Lo so, dev’essere la sessantaseiesima volta che parlo di attenzione selettiva negli ultimi cinque mesi. Anche se sono consapevole del fatto che per i lettori disattenti (così, ad occhio, e croce un 99% abbondante del totale), questa sarà una novità. Così come continuerà ad esserlo la sessantasettesima volta che ne parlerò, la sessantottesima, ecc… Vi garantisco però che, per osmosi o per esaurimento, tutti voi diventerete piano piano esperti di attenzione selettiva. Spero più esperti di me, perchè ancora continuo a parlarne come un neofita. A voi, a titolo di esempio, un estratto del paragrafo 4.7 della mia Tesi. In realtà volevo pubblicare la seconda parte di questo paragrafo, ma tra tabelle e formule era un po’ un casino per il povero Wordpress. Così, la seconda parte la allego in fondo al post, in comodo formato PDF. Se vi state chiedendo il perchè non abbia fatto un file PDF unico, la risposta è che manca ancora la parte che di collegamento tra le due parti (contorto giro di parole, che sono però sicuro avrete capito).
Un modello come quello che abbiamo appena descritto, pur nella sua semplicità, ci permette di osservare l’emergere di fenomeni estremamente interessanti. Prima di approfondire ciò cui sto facendo riferimento, ritengo sia però necessario aprire una piccola parentesi relativa al modo in cui gli esseri umani percepiscono gli stimoli sensoriali esterni (relativi, pertanto, all’interazione dell’organismo con l’ambiente esterno ed i suoi prodotti) e quelli interni (intesi come provenienti dall’interno del corpo).
Innanzitutto, le nostre percezioni hanno un carattere selettivo. Durante lo svolgimento delle normali attività quotidiane, noi, intesi come esseri umani normodotati, non reagiamo indifferentemente a tutti gli stimoli che ci colpiscono, ma bensì mettiamo a fuoco soltanto alcuni di essi. Tale focalizzazione percettiva prende il nome di “attenzione ”. Attraverso i processi attentivi poniamo il focus su un limitato sottoinsieme degli stimoli potenzialmente percepibili in un dato momento, resistendo così a quelli che ci distraggono, ovvero a quelli che, per il compito che stiamo affrontando in quel dato momento, ci appaiono fuorvianti o comunque superflui. Così come superfluo è il cercare di dimostrare da quale moltitudine di stimoli siamo bombardati in ciascun istante della nostra vita. Chiunque stia leggendo queste righe, ad esempio, si fermi per un attimo e provi a prestare attenzione alla pressione esercitata sulle sue spalle o sul suo collo dal vestito che indossa, oppure cerchi di captare i rumori provenienti dall’ambiente esterno. Si tratta di informazioni sensoriali che, fino a qualche secondo fa, venivano elaborate in maniera del tutto inconsapevole dal vostro cervello. Eppure, la pressione esercitata dalla stoffa appoggiata al proprio corpo, il fragore emesso da una macchina o da un paio di passanti impegnati in una vibrante discussione, sono fenomeni fisici. Assolutamente reali. Ci sono, ora che vi state prestando attenzione, ma esistevano allo stesso modo, seppur in forma leggermente diversa, anche prima. La questione, molto semplicemente, ruota attorno al fatto che le vostre risorse attentive, fino a poco fa, erano focalizzate nel compito di leggere questo paragrafo della mia Tesi e non in uno degli altri task esemplificati qui sopra.
