Home    About me    Publications    Blog    Undergrad memories

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per gennaio, 2007

Twin Peaks

Mai e poi mai avrei pensato di dare a David Lynch (che tra l’altro, mi raccontavano che negli ultimi anni si sia dato pesantemente alla “meditazione trascendentale”, diventando una sorta di santone new age) una seconda possibilità. Troppo allucinante questo tizio, pensavo tra me e me.

Poi, chissà perchè, quando uno dei miei coinquilini mi ha proposto di passarmi l’intera collana di Twin Peaks, io ho accettato.

Twin Peaks

Ho guardato il pilot due sere fa e la prima puntata ieri notte. Ora non vedo l’ora di finire di scrivere questo articolo, perchè ripensando all’argomento mi è venuta ancora più voglia di aprire VLC e guardarmi immediatamente la seconda puntata. Ci sto rimanendo in mezzo, è ufficiale. E pensare che, a suo tempo, il solo sentire la musichetta dello spot televiso mi innervosiva. Non poco. Non me ne fregava assolutamente nulla di chi cazzo avesse ucciso Laura Palmer. Ero soltanto contento che l’avessero fatto.

Oggi, invece, a distanza di anni… pensa un po’ te… devo assolutamente scoprire chi è quel bastardo che l’ha violentata ed uccisa. Inforco il berretto da Sherlock Holmes, accendo la pipa e mi piazzo in camera, davanti al monitor, a scrutare ogni dettaglio. Watson, chiuda la porta e non mi disturbi almeno per un’oretta…

Ma io sono un calciatore?

Va beh, la domanda è una di quelle a cui non avrei mai risposto con un sì. Nemmeno quattro mesi fa, quand’ero all’apice della preparazione atletica. E quando vestivo, perlomeno in amichevole, dato che il campionato ancora doveva iniziare, la casacca dell’FC Fellegara. Poi l’improvvisa partenza per Roma, i passaggi albergo/ostello/casa1/casa2/ con rientri in terra reggiana nel weekend, ogni tanto. E la mia pluriennale quanto infruttuosa carriera calcistica ha così conosciuto una pesante battuta d’arresto. Fino ad oggi.

Calcio

A dir la verità, a ricordarmi che gioco a calcio ci hanno pensato i miei coinquilini ieri, recuperando un pallone, appartenuto a chissà chi, mentre si puliva casa. Me l’hanno fatto rotolare davanti ai piedi e non ho potuto fare a meno di alzarlo con un tocco felpato e palleggiare. Una bella decina di palleggi, in un metro quadrato di spazio. Roba d’alta scuola. Che ovviamente non mi è più riuscita ai successivi tentativi.

Oggi, dicevo, i miei rapporti col calcio sono iniziati la mattina presto, da poco arrivato in istituto. Mi chiama Barabba, alias il presidente della Pol. Secchia, squadra dove ho militato per alcune stagioni. Mi chiede dove cazzo sono e soprattutto se sono ancora tesserato per il Fellegara. Rispondo affermativamente. E lui mi spiega che mi stava “sondando” su delega della Pol. Roteglia. In drammatica crisi di portieri, dopo che uno se ne è andato in Erasmus e l’altro si è fatto male ad una spalla. Ovviamente, col fatto che sarò a Roma ancora per un mese e che poi a maggio me ne andrò ufficialmente in Inghilterra, non se ne è fatto nulla.

Nel pomeriggio ci ha pensato un collega di qua dentro a rimettermi in testa il pallone. Proponendomi, per stasera, di partecipare al tradizionale (ovviamente, io ignoravo fosse tradizionale… ignoravo anche che esistesse atradizionalmente) “calcetto dell’ISTC del martedì”. Proposta accettata. Tra l’altro il campo è pure poco lontano da dove abito e loro hanno comunque tutti la macchina (con quest’ultima frase mi sento un po’ diciassettenne, ma è bello così…). Ora sto aspettando, ancora in ufficio, la partenza. Fissata per le 20:20. Bello tornare a correre dietro ad un pallone. C’è solo un particolare. Ho omesso un dettaglio nel presentarmi calcisticamente qui all’ISTC. Un dettaglio di poco conto. Cioè che io sono un portiere. E così, stasera loro si aspettano da me una raffica di gol. Fatti, non subiti. E io non so proprio come si faccia a fare un gol. Ci sto pensando, da un po’ di minuti a questa parte, ma non mi viene proprio in mente nulla. Simulerò l’infortunio al primo minuto e con questa scusa mi farò mettere in porta? Potrebbe essere un’ipotesi percorribile, nel caso in cui le cose dovessero mettersi male.

Comunque sia è ufficiale. Mi è ripresa la scimmia del calcio. E adesso voglio rinascere come calciatore inglese. E soprattutto voglio finalmente provare anche io l’ebbrezza di insultare pesantemente un arbitro in una lingua che non conosce.

Sul come funziona il meccanismo di attenzione selettiva

Non so se qualcuno abbia letto la mia ultima tesina, quella dal titolo abnormemente lungo. Fatto sta che se vi siete persi la parte più delirante, quella in cui filosofeggio sulla vita artificiale, ve la ripropongo qui di seguito, quale cappello introduttivo per il post di oggi.

Il lavoro di cui sono stati presentati i risultati all’interno di questo elaborato è parte di uno sforzo di più ampia portata. Fino ad oggi, nel campo della vita artificiale, la maggior parte degli studi volti ad indagare il comportamento degli organismi é stata condotta attraverso la creazione di semplici “organismi simulati” impegnati ad eseguire singoli compiti, estremamente specifici. Compiti la cui esecuzione richiede solitamente la scomposizione del problema principale in diversi sotto-compiti, gerarchicamente organizzati o meno, ma tutti comunque finalizzati al raggiungimento dell’obiettivo “globale” prefissato.

Ad esempio, in un ambiente come quello di cui si è discusso in questo lavoro, in assenza del predatore un organismo ha un solo compito da svolgere: raccogliere cibo. Tale compito può essere suddiviso in vari task gerarchicamente sequenziali: ruotare il corpo nella direzione più appropriata, fare uno o più passi in avanti, ruotare nuovamente il corpo, ecc… Tutti task funzionali al medesimo obiettivo: raccogliere cibo.

Questa metodologia di ricerca, focalizzata sul perseguimento, da parte degli organismi, di un singolo obiettivo, ha prodotto (e continua a produrre) risultati estremamente interessanti, solide basi per i futuri sviluppi nell’intero campo delle scienze cognitive. Ma altrettanto importante, per arrivare un giorno a comprendere in tutto e per tutto il funzionamento della mente umana, è riuscire a compiere un ulteriore passo in avanti.

E’ esperienza quotidiana, per qualsiasi persona, il provare conflitti motivazionali. Avere, in un dato momento, motivazioni diverse, che spingono ad adottare un certo tipo di comportamento piuttosto che un altro. Comportamenti che sono, solitamente, mutuamente esclusivi. L’adozione di un certo comportamento può portare a soddisfare una certa motivazione, ma al tempo stesso impedire di adottare un comportamento differente, il quale avrebbe potuto soddisfare una diversa motivazione. Gli esseri viventi, l’uomo (quale esponente più complesso di questa classe) in particolare, sono costantemente alle prese con un conflitto motivazionale. Devono continuamente operare una scelta tra le diverse motivazioni (numerosissime nel caso degli esseri umani) che intendono perseguire, prima di adottare (o non adottare) un qualsiasi comportamento. Ad entrare in gioco, in tutti questi casi, sono due aspetti della psiche ai quali viene solitamente fornita scarsa attenzione dalle “classiche” simulazioni di vita artificiale: la motivazione, come appare evidente dal discorso fatto sinora, ma anche l’attenzione. O, meglio ancora, il prodotto derivante dall’interazione tra questi due aspetti: il meccanismo di attenzione selettiva. E’ ampiamente dimostrato, infatti, che la percezione sensoriale influenza lo stato motivazionale: vedere una pizzeria, quando si è affamati, accentua la sensazione di fame. Al tempo stesso vale il contrario, ossia che un certo stato motivazionale condiziona il modo in cui vengono percepiti gli stimoli esterni: un organismo bisognoso di cibo tenderà ad ignorare gli stimoli percettivi incongruenti con il suo stato motivazionale interno, focalizzandosi su quelli che possono invece giocare un ruolo positivo nel soddisfare la sua fame.

Ed è proprio un meccanismo di attenzione selettiva quello che evolve dalla simulazione descritta in questo lavoro. Nel momento in cui all’interno dell’ambiente appare il predatore, gli organismi smettono di preoccuparsi di raccogliere cibo (ignorano, di fatto, quella parte dell’informazione sensoriale) e concentrano la loro attenzione sulla posizione della “fonte del pericolo” (la parte rimanente della percezione proveniente dall’ambiente), elaborando la risposta comportamentale più adatta, ovvero la fuga. In questo caso, il comportamento adottato dagli organismi è pressoché analogo a quello che essi adotterebbero nel caso in cui il cibo fosse del tutto assente dall’ambiente.

