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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per gennaio, 2007

Twin Peaks

Mai e poi mai avrei pensato di dare a David Lynch (che tra l’altro, mi raccontavano che negli ultimi anni si sia dato pesantemente alla “meditazione trascendentale”, diventando una sorta di santone new age) una seconda possibilità. Troppo allucinante questo tizio, pensavo tra me e me.

Poi, chissà perchè, quando uno dei miei coinquilini mi ha proposto di passarmi l’intera collana di Twin Peaks, io ho accettato.

Twin Peaks

Ho guardato il pilot due sere fa e la prima puntata ieri notte. Ora non vedo l’ora di finire di scrivere questo articolo, perchè ripensando all’argomento mi è venuta ancora più voglia di aprire VLC e guardarmi immediatamente la seconda puntata. Ci sto rimanendo in mezzo, è ufficiale. E pensare che, a suo tempo, il solo sentire la musichetta dello spot televiso mi innervosiva. Non poco. Non me ne fregava assolutamente nulla di chi cazzo avesse ucciso Laura Palmer. Ero soltanto contento che l’avessero fatto.

Oggi, invece, a distanza di anni… pensa un po’ te… devo assolutamente scoprire chi è quel bastardo che l’ha violentata ed uccisa. Inforco il berretto da Sherlock Holmes, accendo la pipa e mi piazzo in camera, davanti al monitor, a scrutare ogni dettaglio. Watson, chiuda la porta e non mi disturbi almeno per un’oretta…

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Ma io sono un calciatore?

Va beh, la domanda è una di quelle a cui non avrei mai risposto con un sì. Nemmeno quattro mesi fa, quand’ero all’apice della preparazione atletica. E quando vestivo, perlomeno in amichevole, dato che il campionato ancora doveva iniziare, la casacca dell’FC Fellegara. Poi l’improvvisa partenza per Roma, i passaggi albergo/ostello/casa1/casa2/ con rientri in terra reggiana nel weekend, ogni tanto. E la mia pluriennale quanto infruttuosa carriera calcistica ha così conosciuto una pesante battuta d’arresto. Fino ad oggi.

Calcio

A dir la verità, a ricordarmi che gioco a calcio ci hanno pensato i miei coinquilini ieri, recuperando un pallone, appartenuto a chissà chi, mentre si puliva casa. Me l’hanno fatto rotolare davanti ai piedi e non ho potuto fare a meno di alzarlo con un tocco felpato e palleggiare. Una bella decina di palleggi, in un metro quadrato di spazio. Roba d’alta scuola. Che ovviamente non mi è più riuscita ai successivi tentativi.

Oggi, dicevo, i miei rapporti col calcio sono iniziati la mattina presto, da poco arrivato in istituto. Mi chiama Barabba, alias il presidente della Pol. Secchia, squadra dove ho militato per alcune stagioni. Mi chiede dove cazzo sono e soprattutto se sono ancora tesserato per il Fellegara. Rispondo affermativamente. E lui mi spiega che mi stava “sondando” su delega della Pol. Roteglia. In drammatica crisi di portieri, dopo che uno se ne è andato in Erasmus e l’altro si è fatto male ad una spalla. Ovviamente, col fatto che sarò a Roma ancora per un mese e che poi a maggio me ne andrò ufficialmente in Inghilterra, non se ne è fatto nulla.

Nel pomeriggio ci ha pensato un collega di qua dentro a rimettermi in testa il pallone. Proponendomi, per stasera, di partecipare al tradizionale (ovviamente, io ignoravo fosse tradizionale… ignoravo anche che esistesse atradizionalmente) “calcetto dell’ISTC del martedì”. Proposta accettata. Tra l’altro il campo è pure poco lontano da dove abito e loro hanno comunque tutti la macchina (con quest’ultima frase mi sento un po’ diciassettenne, ma è bello così…). Ora sto aspettando, ancora in ufficio, la partenza. Fissata per le 20:20. Bello tornare a correre dietro ad un pallone. C’è solo un particolare. Ho omesso un dettaglio nel presentarmi calcisticamente qui all’ISTC. Un dettaglio di poco conto. Cioè che io sono un portiere. E così, stasera loro si aspettano da me una raffica di gol. Fatti, non subiti. E io non so proprio come si faccia a fare un gol. Ci sto pensando, da un po’ di minuti a questa parte, ma non mi viene proprio in mente nulla. Simulerò l’infortunio al primo minuto e con questa scusa mi farò mettere in porta? Potrebbe essere un’ipotesi percorribile, nel caso in cui le cose dovessero mettersi male.