Si può dire che il nostro sistema percettivo scelga come oggetto di attenzione soltanto gli stimoli pertinenti ed ignori gli altri, fino al momento in cui una trasformazione avvenuta in un particolare stimolo non renda quest’ultimo importante ed utilizzabile. Ma abbiamo tuttavia la prova che persino gli stimoli cui non prestiamo attivamente attenzione lasciano comunque delle tracce nel nostro sistema percettivo, anche se sul momento non siamo in grado di riconoscerli. Ad esempio, a tutti noi è capitato di frequentare, più o meno regolarmente, luoghi affollati. In un luogo affollato, di solito, il fatto che molte persone parlino contemporaneamente fa sì che il “rumore” in sottofondo sia piuttosto alto. Ma, anche in queste situazioni, siamo in grado di portare avanti una conversazione con una o più persone specifiche (a patto, ovviamente, che l’intensità del “brusio” di fondo non sia superiore rispetto a quella della voce di coloro con cui stiamo interloquendo). Lo facciamo focalizzando la nostra attenzione sui suoni emessi dal nostro interlocutore ed ignorando, per quanto possibile, il vociare della folla sullo sfondo. Parliamo, parliamo, poi, tutto d’un tratto, sentiamo pronunciare il nostro nome da qualcuno che sta alle nostre spalle. Pensavamo di non prestare alcuna attenzione alle voci della folla ed invece è bastato che qualcuno pronunciasse una determinata parola per far sì che noi ci voltassimo di scatto. Dunque, il nostro apparato percettivo/sensoriale non si limita a lavorare con quegli stimoli cui noi stiamo dedicando le nostre risorse attentive, ma elabora anche gli stimoli che stiamo pensando di ignorare. A tal proposito, reputo interessante riportare un esperimento raccontato da Ernest Hilgard, Richard e Rita Atkinson in una loro vecchia opera dei primi anni ’70 :
“Informazioni su quanto noi effettivamente registriamo delle conversazioni cui non prestiamo attenzione ci sono fornite da una situazione sperimentale […]. Si presentano al soggetto, mediante cuffie, applicate una all’orecchio destro e una all’orecchio sinistro, due differenti messaggi verbali. Il soggetto non ha difficoltà ad ascoltare uno dei due discorsi, rifiutando l’altro; ed è in grado di focalizzare alternativamente la propria attenzione sull’uno o sull’altro. Se noi gli chiediamo di ripetere ad alta voce il discorso che gli è stato trasmesso all’orecchio destro, egli riesce a farlo adeguatamente anche se il messaggio è continuo; le sue parole sono solo leggermente in ritardo rispetto a quelle che egli sta ascoltando. La sua voce tende ad assumere un’intonazione monotona, senza alcuna inflessione, e probabilmente alla fine del brano il soggetto avrà un’idea molto vaga del suo contenuto, specialmente se l’argomento è complesso. Ma che cosa avviene dell’altro messaggio, al quale egli non presta attenzione? Quante informazioni vengono, nonostante tutto, assimilate. La risposta dipende da una serie di fattori, tra cui è compresa la difficoltà dei messaggi stessi. Se il brano fatto oggetto di attenzione è costituito da una filastrocca familiare, il soggetto recepirà una notevole quantità dell’altro messaggio; se invece il materiale impiegato è più difficile, il soggetto, almeno nella maggior parte dei casi, non terrà a mente nulla del contenuto verbale di quanto gli è stato trasmesso senza che egli vi prestasse attenzione e forse non saprà neppure dire se era in inglese o in tedesco. Ha presente però alcune caratteristiche generali: se si trattava di un messaggio parlato o di una semplice tonalità, se la voce era maschile o femminile, e (ciò almeno accade con alcuni soggetti) se è stato o meno pronunciato il suo nome.
Se si interrompe il soggetto mentre sta ripetendo il messaggio su cui era focalizzata la sua attenzione e gli si chiede di dire immediatamente che cosa gli è stato appena trasmesso all’altro orecchio, sembra che risulti un temporaneo ricordo del messaggio […]. Analogamente, se qualcuno che noi stiamo ascoltando ci rivolge una domanda, subito ci viene fatto di rispondere: «Che cosa ha detto?», ma prima ancora che la domanda venga ripetuta realizziamo improvvisamente quanto ci è stato chiesto.”
Ciò che emerge in maniera chiara da questi esperimenti è che, sebbene la focalizzazione dell’attenzione non ci renda del tutto impermeabili nei confronti degli stimoli che stiamo percependo in maniera non-cosciente, la “qualità” della loro elaborazione risulta essere molto bassa. Di tutti gli stimoli che bombardano i nostri sensi, in sostanza, sono soltanto quelli che i nostri “processi mentali superiori” ci indicano come rilevanti ai fini dei meccanismi psicologici attivi in quel momento a venire selezionati per essere fatti oggetto di attenzione e quindi processati in maniera più rigorosa.