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Some other old good stuff

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per Agosto, 2006

Dopo Westmoreland: Abrams, Nixon e la “vietnamizzazione” del conflitto

Pochi mesi dopo il lancio dell’offensiva del Têt, il generale Westmoreland venne sostituito al comando delle truppe statunitensi dal suo vice, Creighton Williams Abrams jr. L’approccio adottato dal nuovo comandante in capo si differenziò molto rispetto a quello del suo predecessore, favorendo un maggior grado di “apertura” nei confronti dei media, un ricorso più razionale ai bombardamenti aerei e di artiglieria, l’eliminazione del conteggio dei corpi come indicatore chiave del successo di una battaglia ed una più solida cooperazione con l’esercito sudvietnamita. Tale strategia, tuttavia, fu troppo tardiva per poter risollevare il morale dell’opinione pubblica USA. La speranza che, con il “defenestramento” di Westmoreland, le cose potessero di colpo cambiare fu violentemente abbattuta da lì a pochi mesi. Il 14 ottobre 1968, costretto a fronteggiare una carenza di truppe, il Dipartimento della Difesa annunciò il re-invio in Vietnam di 24′000 soldati, provenienti dall’esercito e dai marines, per un secondo mandato non volontario.

Negli USA, le elezioni presidenziali erano alle porte. Johnson, dopo essere riuscito ad affermarsi alle primarie del partito democratico, aveva già annunciato che non avrebbe corso per un secondo mandato . Al suo posto, il partito designò Hubert Humphrey II, che non era riuscito a spuntarla durante le primarie, ma che con la sua piattaforma pacifista aveva raccolto un grande successo politico, riuscendo a mettere in discussione la scelta di Johnson come candidato ufficiale del partito democratico. Nonostante l’essersi messo da parte, il presidente uscente giocò ugualmente un brutto tiro allo sfidante repubblicano di Humphrey, Richard Nixon. In quella che passò alla storia come “the October surprise”, Johnson annunciò improvvisamente, il 31 ottobre 1968, che a partire dal giorno successivo tutti i bombardanti “aerei, navali e di artiglieria” sul Vietnam del Nord sarebbero cessati. Il presidente democratico non era nuovo a “giochetti” del genere. Già nel 1964, quando correva per la presidenza contro lo sfidante repubblicano Barry Goldwater, lo staff di Johnson preparò uno spot televisivo dove, facendo ricorso ad immagini dall’alto valore simbolico, si “passava” il messaggio che l’elezione di Goldwater avrebbe significato guerra atomica. La pubblicità, che fu trasmessa soltanto una volta e venne poi prontamente bloccata, costituì un vero e proprio shock per l’opinione pubblica americana, contribuendo in maniera decisiva all’elezione di Johnson.

Le cose non funzionarono altrettanto bene nel 1968. Durante la campagna elettorale di quell’anno, Nixon fece appello alla “maggioranza silenziosa” dei conservatori americani, quella che non apprezzava la controcultura hippie e le manifestazioni contro la guerra. Il futuro presidente promise una “pace con onore”, senza dichiararsi in grado di vincere la guerra, ma insistendo piuttosto sul fatto che “la [sua] nuova leadership avrebbe fatto finire la guerra e vinto la pace nel Pacifico ”. Come confermò più tardi lo stesso Nixon nelle sue memorie, egli non disponeva all’epoca di un vero e proprio programma di disimpegno dal Vietnam. Ma nel Paese si diffuse ugualmente la convizione, quasi il mito, che egli avesse in realtà tra le mani un vero e proprio “piano segreto” capace di far terminare, come per magia, il conflitto.

Eletto presidente, Nixon avviò una politica di lento disimpegno dal conflitto. L’obiettivo perseguito era quello di potenziare gradualmente l’esercito sudvietnamita fino al punto in cui esso sarebbe stato in grado di condurre la guerra da solo. Tale politica, pietra miliare della cosìddetta “dottrina Nixon”, applicata al Vietnam assunse il nome di “vietnamizzazione”. Durante questo periodo, gli USA diedero il via ad un graduale ritiro delle truppe dalla penisola indocinese, ma Nixon continuò tuttavia ad utilizzare l’aviazione, con massicci bombardamenti, per ostacolare il Vietnam del Nord e le residue forze Viet Cong operanti nel sud. L’esercito statunitense concentrò i propri sforzi anche per distruggere la “Truong Son Trail”, in maniera tale da pacificare ulteriormente il Vietnam del Sud e spianare così la strada ad un “pacifico” rimpatrio delle truppe.

Ho Chi Minh Trail

Il 22 febbraio 1969, a poca distanza dall’insediamento di Nixon, l’esercito del Nord Vietnam lanciò un’offensiva, non particolarmente intensa, contro il Vietnam del Sud. Quest’aggressione era vista dagli uomini di Ho Chi Minh come una sorta di “test”, una verifica della risolutezza della nuova amministrazione USA. Già dal 1965, infatti, il primo ministro cambogiano, principe Norodom Sihanouk, aveva stipulato un accordo con Cina e Vietnam del Nord, in base al quale si consentiva alle forze armate nordvietnamite di costituire delle basi militari sul suolo della Cambogia, nonchè di utilizzare i porti marittimi del Paese per il rifornimento di armamenti bellici. Nixon rimase freddo di fronte alla provocazione e non si fece intimorire. Il 17 marzo, nel più alto segreto e nonostante l’assenza di una preventiva autorizzazione da parte del Congresso, l’alto comando militare a stelle e strisce lanciò la cosìddetta “Operation Menu”. Si trattava di una campagna militare su scala ridotta, appena sei missioni, avente l’obiettivo di dimostrare al nordvietnamiti come la Cambogia (al pari di qualunque altro Paese confinante) non fosse più un posto sicuro dove installare le loro roccaforti. Contemporaneamente, gli USA chiamarono in azione anche i propri servizi segreti. Operando dietro alle quinte, soprattutto attraverso ingenti finanziamenti, essi riuscirono a far crollare il governo di Sihanouk, favorendo il colpo di stato guidato dal generale Lon Noi, nel 1970. Così com’era nell’intento dei burattinai stranieri, la nuova guida del Paese si caratterizzò fin da subito per un acceso sentimento pro-occidentale, unito ad un anti-comunismo di fondo. Lon Noi intimò immediatamente all’esercito nordvietnamita ed ai Viet Cong di abbandonare il suolo cambogiano e vietò di utilizzare i porti del suo Paese per rifornire militarmente le forze ribelli operanti in Vietnam. Egli fornì inoltre l’autorizzazione, all’esercito USA, a sconfinare in Cambogia per rimuovere le roccaforti nordvietnamite presenti nelle vicinanze del confine con il Vietnam del Sud.

[To be continued...]

Daisy

Correva l’anno 1968. Lyndon Johnson, dopo essere riuscito ad affermarsi alle primarie del partito democratico, aveva già annunciato che non avrebbe corso per un secondo mandato. Al suo posto, il partito designò Hubert Humphrey II, che non era riuscito a spuntarla durante le primarie, ma che con la sua piattaforma pacifista aveva raccolto un grande successo politico, riuscendo a mettere in discussione la scelta di Johnson come candidato ufficiale del partito democratico. Nonostante l’essersi messo da parte, il presidente uscente giocò ugualmente un brutto tiro allo sfidante repubblicano di Humphrey, Richard Nixon. In quella che passò alla storia come “the October surprise”, Johnson annunciò improvvisamente, il 31 ottobre 1968, che a partire dal giorno successivo tutti i bombardanti “aerei, navali e di artiglieria” sul Vietnam del Nord sarebbero cessati.

