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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per marzo, 2007

MyMoleskine.net

Non c’entra assolutamente nulla con ciò di cui mi sto occupando in questi giorni. Però, da fiero cultore delle Moleskine quale sono, dopo essermi imbattuto in questo sito in maniera quantomeno accidentale, non posso esimermi dal segnalarlo: www.mymoleskine.net.

Se solo l’autore di questi disegni non fosse bagolo…

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Paragrafo 4.7 – Discriminare tra gli input sensoriali: l’emergere di un meccanismo di attenzione selettiva

Lo so, dev’essere la sessantaseiesima volta che parlo di attenzione selettiva negli ultimi cinque mesi. Anche se sono consapevole del fatto che per i lettori disattenti (così, ad occhio, e croce un 99% abbondante del totale), questa sarà una novità. Così come continuerà ad esserlo la sessantasettesima volta che ne parlerò, la sessantottesima, ecc… Vi garantisco però che, per osmosi o per esaurimento, tutti voi diventerete piano piano esperti di attenzione selettiva. Spero più esperti di me, perchè ancora continuo a parlarne come un neofita. A voi, a titolo di esempio, un estratto del paragrafo 4.7 della mia Tesi. In realtà volevo pubblicare la seconda parte di questo paragrafo, ma tra tabelle e formule era un po’ un casino per il povero WordPress. Così, la seconda parte la allego in fondo al post, in comodo formato PDF. Se vi state chiedendo il perchè non abbia fatto un file PDF unico, la risposta è che manca ancora la parte che di collegamento tra le due parti (contorto giro di parole, che sono però sicuro avrete capito).

Un modello come quello che abbiamo appena descritto, pur nella sua semplicità, ci permette di osservare l’emergere di fenomeni estremamente interessanti. Prima di approfondire ciò cui sto facendo riferimento, ritengo sia però necessario aprire una piccola parentesi relativa al modo in cui gli esseri umani percepiscono gli stimoli sensoriali esterni (relativi, pertanto, all’interazione dell’organismo con l’ambiente esterno ed i suoi prodotti) e quelli interni (intesi come provenienti dall’interno del corpo).

Innanzitutto, le nostre percezioni hanno un carattere selettivo. Durante lo svolgimento delle normali attività quotidiane, noi, intesi come esseri umani normodotati, non reagiamo indifferentemente a tutti gli stimoli che ci colpiscono, ma bensì mettiamo a fuoco soltanto alcuni di essi. Tale focalizzazione percettiva prende il nome di “attenzione ”. Attraverso i processi attentivi poniamo il focus su un limitato sottoinsieme degli stimoli potenzialmente percepibili in un dato momento, resistendo così a quelli che ci distraggono, ovvero a quelli che, per il compito che stiamo affrontando in quel dato momento, ci appaiono fuorvianti o comunque superflui. Così come superfluo è il cercare di dimostrare da quale moltitudine di stimoli siamo bombardati in ciascun istante della nostra vita. Chiunque stia leggendo queste righe, ad esempio, si fermi per un attimo e provi a prestare attenzione alla pressione esercitata sulle sue spalle o sul suo collo dal vestito che indossa, oppure cerchi di captare i rumori provenienti dall’ambiente esterno. Si tratta di informazioni sensoriali che, fino a qualche secondo fa, venivano elaborate in maniera del tutto inconsapevole dal vostro cervello. Eppure, la pressione esercitata dalla stoffa appoggiata al proprio corpo, il fragore emesso da una macchina o da un paio di passanti impegnati in una vibrante discussione, sono fenomeni fisici. Assolutamente reali. Ci sono, ora che vi state prestando attenzione, ma esistevano allo stesso modo, seppur in forma leggermente diversa, anche prima. La questione, molto semplicemente, ruota attorno al fatto che le vostre risorse attentive, fino a poco fa, erano focalizzate nel compito di leggere questo paragrafo della mia Tesi e non in uno degli altri task esemplificati qui sopra.