Comunque sia è ufficiale. Mi è ripresa la scimmia del calcio. E adesso voglio rinascere come calciatore inglese. E soprattutto voglio finalmente provare anche io l’ebbrezza di insultare pesantemente un arbitro in una lingua che non conosce.

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Sul come funziona il meccanismo di attenzione selettiva

Non so se qualcuno abbia letto la mia ultima tesina, quella dal titolo abnormemente lungo. Fatto sta che se vi siete persi la parte più delirante, quella in cui filosofeggio sulla vita artificiale, ve la ripropongo qui di seguito, quale cappello introduttivo per il post di oggi.

Il lavoro di cui sono stati presentati i risultati all’interno di questo elaborato è parte di uno sforzo di più ampia portata. Fino ad oggi, nel campo della vita artificiale, la maggior parte degli studi volti ad indagare il comportamento degli organismi é stata condotta attraverso la creazione di semplici “organismi simulati” impegnati ad eseguire singoli compiti, estremamente specifici. Compiti la cui esecuzione richiede solitamente la scomposizione del problema principale in diversi sotto-compiti, gerarchicamente organizzati o meno, ma tutti comunque finalizzati al raggiungimento dell’obiettivo “globale” prefissato.

Ad esempio, in un ambiente come quello di cui si è discusso in questo lavoro, in assenza del predatore un organismo ha un solo compito da svolgere: raccogliere cibo. Tale compito può essere suddiviso in vari task gerarchicamente sequenziali: ruotare il corpo nella direzione più appropriata, fare uno o più passi in avanti, ruotare nuovamente il corpo, ecc… Tutti task funzionali al medesimo obiettivo: raccogliere cibo.

Questa metodologia di ricerca, focalizzata sul perseguimento, da parte degli organismi, di un singolo obiettivo, ha prodotto (e continua a produrre) risultati estremamente interessanti, solide basi per i futuri sviluppi nell’intero campo delle scienze cognitive. Ma altrettanto importante, per arrivare un giorno a comprendere in tutto e per tutto il funzionamento della mente umana, è riuscire a compiere un ulteriore passo in avanti.

E’ esperienza quotidiana, per qualsiasi persona, il provare conflitti motivazionali. Avere, in un dato momento, motivazioni diverse, che spingono ad adottare un certo tipo di comportamento piuttosto che un altro. Comportamenti che sono, solitamente, mutuamente esclusivi. L’adozione di un certo comportamento può portare a soddisfare una certa motivazione, ma al tempo stesso impedire di adottare un comportamento differente, il quale avrebbe potuto soddisfare una diversa motivazione. Gli esseri viventi, l’uomo (quale esponente più complesso di questa classe) in particolare, sono costantemente alle prese con un conflitto motivazionale. Devono continuamente operare una scelta tra le diverse motivazioni (numerosissime nel caso degli esseri umani) che intendono perseguire, prima di adottare (o non adottare) un qualsiasi comportamento. Ad entrare in gioco, in tutti questi casi, sono due aspetti della psiche ai quali viene solitamente fornita scarsa attenzione dalle “classiche” simulazioni di vita artificiale: la motivazione, come appare evidente dal discorso fatto sinora, ma anche l’attenzione. O, meglio ancora, il prodotto derivante dall’interazione tra questi due aspetti: il meccanismo di attenzione selettiva. E’ ampiamente dimostrato, infatti, che la percezione sensoriale influenza lo stato motivazionale: vedere una pizzeria, quando si è affamati, accentua la sensazione di fame. Al tempo stesso vale il contrario, ossia che un certo stato motivazionale condiziona il modo in cui vengono percepiti gli stimoli esterni: un organismo bisognoso di cibo tenderà ad ignorare gli stimoli percettivi incongruenti con il suo stato motivazionale interno, focalizzandosi su quelli che possono invece giocare un ruolo positivo nel soddisfare la sua fame.