Il presidente democratico non era nuovo a “giochetti” del genere. Già nel 1964, quando correva per la presidenza contro lo sfidante repubblicano Barry Goldwater, lo staff di Johnson preparò uno spot televisivo dove, facendo ricorso ad immagini dall’alto valore simbolico, si “passava” il messaggio che l’elezione di Goldwater avrebbe significato guerra atomica. La pubblicità, che fu trasmessa soltanto una volta e venne prontamente bloccata, costituì un vero e proprio shock per l’opinione pubblica americana, contribuendo in maniera decisiva all’elezione di Johnson.

Il filmato, ribattezzato “Daisy”, è a tutt’oggi considerato uno degli esempi più eclatanti del devastante potere detenuto nelle mani dei pubblicitari.




LEGO Digital Designer

Stavo scuriosando sul sito della LEGO, nel tentativo di riuscire a visualizzare il tracking del mio Mindstorms NXT che, a quanto risulta dagli atti ufficiali, dovrebbe essere uscito dai magazzini della fabbrica di mattoncini il giorno di Ferragosto. Niente da fare. Seguendo i links riportati nella paginetta “order status” non riesco ad andare oltre ad un triste “Page not found”.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere, se è vero che, gironzolando per il sito, mi sono imbattuto in una meravigliosa quanto inattesa creatura: il LEGO Digital Designer.

Cito dalla pagina in questione:

A revolutionary platform for virtual building

As far back as 1999, a group of visionary LEGO product developers and engineers started thinking about letting people design their own LEGO products. They imagined people of all ages, anywhere in the world, being able create any design they could dream up – using an intuitive, free tool for digital design.

The first milestone was achieved in July 2003, when version 1.0 of LEGO Digital Designer was released. In February 2004, an online 3D Gallery went live, allowing designers to share their ideas via the Internet. By 2005, thousands of LEGO Factory enthusiasts were designing, sharing and ordering their own custom models – and the one-millionth copy of LEGO Digital Designer was downloaded on 25 September that year.

Now at version 1.6, LEGO Digital Designer is quite simply the best virtual building system out there – with its “Click-Stick” method of 3D modeling winning praise from children, parents, teachers and design enthusiasts everywhere. And, as the virtual design platform behind a growing number of LEGO products, LEGO Digital Designer is here to stay. A host of improvements and new features are already in development, including an improved user interface, new connectivity, more life-like building, Technic compatibility and improved train building and animation. So stay tuned – with LEGO Digital Designer, the future is yours.

Disponibile sia per Windows che per Mac OS (anche se quest’ultima versione non è che sia proprio lo stato dell’arte in quanto ad efficienza e semplicità d’uso), il LDD permette di esportare in vari formati grafici le immagini create (JPG, PNG, BMP, ecc…) e di upparle automaticamente in un’apposita area del sito della LEGO, nella quale vengono periodicamente premiate le opere migliori. Nel caso in cui si voglia passare “dalla teoria alla pratica”, il software permette di stampare l’elenco dettagliato dei mattoncini utilizzati, calcolando anche un preventivo di quanto verrebbe a costare l’eventuale “implementazione del progetto”.

Questo è un piccolo esempio di cosa si può creare con LDD:

Esempio di disegno fatto con LDD
[Immagine tratta da: http://www.bluecaboose.com/article.php?story=20050902105221170]

Carino, vero? Altro che CAD… :-D

Work in progress

Fase transitoria. Come avevo accennato qualche post fa, sto preparando il mio ritorno “temporaneamente definitivo” in quel di Roteglia. L’amato appartamento reggiano, nel quale vivo da novembre dello scorso anno, verrà dato in pasto a qualche altro volenteroso studente. Che, tra parentesi, ancora non abbiamo nè trovato, nè tantomeno cercato. Metto subito a tacere gli scettici. Non mi sono stancato della vita da single. Tutt’altro. Il problema di fondo è che devo ancora capire cosa ne sarà del mio futuro. Svanita l’idea di andare a lavorare sulla tesi a Santa Fe, il mio “sogno americano” rimane vivo e vegeto più che mai. Anche se a questo punto, contando di laurearmi a febbraio/marzo, dovrò tentare direttamente la strada del PHD. Magari dopo essere riuscito a farmi un mesetto di vacanza studio in un Paese di lingua anglosassone, così da poter cercare di spuntare il punteggio più alto possibile nei vari test linguistici propedeutici all’ammissione al dottorato e soprattutto alla possibilità di ricevere una qualche forma di finanziamento da parte delle generose istituzioni universitarie statunitensi.

Mi mancheranno i miei spazi, tornando a Roteglia. Ragion per cui sto materializzando un’idea che mi era passata per la mente qualche tempo fa. Mettere in piedi un mio “studio”. E devo dire la verità: farlo é stato molto più facile del previsto. Lo spazio, in una casa della quale sono proprietario per 1/9, c’era. Qualche chiacchiera con i parenti proprietari dei “restanti noni”… et voila, affare fatto. Un bello stanzone all’ultimo piano, 25/30 metri quadrati così ad occhio, con tanto di caminetto in marmo, poltrone, libreria ultra-spaziosa ed un po’ di oggettistica d’epoca.
Oggi abbiamo iniziato i lavori di risistemazione. Con l’aiuto della mia adorata mammina abbiamo tirato a lucido la stanza. Per quanto io e la mia succitata genitrice non abbiamo lo stesso concetto di “stanza tirata a lucido”. Con l’aiuto di mio nonno e di tre aitanti ghanesi rotegliesi, invece, abbiamo portato fin su in cima una bella scrivania in legno massiccio (comprata assieme ad Emiglio, del quale ho parlato qualche giorno fa) ed un mobile porta stampante, che in realtà è tutto meno che un mobile porta stampante, ma che io utilizzerò a tale scopo. Domani inizierà il trasloco dei libri che avevo ancora a Roteglia. Pensavo fossero soltanto una minima parte del mio arsenale, ma guardando a modo ho come l’impressione che da soli finiranno per occupare una bella porzione della libreria. Il grosso del lavoro, tuttavia, sarà il trasloco di tutto quello che ho accumulato a Reggio negli ultimi dieci mesi di vita.

E’ una fase transitoria, dicevo. Qualche giorno fa, mi è pure arrivata dalla Lego la notifica della spedizione del mio sfavillante Mindstorms NXT. Il robottino iper-programmabile che ho intenzione di utilizzare per la tesi. E che, mentre mi sbatterò per cercare di finire la mia ormai maledetta tesina di storia, farà compagnia ad Emiglio dall’interno della sua scatola.

Conto alla rovescia anche per quanto riguarda il calcio. Mercoledì prossimo, raduno alle 19.30 in quel di Fellegara per la presentazione della squadra. Poi via, a sudare le proverbiali sette camicie sui campi d’allenamento di Scandiano. Il campionato inizia il 17 di settembre. E io dovrò cercare il modo di spiegare al mister che durante l’ultima settimana di preparazione, proprio prima dell’esordio, non sarò a sputare sangue sul campo, ma spaparanzato in quel di Siena a seguire Wiva3, il terzo workshop italiano sulla Vita Artificiale.

