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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per settembre, 2006

Alexei Skripko, alias “l’ambasciatore bielorusso in Italia”

Si sono spesi fiumi di inchiostro relativamente alla questione della piccola “Maria”. Che, tra parentesi, si è scoperto oggi si chiamasse in realtà Victoria. Esattamente come l’ex Spice Girl, e non come la ben più famosa mamma di Gesù Cristo. La vicenda perde un po’ in sentimentalismo (d’altronde quale nome poteva essere più adatto di “Maria” per descrivere una bimba che nell’immaginario collettivo sarebbe dovuta diventare l’emblema della purezza?), ma nella sostanza rimane immutata.

Premetto che questo “caso” mi è sembrato da subito (e tutt’ora condivido lo stesso parere) una emerita stronzata. Non è cinismo, ma pura e semplice valutazione obiettiva della faccenda. Odio, con tutto il cuore, quando i media decidono di montare un caso su qualcosa che magari neppure esiste. Questa povera ragazzina ha detto ai suoi “genitori adottivi” (che tali non sono, ma non mi viene in mente un termine più adatto) che nell’orfanotrofio bielorusso nella quale vive ha subito dei “maltrattamenti”. Alcuni giornali hanno parlato di sevizie, non so bene su quali basi. Altri hanno ipotizzato percosse e abusi da parte degli orfanelli più grandi di lei. Di certo non c’è assolutamente nulla. E se anche queste voci dovessero essere confermate, ho l’ardore di ritenere che eventi del genere accadano in qualsiasi orfanotrofio del mondo, che per definizione non è e non può essere un’istituzione oxfordiana.

Si dice che la bambina abbia raccontato queste cose ai suoi “genitori” italiani. Ma anche questo aspetto è tutto da confermare.

Di certo c’è che, in questa vicenda, un uomo ha guadagnato la mia eterna stima, mista a profonda e sicuramente sempreverde ammirazione.

Skripko

Alexei Skripko, ambasciatore bielorusso in Italia. Un uomo, un mito. Bella presenza. Ottimo modo di fare diplomazia di chiara impronta sovietica. Parlantina sciolta in un italiano fluente, macchiato soltanto da un vago accento alla “ti spiezzo in due” di draghesca memoria.

Il 19 settembre, quando il “caso Maria” stava scoppiando, l’ambasciatore si è incazzato. “Avete solo 24 ore per restituire Maria” ha tuonato. E nessuno l’ha cagato. Neanche di striscio, come si dice in gergo. I giornali parlano oggi di un governo italiano arrendevole, che si è inginocchiato persino dinnanzi alla possente Bielorussia. A me sembra che non sia andata proprio così. Il 20 settembre, ad ultimatum scaduto, Skripko si è incazzato ancora di più: “Chiediamo all’autorità italiana il primato della legge e dell’ordine pubblico insieme alla repressione di atti illegali compiuti da alcuni cittadini italiani. Questi cittadini impediscono apertamente l’esecuzione di un provvedimento giudiziario assunto da un Tribunale italiano“. Ancora del tutto ignorato dal nostro governo, ha provato a spacciarsi per uno propositivo: “la Bielorussia esige una sollecita e completa investigazione di tutte le circostanze inerenti al sequestro e del prolungamento dello stesso, inclusa la punizione di tutte le persone che si sono rese responsabili di questi atti illegali e del loro favoreggiamento“. Suppongo che con il termine “punizione”, il solerte Skripko intendesse il trasferimento coatto dei colpevoli all’interno di un gulag siberiano. O bielorusso. Ammetto la mia ignoranza sulla storia di questo Paese e non so dire, in effetti, se vi fossero anche lì dei campi di internamento. I nostri poltici, ancora una volta, se ne sono fregati e l’hanno lasciato parlare. La faccenda è andata avanti ancora per diversi giorni, fino a quando alcune ordinanze giudiziarie hanno decretato che la bimba era trattenuta illegalmente e doveva pertanto rimpatriare. Skripko, prossimo all’esaurimento nervoso, si è potuto finalmente rilassare. E i Carabinieri sono andati a prendersi la bambina. Non i servizi segreti, i NOCS o la CIA. Due appuntati, che hanno bussato alla porta della casa di montagna dei “rapitori”, hanno chiesto se la bimba fosse lì, e la “nonna” che la custodiva ha risposto affermativamente, consegnandola alle loro braccia. Skripko, che ancora non ci voleva credere, è andato in caserma a prendersi Maria/Victoria di persona. E se l’è riportata in Bielorussia, tenendola stretta stretta e non perdendola di vista neppure un secondo. La cosa buffa è che lui è tutt’ora convinto di aver “vinto”, quando in realtà hanno riso di lui n (con n>30) milioni di persone.

