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Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Pearl Harbor: l’attacco

Era la mattina del 7 dicembre 1941. Un giorno apparentemente come tutti gli altri, ma che invece, e queste sono le parole utilizzate in seguito dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt, sarebbe stato destinato a “vivere nell’infamia”. Alle ore 7.53 del mattino, uno stormo composto da 186 aerei giapponesi si scagliò contro la flotta americana dislocata all’ancora nella base militare delle isole Hawaii, nei pressi di Pearl Harbor. Bersagli del raid nipponico furono le corazzate statunitensi, così come le principali basi locali dell’aviazione: Hichkam Field ed il Wheeler Air Field. Alle 8.54, neppure il tempo di rendersi bene conto di cosa stesse accadendo, ed un’altra ondata di aerei giapponesi raggiunse le postazioni americane. Obiettivi, questa volta, oltre alle imbarcazioni presenti nell’area, furono il Bellows Field e Ford Island, una base aeronavale al centro di Pearl Harbor.

L'attacco a Pearl Harbor

Il piano nipponico era stato studiato nei minimi dettagli. Se durante il primo raid le forze dell’imperatore fecero un ampio uso di aerosiluranti (circa una quarantina, stando alle principali fonti) per immobilizzare la flotta nemica, nel secondo (per dare il colpo di grazia ed ipotizzando, a ragione, che gli incendi sviluppatisi a bordo delle imbarcazioni statunitensi avrebbero reso difficoltose le manovre troppo ravvicinate) esse si affidarono a 167 aerei: si trattava esclusivamente di bombardieri (54 in quota e 78 in picchiata) e caccia di scorta. Ogni pilota aveva un obiettivo da colpire ben preciso ed una traiettoria di volo da seguire fedelmente (facevano ovviamente eccezione i caccia, il cui compito era quello di scortare bombardieri ed aerosiluranti e dovevano perciò godere di una maggiore autonomia, da giostrarsi in funzione dell’eventuale reazione americana), per ridurre al minimo i rischi derivanti dal fuoco amico.

Ma nonostante l’attenzione rivolta alla preparazione dell’attacco, i giapponesi commisero alcuni errori strategici di una certa rilevanza. Essi sapevano che gli americani avrebbero cercato di far allontanare le navi dalla zona una volta resisi conto dell’attacco e cercarono così di bloccarne la fuga con una piccola flotta composta da venticinque sommergibili. Tra questi, alcuni contenevano al loro interno un nuovo strumento di guerra, ideato appositamente dall’industria nipponica. Si trattava del cosiddetto “sommergibile nano”, adatto a manovrare in acque poco profonde, e presente a Pearl Harbor nel numero di cinque unità. Che in realtà furono soltanto quattro quando l’attacco ebbe inizio: uno dei sommergibili nani fu infatti colpito e affondato dal cacciatorpediniere USS Ward alle 6.43 del mattino (con un enorme rischio per la stessa buona riuscita dell’aggressione). Sorte migliore non toccò alle rimanenti quattro unità, tutte affondate. Dei dieci marinai che complessivamente erano impiegati a bordo dei midget submarines, nessuno riuscì a fare ritorno alla base: uno di questi, Kazuo Sakamaki, venne catturato diventando così il primo prigioniero di guerra detenuto dagli americani nel corso del secondo conflitto mondiale. L’operato dei sottomarini nani fu un fallimento: soltanto uno di questi, a quanto pare, riuscì a lanciare un siluro, colpendo la USS West Virginia. Le due ondate di attacchi, guidate rispettivamente dai comandanti Fuchida e Shimazaki, tralasciarono inoltre alcuni obiettivi militari indiretti, la cui distruzione avrebbe potuto mettere in enorme difficoltà l’opera di ricostituzione della flotta americana del Pacifico. I bombardamenti, infatti, si focalizzarono principalmente sulle imbarcazioni ormeggiate e sui quattro aeroporti militari presenti nell’area. Furono lasciati pressoché intatti i cantieri navali dell’isola e gli enormi depositi di carburante situati a pochissima distanza dal cuore dell’attacco. Fu un errore che i giapponesi pagarono a caro prezzo. L’eliminazione di questi depositi avrebbe reso pressoché inutilizzabile la base di Pearl Harbor ed avrebbe sicuramente ridotto l’impatto dell’opera di recupero delle imbarcazioni danneggiate. Senza combustibile a disposizione, gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a far affluire un grosso numero di petroliere dalla madrepatria, che avrebbero però costituito un facile bersaglio per gli aerei giapponesi, ormai incontrastati padroni del Pacifico orientale. Ma l’attacco nipponico si arrestò misteriosamente subito dopo le prime due ondate.