Quando il predatore è presente, il conflitto motivazionale che gli organismi vivono, se di vero e proprio conflitto motivazionale si può parlare, viene immediatamente risolto a favore del comportamento di fuga. Nonostante potrebbero tranquillamente ignorare il predatore e continuare a focalizzare le loro risorse cognitive sul compito di raccogliere cibo, tale modo d’agire non risulterebbe vantaggioso per gli organismi, poiché il danno procurato da una cattura risulta essere dieci volte superiore rispetto al beneficio che è possibile trarre dal raccogliere un’unità di cibo.

In generale, l’informazione riferita all’importanza relativa delle singole motivazioni è contenuta all’interno della cosiddetta “struttura motivazionale” di un organismo. Si tratta evidentemente di una struttura dinamica, che varia parallelamente al processo di sviluppo/crescita dell’organismo ed anche a seconda del contesto, fisiologico ed ambientale. In un modello simulativo sviluppato su base esclusivamente genetica come quello qui presentato (dove, in sostanza, non ha luogo un apprendimento culturale, in vita), la struttura motivazionale degli organismi che evolvono è fissata, fin dalla prima generazione, attraverso la formula di fitness. Sulla quale, come abbiamo osservato, gioca un ruolo molto importante il parametro capture damage, che indica, in maniera quantitativa, l’ammontare del danno che il predatore procura all’organismo in caso di cattura. Ovvero, indica quanta “importanza”, motivazionalmente parlando, l’organismo deve attribuire ad una eventuale cattura da parte del predatore. A seconda del valore di questo parametro, si è infatti osservato che gli organismi si comportano in maniera differente, ignorando in maniera più o meno netta l’informazione sensoriale proveniente dal cibo nel momento in cui nell’ambiente compare il predatore (si vedano le figure da 14 a 17).

Come si può facilmente immaginare, sarebbe un compito oltremodo difficile quello di riuscire a definire aprioristicamente l’intera struttura motivazionale di un organismo, includendo al suo interno tutte le variabili che, in ogni dato momento, ne determinano il comportamento. Ancor più arduo sarebbe il riuscire a trovare il “giusto peso” da assegnare a ciascuna di queste componenti. Ma non va dimenticato che, d’altronde, le simulazioni devono necessariamente rimanere delle rappresentazioni semplificate del mondo reale. Esse non devono cadere nella tentazione di diventare fotocopie della realtà, o perderebbero ogni utilità, ricreando un fenomeno complesso e del tutto indecifrabile come quello che già abbiamo sotto ai nostri occhi (sebbene lo ricostruirebbero ipoteticamente in una maniera assolutamente “quantitativa”, risolvendo così uno dei principali problemi che affligge la psicologia moderna, ossia la difficoltà nel “quantificare” fenomeni individuali che sono, per loro stessa natura, quanto di più soggettivo possa esistere). Le simulazioni possono al contrario servirci per ricreare quei meccanismi basilari che poi, complicati con l’aggiunta di tutte quelle componenti che nella realtà esercitano una certa influenza, determinano il modo d’agire degli esseri viventi. Esattamente come il meccanismo di attenzione selettiva che si è ricreato alla perfezione nella simulazione in esame.

Che gli organismi si comportino nel modo qui sopra descritto è un dato che emerge in maniera abbastanza chiara osservando il loro comportamento durante le simulazioni. Ma si sa, l’osservazione diretta di un fenomeno può essere fortemente “biasata” dalle aspettative del ricercatore. Che può, detta molto brutalmente, vedere cose che in realtà non esistono. Può sopravvalutare alcuni aspetti e nascondersene altri. Insomma, scientificamente parlando, può fare un sacco di casino.

Occorre quindi trovare un dato oggettivo che dimostri come gli organismi abbiano effettivamente sviluppato un meccanismo di attenzione selettiva. Nel caso specifico, il sottoscritto ha fatto un piccolo esperimento, prendendo come cavia l’ormai martoriato “miglior organismo” nato dalle simulazioni di qualche giorno fa.

Come sempre l’organismo, in ogni momento della simulazione, percepisce la posizione dell’unità di cibo più vicina (angolo e distanza), nonchè quella del predatore (ancora una volta angolo e distanza). Essendo oltre 300’000 le possibili combinazioni di queste due variabili realizzabili nell’ambiente 15×15 della nostra simulazione, l’esperimento sui patterns di attivazione è stato necessariamente condotto soltanto su un piccolo campione di queste.

Nel dettaglio, si è posizionato l’organismo all’interno della cella di coordinate (7,5) e si è ipotizzato che il predatore si trovasse alle sue spalle, ad una certa distanza pred_dist, mentre il cibo fosse situato invece davanti a lui, con 45° di angolazione in senso orario ed una certa distanza pred_food.

Per ogni valore della variabile food_dist, inizializzata a 2 e fatta aumentare, a passi di 2, fino a 8, il predatore è stato posizionato ad una distanza variabile e compresa tra 1 e 10.

Esperimento pattern analysis

Si sono così ottenuti 40 differenti patterns di attivazione delle 9 unità neurali dell’hidden layer (10, corrispondenti alle dieci differenti pred_dist, per 4 diverse food dist).

Identico esperimento è stato condotto eliminando il cibo dall’ambiente (input sensoriale settato a 0) e lasciando solo il predatore. Sono stati così raccolti altri 40 diversi patterns di attivazione.

La nostra ipotesi era che, se davvero ad essersi evoluto é un meccanismo di attenzione selettiva, la sua presenza dovrebbe manifestarsi attraverso il “filtraggio” dell’input sensoriale. In sostanza, il pattern di attivazione delle unità che compongono lo strato nascosto, quando soltanto il predatore è presente, dovrebbe essere del tutto simile a quello che si registra quando nell’ambiente sono presenti sia il cibo che il predatore. Questo perchè la motivazione correntemente “attiva” (nel caso specifico, la necessità di fuggire dal predatore) determina il comportamento da adottare e fa sì che una parte dell’input sensoriale, in questa situazione quella relativa al cibo, venga ignorata.

La somiglianza tra i due gruppi di patterns di attivazione, così come emerge dalla rappresentazione grafica di qui sotto, è davvero notevole:

Pattern analysis comparison

Differenze sostanziali si hanno soltanto per i neuroni 8 e 9, i cui valori risultano significativamente diversi nei due casi in esame. Una non-totale uguaglianza dei vari pattern era un aspetto che d’altronde era lecito attendersi, in quanto l’organismo, anche se impegnato a fuggire dal predatore, può comunque trarre beneficio dal raccogliere un’unità di cibo. La motivazione principale è quella di fuggire, ma marginalmente è presente anche quella di raccogliere cibo situato in una posizione relativamente “comoda”. Ipotesi confermata dal fatto che, all’aumentare della distanza del cibo, i pattern di attivazione tendono ad assomigliarsi in misura sempre maggiore, giungendo ad una sostanziale uniformità anche per quanto riguarda il nono neurone. Quanto più lontano è il cibo, cioè, tanto più questo viene ignorato.

Plymouth

Plymouth is a city of 243,795 inhabitants (2001 census) in the southwest of England, or alternatively the Westcountry, and is situated within the traditional county of Devon. It is located at the mouths of the rivers Plym and Tamar and at the head of one of the world’s largest and most spectacular natural harbours, the Plymouth Sound. The city has a rich maritime past and was once one of the two most important Royal Navy bases in the United Kingdom, a factor that made the city a prime target of the Luftwaffe during the Second World War. After the destruction of the dockyards and city centre in the blitz of 1941, Plymouth was rebuilt under the guidance of architect Patrick Abercrombie and is now one of the few remaining naval dockyards in the United Kingdom and the largest naval base in Western Europe. Important locations in the city include The Royal Citadel, Devonport Dockyard and The Barbican from where the Pilgrims left for the New World in 1620.

(tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Plymouth)

Plymouth

Ne avevo accennato un po’ timidamente qualche tempo fa. Più per scaramanzia che per altro. Oggi, invece, posso tranquillamente urlare. La euCognition ha ufficialmente approvato la “network action” proposta dal buon Angelo Cangelosi, direttore dell’Adaptive Behaviour and Cognition Research Group presso la School of Computing, Communications and Electronics dell’Università di Plymouth, rivolta al sottoscritto.

Da maggio a settembre/ottobre di quest’anno, la mia nuova casettina sarà a Plymouth.

Che farò una volta là? Ancora il lavoro deve essere definito nei dettagli. Per ora, a grandi linee:

Fabio will continue this line of research [il riferimento è a quello su cui sto lavorando qui a Roma] at the University of Plymouth, in particular with new focus will be on the emergence of communication in different social and interaction scenarios including cooperation and competion. Through his visit at the University of Plymouth, Fabio will aquire new research skills on evolution of language and interact with other staff and students in Plymouth working on models of language evolution and acquisition.

Ogni mia precedente perplessità sull’Inghilterra è stata spazzata via. Ora l’obiettivo è laurearsi in fretta (se tutto va bene, il 19 di aprile), possibilmente col massimo dei voti, preparare armi e bagagli e quindi trasferirsi per qualche mese al di là della Manica.