Non li fanno più uomini come questo…

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Sull’aspetto fisico delle persone

Non è l’aspetto fisico di una persona ciò che importa. Quel che realmente conta è come una persona è “dentro”.

Quante volte tutti noi abbiamo sentito questa frase. Ce l’hanno detta dapprima i maestri alle scuole elementari. Poi è stato il turno di coloro che ci insegnavano catechismo. Dopodichè, sono state le prime persone che abbiamo iniziato a chiamare con l’appellativo “prof” a ricordarcelo. E’ una storiella che circola ininterrottamente. Da sempre. E da sempre è spacciata per verità assoluta. Nonostante quotidiniamente venga infranta.

Non serve neppure un esempio pratico per un concetto banale come questo. Ma voglio inserirlo lo stesso in questo post, giusto per completezza. La semplice riflessione di cui sopra l’ho fatta dopo aver letto ieri un articolo di giornale. Cronaca. E’ stato arrestato il “maniaco dell’ascensore” di Genova. Una persona apparentemente a posto, ma con il pessimo vizio di pedinare ragazzine pre-adolescenti, bloccarle all’interno di un ascensore e quindi molestarle sessualmente. Fosse stato il classico vecchietto bavoso l’artefice di questi misfatti, i media l’avrebbero impunemente massacrato. Ma, purtroppo per loro, il maniaco in questione era un ragazzo giovane. Un gran bel ragazzo, per giunta. E così, niente linciaggio mediatico. Ma spazio alla commozione. Per lui, non per le vittime delle sue gesta.

Ecco, nonostante la favoletta alla quale tutti vogliono credere, cosa significa essere belli.

Il maniaco dell'ascensore

di: Stefania Miretti

GENOVA. Il bruto è bello come il sole. Prepara i Martini cocktail più buoni della città, e nelle sue mani da prestigiatore lo shaker sembra danzare. Aiuta le vicine a portare su la spesa, sospiri delle ragazzine nell’androne del caseggiato.

Lo hanno ammanettato in strada: «Sai benissimo perché». Lui ha abbassato gli occhi chiari «con dolcezza, come un bambino sorpreso con le mani nella marmellata» racconta Claudio Sanfilippo, il capo della squadra mobile genovese che da due anni gli dava la caccia e ha infine arrestato proprio quel «ragazzo gentile» che s’aspettava, e magari un po’ temeva, di trovare. Poi li ha rialzati e ha sussurrato: «Sono nella merda, eh?».

Si chiama Edgard Bianchi e in questura ha pianto. Ha spiegato agli agenti in quale cassetto avrebbero trovato la felpa che alcune delle sue vittime avevano descritto e il piercing che la scientifica gli aveva disegnato sul sopracciglio tracciandone l’identikit: le prove contro se stesso. Faticava a parlare e a un certo punto hanno capito di dover allontanare l’agente donna che, si pensava, l’avrebbe messo più a suo agio. Gli hanno chiesto del bambino che è stato, e nei suoi occhi Sanfilippo crede di aver scorto un buco nero, «come un’assenza di emozione». Gli hanno domandato perché uno come lui, che potrebbe avere qualunque coetanea – e una ragazza ce l’ha, Daniela, innamorata cotta e bellissima anche lei – aggrediva le tredicenni. Ma non ha saputo spiegare.