Si può dire che il nostro sistema percettivo scelga come oggetto di attenzione soltanto gli stimoli pertinenti ed ignori gli altri, fino al momento in cui una trasformazione avvenuta in un particolare stimolo non renda quest’ultimo importante ed utilizzabile. Ma abbiamo tuttavia la prova che persino gli stimoli cui non prestiamo attivamente attenzione lasciano comunque delle tracce nel nostro sistema percettivo, anche se sul momento non siamo in grado di riconoscerli. Ad esempio, a tutti noi è capitato di frequentare, più o meno regolarmente, luoghi affollati. In un luogo affollato, di solito, il fatto che molte persone parlino contemporaneamente fa sì che il “rumore” in sottofondo sia piuttosto alto. Ma, anche in queste situazioni, siamo in grado di portare avanti una conversazione con una o più persone specifiche (a patto, ovviamente, che l’intensità del “brusio” di fondo non sia superiore rispetto a quella della voce di coloro con cui stiamo interloquendo). Lo facciamo focalizzando la nostra attenzione sui suoni emessi dal nostro interlocutore ed ignorando, per quanto possibile, il vociare della folla sullo sfondo. Parliamo, parliamo, poi, tutto d’un tratto, sentiamo pronunciare il nostro nome da qualcuno che sta alle nostre spalle. Pensavamo di non prestare alcuna attenzione alle voci della folla ed invece è bastato che qualcuno pronunciasse una determinata parola per far sì che noi ci voltassimo di scatto. Dunque, il nostro apparato percettivo/sensoriale non si limita a lavorare con quegli stimoli cui noi stiamo dedicando le nostre risorse attentive, ma elabora anche gli stimoli che stiamo pensando di ignorare. A tal proposito, reputo interessante riportare un esperimento raccontato da Ernest Hilgard, Richard e Rita Atkinson in una loro vecchia opera dei primi anni ’70 :

“Informazioni su quanto noi effettivamente registriamo delle conversazioni cui non prestiamo attenzione ci sono fornite da una situazione sperimentale […]. Si presentano al soggetto, mediante cuffie, applicate una all’orecchio destro e una all’orecchio sinistro, due differenti messaggi verbali. Il soggetto non ha difficoltà ad ascoltare uno dei due discorsi, rifiutando l’altro; ed è in grado di focalizzare alternativamente la propria attenzione sull’uno o sull’altro. Se noi gli chiediamo di ripetere ad alta voce il discorso che gli è stato trasmesso all’orecchio destro, egli riesce a farlo adeguatamente anche se il messaggio è continuo; le sue parole sono solo leggermente in ritardo rispetto a quelle che egli sta ascoltando. La sua voce tende ad assumere un’intonazione monotona, senza alcuna inflessione, e probabilmente alla fine del brano il soggetto avrà un’idea molto vaga del suo contenuto, specialmente se l’argomento è complesso. Ma che cosa avviene dell’altro messaggio, al quale egli non presta attenzione? Quante informazioni vengono, nonostante tutto, assimilate. La risposta dipende da una serie di fattori, tra cui è compresa la difficoltà dei messaggi stessi. Se il brano fatto oggetto di attenzione è costituito da una filastrocca familiare, il soggetto recepirà una notevole quantità dell’altro messaggio; se invece il materiale impiegato è più difficile, il soggetto, almeno nella maggior parte dei casi, non terrà a mente nulla del contenuto verbale di quanto gli è stato trasmesso senza che egli vi prestasse attenzione e forse non saprà neppure dire se era in inglese o in tedesco. Ha presente però alcune caratteristiche generali: se si trattava di un messaggio parlato o di una semplice tonalità, se la voce era maschile o femminile, e (ciò almeno accade con alcuni soggetti) se è stato o meno pronunciato il suo nome.
Se si interrompe il soggetto mentre sta ripetendo il messaggio su cui era focalizzata la sua attenzione e gli si chiede di dire immediatamente che cosa gli è stato appena trasmesso all’altro orecchio, sembra che risulti un temporaneo ricordo del messaggio […]. Analogamente, se qualcuno che noi stiamo ascoltando ci rivolge una domanda, subito ci viene fatto di rispondere: «Che cosa ha detto?», ma prima ancora che la domanda venga ripetuta realizziamo improvvisamente quanto ci è stato chiesto.”

Ciò che emerge in maniera chiara da questi esperimenti è che, sebbene la focalizzazione dell’attenzione non ci renda del tutto impermeabili nei confronti degli stimoli che stiamo percependo in maniera non-cosciente, la “qualità” della loro elaborazione risulta essere molto bassa. Di tutti gli stimoli che bombardano i nostri sensi, in sostanza, sono soltanto quelli che i nostri “processi mentali superiori” ci indicano come rilevanti ai fini dei meccanismi psicologici attivi in quel momento a venire selezionati per essere fatti oggetto di attenzione e quindi processati in maniera più rigorosa.

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Formalità burocratiche espletate

Finalmente finita tutta la burocrazia pre-Laurea. Con gli ultimi documenti fatti firmare questa mattina e consegnati nel pomeriggio, ora non mi rimane altro che ultimare la compilazione della Tesi (detto niente…). Termine ultimo di consegna (ma fortemente deprecated dalla presidenza di Facoltà): 10 aprile. Termine di consegna (altrettanto fortemente) consigliato: 6 aprile.

Ho depositato anche il titolo del mio lavoro. Dopo ore di sbattimento spese alla ricerca di un titolo adatto, alla fine mi sono buttato su un: “La motivazione come determinante del comportamento di organismi artificiali: una simulazione di Artificial Life“.