I’m ready…

L’allegro chirurgo

L’allegro chirurgo

Era proprio dai tempi dell’Allegro Chirurgo che non mi capitava di lesionare degli organismi. Questo perchè non ho mai neppure nutrito la passione per crocefiggere le lucertole o tagliare i lombrichi, nonostante molti miei coetanei lo facessero più o meno abitualmente. Anti-conformista fin da piccolo, si vede.

Beh, fatto sta che proprio in questi giorni ho recuperato il tempo perduto. Vittime delle mie atrocità, però, non volgari organismi di terra tanto pluricellulari quanto invertebrati, ma ben più semplici (nonchè ben più eticamente lesionabili) organismi virtuali. Sì, esatto. Quelli delle mie simulazioni.

Gli esperimenti sono stati fatti sui 1000 organismi, evoluti per 500 generazioni, della simulazione in cui la loro rete neurale è dotata di una coppia di neuroni aggiuntivi (la cosiddetta “unità motivazionale”), che ricevuno l’input sensoriale relativo al predatore, lo elaborano e spediscono il risultato della loro elaborazione alle unità dello strato intermedio.

Le reti neurali di questi organismi sono state lesionate in due maniere differenti:

  • Lesione 1: taglio dei collegamenti sinaptici tra l’input del predatore e l’unità motivazionale;
  • Lesione 1

  • Lesione 2: taglio dei collegamenti sinaptici tra l’unità motivazionale e l’hidden layer
  • Lesione 2

Tutti gli organismi lesionati sono stati “testati” per 25 epoche di 100 passi ciascuna all’interno degli ambienti “standard”.

Questi sono i risultati ottenuti:

Base architecture Lesion 1 Lesion 2
Average fitness 18,116 -816,908 -920,228
Fitness of the best individual 340,2 -177,6 -414,4
Average food amount collected 288,526 291,092 69,572
Average food amount collected when predator is present 17,87 15,373 19,748
Average food amount collected when predator is absent 270,656 275,719 50,124
Food amount collected by the best collector 506,3 507,7 292,1
Food amount collected by the organism that collect the maximum food amount when predator is present 41,5 39,3 46,7
Food amount collected by the organism that collect the maximum food amount when predator is absent 467,4 471,3 264,5
Average number of captures suffered 27,041 137,841 236,821
Average number of captures suffered by the best avoider 1 52,8 51,6
Average number of “non-moves” adopted 7,38 5,132 43,999
Average number of “non-moves” adopted when predator is present 0,82 0,032 0,933
Average number of “non-moves” adopted when predator is absent 6,56 5,1 43,066

Lasciando da parte i dati relativi al secondo tipo di lesione, dove la rete neurale degli organismi “crolla” in una maniera abbastanza generalizzata, i risultati messi in evidenza nel passaggio dall’architettura “integra” a quella con il primo tipo di lesione è estremamente interessante.

Per chiudere la sparo grossa. Che gli organismi, con questo tipo di lesione, non abbiano più paura del predatore?

Petizione: cambiare le leggi sul diritto d’autore

Cito integralmente da http://www.p2pforum.it/forum/showthread.php?t=155337 (grazie a Luca Bartoli per la segnalazione presente sul suo blog):

La normativa italiana attualmente in vigore, in materia di diritto d’autore, è fuori dal tempo e priva di qualsiasi sensato collegamento con la realtà delle nuove tecnologie digitali, oltre che garante di interessi che non è possibile definire generali, o condivisi. La recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione ne mette a nudo non solo l’anacronismo, ma anche lo scollamento con le esigenze di una fetta sempre crescente di popolazione e una mancata comprensione generale delle dinamiche che regolano (e non da oggi) l’autentica acquisizione di conoscenza.

Altroconsumo, associazione per la difesa dei consumatori, ha avviato una petizione affinché sia modificata la legge sul diritto d’autore.
Si chiede che i consumatori non vengono criminalizzati e che siano eliminate le sanzioni penali attualmente vigenti per chi scarica e condivide in Rete contenuti protetti senza scopo di lucro. Sanzioni che non sono commisurate alla gravità effettiva del reato, previste da leggi emanate non per il bene della collettività ma per proteggere l’interesse di pochi.

La Legge Urbani è ancora in vigore e non possiamo continuare ad ignorare che nel nostro Paese si possa subire una condanna penale per la condivisione a scopo personale e non di lucro di un eBook, un film, una canzone attraverso Internet. Continuare ad ignorare tutto questo vuol dire essere noi stessi responsabili se chi ci rappresenta in Parlamento non sente, non vede, non ricorda le promesse.

Allora coraggio! Contribuisci anche tu a smuovere le acque!

Firma la Petizione
E’ importante che anche tu firmi questa petizione e la faccia firmare a tutti quelli che conosci e che condividono queste motivazioni.

Invia la seguente email
La petizione non deve passare inosservata e dobbiammo aiutare i nostri politici a legiferare in modo da tenere conto della nostra realtà, che è la realtà di milioni di utenti di Internet e delle nuove tecnologie di scambio file peer-to-peer.

Vi invitiamo ad inviare la seguente email:

  1. Al Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli
  2. Al Presidente della Commissione Cultura alla Camera dei Deputati, Pietro Folena
  3. Ai segretari dei partiti di maggioranza
  4. Agli onorevoli Deputati, agli onorevoli Senatori

Sostituite XXXXX con il vostro nome e cognome.

Testo della email
Scarica il testo della mail in .txt
——————–

Cita:
 
 
     
  OGGETTO: Petizione: modificare le leggi sul diritto d’autoreAl Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli
Al Presidente della Commissione Cultura alla Camera dei Deputati, Pietro Folena
Agli onorevoli Deputati,
Agli onorevoli Senatori

Egregi membri del Parlamento Italiano,
mi chiamo XXXXX, e sono un vostro elettore ed un cittadino italiano.
Recentemente, una sentenza della Suprema Corte di Cassazione ha giudicato non colpevoli due cittadini accusati di aver illegalmente condiviso opere protette da copyright su Internet, in quanto non c’era stato lucro. E’ evidente quanto sentita sia la necessità di rivedere le leggi in materia di Copyright.
Con la presente, vi invito a prendere visione della petizione organizzata da Altroconsumo, celebre associazione per la difesa dei consumatori, affinché sia modificata la legge sul diritto d’autore.

La petizione è consultabile al seguente indirizzo:
http://2url.org?petizione_altrocons

Vi chiedo di rivedere le attuali norme a tutela del diritto d’autore considerando, oltre alle indicazioni contenute nella sopracitata petizione, anche i seguenti punti universalmente condivisi dal Popolo Della Rete, ovvero l’insieme di tanti cittadini che come me vedono in Internet e nella condivisione di opere multimediali, testi ed idee una grande occasione di crescita del singolo e della collettività verso una società più giusta e democratica.

Occorre rivedere le leggi sul copyright per:

1. Ridare al legislatore nazionale il potere legislativo.
I progetti di legge sul diritto d’autore nell’epoca digitale seguono una direttiva europea adottata nel 2001, che ha fatto diventare diritto comunitario gli accordi internazionali firmati all’OMPI (Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale) nel 1996. Questi accordi erano stati firmati da funzionari senza legittimità elettorale. I legislatori stanno adottando leggi basate su proposte vecchie di 10 anni, quando Internet era ancora in fasce e la tecnologia peer-to-peer odierna non esisteva (Napster è nato nel 1998). La situazione in dieci anni è profondamente cambiata. Dieci anni fa Internet era utilizzata principalmente da professionisti dell’editoria, della musica e del cinema. Oggi ci sono milioni di blogger, podcaster, forummisti, wiki, siti personali. Per questi motivi il diritto d’autore non può più essere considerato di interesse solo per pochi specialisti perché nella realtà odierna riguarda la vita di milioni di cittadini. Non possiamo continuare a legiferare secondo idee vecchie di dieci anni.

2. Ridurre la durata del diritto d’autore.
Il diritto d’autore ha avuto origine come un sistema per equilibrare la necessità di incoraggiare le creazioni dando un monopolio temporaneo all’autore e il bisogno di garantire un libero accesso alle opere rendendole di pubblico dominio. La durata del diritto d’autore, che determina l’ingresso di un opera nel pubblico dominio, è una variabile molto importante. Attualmente la legge tutela il diritto d’autore di un’opera per 70 anni dopo la morte dell’autore. Quale creatività occorre salvaguardare ed incoraggiare in una persona morta decine di anni prima?
Il risultato è che le case discografiche (che sono persone giuridiche ma beneficiano degli stessi diritti delle persone fisiche) hanno più interessi a finanziare una compilation di canzoni di artisti defunti che non a promuovere i giovani artisti. Il mondo dell’informatizzazione accelera ad un ritmo in costante crescita e la durata del diritto d’autore si allunga attraverso i secoli. E’ illogico e controproducente.