Edgard è il «mostro» che ha tenuto sotto scacco Genova, il «maniaco» che aspettava le alunne delle medie inferiori all’uscita di scuola, le seguiva fino a casa, fin sull’ascensore, e lì chiedeva di essere toccato e baciato. Le vedeva passare da dietro il bancone del bar, lui cambiava posto di lavoro e gli inquirenti a cercare di dare un senso a quella strana traiettoria di agguati. Tutte lo hanno riconosciuto, le ragazzine che ieri sono sfilate in questura accompagnate da mamma e papà; le venticinque vittime che all’indomani della violenza avevano spiegato che sì, loro lo sapevano che a Genova c’era un ragazzo malato che aggrediva in ascensore, ma non pensavano che un «mostro» fosse fatto così, con gli occhi buoni, la faccia carina, le scarpe giuste. Edgard, d’altronde, prima di scappare a volte chiedeva scusa, altre s’informava: «Va tutto bene?». E spesso lo faceva in portoghese, la lingua materna.

Di quella mamma giovane e vistosa, severa e laureata, è rimasto il cognome, Nunes, sul citofono scassato del palazzone di via Martiri del Turchino 61 interno 7: Cep di Pra, quartiere dormitorio un tempo malfamato che ha saputo conquistare negli ultimi anni una sua decorosa rispettabilità. Oltre la porta sbreccata, tre stanze, cucina e due poggioli affacciati su una curva in salita: lì Edgard e suo fratello Axel, adolescenti, sono rimasti a presidiare la famiglia che c’era, il padre che passava a trovarli ogni tanto, la mamma che andava e veniva dal Portogallo, soprattutto andava. Raccontano i vicini che «i ragazzi si sono dovuti rimboccare le maniche molto presto e da allora hanno sempre lavorato duro». La bandiera della Sampdoria appesa alla finestra, una tuta da ginnastica blu messa malamente ad asciugare, nessuna pianta sul balcone, un cuoricino trafitto disegnato a matita sul muro accanto al campanello. Axel ora sta chiuso là dentro, la testa tra le mani. Nell’appartamento accanto le signore Bigeri e Ratta hanno le lacrime agli occhi e domandano alla cronista come fare «per andare a trovare Edgar». Anche le signore Marciano e Mongiardini del secondo sono commosse, «li abbiamo visti crescere i due fratelli, ragazzi educati e sempre disponibili, anche il piccolo». Edgard, un metro e ottantacinque, lo chiamano così.

Qui tutte hanno figlie e nipoti dell’età delle vittime del maniaco dell’ascensore, bambine entrate con lui mille volte nella cabina cigolante dalle pareti graffiate (gran falli, iniziali, ancora cuori, le solite cose), magari un po’ invidiose del via vai di ragazze su al penultimo piano. «Sono sempre stati due don Giovanni i fratelli Bianchi» racconta Marcella dell’ammezzato, una figlia di undici anni, «ma le nostre ragazzine lui non le ha mai molestate. A Edgard voglio bene. Mica lo porteranno in carcere?».

Ieri sera il gip Daniela Faraggi ha convalidato l’arresto. A tradire l’artista dei cocktail sono stati un bicchiere e una cicca di sigaretta. Gli investigatori li hanno prelevati sabato sera nel bar del centro, a pochi passi dalla questura, dove il giovane faceva volteggiare il suo shaker. Il dna dice che Edgard è proprio nella merda, responsabile di almeno tre delle venticinque aggressioni. Daniela non ci crede e Axel non trova parole, ma resterà accanto a suo fratello. Loro due soli affacciati su una curva in salita, come sempre.

[Tratto da l'edizione di ieri de "La Stampa Web"]

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I neuroni specchio

Chiedo venia, ma ieri notte proprio non ce la facevo a mettermi lì e scrivere qualcosa sul blog. Dopo allenamento ho finito di ristemare qualche slides e poi sono filato a letto. Stamattina, invece, una volta sveglio, mi sono perso a riflettere sul fatto che la cultura è, da qualche tempo a questa parte (i maligni diranno che lo è da sempre), assente ingiustificata sulle pagine di questo blog. Così ho deciso di rimediare. Rendendovi partecipi dell’introduzione di un libro di Rizzolatti sui neuroni specchio, che ho iniziato a leggere recentemente. Buona lettura…

