24 novembre 2006
Eraserhead – La mente che cancella
La più totale, disturbante ed insana deviazione mentale di Lynch trova in questo film la sua espressione culminante, la sua apoteosi, nonostante sia l’opera prima di quello che è, ad unanime consenso, uno dei più geniali ed innovativi registi al mondo (candidato per l’Oscar alla regia per l’ultimo “Mulholland Drive”). Cinque anni di lavorazione, tempestati di problemi e difficoltà per la realizzazione di questo incubo di celluloide, talmente fuori dalle righe da poter essere inserito in più di una categoria, inclusa quella horror, ma sempre mantenendo il suo status di film d’autore.

“Recuperare” in questo caotico insieme di visioni una trama certa è un’impresa ma le linee guida sono evidenti. La storia ruota attorno al personaggio di Henry Spencer (quello dall’improbabile capigliatura che vedete sulla locandina) stralunato e disadattato figuro che si ritrova sposato con una donna minorata, vittima di una famiglia totalmente folle, prodotto di una società dei bassifondi in una città industrializzata e grigia. La loro unione darà “vita” ad un essere informe, pressoché inumano che renderà infernale la vita nello squallido monolocale dove i tre si ritrovano a stretto contatto per la maggior parte della giornata. Il piccolo (orribilmente somigliante ad una sorta di girino…) passa il tempo a piangere esasperando i nervi della donna che tornerà dalla famiglia lasciando Henry alle prese con il bambino. Lo stesso Henry in una scena da spavento aprirà le bende che lo fascino ponendo fine alla vita dello stesso, prima di precipitare in un delirante finale in tipo Lynch-style dove tutto assume connotati diversi, con personaggi assurdi (tra cui da culto quello che fabbrica gomme per cancellare con le teste delle persone!). La trama sembra a volte quasi un pretesto per farci precipitare nelle follie di Lynch in cui il logico scompare per lasciare posto ad una serie di metafore simboliche (ad esempio la donna che vive nel termosifone), un affresco malato della diversità e del delirio, ispirato nello spettatore anche dalla situazione inumana in cui si muove il protagonista che, per contro, mantiene sempre una calma incredibile anche nelle situazioni più assurde. Espressionista e surrealista fino all’inverosimile, ricco di inquadrature che si trasformano in pochi secondi, rimandi allucinati al mondo dell’assurdo (le teste del bambino che svolazzano per la stanza) e il sentore costante di fastidio ricreato dilatando in maniera anomala i tempi e i suoni, co-protagonisti dialoghi ridotti la minimio per non minare l’ermetismo della pellicola. E così, se i dialoghi sono pochi e stranianti, i rumori, i suoni regnano sovrani creando un muro suono-immagine terrificante che non può lasciare insensibili. Lontano dal poter essere chiuso in una categoria questo film disturba nel senso più reale del termine, annichilisce i sensi dello spettatore rapito da sequenze di immagini oltre ogni controllo non certo paragonabili all’innocuo intrattenimento fornito dai film horror che infestano i botteghini, passeggeri passatempi in cui l’orrore è costruito e dosato con gentilezza per non scalfire la morale di chi nel cinema vede solo intrattenimento semplicistico. Eraserhead è oltre il sopportabile…è un capolavoro e tanto basta.
(tratto da: http://www.alexvisani.com/rec_film/eraserhead.htm)
Io posso commentare questo film battendo molti meno tanti. Posso addirittura utilizzare una sola parola. Assurdo. E non in senso buono…
Comments(8)


Pensa che io avevo visto solo “MULLHOLLAND DRIVE”!!David Lynch gioca con gli abissi della mente umana e si diverte a sondare i territori del sogno.Sembra che non gli importi di piacere alla gente,o anche solo di essere capito.Se si riesce stare al gioco e’ possibile entrare in un mondo dove i ruoli sono etichette attaccate dal caso, dove l’apparenza non corrisponde mai alla verita’,puo’ non piacere, necessita di una certa predisposizione per essere gustato, alcune forzature possono sembrare esagerate, ma non lascia certo indifferenti.Mi sono prolungato…finalmente ho trovato il tempo, per farti i miei complimenti.Ho trovato utilissimo il tuo percorso di storia “visto che sono nato a zurigo e di conseguenza studio quà” la storia Italiana mi manca.Mi sono imbattuto nel tuo sito mentre cercavo di aiutare una persona,credo che conosciamo entrambi”"che io stimo moltissimo”"non mi resta che complimentarmi per la chiarezza,e per l’impegno,che dedichi. Ci vorrebbero più siti come questo per noi studenti!