3. Non legiferare in base ad angosce e supposizioni.
Nessuno studio serio ha dimostrato la relazione causa-effetto tra la diminuzione delle vendite dei CD e lo scaricamento “illegale”. Ma la storia insegna. Le stesse paure erano state espresse alla comparsa del piano meccanico, della fotocopiatrice, delle radio, della televisione, del magnetoscopio, del mangianastri… . Ad ognuna di queste invenzioni l’industria aveva annunciato la propria triste ed inesorabile fine, ma ogni volta è riuscita ad aumentare i profitti proprio beneficiando di queste innovazioni. Il legislatore non deve legiferare in base ad angosce e supposizioni ma in base a quello che è giusto per il bene della collettività non dei singoli privati.

4. Creare un fondo pubblico di aiuto alla creazione di nuove opere.
Oggi ciascun internauta può diffondere le opere che crea. Moltissimi siti ed iniziative su Internet promuovono la diffusione di opere di artisti che accettano di vedere le proprie creazioni scaricate gratuitamente e liberamente. Ma la buona musica soprattutto di alcuni generi musicali non è sempre possibile registrarla in ambiente domestico. Bisogna dare a questi artisti mezzi tecnici e finanziari che solo le case discografiche possono attualmente offrire ma che nei fatti ffrono a carissimo prezzo. Lo Stato e le collettività locali potrebbero prevedere sussidi per la creazione di opere che si ha intenzione di offrire liberamente a tutti.

5. Incoraggiare una concorrenza tra società di gestione.
Una buona parte degli incassi della SIAE sono utilizzati per la gestione della SIAE stessa. Purtroppo non c’è concorrenza. La SIAE non è incentivata a ottimizzare la gestione per massimizzare la quota spettante agli artisti. La legge deve incoraggiare la nascita di società di gestione alternative, come accade negli Stati Uniti.

6. Permettere a tutti di diventare distributori di musica.
I grandi magazzini non hanno nessun interesse ad utilizzare Internet, dove tutto è accessibile a tutti in qualsiasi momento ed in ogni luogo. Questo monopolio nella distribuzione è un freno alla diversità culturale e all’abbassamento dei prezzi. Per questo motivo le case discografiche accordano i diritti dei propri cataloghi solo alle grandi catene, impedendo ad altre offerte legali innovative di vedere la luce. Un sistema di licenza obbligatoria per accedere ai cataloghi, dove le condizioni d’accesso siano seriamente regolamentate da un’Autorità di garanzia, assicurerebbe una migliore concorrenza al mercato.

7. Non danneggiare lo sviluppo di Internet a vantaggio dei vecchi media.
Le radio del futuro sono le offerte podcasting personalizzate. Oggi le radio tradizionali hanno il diritto di diffondere le canzoni senza chiedere l’autorizzazione alla casa discografica (pagando SIAE). Le webradio e i podcaster non hanno questa possibilità. Le attuali normative sul diritto d’autore creano uno squilibrio del mercato e costituiscono un freno all’innovazione.

8. Rimettere in discussione la cronologia dei media.
Il mercato del cinema è perfettamente organizzato. Dall’uscita dei film nelle sale alla vendita in DVD devono passare 6 mesi, 9 mesi per poter essere presi a noleggio, 12 mesi per essere trasmessi dalle pay TV e 2 anni per vederli sui canali in chiaro. Questo sistema ha permesso a tutti di trovare un proprio ruolo attraverso una concorrenza vera.
La presenza di Internet ha reso questo sistema obsoleto se si pensa che tutte le novità cinematografiche sono disponibili sulle reti P2P dal momento della loro uscita.

Con franchezza,
XXXXX
Cittadino italiano, Scambista ed Internauta

——————–

Le email dei nostri Parlamentari possono essere trovate ai seguenti indirizzi dove sono state rese tutte pubbbliche: Camera e Senato. Per comodità alleghiamo i file .txt delle email pronte all’uso e divise per gruppi parlamentari:

Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli: RUTELLI_F@CAMERA.IT
Presidente della Commissione Cultura alla Camera dei Deputati, Pietro Folena: FOLENA_P@camera.it
Segreterie di alcuni partiti

Pacchetto indirizzi email dei Parlamentari: Scarica email Parlamentari (contiene le email di molti Parlamentari appartenenti a diversi gruppi così come compaiono sul sito di Camera e Senato. Le email sono inserite in file .txt pronte per essere utilizzate nei campi CC dei vostri client). Per l’elenco completo consultate questi siti per Camera e Senato.

Se non sei ancora convinto dell’importanza che anche tu nel tuo piccolo faccia qualcosa anche di semplice come firmare una petizione o inviare una email ti invitiamo a rileggere i seguenti articoli:
Focus sugli emendamenti alla Urbani
Condividere non è rubare
Decreto Urbani e p2p illegale. Intervista allo studio legale
Trovare un equilibrio tra copyright digitale e diritti dei consumatori
Il Possesso delle Idee
Pene commisurate al reato su Peer-to-Peer!
Intervista al Dott. Enzo Mazza, direttore responsabile FIMI
Urbani, P2P e Telecom Italia a cura del direttore di Punto Informatico
Il Governo contro il P2P (anno 2004)
File Sharing: seme di una futura rivoluzione culturale
P2P – Disubbidienza civile

Se vuoi sostenere la petizione diffondi la voce, parlane sul tuo blog, col tuo vicino di casa, inserisci un link sul tuo sito…. Puoi usare se vuoi uno dei seguenti banner:


Inserisci come collegamento il link a quest’articolo di P2P Forum Italia oppure direttamente quello alla petizione su Altronconsumo.

RaiOT – Armi di distrazione di massa

Ne avevo chiaramente sentito parlare a suo tempo, seguendo con estremo interesse anche tutta la polemica sorta sui media. Ma non avevo visto la puntata incriminata di RaiOT in diretta e neppure trovato qualcuno che l’avesse registrata. Così, poco per volta, mi ero dimenticato di tutta la vicenda.

Qualche mese fa, poi, mi era capitato di vedere “Viva Zapatero!”, dove la Guzzanti raccontava in prima persona levicessitudini relative alla sua trasmissione immediatamente silurata da Mamma RAI. Un’interpretazione quantomeno discutibile, quella data dalla comica all’interno del DVD. E ora, dopo che finalmente sono riuscito a vedere la puntata di RaiOT, non posso che confermare quell’impressione.

Non ho una gran voglia di perdermi in filosofeggiamenti sulla libertà di espressione. Magari lo farò in futuro, non ora. Mi limito pertanto a dire che il suo spettacolo mi è sembrato tutto meno che divertente. Una sequela di insulti, profusi con la scusa della “satira” e del “comico”, del tutto gratuiti. Niente più di questo.

Sabina Guzzanti

Per chi volesse farsi una propria opinione, nel caso non l’avesse già fatto all’epoca, un corposo archivio audio-visivo è disponibile qui. Su questa pagina sono presenti (e pienamente scaricabili) l’intera prima puntata di RaiOT trasmessa a suo tempo dalla RAI, nonchè le riprese della seconda, fatta a teatro, ed i file audio dello spettacolo romano “Contro la censura e per la libertà di stampa“.

Altri filmati, questi divertenti, sono presenti sul sito di Sabina Guzzanti. Si tratta di parodie di Berlusconi riguardanti il Lodo Maccanico, la tragedia delle Twin Towers, la questione cecena ed il mandato di cattura europeo.

Guardate e giudicate.

Oltre le reti neurali senso-motorie: gli effetti del rumore nell’apprendimento di task complessi da parte di reti neurali ecologiche che evolvono tramite algoritmo genetico

Sì, probabilmente è il titolo di un post più lungo che abbiate mai letto durante tutta la vostra vita. Sicuramente è il più lungo che abbiate mai letto qui dentro. Dove, con il termine “qui dentro”, non mi riferisco al vostro computer, ma al mio blog.

Ebbene, questo titolo abnormemente lungo è il titolo della mia tesina di Economia della Complessità, consegnata via mail qualche minuto fa. Esatto, qualche minuto fa. Perchè è da ottobre che sono qui a Roma a lavorare sulla tesi, ma gli esami non li avevo ancora finiti. Mancava proprio questa tesina, che avevo in ballo da un paio d’anni a questa parte e per la quale non riuscivo mai a trovare un argomento che mi piacesse approfondire.

Fino a quando, un po’ di settimane fa, non sono venuti fuori quei “risultati curiosi” di cui ho parlato ampiamente qui sul blog. E dai quali ho ricavato questa trentina di pagine di tesina. Che, come al solito, potete scaricare in comodo formato PDF e custodire gelosamente sui vostri hard disk. O magari mettere sulla pendrive per portarla sempre in giro con voi. Magari se tenete la pendrive nel taschino della camicia (capo d’abbigliamento di cui mi ero praticamente scordato l’esistenza… scrivere a ruota libera a volte è utile), potreste anche romanticamente portare la mia tesina quotidianamente vicina ai vostri cuori. E poi magari… va beh, la smetto. E vi dò il link:

Oltre le reti neurali senso-motorie: gli effetti del rumore nell’apprendimento di task complessi da parte di reti neurali ecologiche che evolvono tramite algoritmo genetico” (PDF, 32 pagine, 752kB)

Buona lettura!