Poi ci sarebbe pure il lavoro. Non sono mai stato un gran lavoratore, è vero. E immagino ci sia qualcuno che sta sogghignando nel leggere il mio nome in accostamento al termine “lavoro”. In realtà lavoro tre/quattro settimane all’anno. E queste mi bastano per campare durante i restanti 11 mesi. Ma per quanto sia un po’ paraculato (oltre che parsimonioso per natura) diamomi atto che in quelle tre/quattro settimane mi faccio un culo quadrato, con medie di 14/15 ore spese quotidianamente di fronte al monitor del PC. Il problema è che queste tre/quattro settimane famose stanno per arrivare.

Basta. Vado a farmi una doccia ed esco per spararmi un paio di birrette veloci (per tornare a Roteglia devo essere pronto…), unite a qualche chiacchiera futile che più futile non si potrebbe.

Ci si sente domani!

Una “guerra americana”?

Per quanto la storia e soprattutto la cinematografia sembrino oggi dimenticarsene, la guerra del Vietnam non fu soltanto una “guerra americana”. Le truppe statunitensi che vennero man mano dislocate nella penisola indocinese costituirono certamente il contingente straniero di più ampie dimensioni tra tutti quelli presenti, ma non furono in realtà le uniche forze “forestiere” che presero parte alla guerra.

La Corea del Sud partecipò a sua volta al conflitto, in appoggio al governo del Vietnam del Sud, già a partire dal 1964. Furono 300′000 i soldati sudcoreani a prendere complessivamente parte agli scontri (facendone il secondo più numeroso contingente “alleato”); soltanto 5′000 di loro non fecero più ritorno in patria. La politica adottata dal governo del giovane Paese asiatico era la stessa che gli USA utilizzavano con i propri coscritti: un anno di servizio per ogni soldato, prima del “riciclo” con forze fresche. La punta dell’iceberg della presenza militare sudcoreana in Vietnam venne toccata intorno al 1970, quando si trovarono contemporaneamente in servizio 50′000 soldati.

Capitolo a parte lo meritano Australia e Nuova Zelanda. Durante la cosiddetta “emergenza malese ”, entrambi i Paesi avevano maturato una significativa esperienza nelle strategie anti-insurrezionali e nella tattiche di guerriglia all’interno delle giungle. Geograficamente vicini alla penisola indocinese, i due stati avevano abbracciato con favore la “Teoria del domino” promossa dall’entourage americano, sentendosi direttamente minacciati da un’eventuale espansione del comunismo nel sud-est asiatico. Così come fecero gli Stati Uniti, l’Australia avviò la sua partecipazione al conflitto indocinese attraverso l’invio di “consiglieri militari”, il cui numero aumentò in maniera costante fino al 1965, anno in cui sbarcarono sui territori di guerra le prime truppe armate provenienti dall’isola oceanica. Diversamente, la Nuova Zelanda si era dapprima limitata ad inviare in Vietnam un distaccamento di genieri ed un batteria di artiglieria. Questo appoggio neozelandese alla guerra dei sudvietnamiti, che in principio era poco più che simbolico, si intensificò negli anni seguenti con l’impegno di alcune “unità speciali”. Numericamente, l’aiuto fornito da Australia (che nonostante la ferrea opposizione dell’opinione pubblica interna aveva re-introdotto la coscrizione obbligatoria) e Nuova Zelanda non fu particolarmente significativo . Si trattava però di un aiuto particolarmente mirato e che, nel bilancio complessivo della guerra, si rivelò di un’utilità estrema. Gli eserciti dei due paesi oceanici utilizzavano tattiche di guerriglia su piccola scala, al posto delle tradizionali operazioni USA di “search & destroy”. Ciò rendeva meno distruttive e violente le azioni dell’ANZAC , che poteva così contare su un maggior livello di riconoscenza (il quale, in tempo di guerra, può rapidamente trasformarsi in un supporto attivo) da parte delle popolazioni civili, rispetto a quello che esse tributavano alle truppe statunitensi.

Anche la Tailandia partecipò allo sforzo bellico “alleato”, ma il suo contributo si concentrò prevalentemente nei territori del Laos piuttosto che in quelli vietnamiti . Contro il Vietnam del Nord operava un numero ristretto di battaglioni sventolanti la bandiera della Tailandia (i cosiddetti “Unity Battalions”), che ufficialmente erano formati soltanto da mercenari. Questi battaglioni, in realtà, vantavano tra le proprie fila per lo più soldati regolari dell’esercito tailandese. Nel Vietnam del Sud fecero qualche sporadica apparizione, tra il 1965 ed il 1971, il battaglione “Queen Cobra” ed alcune altre unità regolari dell’esercito tailandese.

Carro armato T-54 russo usato durante la guerra del Vietnam
Carro armato T-54 sovietico, utilizzato durante la guerra del Vietnam.
[Immagine tratta da: http://www.usmcvta.org/vnarmor.htm]

Sull’altro fronte, quello dei ribelli, le forze in campo non erano a loro volta circoscritte ai soli soldati Viet Cong ed all’esercito regolare del Vietnam del Nord. Cina ed Unione Sovietica, per motivi che è fin troppo semplice ricondurre a questioni ideologiche, diedero un ampio supporto, militare e finanziario, al governo di Ho Chi Minh per portare avanti nel migliore dei modi il conflitto che lo vedeva impegnato contro l’acerrimo nemico yankee.

Il coinvolgimento cinese nella guerra del Vietnam ebbe inizio già nell’estate del 1962, quando Mao Zedong acconsentì di rifornire, a titolo gratuito, la città di Hanoi con 90′000 tra fucili e pistole. Dopo il varo della già citata operazione Rolling Thunder da parte delle forze armate USA, la Cina cercò di mitigarne i disastrosi effetti inviando nel Vietnam del Nord un battaglione di genieri e varie unità di batterie contraeree. Tra il 1965 ed il 1970, più di 320′000 soldati cinesi presero parte alla guerra del Vietnam, con il picco di 170′000 militari contemporaneamente presenti nel 1967.

Simile fu il caso dell’Unione Sovietica, la quale rifornì il Vietnam del Nord in parte con materiali bellici ed in parte con altri materiali per uso civile. Nessun contingente di soldati sovietici venne ufficialmente inviato in Vietnam, ma svariati piloti di aerei dell’Armata Rossa furono incaricati di addestrare i parigrado vietnamiti e molti altri volarono sulla penisola indocinese come “volontari”. Prima dell’ingresso “ufficiale” degli Stati Uniti nel conflitto, l’esercito sovietico approfittò della guerra vietnamita per testare sul campo l’efficacia delle proprie batterie missilistiche contraeree e del nuovissimo modello di fucile di precisione “SVD ” in condizioni di guerra vera.

L’offensiva del Tet

Nonostante le parole della propaganda statunitense, che spacciavano la guerra del Vietnam come un conflitto ormai in via di estinzione, durante la notte tra il 30 ed il 31 gennaio 1968 , l’esercito nordvietnamita e le forze ribelli Viet Cong scatenarono quella che sarebbe passata alla storia come la “offensiva del Têt”.

L'offensiva del Tet
[Immagine tratta da: http://www.kingsley.k12.mi.us/vietnam/tet.htm]

E’ interessante notare come, fino a quel tempo, la linea seguita dai Viet Cong e sponsorizzata dall’esercito del Vietnam del Nord, seguisse da vicino le idee marxiste di rivoluzione del proletariato. Come riassunto in maniera egregia su Wikipedia:

Until 1969 the strategy of North Vietnam and the Viet Cong in South Vietnam had been predicated on developing a social revolution which would begin in the countryside and end in a nationalist urban uprising. […] With the local RVN-aligned village elite as their primary enemy in a fundamentally social war, early efforts in te south were aimed at villages and large farms. The intent of this strategy was to swing the rural popolation to supporting the National Front for Liberation, thereby socially isolating the urban elite, and winning the allegiance of urban leftists and discontents.