Contestualmente, e dopo una lunga agonia, su Esse3 hanno finalmente deciso di completare l’aggiornamento del mio libretto elettronico, di cui allego uno screenshot:

Screenshot del mio libretto su Esse3

Bello, vederlo tutto finito. La statistica dice:

  • Media voto: 28.933
  • Media voto ponderata in base ai crediti: 28.772
  • Media voto (in centodecimi): 105.497 (credo arrotondato per eccesso a 106)
  • Punti aggiuntivi a disposizione per la Tesi: da 2 a 9
  • Voto previsto: per il 110 dovrei farcela, speriamo nella lode

Abbondo di 8 crediti. Alla luce dei fatti, avrei potuto evitare di dare l’opzionale di Psicologia Sociale, che tra l’altro mi abbassa un pochino la media. Ma ormai è andata ed anche quello farà media.

Le varie tessere del complesso (e non poteva essere altrimenti) puzzle della mia carriera universitaria in quel di Reggio Emilia si stanno pian piano componendo a formare il disegno finale.

Dai che ce la facciamo…

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Quando ti accorgi che i risultati che hai sono ESATTAMENTE il contrario di ciò che dovrebbero in realtà essere…

… decisamente non sono dei bei momenti, garantisco. Fioccano parolacce, imprecazioni che per qualche minuto devono anche apparire gradevoli alle orecchie di un ipotetico ascoltatore. Accendi una sigaretta, la annienti nel giro di un paio di minuti e continui a guardare il monitor. Cerchi di rifare da capo tutto il procedimento che ti ha portato ad ottenere quei risultati così fottutamente incongrui con il discorso che stavi elaborando e ti accorgi che, per la prima volta in vita tua, non avevi sbagliato assolutamente nulla.

E’ a quel punto che le simpatiche parolacce si traducono in roboanti bestemmie. Lo smisurato orgoglio che nutrivi fino a qualche mezzoretta prima, dovuto all’aver partorito le prime due formule matematiche della tua vita (ed esserti accorto che, quello che non sei riuscito a spiegare in una pagina, rigorosamente ad interlinea doppia, è perfettamente comprensibile con una formuletta idiota da mezza riga), è soltanto un pallido ricordo.

Di fronte a te rimane solo quella fottuta tabella che tanti sacrifici ti è costata e che ti sembrava essere una delle cose più fiche di tutta la Tesi:

La maledetta tabella

Ma è possibile che i risultati siano ESATTAMENTE il contrario di quelli che ti aspettavi? O, perlomeno, di quelli che ti sarebbe piaciuto veramente tanto fossero venuti fuori?

Per la cronaca, la tabella in questione è relativa al meccanismo di attenzione selettiva. Volevi dimostrare, cosa che ti sembrava anche abbastanza ovvia, che gli organismi della tua simulazione imparano ad ignorare l’input sensoriale relativo al cibo, in misura tanto maggiore quanto più il predatore è loro vicino. La tabella dice l’esatto contrario.

Allora ti viene un dubbio. “Vuoi vedere che c’è un qualche marone nel codice?”, mormori tra te e te. Apri XCode e ti metti a spulciare le ormai incomprensibili istruzioni scritte qualche mese fa. E scopri l’errore. Righe 360 e 361 del main.cpp. “Fanculo a me e a quando ho deciso di cambiare la codifica dell’input”, urli, questa volta con voce tonante, per essere sicuro di aver sentito. E soprattutto di aver capito. Sistemi il codice, uploadi tutto sul cluster dell’ISTC, dentro alla tua home, compili, metti in coda d’esecuzione il processo e te ne vai a nanna. Perchè domattina devi essere a tutti i costi in Facoltà in mattinata. E non puoi fare come oggi, che ti sei svegliato alle 3.15 di pomeriggio, ignorando (ancora una volta, ecco il meccanismo di attenzione selettiva) pari pari la sveglia. Prima, però, compi il tuo dovere istituzionale e ti sfoghi sul blog.

Malgrado tutto, vedo la luce in fondo al tunnel della mia Tesi. Speriamo solo che la realtà, ancora una volta, non sia il contrario di quello che mi aspetto. Speriamo non sia la luce di un treno che mi corre incontro…

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L’oceano della verità

“Non so come il mondo potrà giudicarmi, ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia e di essermi divertito a trovare, ogni tanto, un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l’oceano della verità giaceva insondato davanti a me” (Isaac Newton)

Conchiglia in riva all’Oceano

No, niente. Solo per dire che ho finalmente trovato la citazione colta da inserire in apertura di Tesi…

Per la cronaca, la foto è tratta da SmugMug.com.

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