Sull’effetto Mozart

Sottotitolo: alcuni buoni motivi per far ascoltare Mozart ai vostri bambini.

Cervello "musicale"

Cito, direttamente e brutalmente, da http://www.marcostefanelli.com/subliminale/effettomozart.htm:

LA MUSICA COME ABILITA’ COGNITIVA

Sappiamo che la musica aiuta a strutturare il pensiero ed il lavoro delle persone nell’apprendimento delle abilità linguistiche, matematiche e spaziali; soprattutto l’intelligenza musicale influisce sullo sviluppo emotivo, spirituale e culturale più di altre intelligenze. Meno risaputo è che la musica possa influenzare l’organismo modificando lo stato emotivo, fisico e mentale: tale fenomeno viene denominato “effetto Mozart”.
Uno dei maggiori studiosi del suono dal punto di vista medico, Alfred Tomatis, dichiara che “Mozart è un’ottima madre, provoca il maggior effetto curativo sul corpo umano”.
Lo ‘effetto Mozart’ riesce ad agire essenzialmente come tecnica psicologica nella modificazione di problemi emotivi e può modificare le varie patologie di cui è affetto l’essere umano: è un’eccellente tecnica di comunicazione ma anche un aiuto ad altre tecniche terapeutiche.

Prima di analizzare questo “effetto curativo musicale” bisogna conoscere quali processi psicologici si innescano nella mente musicale, che rapporto sussiste tra musica e linguaggio e quali localizzazioni cerebrali sono specifiche delle abilità musicali.
Specificamente, i problemi psicologici insiti nella comprensione musicale, vanno affrontati in termini di processi cognitivi facendo riferimento all’opera di John A. Sloboda, psicologo sperimentale: egli analizza la componente cognitiva insita nella comprensione e nell’apprezzamento di un fatto musicale.
La sua attenzione è rivolta alle ricerche empiriche: analizza ciò che gli individui riescono a compiere con la musica e non quello che dicono di fare. Viene studiato il comportamento dei musicisti nella vita reale e non il comportamento che si verifica in situazioni artificiose di laboratorio.
La psicologia dei processi cognitivi cerca di offrire un aiuto ai compositori per capire le basi mentali della loro attività: comprendere e spiegare caratteristiche fondamentali delle abilità musicali e dei meccanismi cognitivi insiti in esse.

Il cognitivismo di Sloboda si riferisce ad una modellistica dei processi cognitivi in termini di rappresentazione delle conoscenze; sicuramente tale analisi rappresenta sì, un’introduzione alla psicologia dei processi cognitivi ma, la musica viene ad essere un pretesto per analizzare i processi cognitivi impiegati in tutti i settori in cui l’uomo si trova a contatto con il mondo e, quindi, non solo nell’ambito musicale.
Si comprendono le strutture utilizzate per rappresentare la musica; tale processo di apprendimento è concepito in due fasi: prima fase è quella in cui si verifica l’apprendimento in quanto in minoranza) in cui viene incoraggiata l’aspirazione ad eccellere in una determinata abilità.
Quindi, secondo il Nostro autore, le abilità musicali si costruiscono sulla base di capacità e tendenze innate: troviamo prima un insieme comune di capacità primitive (nella nostra cultura occidentale, sino ai dieci anni di età, il processo dominante è quello dell’acculturazione) poi subentra un bagaglio di esperienze che la cultura fornisce , con la crescita, ai bambini (infatti sono fondamentali, per lo sviluppo delle abilità musicali, sia l’ambiente familiare che quello scolastico).
Più i bambini sono esposti alla musica, prima di iniziare la scuola, e più profondamente uno stadio di codificazione neurale li accompagnerà per tutta la vita.
Successivamente subentra l’ influsso esercitato da un sistema cognitivo generale in trasformazione: la capacità di insegnare ad un bambino ad ascoltare, a prestare attenzione all’inflessione e a contestualizzare suoni e parole è stata trascurata dalla società moderna; solo un ascolto attento e corretto consente di accedere allo “Effetto Mozart”.

Jean Piaget, ne La naissance de intelligence chez l’enfant, asseriva che lo sviluppo cognitivo vada spiegato, in parte, in termini di sequenza ordinata e strutture cognitive generali; il tipo di apprendimento di cui siamo capaci a tutte le età è dovuto al tipo di risorse cognitive che si posseggono, cioè le caratteristiche generali del nostro bagaglio intellettuale a quell’età.
Il bambino non è in grado di compiere azioni padroneggiando determinati concetti, perché non ha in sé alcune risorse cognitive per comprendere determinati enunciati.
Bisogna stare attenti alla possibilità di scoprire delle sequenze invarianti di sviluppo musicale; queste sequenze non dovrebbero tanto spiegare gli aspetti più particolari del comportamento musicale, quanto i tipi di attività musicali che si dovrebbero riscontrare alle varie età, in virtù delle capacità cognitive generali che richiedono.
L’educazione vera e propria implica il fatto che l’individuo, istruito, compia uno sforzo consapevole con lo scopo (scopo: condizione fondamentale dell’apprendimento) di raggiungere degli obiettivi più elevati. E’ anche vero che, l’uomo è biologicamente predisposto ad eccellere in abilità cognitive specifiche: sussistono meccanismi per l’acquisizione di queste abilità.
Si può concludere affermando che, l’educazione sembra contribuire ad un approfondimento delle conoscenze e ad un miglioramento dei risultati all’interno di una certa abilità ma non abbia tanto delle implicazioni ampie per l’intero sistema cognitivo.

IL LINGUAGGIO MUSICALE

La musica possiede la capacità di convogliare i suoi significati emotivi: ciò porta a pensare che la musica sia una sorta di linguaggio.
Linguaggio e musica sono caratteristiche della specie umana e appaiono universali in tutti gli uomini; affermare tale universalità vuol dire che gli individui possiedono una capacità generale di acquisire una competenza linguistica e musicale.
Quindi, dato che la musica è – come il linguaggio – una attività umana, si può supporre che dall’osservazione della sua struttura si riesca a dedurre qualcosa sulla natura della mente umana che riesce a produrla naturalmente e liberamente.
Alcuni studiosi ritengono che le regole di una grammatica musicale siano i veri e propri procedimenti usati per generare musica. Ma la musica è in grado di esprimere emozioni e, quindi, di comunicare? Oppure, essendo una manifestazione artistica, non è capace di esprimere nulla?
Tale diatriba, sin dai primi anni del ‘900, terminava definendo la musica un “non-linguaggio”: nel linguaggio vengono articolate le parole per costruire frasi, mentre nella musica non è semplice identificare qualcosa che corrisponda ad una parola.
Il superamento di queste posizioni si è avuto quando sono stati correttamente identificati i termini del problema: nel linguaggio esistono componenti minimali privi di significato (fonemi), che vengono utilizzati per creare componenti minimi che posseggono un significato (morfemi), i quali, a loro volta, vengono usati per formare parole e frasi.
Nella musica si trovano le note che sono, in sé, prive di significato e che vengono usate per creare intervalli e accordi , cioè il materiale utilizzato per strutturare temi e frasi musicali.
Si è dovuto attendere sino all’avvento degli studi semiotici sui segni dei vari linguaggi (proprio Sloboda ha compiuto approfonditamente tali studi) per comprendere meglio le relazioni fra il linguaggio comune e l’arte dei suoni:

  • sia la musica che il linguaggio sono sistemi di comunicazione universali fra gli uomini;
  • entrambi i linguaggi usano, fondamentalmente, lo stesso canale uditivo-vocale;
  • ambedue possono produrre un numero illimitato di frasi;
  • i bambini imparano tutti e due i linguaggi, esponendosi agli esempi prodotti dagli adulti;
  • esiste una forma scritta;
  • in entrambi i linguaggi è possibile distinguere una fonologia (componenti del linguaggio), una sintassi (le regole per combinare fra loro le componenti) e una semantica (attribuzione di significato ai prodotti del linguaggio).
  • Legame perpetuo tra musica e linguaggio può essere suggerito da un’analisi della suddivisione del cervello: il piano temporale, situata nel lobo temporale della corteccia cerebrale è l’area del cervello che sembra essere associata all’elaborazione del linguaggio e sembra anche che ‘classifichi i suoni’.

