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Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Fight or flight

In natura, lo star fermi, immobilizzandosi di fronte ad un pericolo o comunque in presenza di una situazione stressante, è un comportamento dall’alto valore adattivo. E ciò è confermato dal fatto che si tratta ancora oggi di una tra le più comuni reazioni istintive adottate dalla maggior parte delle specie animali, ivi compreso l’uomo. La “freeze response” ha tuttavia riscosso poca attenzione da parte degli scienziati nel corso del secolo appena trascorso. La colpa di ciò è da attribuire al fatto che a farla da padrone, fin dall’anno della sua formulazione originale ad opera di Walter Cannon, è stato il modello di risposta identificato come “fight or flight” (detto talvolta anche “acute stress response”). Di fronte ad un pericolo, ad un’immediata minaccia per la sopravvivenza, gli esseri umani reagiscono con una “scarica” ormonale: medulla oblongata e ghiandole surrenali liberano nell’organismo adrenalina e noradrenalina. Tali ormoni provocano l’aumento del battito cardiaco (e, di conseguenza, della pressione sanguigna), l’accelerazione della frequenza respiratoria, una restrizione dei vasi sanguigni periferici (vasospasmi), il dilatamento delle pupille, il “rizzarsi” dei peli, e, più in generale, la dilatazione delle arterie dei muscoli volontari (così come accade a quelle cardiache), la quale permette l’afflusso di un maggior quantitativo di sangue a tali tessuti. L’attività neurale all’interno del locus ceruleus, che in condizioni “normali” è ridotta al minimo, si intensifica in maniera decisa, ponendo l’individuo in uno stato di allerta. Se la percezione dello stimolo potenzialmente pericoloso, poi, si protrae per alcuni secondi, il locus ceruleus provvede ad attivare anche la divisione simpatica del sistema nervoso autonomo, con effetti che si manifestano principalmente sulla peristalsi ed a livello del fegato (il quale rilascia le sue riserve di glucosio, in maniera tale da rendere disponibile alle cellule dell’organismo una fonte di energia facilmente e rapidamente utilizzabile). Tutte condizioni, quelle elencate, che secondo Cannon preparano l’organismo all’esecuzione di un compito altamente dispendioso in termini energetici. Il combattimento (fight), oppure la fuga (flight).

Fight or flight

Tutti gli effetti fisiologici appena descritti dovrebbero esserci familiari. Chi di noi non è mai “sbiancato” o non ha mai provato i “sudori freddi” o la “pelle d’oca”? Si tratta degli effetti descritti qui sopra, raccontati con il lessico della lingua parlata quotidiana. Il pallore del viso, infatti, altro non è se non l’effetto più manifesto della restrizione dei vasi sanguigni periferici innescata dalla sovrabbondante produzione di adrenalina e noradrenalina. I sudori freddi, a loro volta, derivano da questo effetto vasocostringente, anche se ad essere freddo non è in realtà il sudore, che pur aumenta in quanto ad emissione, ma bensì la cute, a causa della limitata affluenza sanguigna. La pelle d’oca si ha invece quando il “meccanismo di emergenza” cerca di attivare il rizzarsi dei peli del corpo. Per quest’ultimo fenomeno può non essere del tutto evidente il valore adattivo, soprattutto se pensiamo esclusivamente agli esseri umani di oggi, pressoché glabri. Ma il corpo dei nostri antenati era ricoperto di peli in misura molto maggiore rispetto al nostro. Il loro rizzarsi poteva conferire all’intera figura un aspetto più imponente. In altre parole, poteva far sembrare l’individuo molto più grande, e dunque pericoloso, di quanto in realtà non fosse.

E’ interessante notare come la reazione di fight or flight sia presente negli esseri umani ancor oggi, nonostante molto difficilmente una “persona media” (e ciò vale in particolar modo per coloro che hanno la fortuna di abitare nel cosiddetto mondo Occidentale) possa trovarsi di fronte a situazioni talmente minacciose da richiedere effettivamente l’impiego di un tale meccanismo. Le situazioni stressanti, al giorno d’oggi, sono altre. Ma i meccanismi neuro-fisiologici deputati a gestirle rimangono gli stessi. Ad esempio, chi tra noi si è trovato a dover tenere in pubblico un importante discorso senza essere abituato a svolgere tal genere di compito, ricorderà benissimo il suo cuore battere all’impazzata, la sudorazione fredda e fuori controllo, ecc… Tutti effetti tipici della risposta di fight or flight.