Neurone

“Qualche tempo fa Peter Brook ha dichiarato in un’intervista che con la scoperta dei neuroni specchio le neuroscienze avevano cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre. Per il grande drammaturgo e regista britannico il lavoro dell’attore sarebbe vano se egli non potesse condividere, al di là di ogni barriera linguistica o culturale, i suoni e i movimenti del proprio corpo con gli spettatori, rendendoli parte di un evento che loro stessi debbono contribuire a creare. Su questa immediata condivisione il teatro avrebbe costruito la propria realtà e la propria giustificazione, ed è a essa che i neuroni specchio, con la loro capacità di attivarsi sia quando si compie un’azione in prima persona sia quando la si osserva compiere da altri, verrebbero a dare base biologica.

Le considerazioni di Brook rivelano quanto interesse abbiano destato al di fuori degli stessi confini della neurofisiologia le inaspettate proprietà di quei neuroni. Esse hanno colpito non soltanto gli artisti, ma anche gli studiosi di psicologia, di pedagogia, di sociologia, di antropologia, ecc. Pochi forse conoscono, però, la storia della loro scoperta, le ricerche sperimentali e i presupposti teorici che l’hanno resa possibile, nonchè le implicazioni che essa avrebbe sul nostro modo di intendere l’architettura e il funzionamento del cervello.

E’ appunto tale storia che questo libro vuole provare a raccontare. E’ una storia che inizia con l’analisi di alcuni gesti (come raggiungere e afferrare qualcosa con la mano, portare cibo alla bocca) che per la loro familiarità tendiamo a sottovalutare, e che ha un protagonitsta cui a lungo le neuroscienze (e non solo loro!) hanno assegnato un ruolo di secondo piano, riducendolo talvolta a semplice comparsa: il sistema motorio.

Per decenni ha dominato l’idea che le aree motorie della corteccia cerebrale sarebbero destinate a compiti meramente esecutivi, privi di alcuna effettiva valenza percettiva e, meno che mai, cognitiva. Le difficoltà maggiori nello spiegare i nostri comportamenti motori riguarderebbero l’elaborazione dei diversi input sensoriali e l’individuazione dei substrati neurali dei processi cognitivi legati alla produzione di intenzioni, credenze, desideri. Una volta che il cervello è in grado di selezionare il flusso di informazioni proveniente dall’esterno e di integrarlo con le rappresentazioni mentali generate più o meno autonomamente al suo interno, i problemi inerenti al movimento si risolverebbero nella meccanica della sua esecuzione – secondo il classico schema: percezione -> cognizione -> movimento.

Uno schema del genere poteva risultare convincente finchè del sistema motorio si aveva un’immagine estremamente semplificata. Ma oggi non è più così. Sappiamo che tale sistema è formato da un mosaico di aree frontali e parietali strettamente connesse con le aree visive, uditive, tattili, e dotate di proprietà funzionali molto più complesse di quanto si potesse sospettare. Si è scoperto, in particolare, che in alcune aree vi sono neuroni che si attivano in relazione non a semplici movimenti, bensì ad atti motori finalizzati (come l’afferrare, il tenere, il manipolare, ecc.), e che rispondono selettivamente alle forme e alle dimensioni degli oggetti sia quando stiamo per interagire con essi sia quando ci limitiamo a osservarli. Questi neuroni appaiono in grado di discriminare l’informazione sensoriale, selezionandola in base alle possibilità d’atto che essa offre, indipendentemente dal fatto che tali possibilità vengano concretamente realizzate o meno.

Se guardiamo ai meccanismi secondo cui funziona il nostro cervello ci rendiamo conto di quanto astratta sia la descrizione abituale dei nostri comportamenti che tende a separare i puri movimenti fisici dagli atti che tramite questi verrebbero eseguiti. Così come astratti appaiono molti degli esperimenti condotti di solito per registrare l’attività dei neuroni e in cui gli animali, per esempio le scimmie, vengono considerati alla stregua di piccoli robot capaci di eseguire solo compiti rigidamente specificati. Se però si effettuano le registrazioni dei neuroni in un contesto il più naturale possibile, lasciando l’animale libero di prendere come più gli piace il cibo o gli oggetti che gli vengono offerti, si trova che a livello corticale il sistema motorio non ha a che fare con singoli movimenti, ma con azioni. Del resto, non diversamente dai primati non umani, per lo più noi non ci limitiamo a muovere braccia, mani e bocca, ma raggiungiamo, afferriamo o mordiamo qualcosa.