Il massiccio arrivo di forze statunitensi nella penisola indocinese costrinse nordvietnamiti e Viet Cong a modificare la condotta di guerra fin lì adottata. Il conflitto si trasformò così in un’infinita serie di battaglie che coinvolgevano piccole unità degli eserciti regolari di entrambi i fronti.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, avevano infatti ormai tacitamente adottato una politica di “containment”. I rappresentanti dell’esercito e del ministero della difesa avevano convinto l’opinione pubblica del fatto che la guerra che gli USA stavano conducendo era uno strumento per stroncare sul nascere eventuali rivolte della popolazione contro il governo sudvietnamita “democraticamente” eletto. La strategia principalmente adottata fu dunque quella di esercitare una forte pressione psicologica sui ribelli, bombardando in maniera sistematica il Vietnam del Nord. Allo stesso tempo, gli USA cercavano di spingere le forze nordvietnamite a condurre battaglie di tipo convenzionale (celebre quella di Khe Sanh), nelle quali avrebbero facilmente avuto la meglio. La guerra mancava pertanto di un obiettivo militare chiaro ed inequivocabile. Le forze statunitensi se ne sarebbero andate dal Vietnam soltanto una volta che il conflitto si fosse abbassato d’intensità al punto da consentire all’ARVN di poterlo gestire in totale autonomia.

Nonostante la riluttanza del generale nordvietnamita Vo Nguyen Giap, da poco succeduto al suo predecessore Nguyen Chi Thanh, i leader del Vietnam del Nord decisero che i tempi erano ormai maturi per una violenta offensiva convenzionale in territorio sudvietnamita. Essi ritenevano che il governo del Vietnam del Sud e la presenza militare americana nell’area fossero talmente impopolari tra i civili, che un attacco condotto su larga scala avrebbe portato ad una spontanea rivolta della popolazione, la quale avrebbe a sua volta dato al Nord la possibilità di ottenere una facile e decisiva vittoria.

Il piano era suddiviso in tre fasi:

  1. campagna di attacchi contro le regioni di confine del Vietnam del Sud, condotta dall’esercito nordvientamita al fine di costringere le forze statunitensi a concentrarsi sul “nemico esterno”;
  2. campagna di attacchi contro i più importanti centri sudvietnamiti, ad opera dei guerriglieri Viet Cong. Lo scopo, come accennato qualche riga fa, era quello di incentivare la rivolta delle popolazioni civili, facendo crollare il governo del Vietnam del Sud. In un clima di tale instabilità politica, le forze USA ed i loro alleati non avrebbero avuto altra scelta se non quella di evacuare in fretta e furia la zona, dando il la alla terza fase;
  3. campagna di attacchi, condotta dai Viet Cong congiuntamente all’esercito nordvietnamita, contro gli elementi delle forze alleate rimasti isolati sul territorio.

L’offensiva, condotta con un sorprendente sincronismo, coinvolse le maggiori città del Vietnam del Sud (in particolare Saigon ed Hue) e le più importanti basi militari USA (tra le quali quella già citata di Khe Sanh, che ebbe l’effetto di distogliere un elevato numero di truppe nordvietnamite dall’offensiva rivolta alle città).

Malgrado l’attacco si svolse in un periodo nel quale l’esercito del Vietnam del Nord aveva dichiarato una tregua , i sudvietnamiti e gli americani non si fecero cogliere del tutto impreparati dall’offensiva. Vari rapporti di intelligence avevano messo in evidenza come il traffico di mezzi pesanti provenienti dal Nord e diretti al Sud avesse subito una decisa impennata nei mesi precedenti all’aggressione nordvietnamita. Dai 480 camion che avevano oltrepassato il confine nel settembre 1967, si passò infatti ai 1′116 registrati in ottobre, ai 3′823 di novembre ed ai 6′315 di dicembre . I servizi segreti USA sbagliarono però nel valutare i presunti obiettivi di questa azione di guerra, che era evidentemente in una avanzata fase di preparazione. Individuando 15′000 soldati nemici di stanza nelle immediate vicinanze della base di Khe Sanh, il comando americano pensò erroneamente che l’attacco nordvietnamita si sarebbe esclusivamente concentrato in quel luogo.

Dopo qualche prematura schermaglia iniziale, dovuta alla foga di alcune unità Viet Cong che si lanciarono all’attacco già il 29 di gennaio, l’offensiva ebbe ufficialmente inizio nella notte del 30 gennaio. Tutte le capitali delle province sudvietnamite , cinque delle sei città autonome e 58 degli altri più importanti villaggi dovettero subire l’aggressione delle forze rivoluzionarie. La parte più cospicua dell’attacco si concentrò su Saigon, ma i nordvietnamiti, fedeli alla loro strategia, non cercarono di prendere il controllo della città, concentrandosi piuttosto sulla distruzione di sei bersagli dall’alto valore simbolico: il quartier generale dell’esercito della RVN, l’ufficio del presidente Thieu, l’ambasciata americana, una base area sudvietnamita, il quartier generale della marina del Vietnam del Sud, nonché la sede operativa dell’emittente radiofonica nazionale.

Proprio la stazione radio era considerata un obiettivo di primaria importanza. I guerriglieri riuscirono a penetrare all’interno dell’emittente e stazionarvi per oltre sei ore. Essi non riuscirono però a mandare in onda il messaggio audio pre-registrato da Ho Chi Minh, dove si annunciava la liberazione di Saigon e si invitava il popolo ad una “sollevazione generale”. Il personale della stazione radio, seguendo fedelmente i protocolli che regolavano il comportamento da adottare in caso di emergenza, prima di abbandonare la struttura provvedette infatti ad isolarla dalla rete elettrica, rendendola di fatto inutilizzabile nel breve periodo.

Altrettanto importante era l’assalto all’ambasciata americana di Saigon, la quale ricopriva un ruolo significativo nella percezione che l’opinione pubblica aveva del grado di controllo della situazione da parte dell’esercito americano. L’attacco ebbe inizio un’ora dopo che la prima ondata di piombo aveva investito Saigon, ma le truppe di guardia all’ambasciata non furono informate di ciò che stava accadendo nella prima periferia della città e non poterono così chiedere rinforzi. Dopo qualche scontro a fuoco, i Viet Cong riuscirono ad aprire una breccia nel muro di cinta della struttura e penetrare sul suolo americano. I militari superstiti si rinchiusero dentro all’ambasciata, bloccando tutte le porte che davano sull’esterno. Pur disponendo di esplosivi in grandi quantità, i ribelli non “forzarono” l’attacco. Rimasti privi dei loro ufficiali, uccisi durante i combattimenti preliminari, i Viet Cong continuarono a stazionare all’interno del muro di cinta dell’ambasciata, incerti sul da farsi. Questo diede modo all’esercito USA di riorganizzarsi e, grazie all’arrivo dei tanto attesi rinforzi, di riconquistare il controllo della propria sede diplomatica. Arrivò sul posto anche il generale Westmoreland che, in un clima spettrale, tenne immediatamente una conferenza stampa con i giornalisti accorsi sul luogo, assicurando che il nemico non era mai penetrato nella “embassy itself” e che gli alleati stavano già preparando la controffensiva. Un giornalista del Washington Post, più tardi, ricordò l’assurdità della vicenda:

The reporters could hardly believe their ears. Westmoreland was standing in the ruins and saying that everything was great.

