27 aprile 2007
Il fallimento dell’intelligenza. Teoria e pratica della stupidità
Ebbene sì. Nonostante il mio DS abbia drasticamente ridotto l’ammontare del mio tempo dedicato alla lettura (nel cambio, culturalmente, non ci ho di sicuro guadagnato… ma in un periodo di pseudo-relax come questo, ben venga anche qualche momento ludico), sono riuscito a dedicarmi alle ultime 50 paginette di un libro cui avevo già accennato qualche tempo fa: “Il fallimento dell’intelligenza. Teoria e pratica della stupidità”

La prima parte del volume, dedicata alla presentazione di una sorta di teoria modulare dell’intelligenza, focalizzata soprattutto su un’analisi dei motivi per i quali essa talvolta “fallisce”, non mi aveva particolarmente impressionato. Al contrario, la trovavo molto lacunosa. Molto filosofica e ben poco “neuro”, per quanto l’autore volesse far credere l’opposto. Le pagine seguenti, invece, e soprattutto il capitolo conclusivo dedicato all’intelligenza sociale, sono state davvero una bella sorpresa. Al punto che mi sento di consigliare caldamente la lettura dell’opera di questo José Antonio Marina. Ed al punto che mi permetto di citare un paragrafo, il quale mi ha aperto gli occhi sulla mia condizione di “procastinatore”:
La procastinazione. Per mettere a tacere i puristi, chiarisco subito che si dovrebbe dire “procrastinazione”, ma nella mia lingua questa successione di “r” suona proprio male. Sebbene non sia particolarmente bello, dovremmo recuperare il termine “procastinaciòn”, preso dall’inglese nonostante abbia un’origine latina e ormai sparito dai dizionari, poiché designa un fenomeno diffusissimo. Ricordiamo che significa “lasciare qualcosa per domani”. In spagnolo abbiamo due parole simili: postergar, “posporre”, ossia “interrompere qualcosa per farlo più tardi o dopo un’altra cosa che nell’ordine normale dovrebbe precedere”, e diferir, “differire”, ossia “non fare qualcosa nel momento in cui si era pensato, ma lasciarlo per dopo”.
Entrambi i significati sono molto vicini a quello della parola inglese, ma non mi sembrano suoi sinonimi. La procastinazione non è un semplice rinvio, né un rifiuto di fare qualcosa. Senza dubbio è indolenza, ma accompagnata da tattiche dilatorie. Il procastinatore prende la ferma decisione di fare una cosa l’indomani, decisione che verrà rimandata con identica determinazione il giorno successivo. Ha quindi una forte volontà di agire nel futuro, ma è una volontà debole per il presente, come se rilasciasse a se stesso un tagliando con scadenza rinnovabile. Una compiacente voce interiore gli dice che rinascerà trasformato da questa notte di proroghe, dotato di energie straordinarie che gli renderanno tutto più facile. Chi può negare che sia meglio affrontare un compito sentendosi traboccare di forza? In genere il procastinatore è un posticipatore riflessivo, capace di trovare argomenti più che validi – almeno secondo lui – per i quali è consigliabile rimandare l’azione. Vi sottoporrò a un rapido test per verificare se fate parte anche voi della categoria:
- Vi capita spesso di pagare commissioni o penali per assegni scoperti, pagamenti avvenuti in ritardo, fatture o tasse saldate oltre la scadenza?
- Vi succede troppe volte di rimanere per strada perché aspettate di arrivare al distributore successivo per fare benzina, magari con la scusa che è meglio illuminato?
- Sapete di dover riordinare la scrivania, ma continuate a ripetervi che, data l’importanza del compito, sia meglio aspettare il lunedì o le vacanze per poterlo fare con la dovuta cura?
- Quando finalmente vi decidete a farlo, vi limitate a cambiare la disposizione delle pile di carte?
- Lasciate accumulare la posta, e per la vergogna prendete decisioni che ostacolano ulteriormente il compito di evaderla? Per esempio, ciò che avreste potuto risolvere con una nota di poche righe adesso richiede una lunga lettera, che rimandate al compleanno del destinatario per poterla inviare con un regalo. Poiché non fate nemmeno questo, decidete di sostituirla con una visita, in occasione della quale consegnerete il regalo di persona. Ma a quel punto vi sembra più logico aspettare di tornare da un viaggio per avere la scusa di averlo comprato all’estero, e così via.
- Vi succede spesso di sopportare disagi quotidiani perchè non avete riparato un guasto, cambiato il televisore o comprato un cacciavite più grande?
- Avete l’abitudine di rimandare di fare qualcosa perché manca un dettaglio che al momento vi sembra imprescindibile? Esempio: avete solo una biro a punta fine, mentre a voi piacciono quelle a punta spessa, e siete convinti che con con quella non riuscirete a combinare niente. Così decidete di scrivere la lettera in seguito, quando avrete trovato la penna giusta.
- Preparate lo scenario dell’azione con tanta minuzia che alla fine non vi rimane il tempo per agire?
- Pensate che una cosa non debba essere fatta se non può essere svolta alla perfezione?
Nel divertentissimo libro di Rita Emmett, “L’arte di non rinviare”, l’autrice enuncia un’irrefutabile “Legge di Emmett”: “La paura di svolgere un compito fa sprecare più tempo ed energia che non svolgere il compito stesso”. Bisogna puntualizzare che il vero procastinatore non rimanda l’azione perché penosa o sgradevole (di solito lo è poco più di ciò cui si sta dedicando al momento), e la cosa curiosa è che quando si riesce a liberarsi di questo genere di “dipendenza al domani” si sta da dio. Se si decide di impiegare la prima mezz’ora di lavoro per rispondere a tutte le lettere, si otterrà una serenità invidiabile per il resto del giorno.
C’è un altro elemento che facilita questa tendenza a rimandare, ed è relazionato alla percezione del tempo: chi lo fa in genere pensa che un’azione prenderà più tempo di quanto in realtà richiede, che non vale la pena iniziare una cosa se non la si può finire tutta d’un fiato, che poco tempo significa niente. Queste persone trattano il tempo all’ingrosso, quando di fatto lo viviamo al dettaglio. Gregorio Maranon si definiva uno “straccivendolo del tempo”: in effetti ci sono scampoli, spazi di tempo fra un’occupazione e l’altra, simili agli spazi vuoti nelle casse delle bottiglie, che il procastinatore spreca.