E’ in questi atti, in quanto atti e non meri movimenti, che prende corpo la nostra esperienza dell’ambiente che ci circonda e che le cose assumono per noi immediatamente significato. Lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa nella dinamica dell’azione, risultando più articolata e composita di come in passato è stata pensata, ma il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende. Si tratta, come vedremo, di una comprensione pragmatica, preconcettuale e prelinguistica, e tuttavia non meno importante, poichè su di essa poggiano molte delle nostre tanto celebrate capacità cognitive.

Questo tipo di comprensione si riflette anche nell’attivazione dei neuroni specchio. Scoperti all’inizio degli anni Novanta, essi mostrano come il riconoscimento degli altri, delle loro azioni e perfino delle loro intenzioni dipenda in prima istanza dal nostro patrimonio motorio. Dagli atti più elementari e naturali, come appunto afferrare del cibo con la mano o con la bocca, a quelli più sofisticati, che richiedono particolari abilità, come l’eseguire un passo di danza, una sonata al pianoforte o una piece teatrale, i neuroni specchio consentono al nostro cervello di correlare i movimenti osservati a quelli propri e di riconoscerne così il significato. Senza un meccanismo del genere potremmo disporre di una rappresentazione sensoriale, di una raffigurazione “pittorica” del comportamento altrui, ma questa non ci permetterebbe mai di sapere cosa gli altri stanno davvero facendo. Certo, in quanto dotati di capacità cognitive superiori, potremmo riflettere su quanto percepito e inferire le eventuali intenzioni, aspettative o motivazioni che darebbero ragione degli atti compiuti dagli altri. Tuttavia, il nostro cervello è in grado di comprendere questi ultimi immediatamente, di riconoscerli senza far ricorso ad alcun tipo di ragionamento, basandosi unicamente sulle proprie competenze motorie.

Il sistema dei neuroni specchio appare così decisivo per l’insorgere di quel terreno d’esperienza comune che è all’origine della nostra capacità di agire come soggetti non soltanto individuali ma anche e soprattutto sociali. Forme più o meno complicate di imitazione, di apprendimento, di comunicazione gestuale e addirittura verbale trovano, infatti, un riscontro puntuale nell’attivazione di specifici circuiti specchio. Non solo: la nostra stessa possibilità di cogliere le reazioni emotive degli altri è correlata a un determinato insieme di aree caratterizzate da proprietà specchio. Al pari delle azioni, anche le emozioni risultano immediatamente condivise: la percezione del dolore o del disgusto altrui attivano le stesse aree della corteccia cerebrale che sono coinvolte quando siamo noi a provare dolore o disgusto.

Ciò mostra quanto radicato e profondo sia il legame che ci unisce agli altri, ovvero quanto bizzarro sia concepire un io senza un noi. Come ricordava Peter Brook, al di là di ogni differenza linguistica o culturale, attori e spettatori sono accomunati dal vivere le stesse azioni ed emozioni. Lo studio dei neuroni specchio sembra offrirci per la prima volta un quadro teorico e sperimentale unitario entro cui cominciare a decifrare questo genere di compartecipazione che il teatro mette in scena e che di fatto costituisce il presupposto di ogni nostra esperienza intersoggettiva.”

[Tratto da: Rizzolatti G. e Sinigaglia C., "So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio" (Raffaello Cortina Editore, 2006)]

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Stanchezza…

E’ da un po’ di giorni a questa parte che io e la sveglia non abbiamo un ottimo rapporto. Ad essere onesti, un vero e proprio rapporto amichevole, tra me e quell’arnese, non c’è mai stato. Ci siamo sempre basati su di una reciproca stima, mista a rispetto dei ruoli. Ultimamente, ogni mattina lei suona. Lo fa in maniera timida, per quanto io imposti il volume al massimo. E io, altrettanto timidamente, la ignoro. Continuando a dormire. Così, una volta sveglio, la giornata parte già “di rincorsa”. E la stanchezza si accumula.