Questa decisione di ritirarsi dopo il secondo raid di bombardamenti viene imputata dagli storici direttamente al vice ammiraglio giapponese Chuichi Nagumo, che comandava la flotta da cui partì l’attacco a Pearl Harbor. Sono molte le tesi elaborate a posteriori per giustificare il comportamento assunto da Nagumo, riepilogate efficacemente in un articolo pubblicato su Wikipedia:

  • le prestazioni della contraerea americana, durante il secondo assalto, furono decisamente migliori rispetto a quelle fatte registrare durante il primo attacco. Due terzi delle perdite giapponesi ebbero luogo durante la seconda ondata di bombardamenti, in parte per lo stato di allerta in cui erano state messe tutte le forze di difesa USA presenti nell’area. Un terzo raid avrebbe presumibilmente comportato un numero ancora più elevato di perdite nipponiche;
  • i due attacchi utilizzarono essenzialmente tutte le risorse disponibili dell’aviazione giapponese. Un terzo raid avrebbe quindi richiesto un certo tempo per essere preparato, dando la possibilità agli americani di individuare ed attaccare la flotta di Nagumo. La posizione delle portaerei americane era e rimase sconosciuta al vice ammiraglio giapponese;
  • i piloti giapponesi non erano addestrati per un attacco contro le “shore facilities” di Pearl Harbor. Organizzare un’azione di questo genere avrebbe richiesto ancora più tempo, nonostante molti dei leaders delle squadriglie aeree nipponiche si espressero a favore di una terza ondata di bombardamenti;
  • il carico di carburante delle imbarcazioni non permetteva di rimanere troppo a lungo nella postazione “di guerra” a nord di Pearl Harbor: i giapponesi avrebbero dovuto agire al limite delle proprie abilità logistiche. Rimanere in quelle acque per troppo tempo avrebbe comportato l’inaccettabile rischio che alcune navi rimanessero a secco di combustibile;
  • la tempistica di un terzo attacco avrebbe presumibilmente dovuto prevedere un rientro dei bombardieri sulle portaerei, dalle quali sarebbero poi ripartiti alla volta di Pearl Harbor nel corso della notte. Le operazioni notturne dalle portaerei erano agli albori nel 1941 e nessuno, né i giapponesi né chiunque altro, aveva ancora sviluppato a quell’epoca delle tecniche affidabili perché esse potessero essere compiute con una percentuale di rischio tollerabile;
  • il secondo attacco completò essenzialmente l’intera missione, ossia la neutralizzazione della flotta americana del Pacifico (questo almeno, nell’interpretazione “pubblica” dei militari giapponesi);
  • vi era il semplice rischio derivante dal rimanere troppo a lungo nella stessa posizione. I giapponesi furono molto fortunati nell’aver evitato l’individuazione del loro viaggio dall’Inland Sea alle Hawaii. Quanto più tempo essi fossero rimasti vicino alle Hawaii, tanto maggiore sarebbe stato il pericolo potenziale costituito da una rappresaglia dei sottomarini e delle portaerei statunitensi;
  • le portaerei erano necessarie per appoggiare il principale attacco giapponese contro la “Southern Resources Area” (ossia le Filippine, le Indie Orientali olandesi, la Malesia e Burma), quei territori da conquistare per assicurarsi l’indispensabile approvvigionamento di petrolio ed altre materie prime. Il governo di Hiroito fu molto riluttante ad approvare l’attacco a Pearl Harbor, perché avrebbe privato di copertura aerea la programmata espansione giapponese nell’Asia meridionale. A Nagumo era stato fermamente ordinato di non rischiare più del necessario; siccome le previsioni eseguite durante la pianificazione dell’attacco stimavano una perdita compresa tra le due e le quattro portaerei, Nagumo doveva essere ben contento di non aver riportato alcuna perdita navale e sicuramente riluttante a mettere nuovamente alla prova la sua fortuna.

I giapponesi, fondamentalmente, commisero l’errore di sopravvalutare di gran lunga l’efficacia del loro attacco contro la flotta navale statunitense. Convinti di essere riusciti ad affondare tutte e 18 le imbarcazioni nemiche colpite (come dal trionfale annuncio successivo all’attacco dato dal generale Tojo ), i vertici militari del Sol Levante dovettero fare i conti con la realtà. La prima ondata di bombardamenti, che si protrasse sui cieli di Pearl Harbor per circa 35 minuti, portò alla distruzione completa della sola corazzata USS Arizona. Il raid successivo, durato quasi un’ora e contrastato da un minimo di reazione organizzata da parte degli americani, riuscì comunque ad affondare la nave bersaglio Utah (disarmata, quindi una perdita poco importante per gli USA) e la corazzata USS Oklahoma. Queste sono le uniche tre imbarcazioni che, secondo le fonti consultate, posso ritenere siano sicuramente state distrutte durante i bombardamenti giapponesi.