Non dobbiamo dimenticare che il fatto di vivere nel suono e, più precisamente , nel suono prodotto dal linguaggio, imprime sempre piccoli segni sul sistema nervoso periferico: a seconda delle parole utilizzate, del timbro generato, sarà interessata questa o quella parte del corpo; quindi possiamo considerare l’immagine del corpo come conseguenza del linguaggio; accettando tale idea, si può sperare di rimodellare il corpo migliorando la parola.
Inoltre, sappiamo che alcune espressioni verbali non hanno nulla in comune col significato della musica, ma vengono associate a moduli ritmici per aiutare la memorizzazione; ciò accade soprattutto nel caso di stili percussivi. Un esempio è costituito dai suonatori di tamburo africani, i quali correlano, appunto, le sillabe ad alcuni suoni emessi dai tamburi: questi suoni, prodotti da strumenti, permettono la trasmissione di messaggi ‘verbali’ a notevole distanza. Ciò dimostra che, presso alcune culture, il linguaggio è imitato musicalmente.
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che – come affermava Sloboda – le aree cerebrali responsabili della musica sembrano avere una sovrapposizione parziale, anche se incompleta, con quelle responsabili del linguaggio. La musica impiega un insieme distinto di risorse neurali.
Dove sta la verità? l’analogia linguistica non è né vera né falsa, si adatta parzialmente al suo oggetto. L’elemento vero è la concezione in base a cui noi ci rappresentiamo nelle sequenze di elementi individuali, assegnando ad essi ruoli tematici in strutture astratte sottostanti, alcune delle quali presentano somiglianze reciproche; ciò che determina o meno la vigilanza psicologica tra gli elementi è il loro reciproco rapporto entro queste strutture.

BIOLOGIA DEL PENSIERO MUSICALE

Le componenti delle abilità musicali, come di ogni altra abilità cognitiva, hanno precise localizzazioni cerebrali.
L’orientamento biologico della psicologia cerca di spiegare il comportamento umano in termini di operazioni del cervello e del sistema nervoso che sono, a loro volta, influenzati dalla costituzione genetica dell’organismo.
Dobbiamo, prima di tutto, ricordare che ciò che apprendiamo sono le strutture utilizzate per rappresentare la musica: esiste sia una forma di acculturazione educativa, cioè un apprendimento che avviene a seconda della esposizione, durante l’infanzia, ai normali prodotti musicali della nostra cultura, sia un’educazione vera e propria che porta all’acquisizione di abilità specializzate. Le influenze, sia biologiche che sociali, sono ovviamente comprese in una spiegazione completa della condotta umana.
Quali, quindi, i fattori responsabili delle differenze culturali musicali? Esiste una base biologica per le origini della musica nella nostra specie? La composizione musicale ha una funzione biologica?
Tali quesiti possono essere analizzati mettendo in evidenza le differenze che sussistono tra la cultura scritta e quella orale.
Nella cultura orale, le uniche guide sono le conoscenze attuali e la memoria.
Per molte persone, la scrittura viene ad essere fondamentale che la realtà è, sotto molti aspetti, mediata dalle loro notazioni; quel che può essere scritto e conservato è giusto e definitivo: nella cultura scritta, la memoria di una persona viene giudicata sulla base della registrazione scritta.
Sfortunatamente, molte persone alfabetizzate ritengono che la vita o le conoscenze di una cultura che si basa sulla scrittura siano, in un certo senso, superiori a quelle di una cultura orale; per contro, sarebbe più corretto sostenere che la cultura orale e quella alfabetizzata sono differenti.
La nostra scrittura alfabetica può portare ad un impoverimento della comunicazione: non è in grado di preservare informazioni significative nel ritmo, intonazione, tono e gesti, mentre riesce a custodire le informazioni fonetiche.
Nelle culture orali, la musica viene trasmessa da un individuo all’altro ed è soggetta, come le conoscenze verbali, a variazioni nel tempo: all’interno di una cultura orale una esecuzione, spesso, non è uguale a quella precedente. In una cultura orale è impossibile che si possa ottenere lo stesso tipo di conoscenze che si traggono da determinati brani, dopo ripetuti esami delle partiture, o ripetuti ascolti della stessa registrazione.
Ma, nonostante tutte queste differenze, sussistono basi cognitive universali per la musica, che trascendono le singole culture? Anche se la tonalità non è assolutamente universale, i concetti di scala e di tonica, hanno delle analogie formali in molte culture.
Inoltre, sembra che la suddivisione delle scale in gradi segua dei principi comuni nella maggior parte delle culture.
Si è affermato che le componenti delle abilità musicali hanno precise localizzazioni cerebrali: alcune ricerche hanno portato alla conclusione che le funzioni intellettuali sarebbero localizzate in aree differenti del cervello.

La musica di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791 foto a lato) aiuta ad organizzare i circuiti neuronali di alimentazione nella corteccia cerebrale, soprattutto rafforzando i processi creativi dell’emisfero destro associati al ragionamento spazio-temporale.
Sembra possibile che le attività cerebrali di un individuo si dissolvano, lasciando intatto il suo intelletto musicale. Intervenendo sull’emisfero sinistro, si provocano disturbi del linguaggio; mentre si causano danni al canto, agendo sull’emisfero destro. In realtà la musica racchiude sotto-abilità logicamente indipendenti: non dobbiamo dimenticare che una regione di un emisfero cerebrale è qualcosa di molto ampio.
Attraverso vari studi si è giunti alla conclusione che, anche se le lesioni all’emisfero destro danneggiano quasi sempre le funzioni musicali, le lesioni all’emisfero sinistro hanno quasi sempre gli stessi esiti. Quindi è semplicistico affermare che la musica si trova nell’emisfero destro: le attività musicali sono dissociabili e soggette a danni specifici, come quelle del linguaggio.

Significativa è l’affermazione del musicologo tedesco H. Schenker, secondo cui a livello profondo, tutte le buone composizioni musicali , rivelano lo stesso tipo di struttura delle composizioni verbali, riuscendo a mostrare, almeno in parte, la natura affine delle intuizioni verbali e musicali.
Non dobbiamo dimenticare, nell’analisi biologica del pensiero musicale, il ruolo cardine svolto dall’orecchio o, meglio, dalle orecchie: come l’emisfero destro e quello sinistro operano in maniera diversa, così fa ciascuna delle orecchie.
L’orecchio destro è dominante perché è in grado di trasmettere gli impulsi uditivi ai centri del cervello che regolano il linguaggio in maniera più veloce di quello sinistro; gli impulsi nervosi che derivano dall’orecchio destro raggiungono direttamente il cervello sinistro dove si trovano i centri del linguaggio, mentre gli impulsi nervosi dell’orecchio sinistro, compiono un viaggio più lungo attraverso il cervello, che non possiede centri del linguaggio corrispondenti, e poi ritornano al cervello sinistro.
Potremmo definire l’orecchio il direttore d’orchestra dell’intero sistema nervoso. L’orecchio integra le informazioni fornite dal suono e organizza il linguaggio.
Infatti il linguaggio, come elemento fondante dell’umanità dell’uomo, non può essere analizzato e studiato se non si tiene presente il ruolo determinante svolto dall’udito: è grazie all’udito che è stato possibile all’uomo, costruire il linguaggio.

Anche Alfred Tomatis considera l’orecchio l’organo chiave nello sviluppo totale dell’uomo: permette a tutto il corpo di diventare “un’antenna ricettrice che vibra all’unisono con la fonte del suono”.
L’orecchio risulta essere fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’uomo: rappresenta anche la chiave per capire come possa essere utilizzato lo “effetto Mozart”.
Ma l’organo dell’udito non presiede soltanto la facoltà di udire, ma anche la capacità di ascoltare; sappiamo che non occorre sentire per ascoltare, infatti parecchi musicisti famosi, del passato, erano sordi e, anche se non erano in grado di sentire con le orecchie, potevano percepire codici e schemi ritmici grazie a vibrazioni che percepivano con le mani e altre parti del corpo.

Importante notare come la funzione dell’ascolto sia direttamente collegata alla concentrazione della memoria, alle condizioni psicologiche, alla consapevolezza, alla comunicazione.
La nostra società si preoccupa troppo dell’intelligenza: esami di ammissione all’Università, colloqui di lavoro privilegiano il pensiero lineare dell’emisfero sinistro; tali abilità sono essenziali, ma possono non essere così basilari come la capacità di ascoltare e di parlare.
Se sussiste l’incapacità di saper ascoltare si può verificare l’incapacità di progredire verso sofisticate tecniche di apprendimento. Sviluppare un ascolto corretto è il segreto per accedere allo “effetto Mozart”.

MUSICA E INTELLIGENZA SPAZIO-TEMPORALE

Lo “effetto Mozart” è in grado di far risaltare, migliorando, le abilità cognitive dell’individuo, attraverso lo sviluppo del ragionamento spazio-temporale.
Dobbiamo prendere atto che, a prescindere dai gusti, la musica di Mozart rilassa, migliora la percezione spaziale e permette di esprimersi più chiaramente, comunicando sia col cuore che con la mente; inoltre le aree creative del cervello vengono stimolate dalla melodia e dal ritmo del grande compositore.
Attraverso la musica mozartiana si può aiutare a sviluppare, a compensare, a restituire carenze dovute a danni: le parti indenni del cervello hanno riserve dalle quali l’organismo può ricavare questi elementi sostitutivi.
Inoltre, nel mondo contemporaneo la musica rappresenta un sistema di comunicazione ed un linguaggio di grandissima diffusione e, soprattutto, “music is a window into higher brain function”.
Sappiamo come l’esperienza sonora, durante la prima fase della vita e come l’uso dei linguaggi musicali, per la loro esperienza strutturante, stimolino l’intelligenza e la personalità.
La musica è un linguaggio non meno importante di quello visivo, corporeo o verbale, in grado di esprimere idee, concetti, sentimenti propri di ogni individuo.