Già ai primi di febbraio, consapevole di non aver raggiunto nessuno degli obiettivi militari che si era prefissato, l’alto comando nordvietnamita decise di porre lo stop agli attacchi. Da un punto di vista militare, per i Viet Cong e l’esercito del Nord l’offensiva del Tet fu un totale disastro. Psicologicamente, invece, si trattò di una vittoria che ebbe un effetto devastante sull’opinione pubblica statunitense.

La guerra del Vietnam

Il coinvolgimento “fisico” degli USA nella guerra del Vietnam fu un processo lento e graduale, con personale militare che arrivò nell’allora colonia francese già nel 1950. L’indipendenza della penisola indocinese venne raggiunta nel 1954, quando l’esercito coloniale francese venne sconfitto nella battaglia di Dien Bien Phu dal movimento indipendentista Viet Minh, guidato dal leader del Partito Comunista Ho Chi Minh. La successiva Conferenza di Ginevra, svoltasi lo stesso anno, portò alla creazione di tre stati indipendenti: Laos, Cambogia e Vietnam. Il Vietnam fu a sua volta diviso in due parti all’altezza del 17° parallelo: il Vietnam del Nord, nel quale venne riconosciuta una repubblica democratica guidata da Ho Chi Minh (con capitale Hanoi), ed il Vietnam del Sud, affidato al monarca cattolico Ngo Dinh Diem (con capitale Saigon), vicino agli Stati Uniti.

Il nuovo assetto politico concordato a tavolino durò poco. Già nel 1955, la monarchia del Vietnam del Sud venne abolita ed il primo ministro Ngo Dinh Diem si proclamò presidente della nuova Repubblica Sudvietnamita (RVN). Quasi contemporaneamente, il Vietnam del Nord varò un massiccio programma di riforma agraria, che distribuì la terra ai contadini poveri, alimentando un forte sentimento positivo, non solo nella popolazione del Nord, ma anche nei vicini abitanti delle più ricche terre del Sud. Le elezioni per l’unificazione del Paese, che secondo gli accordi di Ginevra si sarebbero dovute tenere nel giugno 1956 furono bloccate con l’accordo congiunto di Stati Uniti e RVN, certi che esse avrebbero portato ad un notevole aumento dell’influenza comunista sull’area.

Soldato Viet Cong donna

Forte del supporto di Vietnam del Nord, Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) guidò l’insurrezione popolare contro il governo Sudvietnamita. Immediatamente gli USA iniziarono a sostenere apertamente la repubblica del Vietnam del Sud con il periodico invio di consiglieri militari. La questione vietnamita divenne sempre più spinosa, tanto da costituire un nodo cruciale per la campagna presidenziale di Kennedy nel 1960. Per la prima volta, infatti, gli Stati Uniti si trovavano ad affrontare uno sforzo comunista, chiaro e preciso, orientato a rovesciare un governo filo-americano in un paese chiave per l’equilibrio mondiale.

Tale idea è riportata anche nelle celebri “Pentagon Papers”, 7′000 pagine di documenti top-secret, redatti dal Dipartimento della Difesa americano, trafugati e “girati” al Times nel 1971:

Un ulteriore elemento del problema sovietico influì direttamente sul Vietnam. La nuova amministrazione, anche prima di entrare in carica, era inclinata a credere che una guerra non convenzionale avrebbe probabilmente avuto enormemente importanza negli anni ‘60. Nel gennaio, Khrushchev assecondò quella visione con il suo discorso che prometteva il supporto sovietico alle “guerre di liberazione nazionale”. Il Vietnam fu il luogo dove questa guerra si stava effettivamente svolgendo. In effetti, da quando la guerra in Laos si era mossa ben oltre la fase insurrezionale, il Vietnam era l’unico posto del mondo dove l’amministrazione affrontò un ben sviluppato sforzo comunista per far cadere un governo filo-occidentale, con un’insurrezione filo-comunista aiutata dall’esterno.

Ma le Carte del Pentagono fecero scalpore, nel momento in cui vennero rese pubbliche, per altri motivi. In esse era infatti messa nero su bianco la strategia, perseguita dall’establishment statunitense, di provocare intenzionalmente un’aggressione militare nordvietnamita.

Come scrive Daniel Ellsberg nel suo libro “Secrets: A Memoir of Vietnam and the Pentagon Papers”:

From early September 1964, US ‘retailatory’ capability against North Vietnam was a cocked pistol. Officials just below the President were waiting for something to retailate to and increasingly ready to provoke an excuse for attack if necessary. Six days after John McNaughton’s September 3rd plan ‘to provoke a DRV response and to be in a good position to seize on that response […] to commence a crescendo of GVN -US military action against the DRV’, the highest officials forwarded the proposal to the President for his decision. After recommending the immediate resumption of DeSoto patrols off the coast of North Vietnam and the resumption of 34A actions , both suspended since August 5, they added: ‘The main further question is the extent to which we should add elemento to the above actions that would tend deliberately to provoke a DRV reaction, and consequent retaliation by us. Examples of actions to be considered would be running US naval patrols increasingly close to the North Vietnamese coast and/or associating them with 34A operations’.

I recall that these proposals excited a flurry of concrete suggestions by the Joint Staff as to how best to provoke an attack on US forces by the North Vietnamese if it proved hard to get a rise out of them. Along with running a US destroyer increasingly close to beaching on their coast, U-2 reconnaissance planes over North Vietnam could be supplemented by low-level reconnaisance jets flying progressively lower over populated areas, culminating, if necessary, in a supersonic flight that would break every window in Hanoi with a sonic boom.

But nothing so spectacular proved to be necessary. On the night of October 31 there was an attack on U.S. forces, killing five Americans, wounding thirty and destroying or badly damaging eighteen of the B-57 jet bombers that had been deployed to Bien Hoa airbase in South Vietnam as part of a buildup rationalized by the Tonkin Gulf incidents. The VC guerrillas didn’t rely on advanced weaponry from the Soviet Bloc to accomplish this destruction. Having moved through heavily populated areas up to and within the American air base near Saigon without giving warning, they used 81mm mortars and satchel charges. Again Ambassador Taylor and the JCS strongly demanded retailation, this time urging plausibly that to fail to respond would show weakness. The JCS proposed initial attacks by B-52s on Phuc Yen airfield near Hanoi and a dawn strike by tactical fighters on other airfields and oil storage in the area of Hanoi and Haiphong. But the VC attack was three days bifore the election, and once again the pistol stayer cooked by decision of the candidate in the White House.

The military and Ambassador Taylor were extremely unhappy with this degree of restraint, predictably. They were assured, by Rusk among others, that after November 3rd things would be different. The organization of the NSC Working Group under Bundy on November 2 was part of this assurance. That group eventually reported consensus on the strategy of graduated pressures. The President endorsed this in principle on December 1, without committing himself to a definite date of beginning it. The consensus did not really include the JCS. They continued to urge a “hard knock” rather than a gradual approach, beginning soon, with or without provocation, with the attack they had urged on November 1. But they accepted the gradual approach as a first step toward their own strategy.

With the election over, it was taken for granted that the President would order a Tonkin Gulf-like retaliation, at least-with the likelihood it would launch a systematic campaign– if there were another attack on US troops. Yet another exception turned up. On Christmas Eve, 1964, I was called in my apartment, within walking distance from the Pentagon, by the ISA duty officer with the news that the Brinks Hotel BOQ (Bachelor Officers’ Quarters) in Saigon had been blown up “by persons unknown.” A car bomb had killed two Americans and wounded fifty-eight, plus thirteen Vietnamese. Ambassador Taylor, CINCPAC and the JCS called for an immediate reprisal bombing by 40 strike aircraft against the Vit Thu Lu Army barracks in North Vietnam.