Nel corso degli ultimi anni, diversi ricercatori si sono cimentati nell’impresa di estendere la teoria del fight or flight elaborata da Cannon, ritenendo quest’ultima eccessivamente generica. Uno dei tentativi più riusciti è sicuramente quello ad opera di Jeffrey A. Gray, che in un libro scritto nella seconda metà degli anni ’80 ha proposto un’articolazione più dettagliata della risposta d’emergenza degli organismi viventi, suddivisa in quattro fasi distinte e che può essere sintetizzata nella frase “freeze, flight, fight or fright”. La prima fase, quella del “freeze” (o “freezing”), corrisponde a ciò cui si fa generalmente riferimento con il termine di “iper-vigilanza”. Essa consiste innanzitutto nell’immobilizzazione da parte dell’organismo, che si pone in una condizione di “stop, look and listen”. Il valore adattivo di un tale comportamento è stato ampiamente dimostrato. Studi specifici di carattere etologico hanno infatti evidenziato come un organismo che si immobilizzi di fronte al comparire di una minaccia abbia minori probabilità di essere scoperto rispetto ad un conspecifico che continua imperterrito a muoversi. Questo, soprattutto, perché sia la retina che la corteccia visuale dei mammiferi carnivori risultano essere molto più efficaci nell’individuare un movimento piuttosto che una caratteristica visiva “fissa”, quale potrebbe essere ad esempio un colore.

Nella sua teoria, Gray ha poi invertito i concetti di fight e flight, ipotizzando che quest’ultimo abbia la precedenza sul primo , ed introdotto come ultima fase della risposta di emergenza il “fright”, altresì detto “immobilità tonica”. Mediante il ricorso al fright, che i primi studi etologici identificavano più semplicemente come “il fingersi morto”, gli organismi viventi impegnati a condurre uno scontro fisico che li vede soccombere, possono immobilizzarsi, dando l’impressione, all’avversario di essere già morti. Questo, forte di tale convinzione, potrebbe così allentare la presa sulla sua preda, dando a quest’ultima la possibilità di fuggire.

Per saperne di più:

Commenti

  1. Anonimo
    settembre 26th, 2007 | 15:32

    spiegazione semplice e soddisfacente…grazie!

  2. settembre 26th, 2007 | 15:39

    Merito del disegno rubacchiato su Internet… ;-)

  3. francesca
    novembre 26th, 2007 | 20:33

    ciao! mi interessa moltissimo la teoria di Gray che tu hai spiegato benissimo,ma vorrei approfondirla
    sai dove posso trovare materiale?

  4. novembre 26th, 2007 | 23:34

    Io non l’ho letto (per la Tesi mi sono basato su alcuni estratti trovati in altri libri), però non posso che suggerirti il volume in cui Gray propone la sua teoria: http://www.amazon.com/Psychology-Stress-Problems-Behavioural-Sciences/dp/0521270987

  5. alessandro
    luglio 14th, 2008 | 21:59

    sto preparando un esame di biochimica e per la parte rguardante gli ormoni mi è servita questa spiegazione, ovviamente solo per farmi un’idea sulla quale poi approfondire! però utile e interessante -quanto meno per cultura generale.
    grazie!

  6. marzo 13th, 2011 | 17:07

    Segnalo se può interessare che su questo fenomeno è stato anche pubblicato il volume “Ipnosi animale, immobilità tonica e basi biologiche di trauma e dissociazione” che tratta sia il tema delle reazioni difensive che portano all’immobilità negli animali sia di equivalenti fenomeni negli esseri umani. Ne sono autori Carlo Alfredo Clerici e Laura Veneroni dell’Università Statale di Milano, con i contributi di Cesare Albasi e Concetta Feo. La prefazione è di Marco Poli. Editrice Aracne, Roma 2011.

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