Lynch o si ama o si odia. Il suo stile non deve mai essere racchiuso in uno schema definito. E’ una questione di “de gustibus”…
Umbi: beh, innanzitutto grazie per il commento… fa sempre narcisisticamente piacere leggere frasi come le tue (e mi riferisco in particolare alle ultime…
).
Umbi/DoX: partiamo dal presupposto che io di cinema non ne capisco assolutamente un cazzo. Nella mia mente però ho una sorta di equazione ben radicata: cinema=intrattenimento (a dir la verità ce ne sarebbe pure un’altra, che è cinema=propaganda, ma al momento sorvoliamo…). Posso accettare il fatto che il teatro sia arte. Posso accettare il fatto che la pittura, oppure la scrittura, siano arte. Ma faccio tremendamente fatica ad accettare l’idea che pure il cinema, inteso come “regia”, possa essere arte. Questa mia concezione (che, non lo nego, probabilmente è un limite della mia mente offuscata dai vizi accumulati in terra rotegliese sin dalla più tenera infanzia) inevitabilmente mi mette in difficoltà quando mi capita di vedere un film come questo di Lynch di cui stiamo parlando. Non mi pare arte quella espressa in Eraserhead. Mi pare semplicemente una gran confusione. Che sì, probabilmente riflette i pensieri, i sogni, le fobie del regista. Ma lo fa in maniera assolutamente sconclusionata, senza dar modo allo spettatore di comprenderle fino in fondo. Di esserne partecipe, in sostanza. Lo trovo inutile, da questo punto di vista. Perchè non dà modo di riflettere, ma al contrario richiede uno sforzo sovraumano per essere compreso. Esattamente come questo mio commento…
A mio avviso, dire che “Eraserhead” sia un prodotto sconclusionato e privo di spunti di riflessione, è decisamente superficiale.
Mi sembra piuttosto chiaro invece, che il tema principale trattato nel film, sia la paura della paternità (e della maternità da parte di Mary),e delle responsabilità che comporta.
Alcune immagini infatti, mi sembrano piuttosto eclatanti.
Il pollo che prende le sembianze di una donna durante il parto, che sanguinando ne ricorda alla madre i dolori.
Ma anche lo stesso bebè, che è deformato dal terrore dei genitori, che lo vedono come un mostro.
Lo stesso in un’altra scena; Lynch ci mostra la vicina di casa, e amante di Henry (una donna sicuramente “leggera”),che rientrando con un altro uomo lo incontra sull’uscio, e al suo sguardo spaventato (dal dover affrontare una vita solo con il bebè, dato che la moglie lo ha abbandonato) ricambia con uno sguardo di disgusto, e lo immagina con le stesse sembianze del bebè, come se lui a sua volta, la stesse richiamando alla sua stessa vita genitoriale sacrificata.
Tutto questo sullo sfondo grigio di una città industrializzata, che può promettere solo una vita altrettanto grigia, tutta dedita al lavoro e alla quotidianità.
Con il padre di Mary, abbiamo quello che potrebbe essere un tipico esempio di abitante: una persona vuota, e sorda ad ogni sofferenza. (splendida la scena in cui si vede lui con un sorriso da ebete stampato sulla faccia, e alle sue spalle la figlia in lacrime).
E’ proprio questa la prospettiva di vita, che terrorizza a morte Henry.
Sicuramente è un film pieno di ombre (come tutte le produzioni di Lynch dopotutto), ma da qui a non offrire spunti di riflessione ce ne passa.
… e chi è che ha voluto fare un’analisi approfondita? E’ chiaro che sono superficiale… ho premesso che di cinema non ne capisco un cazzo e che non mi interessa capirne di più, no?
Sì, solo che alcune affermazioni mi sono sembrate un pò brutali.
Ma poi figurati,nemmeno mi sono accorto che il post risale al 24 Novembre.
No, tranquillo… per la data non c’è problema… per i contenuti, beh, che l’analisi non è scritta da me l’avevi notato, vero?
Sì, quello sì