Various reasons were given for the President’s rejection, once again, of this recommendation. But John told me at the office that the reason was simple. Despite earlier incidents and recommendations, there had been no attacks on the North since August 4th, and the President had also rejected advice to announce the reprisal policy openly. The public remained entirely unaware of the secret discussions, internal advocacy and preparing for attacks that had been going on for nearly a year within the Administration. Therefore the first bombing since Tonkin Gulf would come as a surprise to the American public, especially after the impression given during the election campaign. The President did not wish to present them with that particular surprise on Christmas morning; and later seemed too late for a clear signal to Hanoi.

Knowing the argument that had been going on for months between advocates of the gradual or all-out bombing campaigns, and the indications that the President might be reluctant to undertake either strategy and was not even eager to undertake the one-shot reprisals he had secretly promised, McNaughton and I found the VC direct attacks on Americans extremely reckless, even incomprehensible, if they didn’t want to see North Vietnam blown apart. We were glad that Johnson had held back so far, for whatever reason, but we knew that couldn’t happen again. Indeed, at the end of the year the President assured Ambassador Taylor that the next attack on Americans would bring a reprisal.

A month later on January 27, though I didn’t know it at the time, McNamara and McGeorge Bundy argued forcefully to the President that the time had come “to use our military power in the Far East and to force a change of Communist policy.”(4) He was no longer inclined to wait passively for an excuse for a “retaliatory” strike on the North. On January 28, DeSoto patrols were ordered back into the Tonkin Gulf for the first time in five months, with the mission of provoking an attack.(5) Naval retaliatory forces to be in position before the patrol commenced on February 3. If the Communist attackers didn’t come to our troops on land, as they had at Bien Hoa and the Brinks, we would go to them by sea, as close as necessary to get them to attack. The American public, in the dark about the Administration’s objectives and sense of commitment in Vietnam, still needed to be given a plausible reason for dropping bombs on North Vietnam. But it shouldn’t take long now for one to come around. McGeorge Bundy recalled later that it was like waiting for a streetcar.(6)

As it had been once before, in late July 1964, the American pistol aimed at North Vietnam was not merely cocked but on a hair trigger. This time, with no election campaign pending, it was loaded for more than a single shot.

Ufficialmente, l’entrata in guerra degli Stati Uniti è datata 1964. Era il 2 agosto, quando l’incrociatore americano USS Maddox riprese una missione di ricognizione nel golfo del Tonchino sospesa da ben sei mesi. Scopo dell’operazione, come testimonia indirettamente il documento riportato qui sopra, era quello di provocare una reazione da parte delle forze di difesa costiera nordvietnamite, da utilizzarsi come pretesto per un intervento militare di più ampia portata rispetto a quello condotto fino a quel momento . In risposta ad un presunto attacco, e con l’aiuto della vicina portaerei USS Tinconderoga, la Maddox aprì il fuoco e distrusse una torpendiniera nordvietnamita, danneggiandone altre due. La Maddox soffrì solo un danno superficiale, causato da un singolo proiettile di mitragliatrice da 14,5 mm e si ritirò nelle acque del Vietnam del Sud, dove venne raggiunta dalla nave da guerra C. Turner Joy. La flotta statunitense di stanza nell’area fu posta in stato di massima all’erta. Il 4 agosto, la Maddox e la Turner Joy, durante un pattugliamento DESOTO al largo delle coste nordvietnamite, captarono diversi segnali radar che, sul momento, vennero interpretati come un lancio di siluri da parte di imbarcazioni nemiche. Le due navi americane manovrarono con veemenza per circa due ore, prima di riuscire a mettersi in salvo al largo. Nessuna di esse riportò danni. Il capitano John J. Herrick, analizzando la situazione in seguito, giunse alla conclusione che questo presunto attacco non ebbe mai luogo: esso non fu altro, questa la sua opinione, se non il frutto dell’immaginazione di “un addetto radar troppo attento, [che] stava udendo il battito dei propulsori della nave stessa”. Vero o meno che fosse, il secondo attacco fornì all’amministrazione Johnson l’opportunità di far approvare dal Congresso una risoluzione che attribuiva al presidente ampi poteri di rappresaglia bellica in Vietnam. La risoluzione, passata alla storia come “Risoluzione del Golfo del Tonchino” venne accettata con due soli voti contrari, ma i suoi effetti pratici si limitarono ad una serie di bombardamenti strategici operati sul territorio nordvietnamita, che si esaurirono nel giro di pochi giorni.

Nell’inverno del 1964 l’amministrazione Johnson stava discutendo su quale fosse la migliore strategia da adottare in Vietnam. Il Joint Chiefs of Staff premeva per una decisa intensificazione della guerra aerea sul Vietnam comunista, in maniera tale da prendere tempo, costringendo l’esercito del Nord a concentrare i propri sforzi sulla difesa del territorio ed aiutando così il nuovo regime di Saigon a stabilizzarsi. L’occasione giusta per l’applicazione delle proposte elaborate dai falchi americani venne fornita dai nordvietnamiti, che durante un’incursione nel Sud, ad inizio 1965, distrussero due installazioni militari USA. Johnson rispose con il lancio dell’operazione “Rolling Thunder”, una massiccia campagna di bombardamenti, che al dicembre 1967 sarebbe arrivata ad aver sganciato sul Vietnam del Nord qualcosa come 900′000 tonnellate di ordigni .

L’8 marzo 1965, 3’500 Marines divennero la prima forza combattente americana a sbarcare nel Vietnam del Sud, aggiungendosi ai 25’000 consiglieri militari statunitensi che erano già sul posto. Anche la guerra aerea crebbe d’intensità: il 24 luglio 1965, quattro aerei F-4C Phantom, di scorta ad un’incursione di bombardamento a Kang Chi, vennero fatti bersaglio di missili antiaerei, nel primo attacco di questo tipo contro aeroplani americani nel corso della guerra. Un aereo venne abbattuto e gli altri tre furono danneggiati. Quattro giorni dopo, Johnson annunciò un nuovo ordine per incrementare le truppe statunitensi in Vietnam, che arrivarono a 125.000 unità. Il 29 luglio, i primi 4’000 paracadutisti della 101a divisione aviotrasportata USA arrivarono in Vietnam, atterrando a Cam Ranh Bay.

Il 18 agosto 1965 ebbe inizio l’Operazione Starlite, la prima grossa battaglia di terra della guerra. 5’500 Marines distrussero una roccaforte Viet Cong sulla penisola di Van Tuong, nella Provincia di Quang Ngai. I Marines ricevettero una soffiata da un disertore Viet Cong, il quale che disse che era stato progettato un attacco contro la base statunitense di Chu Lai. L’esercito nordvietnamita apprese dalla sconfitta e cercò, da lì in poi, di evitare come la peste i combattimenti in campo aperto nello stile degli yankees. In realtà, l’idea di trasformare la “guerra” che gli americani credevano di dover condurre, in una “guerriglia” in cui i vietnamiti avrebbero potuto compensare la loro inferiorità in fatto di armamenti, fu presa probabilmente già all’indomani del varo dell’operazione Rolling Thunder. Come ricorda Robert K. Brigham, infatti:

The bombing missions, known as OPERATION ROLLING THUNDER, caused the Communist Party to reassess its own war strategy. From 1960 through late 1964, the Party believed it could win a military victory in the south “in a relatively short period of time.” With the new American military commitment, confirmed in March 1965 when Johnson sent the first combat troops to Vietnam, the Party moved to a protracted war strategy. The idea was to get the United States bogged down in a war that it could not win militarily and create unfavorable conditions for political victory. The Communist Party believed that it would prevail in a protracted war because the United States had no clearly defined objectives, and therefore, the country would eventually tire of the war and demand a negotiated settlement. While some naive and simple-minded critics have claimed that the Communist Party, and Vietnamese in general, did not have the same regard for life and therefore were willing to sustain more losses in a protracted war, the Party understood that it had an ideological commitment to victory from large segments of the Vietnamese population.