Ed è proprio un meccanismo di attenzione selettiva quello che evolve dalla simulazione descritta in questo lavoro. Nel momento in cui all’interno dell’ambiente appare il predatore, gli organismi smettono di preoccuparsi di raccogliere cibo (ignorano, di fatto, quella parte dell’informazione sensoriale) e concentrano la loro attenzione sulla posizione della “fonte del pericolo” (la parte rimanente della percezione proveniente dall’ambiente), elaborando la risposta comportamentale più adatta, ovvero la fuga. In questo caso, il comportamento adottato dagli organismi è pressoché analogo a quello che essi adotterebbero nel caso in cui il cibo fosse del tutto assente dall’ambiente.

Quando il predatore è presente, il conflitto motivazionale che gli organismi vivono, se di vero e proprio conflitto motivazionale si può parlare, viene immediatamente risolto a favore del comportamento di fuga. Nonostante potrebbero tranquillamente ignorare il predatore e continuare a focalizzare le loro risorse cognitive sul compito di raccogliere cibo, tale modo d’agire non risulterebbe vantaggioso per gli organismi, poiché il danno procurato da una cattura risulta essere dieci volte superiore rispetto al beneficio che è possibile trarre dal raccogliere un’unità di cibo.

In generale, l’informazione riferita all’importanza relativa delle singole motivazioni è contenuta all’interno della cosiddetta “struttura motivazionale” di un organismo. Si tratta evidentemente di una struttura dinamica, che varia parallelamente al processo di sviluppo/crescita dell’organismo ed anche a seconda del contesto, fisiologico ed ambientale. In un modello simulativo sviluppato su base esclusivamente genetica come quello qui presentato (dove, in sostanza, non ha luogo un apprendimento culturale, in vita), la struttura motivazionale degli organismi che evolvono è fissata, fin dalla prima generazione, attraverso la formula di fitness. Sulla quale, come abbiamo osservato, gioca un ruolo molto importante il parametro capture damage, che indica, in maniera quantitativa, l’ammontare del danno che il predatore procura all’organismo in caso di cattura. Ovvero, indica quanta “importanza”, motivazionalmente parlando, l’organismo deve attribuire ad una eventuale cattura da parte del predatore. A seconda del valore di questo parametro, si è infatti osservato che gli organismi si comportano in maniera differente, ignorando in maniera più o meno netta l’informazione sensoriale proveniente dal cibo nel momento in cui nell’ambiente compare il predatore (si vedano le figure da 14 a 17).

Come si può facilmente immaginare, sarebbe un compito oltremodo difficile quello di riuscire a definire aprioristicamente l’intera struttura motivazionale di un organismo, includendo al suo interno tutte le variabili che, in ogni dato momento, ne determinano il comportamento. Ancor più arduo sarebbe il riuscire a trovare il “giusto peso” da assegnare a ciascuna di queste componenti. Ma non va dimenticato che, d’altronde, le simulazioni devono necessariamente rimanere delle rappresentazioni semplificate del mondo reale. Esse non devono cadere nella tentazione di diventare fotocopie della realtà, o perderebbero ogni utilità, ricreando un fenomeno complesso e del tutto indecifrabile come quello che già abbiamo sotto ai nostri occhi (sebbene lo ricostruirebbero ipoteticamente in una maniera assolutamente “quantitativa”, risolvendo così uno dei principali problemi che affligge la psicologia moderna, ossia la difficoltà nel “quantificare” fenomeni individuali che sono, per loro stessa natura, quanto di più soggettivo possa esistere). Le simulazioni possono al contrario servirci per ricreare quei meccanismi basilari che poi, complicati con l’aggiunta di tutte quelle componenti che nella realtà esercitano una certa influenza, determinano il modo d’agire degli esseri viventi. Esattamente come il meccanismo di attenzione selettiva che si è ricreato alla perfezione nella simulazione in esame.

Che gli organismi si comportino nel modo qui sopra descritto è un dato che emerge in maniera abbastanza chiara osservando il loro comportamento durante le simulazioni. Ma si sa, l’osservazione diretta di un fenomeno può essere fortemente “biasata” dalle aspettative del ricercatore. Che può, detta molto brutalmente, vedere cose che in realtà non esistono. Può sopravvalutare alcuni aspetti e nascondersene altri. Insomma, scientificamente parlando, può fare un sacco di casino.