E’ indispensabile fornire i bambini gli strumenti idonei per conoscere, sperimentare, analizzare con pensiero critico la realtà sonora e musicale, in cui sono inseriti. La mente infantile è dotata di ‘meccanismi’ che la portano ad imitare l’adulto e tali trasformazioni della mente dipendono dal modo diretto con cui interagiamo da piccoli col mondo che ci circonda, interazioni che non sono attività cognitive ‘pure’ ma che prendono forma a partire da attività di base quale i movimenti, le sensazioni, le emozioni.
Il bambino, come sostiene Shimchi Suzuki, fondatore della “School for talent education” in Giappone, possiede un potenziale infinito.
Proprio come i bambini imparano naturalmente la lingua materna, così la musica è altrettanto a diretto contatto con il cervello , quindi l’educazione musicale può formare e modellare il cervello.
Suzuki in Nurtured by Love, uno dei suoi principali scritti, sostiene che attraverso l’imitazione si possa insegnare ai bambini che bisogna permettere alle abilità di espressione di maturare e sbocciare durante l’infanzia; un’educazione musicale infantile precoce porta ad effetti significativamente positivi sul cervello e sull’apprendimento.
Il bambino vive in un mondo caratterizzato dalla presenza simultanea di stimoli sonori moderni, il cui disorganico sovrapporsi può comportare il rischio sia di una diminuzione della attenzione e dell’interesse per il mondo dei suoni, sia di un atteggiamento di ricezione soltanto passiva.
Non dobbiamo dimenticare che, ancora prima di nascere, il piccolo vive esperienze sonore – musicali, percependo, voci, rumori, suoni e musiche che provengono dall’ambiente circostante.
L’orecchio del bambino, già a tre anni è sensibile alla dinamica, al colore timbrico, al riverbero ambientale e alla dislocazione delle sorgenti nello spazio.

Nel numero di ‘Newsweek’ del 19/02/96, venne pubblicato un servizio dal titolo “Your child brain” (il cervello del tuo bambino) dove vennero riportati i risultati di numerosi studi compiuti in vari istituti di ricerca e Università americane, sulle modificazioni che si realizzano nel cervello di un bambino che sia precocemente avviato all’uso dei linguaggi musicali.
Di particolare interesse sono i risultati di ricerche compiute da Gordon Shaw, presso la Irvine University della California dove, a gruppi di bambini della scuola materna, sottoposti a test specifici per la determinazione del Quoziente Intellettivo, sono state impartite lezioni di canto e di piano.
Dopo sei mesi di insegnamento della tastiera del pianoforte, questi piccoli ottenevano un miglioramento, un accrescimento straordinario del ragionamento spaziale-temporale rispetto ad altri fanciulli che non avevano svolto attività musicali; inoltre l’effetto ottenuto durava molti giorni e le implicazioni istruttive erano rilevanti.
Gordon Shaw nel suo libro Keeping Mozart in Mind , cita un esperimento pilota che è risultato essere particolarmente significativo per verificare l’intelligenza in bambini in età prescolare: veniva presentato un puzzle da costruire ai bambini, i quali entro un determinato periodo di tempo dovevano ricomporlo; inoltre veniva richiesto loro di formare mentalmente l’immagine dell’oggetto completato e di ruotare i pezzi del puzzle per confrontarli e accoppiarli. Tale performance venne facilitata mettendo insieme i pezzi secondo ordini ben definiti. Tale esperimento era servito per delineare la natura spazio-temporale dell’esperimento.
Il team dell’Università della California, attraverso queste ricerche sperimentali, vuole cercare di ribadire che la musica è in grado di stimolare i modelli interni del cervello favorendone l’impiego in ragionamenti complessi; Inoltre questi studiosi hanno dimostrato che esistono relazioni causa-effetto tra ascolto musicale e capacità di ragionamento.
E’ noto che gli apprendimenti più strutturati, cioè quelli che determinano la creazione dei circuiti cerebrali funzionali di base, sono tipici delle prime fasi dell’esistenza. Gordon Shaw sostiene che, una condizione necessaria per comprendere l’apprezzamento della musica da parte del bambino è riuscire ad ipotizzare che il repertorio di modelli impliciti e sequenze relative sia presente sin dalla nascita.

Possiamo affermare che, nell’evoluzione di un individuo, esistono dei periodi ‘caldi’, cioè dei larghissimi ‘ponti di apprendimento’ tra l’ambiente e l’individuo e delle ‘finestre’, durante i quali si attivano processi di maturazione neurologica e mentale del tutto particolari.
Caratteristiche di questo periodo sono:

  • rapidità con cui i processi cognitivi avvengono;
  • stabilità degli apprendimenti.

Ogni tipo di apprendimento ha una sua specifica finestra che occupa un periodo di tempo più o meno ampio, trascorso il quale la finestra si restringe enormemente e il processo di apprendimento si raffredda.
Riuscire a rafforzare e ad accelerare l’apprendimento e la memoria è stato sicuramente lo scopo dell’opera e del metodo del Dottor Georgi Lozanov, psicologo bulgaro, il cui studio sulla suggestione (“Suggestopedia” il nome del suo metodo), tramite immagini e rilassamento ha creato una delle più valide metodologie mente/corpo; la sua tecnica è riuscita ad apportare innovazioni creative nei programmi didattici in Europa.
Un altro grande ricercatore, Zoltan Kodaly è del parere che l’effetto della musica è così forte nella formazione della persona che ne influenza l’intera personalità. La musica modella l’intero carattere del bambino, rendendolo equilibrato, disciplinato, indipendente, creativo felice, in armonia, perciò, con i concetti educativi.
Tutto ciò che si è affermato, sino ad ora, vuole dimostrare la fondatezza della validità dello “effetto Mozart” e tutto deve essere supportato dal citare, attraverso esempi, i molteplici esperimenti compiuti da studiosi.
Sicuramente non possiamo dimenticare di rammentare l’esperimento effettuato, nel 1993, da Gordon Shaw e Frances Rauscher, pubblicato sulla rivista scientifica ‘ Nature’ che ha permesso ai due studiosi di ‘salire alla ribalta’ della ricerca e sperimentazione: 84 studenti appartenenti ad un collegio parteciparono ad una delle tre condizioni per la durata di 10 minuti ; il primo gruppo ascoltò la “Sonata per due pianoforti in D maggiore” di Mozart, il secondo gruppo ascoltò una cassetta di musica rilassante, il terzo gruppo non ascoltò musica (silenzio). Questi giovani partecipanti all’esperimento completarono poi una prova di ragionamento spaziale tratta dal test di intelligenza “Stanford-Binet”. I risultati indicarono che gli studenti che avevano ascoltato il pezzo di Mozart ,avevano ottenuto risultati di 8/9 punti più alti di quelli che nelle altre due condizioni. Tale effetto aveva, però, una durata di soli 10, 15 minuti. L’esito di tale esperimento è stato visto come un ulteriore passo avanti per l’affermazione dello “effetto Mozart”, come causa determinante nei processi di apprendimento.

Vari esperimenti furono effettuati anche utilizzando animali, con lo scopo di costruire un modello animale: alcuni ratti, sottoposti a musica complessa eseguivano meglio labirinti spaziali rispetto a ratti esposti a musica minimalista, suono bianco o silenzio.
Tutti questi risultati rappresentano l’inizio, piuttosto che la fine della storia di come la musica possa migliorare la maniera dei nostri pensieri, ragionamenti e creazioni.
Il potere della musica di Mozart è stato, quindi, evidenziato grazie a ricerche innovative, le quali hanno portato alla conclusione che il rapporto tra musica e il ragionamento spaziale (secondo il pedagogista Howard Gardner sia la musica che il ragionamento si trovano in relazione) è così forte che il semplice ascolto della musica mozartiana può fare la differenza: potremmo paragonare tale effetto “ad una stele di Rosetta” per il codice o linguaggio interno delle funzioni cerebrali più alte.
Proprio l’insieme delle opere del grande compositore sarebbe diventata la “pietra filosofale” – la chiave universale – per attingere ai poteri curativi e stimolanti di musica e suono.
Ma non dobbiamo dimenticare, come afferma il grande psicologo Gordon Shaw, che l’individuo è nato con molte strutture cerebrali. Insite nel cervello troviamo una lingua e una grammatica con le quali si è nati e che permettono di compiere funzioni elevate del cervello come combinazione matematica e gioco degli scacchi: in poche parole l’uomo possiede un cervello con abilità innate per riconoscere modelli nello spazio e nel tempo.

