29 settembre 2006
Sull’aspetto fisico delle persone
Non è l’aspetto fisico di una persona ciò che importa. Quel che realmente conta è come una persona è “dentro”.
Quante volte tutti noi abbiamo sentito questa frase. Ce l’hanno detta dapprima i maestri alle scuole elementari. Poi è stato il turno di coloro che ci insegnavano catechismo. Dopodichè, sono state le prime persone che abbiamo iniziato a chiamare con l’appellativo “prof” a ricordarcelo. E’ una storiella che circola ininterrottamente. Da sempre. E da sempre è spacciata per verità assoluta. Nonostante quotidiniamente venga infranta.
Non serve neppure un esempio pratico per un concetto banale come questo. Ma voglio inserirlo lo stesso in questo post, giusto per completezza. La semplice riflessione di cui sopra l’ho fatta dopo aver letto ieri un articolo di giornale. Cronaca. E’ stato arrestato il “maniaco dell’ascensore” di Genova. Una persona apparentemente a posto, ma con il pessimo vizio di pedinare ragazzine pre-adolescenti, bloccarle all’interno di un ascensore e quindi molestarle sessualmente. Fosse stato il classico vecchietto bavoso l’artefice di questi misfatti, i media l’avrebbero impunemente massacrato. Ma, purtroppo per loro, il maniaco in questione era un ragazzo giovane. Un gran bel ragazzo, per giunta. E così, niente linciaggio mediatico. Ma spazio alla commozione. Per lui, non per le vittime delle sue gesta.
Ecco, nonostante la favoletta alla quale tutti vogliono credere, cosa significa essere belli.

di: Stefania Miretti
GENOVA. Il bruto è bello come il sole. Prepara i Martini cocktail più buoni della città, e nelle sue mani da prestigiatore lo shaker sembra danzare. Aiuta le vicine a portare su la spesa, sospiri delle ragazzine nell’androne del caseggiato.
Lo hanno ammanettato in strada: «Sai benissimo perché». Lui ha abbassato gli occhi chiari «con dolcezza, come un bambino sorpreso con le mani nella marmellata» racconta Claudio Sanfilippo, il capo della squadra mobile genovese che da due anni gli dava la caccia e ha infine arrestato proprio quel «ragazzo gentile» che s’aspettava, e magari un po’ temeva, di trovare. Poi li ha rialzati e ha sussurrato: «Sono nella merda, eh?».
Si chiama Edgard Bianchi e in questura ha pianto. Ha spiegato agli agenti in quale cassetto avrebbero trovato la felpa che alcune delle sue vittime avevano descritto e il piercing che la scientifica gli aveva disegnato sul sopracciglio tracciandone l’identikit: le prove contro se stesso. Faticava a parlare e a un certo punto hanno capito di dover allontanare l’agente donna che, si pensava, l’avrebbe messo più a suo agio. Gli hanno chiesto del bambino che è stato, e nei suoi occhi Sanfilippo crede di aver scorto un buco nero, «come un’assenza di emozione». Gli hanno domandato perché uno come lui, che potrebbe avere qualunque coetanea – e una ragazza ce l’ha, Daniela, innamorata cotta e bellissima anche lei – aggrediva le tredicenni. Ma non ha saputo spiegare.
Edgard è il «mostro» che ha tenuto sotto scacco Genova, il «maniaco» che aspettava le alunne delle medie inferiori all’uscita di scuola, le seguiva fino a casa, fin sull’ascensore, e lì chiedeva di essere toccato e baciato. Le vedeva passare da dietro il bancone del bar, lui cambiava posto di lavoro e gli inquirenti a cercare di dare un senso a quella strana traiettoria di agguati. Tutte lo hanno riconosciuto, le ragazzine che ieri sono sfilate in questura accompagnate da mamma e papà; le venticinque vittime che all’indomani della violenza avevano spiegato che sì, loro lo sapevano che a Genova c’era un ragazzo malato che aggrediva in ascensore, ma non pensavano che un «mostro» fosse fatto così, con gli occhi buoni, la faccia carina, le scarpe giuste. Edgard, d’altronde, prima di scappare a volte chiedeva scusa, altre s’informava: «Va tutto bene?». E spesso lo faceva in portoghese, la lingua materna.
Di quella mamma giovane e vistosa, severa e laureata, è rimasto il cognome, Nunes, sul citofono scassato del palazzone di via Martiri del Turchino 61 interno 7: Cep di Pra, quartiere dormitorio un tempo malfamato che ha saputo conquistare negli ultimi anni una sua decorosa rispettabilità. Oltre la porta sbreccata, tre stanze, cucina e due poggioli affacciati su una curva in salita: lì Edgard e suo fratello Axel, adolescenti, sono rimasti a presidiare la famiglia che c’era, il padre che passava a trovarli ogni tanto, la mamma che andava e veniva dal Portogallo, soprattutto andava. Raccontano i vicini che «i ragazzi si sono dovuti rimboccare le maniche molto presto e da allora hanno sempre lavorato duro». La bandiera della Sampdoria appesa alla finestra, una tuta da ginnastica blu messa malamente ad asciugare, nessuna pianta sul balcone, un cuoricino trafitto disegnato a matita sul muro accanto al campanello. Axel ora sta chiuso là dentro, la testa tra le mani. Nell’appartamento accanto le signore Bigeri e Ratta hanno le lacrime agli occhi e domandano alla cronista come fare «per andare a trovare Edgar». Anche le signore Marciano e Mongiardini del secondo sono commosse, «li abbiamo visti crescere i due fratelli, ragazzi educati e sempre disponibili, anche il piccolo». Edgard, un metro e ottantacinque, lo chiamano così.
Qui tutte hanno figlie e nipoti dell’età delle vittime del maniaco dell’ascensore, bambine entrate con lui mille volte nella cabina cigolante dalle pareti graffiate (gran falli, iniziali, ancora cuori, le solite cose), magari un po’ invidiose del via vai di ragazze su al penultimo piano. «Sono sempre stati due don Giovanni i fratelli Bianchi» racconta Marcella dell’ammezzato, una figlia di undici anni, «ma le nostre ragazzine lui non le ha mai molestate. A Edgard voglio bene. Mica lo porteranno in carcere?».
Ieri sera il gip Daniela Faraggi ha convalidato l’arresto. A tradire l’artista dei cocktail sono stati un bicchiere e una cicca di sigaretta. Gli investigatori li hanno prelevati sabato sera nel bar del centro, a pochi passi dalla questura, dove il giovane faceva volteggiare il suo shaker. Il dna dice che Edgard è proprio nella merda, responsabile di almeno tre delle venticinque aggressioni. Daniela non ci crede e Axel non trova parole, ma resterà accanto a suo fratello. Loro due soli affacciati su una curva in salita, come sempre.
[Tratto da l'edizione di ieri de "La Stampa Web"]
Comments(5)


la facciata di una persona, frega sempre… DoX docet.
Ma magari è un modo che ha fabio per mettere le mani avanti?!?
Non ho capito però se perchè si sente bello o perchè si sente brutto.
Illuminaci oh immenso
Ehm… nè l’una nè l’altra… era soltanto una riflessione fine a se stessa…
io vorrei avere una descrizione di un bambino di 11 anni
te lo chiedo perfavore.
mi risponda adesso
io vorrei avere una descrizione di un bambino di 11 anni
te lo chiedo perfavore.
mi risponda adesso