Da quel momento in poi, per le truppe statunitensi, il Vietnam iniziò a trasformarsi lentamente in un vero e proprio “pantano”, costellato da un tragico e continuo “balletto delle cifre” relative al numero di soldati che si riteneva man mano necessario inviare a combattere nella penisola indocinese. Esso ebbe inizio il 27 novembre 1965, quando alcuni responsabili del Pentagono riuscirono a convincere il presidente Johnson del fatto che, se le principali operazioni pianificate per neutralizzare le forze Viet Cong durante l’anno seguente volevano avere successo, il numero di truppe americane in Vietnam doveva essere aumentato a 400′000 unità. Cosa che, seppur in misura leggermente minore, avvenne entro il finire del 1965. Nel febbraio 1966, durante un incontro tenutosi ad Honolulu, il comandante della missione militare statunitense, generale William Westmoreland, affermò che la massiccia presenza statunitense aveva prevenuto una sconfitta, ma che era necessario un’ulteriore invio di truppe per poter passare all’offensiva. Johnson portò le truppe di stanza in Vietnam a quota 429′000 unità nell’agosto 1966. L’ampio aumento di soldati ottenuto nel giro di un anno diede la possibilità al generale Westmoreland di lanciare una vasta serie di operazioni definite di “search & destroy”. Esse risultavano estremamente funzionali alla strategia militare statunitense, la quale intravedeva, nell’elevare il più possibile il risultato della conta dei caduti filo-insurrezionalisti, la chiave per demoralizzare e quindi sconfiggere il nemico.

Naturalmente, una chiamata alle armi che coinvolgeva di volta in volta un numero sempre maggiore di cittadini statunitensi, non poteva essere vista di buon occhio dall’opinione pubblica. Nonostante gli sforzi profusi, il calo di popolarità di cui soffrì il presidente USA, proprio per via delle vicende indocinesi, fu drammatico.

Richard Benedetto, giornalista di USA Today, propone un parallelo estremamente azzeccato tra il comportamento di Lyndon Johnson e quello del presidente di oggi, George W. Bush jr., impegnato nel cercare il supporto dell’opinione pubblica per portare a termine la seconda guerra del Golfo, evitando un nuovo umiliante ritiro delle truppe statunitensi dal fronte di guerra. Le prospettive, per Bush, appaiono tutt’altro che rosee:

Bush is not the first president to try to win public support for a war by speaking to the American people — and he’s not the first to find that difficult. Lyndon Johnson made a series of optimistic speeches about progress in Vietnam and visited there twice.

“We will stand firm in Vietnam,” Johnson asserted in his January 1967 State of the Union address.

“We are making progress,” Johnson declared in a November 1967 televised address to the nation.

During a Dec. 23, 1967, visit to Vietnam, Johnson reported, “The enemy is not beaten, but he knows he has met his master in the field.”

A month later, the North Vietnamese and the Viet Cong launched their surprise Tet offensive. While the offensive was repelled, it demonstrated that the enemy could mount widely coordinated attacks. Media reports and a growing chorus of critics questioned Johnson’s credibility.

Between January 1966 and January 1968, the two-year period during which Johnson carried on his intense campaign to convince Americans the war was being won, his approval for handling of Vietnam dropped from 57% to 39%.

By the end of March 1968, with his overall job approval down to 36%, he decided not to seek re-election.

Diverse fonti disponibili su Internet sostengono che il 2 novembre 1967, dopo che il Segretario di Stato statunitense Dean Rusk aveva esplicato come le proposte di pace incentivate dal Congresso fossero del tutto infruttuose a causa di una presunta ed aprioristica “opposizione vietnamita”, il presidente Johnson tenne una riunione segreta con un gruppo dei più prestigiosi uomini della nazione. Questi uomini, un gruppo non meglio identificato denominato “I Saggi”, consigliarono al presidente USA che, per riunire il popolo americano attorno allo sforzo bellico, era necessario fornire ad esso dei rapporti più ottimistici sul progredire della guerra rispetto a quelli che andavano circolando all’epoca.

Appare da subito strano il fatto che, per un consiglio così banale, fosse stato necessario radunare e costringere ad un forzato brainstorming le migliori menti degli Stati Uniti d’America. Una ricerca un po’ più approfondita, pur non contribuendo a dipanare totalmente ogni residuo di dubbio, rende meno credibile la veridicità dell’accadimento appena riportato. L’accurato sito Internet anglosassone HistoryPalace.com , ad esempio, accenna due volte, nell’ambito di un resoconto cronologico della Guerra del Vietnam, a questo gruppo di “Wise men”, contribuendo a schiarirne le ombre:

  • March 25, 1968 – Clark Clifford convenes the ‘Wise Men’, a dozen distinguished elder statesmen and soldiers, including former Secretary of State Dean Acheson and World War II General Omar Bradley at the State Department for dinner. They are given a blunt assessment of the situation in Vietnam, including the widespread corruption of the Saigon government and the unlikely prospect for military victory ‘under the present circumstances’.
  • March 26, 1968 – The ‘Wise Men’ gather at the White House for lunch with the President. They now advocate U.S. withdrawal from Vietnam, with only four of those present dissenting from that opinion.

I “Saggi”, a quanto pare, esistevano davvero. Ma il loro punto di vista riguardo alla guerra del Vietnam era estremamente pessimistico. Difficile immaginare che queste persone possano aver consigliato al presidente Johnson una strategia per “ingannare” il popolo statunitense e farlo “convergere” verso opinioni favorevoli allo sforzo bellico. Probabilmente, la presunta riunione segreta del 2 novembre 1967 era stata una notizia inventata ad arte dagli oppositori della Guerra del Vietnam dell’epoca o dagli storici critici che vennero negli anni seguenti. Oppure, con altrettanta probabilità, l’idea di questo incontro dal sapore massonico è stata il frutto di una qualche incomprensione degli eventi occorsi o di una lettura errata dei documenti e delle testimonianze dell’epoca.

Fatto sta che, il 17 novembre dello stesso anno, Johnson si rivolse alla nazione con un discorso estremamente ottimistico sullo stato della guerra:

We are inflicting greater losses than we’re taking. We are making progress.

Il generale Westmoreland, intervistato alcuni giorni più tardi, rincarò la dose. Dapprima affermando con convinzione che la guerra stava prendendo il suo “giusto corso”:

I am absolutely certain that whereas in 1965 the enemy was winning, today he is certainly losing.

Dopodichè, sbilanciandosi ulteriormente nell’affermare che il nemico era ormai battuto:

We have reached an important point when the end begins to come into view. […] The enemy’s hopes are bankrupt. With your support, we will give you a success that will impact not only on South Vietnam but on every emerging nation in the world.

Due mesi più tardi, però, sia Johnson che Westmoreland dovettero dolorosamente rimangiarsi quanto appena affermato.