In che modo la musica rinforza l’intelletto, aumentando l’apprendimento? Le preferenze musicali dei bambini sono fissate nel cervello o determinate culturalmente? Queste sono alcune delle domande che scienziati, ricercatori prendono in esame quando si pongono la domanda: perché funziona “l’Effetto Mozart”?
Un accenno di risposta a tali quesiti potrebbe essere seguire lo sviluppo neurologico durante l’infanzia.(E’ bene rammentare che le abitudini cognitive assunte in età infantile ed adolescenziale hanno molta influenza durante tutta la vita).
L’apprendimento, sino allo sviluppo di un’evoluzione cerebrale durante gli anni della scuola elementare, si manifesta attraverso movimento e associazioni emotive. Infatti, verso i 2/3 anni il cervello comincia a fondersi con il corpo, nel camminare, ballare e sviluppare un senso di ritmo fisico. Vero progresso neurale si verifica fra i 7 e gli 11 anni: il bambino sviluppa abilità più complesse: ascoltare, elaborare informazioni visive, coordinare il movimento nel cervello e nella mente; le vie uditive rinforzano il linguaggio e l’ascolto.
In questo stadio, il ponte fra la parte sinistra e destra del cervello, chiamato corpo calloso, si sviluppa completamente, permettendo ad entrambi gli emisferi cerebrali di essere in grado di rispondere contemporaneamente ad un evento. La maturazione della capacità della corteccia cerebrale fa sì che l’emisfero destro e quello sinistro acquistino delle specificità:l’emisfero sinistro è quello deputato al controllo delle capacità linguistiche, mentre l’emisfero destro è competente nell’analisi degli insiemi della musicalità e delle dimensioni spazio-temporali.
Potremmo affermare che tra i due emisferi ci sia una differenza di ruoli netta, cui corrispondono due diversi modi di giungere alla comprensione della realtà: il sinistro sovrintende alla logica, il destro procede per analogia.
Verso i 15 anni comincia a svilupparsi la consapevolezza di sé e, discipline quali musica, arte, educazione fisica, sono importanti per completare l’integrazione corpo/mente. Ovviamente, alla fine dell’adolescenza, il cervello continuerà a svilupparsi sino ai primi anni dell’età adulta.
Non dobbiamo dimenticare che la maggiore facilità di apprendimento dei giovani rispetto agli adulti, va attribuita ai meccanismi di plasticità della corteccia cerebrale; inoltre oggi i ragazzi ricevono, dai media, molti più input che i propri padri: il quoziente intellettivo sale costantemente, addirittura di qualche punto ogni dieci anni.
Abbiamo ribadito che, determinata musica può migliorare la capacità del cervello di percepire il mondo fisico, formare immagini mentali e osservare i cambiamenti negli oggetti. Quindi, la musica può influire sul modo in cui percepiamo lo spazio intorno a noi.

Si può ipotizzare che l’ascolto della musica mozartiana sia in grado di ‘organizzare’ i circuiti neuronali di alimentazione nella corteccia cerebrale, soprattutto rafforzando i processi creativi dell’emisfero destro associati al ragionamento spazio-temporale.
Ma perché proprio la musica di Mozart risulta essere la più adatta?
Come è stato dimostrato dagli studiosi dell’Università di Irvine certa musica può apportare miglioramenti alla capacità del cervello di percepire il mondo fisico, formare immagini mentali e accorgersi dei cambiamenti negli oggetti. In altre parole, la musica può influire sul modo in cui si percepisce lo spazio intorno a noi.
Gordon Shaw spiegò di aver scelto tale musica per i loro esperimenti, perché il grande musicista componeva in giovane età e sfruttava il repertorio inerente i modelli di fissazione spazio-temporale nella corteccia (ndr. di conseguenza la musica di Mozart è ricca di alte frequenze).
“I suoni ad alta frequenza danno energia al cervello, mentre i suoni a bassa frequenza gli sottraggono energia, lo depauperano. L’energia cerebrale è direttamente collegata all’intelligenza. Uno studio a questo proposito ha evidenziato che ascoltare Mozart per solo dieci minuti può far aumentare temporaneamente il quoziente di intelligenza (QI) di nove punti. Nella zona dei suoni ad alta frequenza della coclea, le cellule sensoriali sono più numerose di quelle della zona dei suoni a basse frequenze. Tomatis ha notato che quando il cervello viene ben caricato di potenziale elettrico dai suoni ad alta frequenza, si ha un netto potenziamento della capacità di apprendere, concentrarsi, risolvere un problema, organizzarsi e lavorare per lunghi periodi di tempo senza accusare stanchezza”.
Quali i luoghi del cervello, indicati nei processi spaziali, specifici dell’arricchimento musicale?
Per rispondere apriamo una parentesi per dire, schematicamente, quali siano le maggiori suddivisioni della corteccia e spiegare le loro funzioni generali:

  • Frontale: linguaggio, movimento.
  • Parietale: sensi, percezione spaziale.
  • Temporale: memoria, vista.
  • Occipitale: vista.

Indi, sebbene funzioni del cervello più alte come, ad esempio, musica e ragionamento spaziale-temporale dipendano fondamentalmente da regioni localizzate e specifiche della corteccia, tutte le abilità cognitive più alte utilizzano una serie elevata dell’area corticale.
Sembra che esista, sino ad oggi, un unico gene, Emx-2, in grado di influenzare la suddivisione delle aree funzionali della corteccia cerebrali.
Tale gene è stato scoperto dall’Equipe dell’Ospedale San Raffaele di Milano: nel 1990 è stato ‘rinvenuto’ il gene che progetta e costruisce la corteccia cerebrale, gene Emx-2, piccolo frammento del Dna, che regola l’area del cervello in cui ha sede il pensiero astratto.
La corteccia cerebrale è divisa in aree funzionali specifiche: nell’uomo c’è quella per progettare il movimento, quella per eseguirlo, quella della parola pronunciata e quella della parola ascoltata; esistono poi aree associative che coordinano tutte le altre. Queste, sede del pensiero astratto, si trovano nella parte anteriore (frontale) della corteccia, mentre nella parte posteriore si trovano le aree visive.
Il gene Emx-2 controlla la suddivisione di queste aree. Non tutti gli individui posseggono tale “elemento” e, conseguentemente hanno le aree del pensiero astratto più sviluppate di quelle uditive, in una parola ‘capiscono di più ma sentono di meno’ situazione in cui grandi musicisti quali, ad esempio, Beethoven sono venuti a trovarsi ma non per questo motivo hanno perso il loro “orecchio musicale”.
Si può concludere dicendo che l’intelligenza può essere intesa come abilità di adattamento e quindi, non è difficile accettare, sempre facendo riferimento al concetto di
“intelligenze multiple”, l’intelligenza musicale, intesa come gestione a vari livelli nervosi centrali (midollo spinale, tronco encefalitico […] strutture neocorticali) del ricevimento e dell’invio dell’informazione musicale.

Per chi avesse voglia di approfondire l’argomento, non posso che suggerire il libro di Gordon Shaw (di cui si parla anche nell’articolo citato qui sopra), “Keeping Mozart in Mind“. Tra l’altro, citare un lavoro fatto ad Irvine, è per me sempre un motivo di quasi campanilistico orgoglio, dopo le tre settimane che avevo passato lì nell’ormai lontano ottobre 2004…

Tutti in carrozza, signori!!

Ebbene, sì. Doveva capitare anche a me, prima o poi, il sacrosanto ritardo del treno che abitualmente mi porta a Roma. E che oggi, per la cronaca, si è presentato a Reggio, proveniente da Milano, con 20 minuti di ritardo per poi accumularne altrettanti durante il resto del viaggio. A fare la richiesta di rimborso non ci provo neanche. Era un Intercity, neppure un Eurostar. E già so benissimo come andrebbe a finire.

Ferroviere

Pessimismo cosmico a parte, il titolo del post non voleva essere un riferimento all’estenuante viaggio di oggi. Era piuttosto un’esclamazione di gioia. Dopo che il cluster dell’ISTC mi ha tenuto in ansia per tutto il weekend, dato che da casa non c’era verso di riuscire a collegarcisi via SSH, arrivato a Roma nel pomeriggio ho raccolto i risultati delle simulazioni che avevo fatto partire venerdì sera.

Signori, la nuova codifica dell’input ha dato i suoi frutti. Abbiamo finalmente la prova che quella cosa un po’ pomposamente battezzata “unità motivazionale” gioca effettivamente un ruolo positivo nell’aiutare gli organismi ad evolvere un comportamento di avoiding/escaping away from nei confronti del predatore. Tutto questo senza intaccare l’abilità nel raccogliere cibo. Gli effetti positivi si manifestano soltanto nella condizione di escaping, la situazione computazionalmente più complicata, e non quando è possibile il freezing. La strategia di freezing, d’altronde, è concettualmente molto semplice: raccogliere cibo in condizioni normali, attivare il freezing quando è presente il predatore. Ed è legittimo il fatto che architetture neurali complesse, per svolgere questo compito, siano di fatto superflue.

Nel file di PowerPoint linkato qui di seguito ci sono i grafici risultanti dalle simulazioni di cui sto parlando: Ultimi risultati.

Buona consultazione… :-)

Pagina successiva »