Sono stato a Reggio, nel pomeriggio. Ho finito di liberare la mia stanza ed Ale ha già iniziato a trasferirvici. Non mi è scappata la lacrimuccia, ma poco ci è mancato. Nonostante ci abbia vissuto soltanto un anno, in quella stanzetta made in IKEA, gelata d’inverno e bollente d’estate, ci ho lasciato un pezzettino di cuore.

Ancora una volta sono ripartito in direzione Roteglia con la macchina piena di carte e scatoloni in ogni angolo. Vero albanian-style. E’ curioso il fatto che anche in questa occasione non mi sia imbattuto in nessun posto di blocco. La paletta sarebbe stata assicurata. E invece niente, anche stavolta sono riuscito a rimpatriare senza alcun intoppo. Il tempo di scaricare tutto e mettere vagamente le cose al loro posto ed eccomi qui nel mio studio nuovo fiammante a risistemare qualche centinaio di slides per i CdL on line.

Il 7 ottobre è vicino, non c’è più tempo per tentennare. Ora bisogna semplicemente lavorare, lavorare, lavorare. Lo scrivo pure qui sul blog, a vedere se è la volta buona che mi convinco…

Stanchezza

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Appunti d’informatica sparsi qua e là

E’ da un po’ che non scrivo niente di prettamente informatico su questo blog. Non che ne senta particolarmente la mancanza, così come probabilmente non la sentite neppure voi. Però, giusto per mettere un po’ di ordine ai miei pensieri ed ai miei post solo abbozzati, un articoletto può andare bene.

Iniziamo con l’hardware. Se ben vi ricordate, nell’ultimo round di spese folli su eBay mi ero comprato anche un modem/router wireless della Linksys. Per la precisione il modello WAG54GS. In giro per la rete avevo letto. a proposito del suo buon funzionamento, pareri discordanti. Personalmente é da qualche giorno che l’ho messo in funzione e lo sto trovando semplicemente meraviglioso. L’installazione/configurazione è di una semplicità mostruosa; il segnale è stabile, forte e non mi ha creato alcuna “zona d’ombra” in tutta la casa. In più, finalmente un router wireless con il suo tastino di accensione/spegnimento. Madoska, sarà una stupidata, ma si fa una fatica tremenda a trovare dei router con quel dannato pulsante. D’accordo che sono apparati studiati per stare accesi 24/7, ma porca miseria… costa così tanta fatica mettere un pulsante come ha fatto la Linksys in questo modello?!?

La configurazione del router in questione, come detto, è semplicissima. Un po’ più rognoso, sulla carta, è attivare il forwarding delle varie porte di comunicazione che altrimenti verrebbero filtrate, per consentire dai vari computer collegati alla rete di accedere in maniera efficiente ai sistemi di file sharing. Girovagando sul web, tuttavia, ho trovato un tutorial estremamente completo, che accompagna passo per passo ad una configurazione P2P-friend del router di turno. Il sito che raccoglie questi documenti, aggiornatissimo e ricchissimo, è PortForward.com. Consiglio a tutti di farci una visitina.

Sul fronte Mac OS, mi sono appena scaricato “MouseZoom“, un programmino in Cocoa che va ad aggiungersi al pannello delle preferenze di sistema, consentendo di aumentare ben oltre il range “ufficiale” la velocità di movimento del mouse. Un’autentica manna dal cielo per chi, come il sottoscritto, è innamorato del Mighty Mouse di Apple ma non sopporta la sua lentezza.

In più, visto che tra poco inizierà il mio viaggio alla scoperta del C++ (a proposito, è arrivato qualche giorno fa un manuale che avevo ordinato su IBS, bookstore che un tempo adoravo per la sua efficienza, ma che ultimamente sto iniziando a non sopportare più), mi sono recuperato una versione per Mac OS del toolkit QT. Giusto perchè l’epoca della programmazione a riga di comando, per fortuna, l’ho abbandonata dopo le superiori.

Ho la netta impressione che mi sia dimenticato qualcosa. Pazienza. Se dovesse tornarmi in mente qualcosa scriverò un altro post. D’altronde il blog è mio, no?

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