un’immagine romantica, fatta di slogan e di canzoni, di giovani spensierati che preferivano fare l’amore piuttosto che la guerra e che esortavano i soldati a mettere i fiori nei loro “cannoni”. E’ impresa veramente ardua, oggigiorno, trovare qualche storico che sostenga la tesi secondo cui il conflitto indocinese era un qualcosa di “indispensabile” nell’ambito dei giochi politici dell’epoca. L’insensatezza della guerra in Vietnam (e, di conseguenza, la “bontà” della posizione assunta all’epoca dai pacifisti) è stata ormai elevata al dogma di “verità assoluta”.
Una verità dogmatica di questo tipo, del tutto simile a quella che nell’Italia del secondo dopoguerra ha voluto la Resistenza come una cosa “buona, senza se e senza ma”, finisce per influenzare loro malgrado gli storici. Sono molti, infatti, gli studiosi che hanno cercato di spiegare la sconfitta statunitense nel Vietnam come derivante dall’incapacità delle amministrazioni USA di ottenere il necessario supporto dell’opinione pubblica. E’ l’errore in cui incappa tra gli altri Massimo Ragnedda, nel suo libro “Warshow. La guerra mediatica”, che ad un certo punto della discussione azzarda:
“L’arma della disinformazione e della propaganda non viene circoscritta al nemico, come accadeva in passato, ma viene ampiamente utilizzata nei nostri confronti, poiché, come il Vietnam ha insegnato, non si possono vincere le ‘guerre moderne’ senza il necessario sostegno dei media e dell’opinione pubblica, e i paesi belligeranti devono muoversi, possibilmente, sotto la spinta ed il clamore popolare”
Ma nonostante le argomentazioni discusse sino ad ora possano condurre a considerazioni di senso opposto, occorre sottolineare che, esattamente come in tutte le vicende militari che la storia dell’uomo ricordi, l’impantanamento delle truppe americane di stanza in Vietnam avvenne sul campo di battaglia e non sui giornali. Si può azzardare, questo è vero, che per via della protesta che aleggiava in patria, il morale dei soldati statunitensi al fronte non fosse al massimo, quando essi si trovavano a combattere nelle sperdute paludi e foreste indocinesi. E che, di conseguenza, il loro “rendimento” non potesse certo essere dei migliori. E’ una spiegazione che piacerebbe moltissimo ai gerarchi nazisti degli anni ’30 e ’40, i quali, basandosi sul Mein Kampf hitleriano, al morale attribuivano un’importanza assoluta:
“Certo l’educazione non potrà fare un coraggioso di un uomo dal temperamento fiacco; ma è pure certo che un uomo, non privo di coraggio, è paralizzato nello sviluppo delle sue capacità se, per difetti della sua educazione, è a priori inferiore ad altri in forza fisica e agilità. Nell’esercito si può meglio valutare quanto la convinzione dell’abilità corporea favorisca il coraggio e desti lo spirito d’assalto. Anche nell’esercito non s’incontrano tutti eroi; ma ce n’è un buon numero. Se non che, la superiore educazione del soldato tedesco in tempo di pace infuse all’intiero enorme organismo quella suggestiva credenza nella propria superiorità che neppure i nostri avversari ritenevano possibile. Nei mesi d’estate e d’autunno 1914 l’avanzata dell’esercito tedesco diede immortali prove di valore e di spirito offensivo, e ciò fu risultato di quella instancabile educazione che nei lunghi anni di pace rese idonei a incredibili prestazioni corpi spesso deboli, e inculcò quella fiducia in sé che non andò smarrita nemmeno nell’orrore delle grandi battaglie.”
Tesi affascinante, che è stata fatta propria, seppur con toni decisamente meno minacciosi, anche da quella disciplina recente che è la psicologia dello sport. Ma tale tesi, applicata ad un conflitto militare del ventesimo secolo, appare immediatamente troppo superficiale perchè possa essere accettata in un lavoro che, nei limiti del poco tempo a disposizione per portarlo a termine, ha la pretesa di essere quanto più possibile rigoroso.
Gli USA, di fatto, “persero” la guerra perché militarmente non avrebbero mai potuto vincerla. Può apparire tautologica questa frase, ma in realtà non lo è. L’alto comando dell’esercito americano non si premurò mai di fissare un obiettivo chiaro ed univoco da raggiungere per poter definire “vinto” il conflitto indocinese. Fissare un tale obiettivo, d’altronde, non era possibile. Gli Stati Uniti intervennero in Vietnam per arginare quella che sarebbe potuta diventare, almeno agli occhi dei “teorici” di Eisenhower, una dilagante rivoluzione comunista. L’obiettivo era politico, non militare. E soprattutto era un obiettivo di lungo periodo, che soltanto i lustri successivi avrebbero chiarito se fosse stato raggiunto o meno. Fermare un’invasione, come di fatto gli USA fecero proteggendo il Vietnam del Sud dagli attacchi provenienti dal Nord, può essere considerato un obiettivo militare. Che, però, può essere raggiunto solo se abbinato ad una dimensione temporale. “Evitare che, nel febbraio 1968, Saigon cada nelle mani delle forze rivoluzionarie”: questo, ad esempio, sarebbe potuto essere un obiettivo militare perseguibile. I militari erano in grado di vedere la guerra del Vietnam come una lunga sequenza di sotto-obiettivi di questo genere. L’opinione pubblica americana no. E fu proprio questa apparente mancanza di un obiettivo da perseguire che finì per frustrare i cittadini statunitensi e spingerli ad una mobilitazione senza precedenti.