Occorre quindi trovare un dato oggettivo che dimostri come gli organismi abbiano effettivamente sviluppato un meccanismo di attenzione selettiva. Nel caso specifico, il sottoscritto ha fatto un piccolo esperimento, prendendo come cavia l’ormai martoriato “miglior organismo” nato dalle simulazioni di qualche giorno fa.

Come sempre l’organismo, in ogni momento della simulazione, percepisce la posizione dell’unità di cibo più vicina (angolo e distanza), nonchè quella del predatore (ancora una volta angolo e distanza). Essendo oltre 300’000 le possibili combinazioni di queste due variabili realizzabili nell’ambiente 15×15 della nostra simulazione, l’esperimento sui patterns di attivazione è stato necessariamente condotto soltanto su un piccolo campione di queste.

Nel dettaglio, si è posizionato l’organismo all’interno della cella di coordinate (7,5) e si è ipotizzato che il predatore si trovasse alle sue spalle, ad una certa distanza pred_dist, mentre il cibo fosse situato invece davanti a lui, con 45° di angolazione in senso orario ed una certa distanza pred_food.

Per ogni valore della variabile food_dist, inizializzata a 2 e fatta aumentare, a passi di 2, fino a 8, il predatore è stato posizionato ad una distanza variabile e compresa tra 1 e 10.

Esperimento pattern analysis

Si sono così ottenuti 40 differenti patterns di attivazione delle 9 unità neurali dell’hidden layer (10, corrispondenti alle dieci differenti pred_dist, per 4 diverse food dist).

Identico esperimento è stato condotto eliminando il cibo dall’ambiente (input sensoriale settato a 0) e lasciando solo il predatore. Sono stati così raccolti altri 40 diversi patterns di attivazione.

La nostra ipotesi era che, se davvero ad essersi evoluto é un meccanismo di attenzione selettiva, la sua presenza dovrebbe manifestarsi attraverso il “filtraggio” dell’input sensoriale. In sostanza, il pattern di attivazione delle unità che compongono lo strato nascosto, quando soltanto il predatore è presente, dovrebbe essere del tutto simile a quello che si registra quando nell’ambiente sono presenti sia il cibo che il predatore. Questo perchè la motivazione correntemente “attiva” (nel caso specifico, la necessità di fuggire dal predatore) determina il comportamento da adottare e fa sì che una parte dell’input sensoriale, in questa situazione quella relativa al cibo, venga ignorata.

La somiglianza tra i due gruppi di patterns di attivazione, così come emerge dalla rappresentazione grafica di qui sotto, è davvero notevole:

Pattern analysis comparison

Differenze sostanziali si hanno soltanto per i neuroni 8 e 9, i cui valori risultano significativamente diversi nei due casi in esame. Una non-totale uguaglianza dei vari pattern era un aspetto che d’altronde era lecito attendersi, in quanto l’organismo, anche se impegnato a fuggire dal predatore, può comunque trarre beneficio dal raccogliere un’unità di cibo. La motivazione principale è quella di fuggire, ma marginalmente è presente anche quella di raccogliere cibo situato in una posizione relativamente “comoda”. Ipotesi confermata dal fatto che, all’aumentare della distanza del cibo, i pattern di attivazione tendono ad assomigliarsi in misura sempre maggiore, giungendo ad una sostanziale uniformità anche per quanto riguarda il nono neurone. Quanto più lontano è il cibo, cioè, tanto più questo viene ignorato.

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Plymouth

Plymouth is a city of 243,795 inhabitants (2001 census) in the southwest of England, or alternatively the Westcountry, and is situated within the traditional county of Devon. It is located at the mouths of the rivers Plym and Tamar and at the head of one of the world’s largest and most spectacular natural harbours, the Plymouth Sound. The city has a rich maritime past and was once one of the two most important Royal Navy bases in the United Kingdom, a factor that made the city a prime target of the Luftwaffe during the Second World War. After the destruction of the dockyards and city centre in the blitz of 1941, Plymouth was rebuilt under the guidance of architect Patrick Abercrombie and is now one of the few remaining naval dockyards in the United Kingdom and the largest naval base in Western Europe. Important locations in the city include The Royal Citadel, Devonport Dockyard and The Barbican from where the Pilgrims left for the New World in 1620.

(tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Plymouth)

Plymouth

Ne avevo accennato un po’ timidamente qualche tempo fa. Più per scaramanzia che per altro. Oggi, invece, posso tranquillamente urlare. La euCognition ha ufficialmente approvato la “network action” proposta dal buon Angelo Cangelosi, direttore dell’Adaptive Behaviour and Cognition Research Group presso la School of Computing, Communications and Electronics dell’Università di Plymouth, rivolta al sottoscritto.

Da maggio a settembre/ottobre di quest’anno, la mia nuova casettina sarà a Plymouth.

Che farò una volta là? Ancora il lavoro deve essere definito nei dettagli. Per ora, a grandi linee:

Fabio will continue this line of research [il riferimento è a quello su cui sto lavorando qui a Roma] at the University of Plymouth, in particular with new focus will be on the emergence of communication in different social and interaction scenarios including cooperation and competion. Through his visit at the University of Plymouth, Fabio will aquire new research skills on evolution of language and interact with other staff and students in Plymouth working on models of language evolution and acquisition.

Ogni mia precedente perplessità sull’Inghilterra è stata spazzata via. Ora l’obiettivo è laurearsi in fretta (se tutto va bene, il 19 di aprile), possibilmente col massimo dei voti, preparare armi e bagagli e quindi trasferirsi per qualche mese al di là della Manica.

I’m ready…

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L’allegro chirurgo

L’allegro chirurgo

Era proprio dai tempi dell’Allegro Chirurgo che non mi capitava di lesionare degli organismi. Questo perchè non ho mai neppure nutrito la passione per crocefiggere le lucertole o tagliare i lombrichi, nonostante molti miei coetanei lo facessero più o meno abitualmente. Anti-conformista fin da piccolo, si vede.

Beh, fatto sta che proprio in questi giorni ho recuperato il tempo perduto. Vittime delle mie atrocità, però, non volgari organismi di terra tanto pluricellulari quanto invertebrati, ma ben più semplici (nonchè ben più eticamente lesionabili) organismi virtuali. Sì, esatto. Quelli delle mie simulazioni.

Gli esperimenti sono stati fatti sui 1000 organismi, evoluti per 500 generazioni, della simulazione in cui la loro rete neurale è dotata di una coppia di neuroni aggiuntivi (la cosiddetta “unità motivazionale”), che ricevuno l’input sensoriale relativo al predatore, lo elaborano e spediscono il risultato della loro elaborazione alle unità dello strato intermedio.

Le reti neurali di questi organismi sono state lesionate in due maniere differenti:

  • Lesione 1: taglio dei collegamenti sinaptici tra l’input del predatore e l’unità motivazionale;
  • Lesione 1

  • Lesione 2: taglio dei collegamenti sinaptici tra l’unità motivazionale e l’hidden layer
  • Lesione 2

Tutti gli organismi lesionati sono stati “testati” per 25 epoche di 100 passi ciascuna all’interno degli ambienti “standard”.

Questi sono i risultati ottenuti:

Base architecture Lesion 1 Lesion 2
Average fitness 18,116 -816,908 -920,228
Fitness of the best individual 340,2 -177,6 -414,4
Average food amount collected 288,526 291,092 69,572
Average food amount collected when predator is present 17,87 15,373 19,748
Average food amount collected when predator is absent 270,656 275,719 50,124
Food amount collected by the best collector 506,3 507,7 292,1
Food amount collected by the organism that collect the maximum food amount when predator is present 41,5 39,3 46,7
Food amount collected by the organism that collect the maximum food amount when predator is absent 467,4 471,3 264,5
Average number of captures suffered 27,041 137,841 236,821
Average number of captures suffered by the best avoider 1 52,8 51,6
Average number of “non-moves” adopted 7,38 5,132 43,999
Average number of “non-moves” adopted when predator is present 0,82 0,032 0,933
Average number of “non-moves” adopted when predator is absent 6,56 5,1 43,066

Lasciando da parte i dati relativi al secondo tipo di lesione, dove la rete neurale degli organismi “crolla” in una maniera abbastanza generalizzata, i risultati messi in evidenza nel passaggio dall’architettura “integra” a quella con il primo tipo di lesione è estremamente interessante.

Per chiudere la sparo grossa. Che gli organismi, con questo tipo di lesione, non abbiano più paura del predatore?

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