Giornata di celebrazioni, oggi, per il 25esimo anniversario della guerra delle Falklands. Parata militare. Tv, radio e giornali che fanno a gara per contendersi i “reduci”. Allegri quarantenni con la pancetta d’ordinanza, che se la ridono di gusto nel tentare (invero piuttosto goffamente) di marciare a ritmo e che, di fronte a giornalisti che li incalzano cercando di carpire qualche dichiarazione strappalacrime, al più si lasciano sfuggire qualcosa che suona come: “è stata un’esperienza importante della mia vita”. Mentre la povera Tatcher, la lady di ferro, se la piange.
Ma cos’è stata davvero la guerra delle Falklands? Questa volta niente Wikipedia. Oggi mi sento piuttosto importante e pertanto mi autocito. Dal mio solito “Da Pearl Harbor alle Twin Towers: gli Stati Uniti e la propaganda mediatica in tempo di guerra“, purtroppo fallito tentativo di una mia personalissima opera omnia di carattere storico/disinformazionistico.

Da un punto di vista propagandistico, lo sbarco dei 7000 marines statunitensi a Grenada fu una doppia vittoria. Non solo perchè, come abbiamo appena sottolineato, essa fu l’ennesima dimostrazione del fatto che una campagna “pubblicitaria” ben orchestrata fosse in grado di assicurare ad un esercito invasore l’indispensabile appoggio dell’opinione pubblica. Ma anche perchè la ferrea opposizione dell’Inghilterra tatcheriana all’intervento militare americano sancì la definitiva affermazione (qualora, dopo la crisi di Suez, ci fosse stato realmente bisogno di un’ulteriore prova di forza) degli Stati Uniti quale incontrastata potenza egemone all’interno della NATO.
L’aperta contrarietà di Margaret Tatcher alla campagna reaganiana di Grenada fu uno dei rarissimi momenti di conflitto tra i governi conservatori inglese e statunitense. In generale, tuttavia, gli attriti tra i membri dell’alleanza atlantica non mancavano. Se i membri del Patto Atlantico, forti dell’impegno comune preso contro il fronte sovietico, non sarebbero mai scesi in guerra tra di loro, non si può certo dire che essi non conducessero una parallela guerra intestina, di carattere esclusivamente propagandistico. Obiettivo di quella che, con una piccola forzatura, potremmo definire una piccola “guerra fredda” (perché “calda” non sarebbe mai potuta diventare) era dimostrare al mondo (sia ai propri alleati, sia ai Paesi del Patto di Varsavia) chi realmente conduceva le danze all’interno della NATO.
E’ in quest’ottica che si spiega perfettamente la guerra delle Falkland/Malvinas, straordinario successo propagandistico inglese, datato 1982. Quando il presidente argentino, il generale Leopoldo Galtieri diede l’ordine di invadere le Falkland, il 2 aprile 1982, la reazione inglese fu vibrante. Se gli americani, a Panama, avevano dimostrato al mondo di poter rovesciare in pochi giorni un qualsiasi governo, ora al potere tatcheriano si presentoò l’occasione di poter rispondere al colpo subito, trasmettendo sulle televisioni di tutto il mondo il tremendo spettacolo di fuoco offerto dalla sua Marina militare.
Per catturare il consenso dell’opinione pubblica, il governo conservatore inglese si attenne ad un principio semplice: il territorio britannico era stato invaso e la guerra era quindi inevitabile. Come osserva argutamente Francesco Montanari:
“La guerra delle Falkland fu definita fin dall’inizio come totale. Benchè la posizione inglese fosse discutibile (le Falkland erano un residuo coloniale come Hong Kong, di cui si stava già trattando il ritorno alla Cina), il governo descrisse la situazione come se gli argentini avessero invaso Piccadilly Circus.”
L’Inghilterra fu agevolata nel suo compito propagandistico da una serie di fattori: innanzitutto si trattava di un’operazione navale, che si svolgeva nel Sud Atlantico, a 8000 miglia dalle coste inglesi. I giornalisti erano totalmente dipendenti dai militari per avere il permesso di imbarcarsi, per avere il permesso di scrivere, per ottenere il privilegio di trasmettere. I cronisti dovevano anche portare le munizioni perchè, dicevano i militari: “Noi non trasportiamo passeggeri”. Inevitabile dunque che gli inviati dei giornali, quando non impauriti dall’idea di essere controllati, fossero comunque inconsapevolmente portati ad osservare le cose da un certo punto di vista: quello dell’esercito, che stava combattendo una guerra per una giusta causa. Ed essendo questi giornalisti l’unico “ponte” tra le coste dell’oceano ed i salotti delle case inglesi, è ovvio come essi riuscirono facilmente a diffondere nel loro Paese la stessa convinzione dei militari.
David Norris, ad esempio, inviato di guerra per conto del “Daily Mail”, racconta:
“Non scrissi una sola parola che fosse contro l’operazione inglese, sentivo che questo era il mio dovere. Si trattava del mio paese. Avevo le mie idee sul fatto che l’intera faccenda fosse davvero necessaria, e penso che certamente avrebbe potuto essere evitata [...], ma, una volta iniziata, penso che non ci fosse scelta e che si dovesse sospendere ogni imparzialità perchè si trattava di una questione di vita o di morte.”
La vittoria inglese fu schiacciante. Il ristabilimento degli equilibri politici interni alla NATO, dopo lo scostamento dovuto alla crisi di Suez, era completo. La campagna militare per la riconquista dell’isola occupata dalle truppe argentine, infatti, non fu altro se non la tardiva risposta inglese alla bruciante delusione patita nel corso del 1956.