Indipendentemente dal numero esatto di perdite (che presumo debba comunque essere ampiamente arrotondato per difetto, partendo da una “media” dei dati disponibili dalle varie fonti), il fatto principale è che la maggior parte delle navi componenti della flotta statunitense, nonostante i molti danni e subiti, ma complici i bassi fondali nei quali erano ancorate, non colarono a picco. Così, sotto l’attenta supervisione del capitano Wallen, gli americani si diedero da fare e, proprio nei cantieri risparmiati dalle bombe, riuscirono pian piano a rimettere in sesto ben quindici unità navali (comprese sei corazzate) che gli avversari ritenevano distrutte. La flotta americana fu dunque costretta a rimanere a lungo paralizzata, ma non venne del tutto neutralizzata.

Commenti

  1. svizzera
    settembre 4th, 2006 | 19:07

    ignoranza da estirpare: che differenza c’è tra bombardiere e aerosilurante? in cosa differiscono dai caccia? thanx! ;-)

  2. settembre 4th, 2006 | 23:22

    Ciao Swiss… uhm, qui richiedo l’intervento di Ale, sicuramente più ferrato di me in materia… :-)

    Per quanto riguarda la categorizzazione (non necessariamente esatta) che c’è nella mia mente:

    • bombardiere (tipo B-52): aereo “pesante” e lento, vola ad alta quota e si limita a sganciare bombe sul suolo. Dovrebbe essere dotato anche di un paio di mitragliatrici per la difesa un po’ disperata;
    • caccia (tipo gli F-qualcosa): aereo più “leggero” e veloce, adatto per il pattugliamento, la scorta ai bombardieri e per gli attacchi missilistici;
    • aerosilurante (tipo non so): aerei che credo abbiano una maneggevolezza simile a quella dei caccia, ma che invece di essere armati di missili aria-aria o aria-terra dispongono di siluri in grado di infilarsi in acqua ed esplodere contro le imbarcazioni nemiche.

    Aspetto comunque rettifiche… :-)

  3. settembre 4th, 2006 | 23:36

    Allora cerco di darvi una spiegazione abbastanza terra terra. Un bombardiere è un aereo di stazza grande e velocità ridotta dotato di un armamento formato prettamente da bombe ma credo che sia abbastanza chiaro questo.
    La differenza invece tra aerosilurante e caccia e molto più sottile e diciamo che è molto legata alla II guerra mondiale fino alla nascita degli aerei a reazione. La distinzione è incentrata sull’armamento appunto come descritto sopra. In più diciamo che gli aerosiluranti erano aerei molto più vecchiotti (addirittura si utilizzavano i biplani nella WWII) non più in grado di fronteggiare veri e propri duelli in aria, dotati appunto di siluri (sganciati a bassa quota ed in grado di attivarsi al contatto con l’acqua dirigendosi verso le navi). Con il passare del tempo invece, e soprattutto per il cambiamento delle tattiche di attacco, gli aerosiluranti sono caduti in disuso.
    AL presente la distinzione viene fatta soprattutto tra bombardieri, caccia-bombardieri e caccia veri e propri. I primi sono quelli conosciuti (B52, B2, B1 o i famosissimi stealth), i cacciabombardieri inveci sono veri e propri caccia in grado di fare anche bombardamenti (F16 e simili), i caccia veri e propri invece hanno in dotazione missili aria-aria per i duelli (anche se ormai non se ne vedono più) e soprattutto aria-terra contro le postazioni a terra).

  4. settembre 4th, 2006 | 23:43

    Aggiungo che comunque il confine tra le varie categorizzazioni è sempre molto più sottile in quanto, soprattutto per il contenimento dei costi, si cerca di razionalizzare la produzione di mezzi aerei creando dei velivoli plurivalenti in grado di sostituire tutte le categorie, come esempio si possono citare gli USA che con l’F22 e l’F35 andranno a sostituire l’F18-15-14 e bombardieri vari.

  5. settembre 5th, 2006 | 00:04

    Dieci minuti scarsi per la risposta. E poi dico che non segui il mio blog… grassie tato! :-)

  6. svizzera
    settembre 5th, 2006 | 08:36

    ok, grazie ad entrambi! :-)

  7. ottobre 24th, 2007 | 22:25

    Beh … con la tecnologia … si riesce a vincere qualsiasi guerra oggi…

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