Perchè l’Italia vinse ai rigori con l’Olanda e Beckham tira punizioni imparabili?

Lo so che sembra strano. Ma non si tratta di una domanda. Il titolo del libro è proprio quello che ho ricopiato pari pari come titolo di questo post. Una scelta di marketing piuttosto discutibile. Specie se si considera che il titolo originale del libro, scritto da un tizio di lingua anglosassone, era un più semplice ed efficace “How to score”.

Perchè l'Italia vinse ai rigori con l'Olanda e Beckham tira punizioni imparabili?

Perchè l’Italia vinse ai rigori con l’Olanda e Beckham tira punizioni imparabili?“, di Ken Bray, è un libro piuttosto particolare. L’autore è un fisico. Non è un modo di dire. Magari Bray è pure un omaccione, non lo so. Ma è un fisico nel senso che di mestiere insegna fisica in un’università inglese e fa ricerca in questo campo. Bray dunque è un fisico. Un fisico appassionato di calcio. Così, ha ben pensato di mettere insieme i suoi ambiti preferiti, studiando il calcio da una prospettiva scientifica.

I risultati, francamente, sono discutibili. In questo libro, l’autore opera una sorta di sintesi degli articoli da lui scritti nel corso degli anni, inserendo il tutto in un contesto unitario. Così, sfogliando le pagine del libro, si trova un’ampia e dettagliata spiegazione del perchè un pallone può prendere un effetto “a girare”, del perchè un pallone calciato da sotto (quindi con “giro all’indietro”) si alza di più rispetto ad un pallone calciato senza giro, nonchè del perchè un portiere, facendo qualche passo in avanti rispetto alla linea di porta, la può “coprire” in misura maggiore. Banalità. Sì, per un qualsiasi giocatore di calcio si tratta di banalità assurde. E la debolezza del libro di Bray sta proprio in questo. Per quanto l’approccio sia interessante, non aggiunge assolutamente nulla di nuovo a quanto ogni calciatore, in qualunque categoria giochi, ha da sempre nel proprio bagaglio di conoscenze tecniche.

Peccato… :-(

Periodo salutista (forse…)

Il 23 c.m., il buon Fabio Ruini si aggregherà alla sua nuova squadra, l’FC Fellegara, per l’inizio della preparazione estiva. Ma si dà il caso che le condizioni fisiche del portierone, che a parte qualche torneo di calcetto qua e là, come al solito non ha propriamente passato un’estate all’insegna dello sport, siano pressapoco pietose. Se questa ormai “classica” condizione fisica di inizio preparazione veniva vissuta senza particolari preoccupazioni durante le stagioni passate, quest’anno Ruini ha ben pensato di rimettere in moto il suo corpo con qualche giorno di anticipo, allo scopo di evitare di cadere in uno stato di morte apparente già dopo la fase di riscaldamento del primo allenamento. Con le inevitabili conseguenze psicologiche di cui sarebbero vittime allenatore e dirigenti della formazione scandianese.

L'evoluzione dell'essere umano corridore
[Immagine rubata da: http://www.scuoladibiasio.it/nati_per_correre.htm]

Così, armato dell’iPod impunemente rubato allo sorellona (d’altronde le lo aveva regalato proprio lui…), venerdì è andato a farsi una corsettina in quel di Roteglia. Dodici minutini e mezzo di corsetta lenta e stop, giusto per vedere se si ricordava ancora come si faceva a correre. Sabato mattina, come prevedibile, Ruini si è alzato con un po’ di indolenzimento muscolare distribuito uniformemente lungo tutto il corpo. Allorchè, dopo essere rientrato a Reggio per studiare un po’ (dato che nella viziosa Roteglia il suo rendimento mentale era decisamente prossimo allo zero idrometrico), ieri sera ha inforcato la sua biciclettina e si è recato nel parchetto più vicino per correre un altro po’. Peccato che il nostro eroe abbia malauguratamente scelto il parco più piccolo della città. Un anello che, pur nei limiti di un andamento decisamente blando, veniva puntualmente ricoperto nel giro di 2 minuti e mezzo. E peccato che lungo questo anello ci fosse la baracchina di un circolo sociale (o qualcosa di simile), assiepato di vecchietti intenti a giocare a carte, che ad ogni passaggio lanciavano occhiate sempre più preoccupate al forestiero errante. Peccato pure che, in mezzo a questi giocatori di carte professionisti, ci fosse una qualche famigliola intesa nel senso di “famiglia da telefilm americano di infima qualità”: mamma, papà, pargolo inglobato all’interno di passeggino più costoso e tecnologico della mia macchina, cane di taglia piccola tanto inutile per la natura quanto perennemente incazzato ed aggressivo. Peccato infine che, ad ogni passaggio del Ruini all’interno dell’area di caccia della bestia immonda, questa decidesse di abbaiare e tentare di avventarglisi sulle caviglie, provocando una fitta serie di richiami verbali ad opera dei padroni. Richiami verbali che ovviamente indispettivano sempre di più i concentratissimi giocatori di carte over-70, i quali stavano per organizzare su due piedi una battuta di caccia avente l’intento di abbattere, non tanto il cagnolino, quanto piuttosto il corridore che ne provocava l’ira. Così, annusata un po’ la situazione e soprattutto l’odore di piombo, Ruini, che tra l’altro era a corto di fiato, ha deciso di fermarsi lì. Il cronometro dell’iPod segnava 17 minuti e mezzo. Buon risultato, checchè ne dicano i critici ed i suoi detrattori.

Dopodichè, in pace coi sensi e soprattutto con la propria coscienza, il nostro se ne è tornato a casa. Dove, verso le 21.15, è stato raggiunto dal buon Dox. Che nel pomeriggio si era fatto sentire via sms: “Sei a Roteglia? Non c’è un cane… stasera cosa fai?“. E la risposta di Ruini era stata qualcosa del tipo: “No, sono a Reggio… al limite possiamo prendere una pizza e sbronzarci un po’“.

Peccato mi abbia preso in parola. Questo l’arsenale con il quale il Dox si è presentato in casa.

Bottiglie con cui si è presentato il DoX a casa mia

Oggi correrò per smaltire… :-)

Paolo Hendel

Sono appena rientrato a casa, reduce da uno spettacolo di Paolo Hendel, tenuto alla Festa dell’Unità di Villalunga.

Paolo Hendel

Doveva essere l’occasione giusta per farsi due risate. Almeno sulla carta. Nella pratica, spettacolo carino e tuttosommato piacevole, ma da un personaggio del genere era forse lecito aspettarsi qualcosina di più. Magari le mie aspettative erano troppo alte. D’altronde non avevo mai visto nulla di Hendel che non fosse lo straordinario personaggio di Carcarlo Pravettoni che animava Mai Dire Gol un bel po’ di anni fa. Fatto sta che non mi ha convinto più di tanto. Alcune battute sono state assolutamente esilaranti, specie quelle dedicate a Bin Laden ed al povero Rocco Buttiglione. Da dimenticare invece la volgarità gratuita disseminata qua e là nel corso dello show. La mia impressione, ma probabilmente su questo punto non sono del tutto attendibile, specialmente dopo le n (il cui limite, da 0 a più infinito, tende a più infinito) birre medie che ci siamo sorbiti sotto ad un portico nell’attesa che il diluvio si attenuasse e ci consentisse di raggiungere la macchina a piedi, era che a tratti cercasse di scimmiottare un pochino Beppe Grillo, con risultati francamente deludenti. Ad ogni modo, una serata passata un po’ diversamente dal solito.

E questo è già qualcosa. :-)

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