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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per giugno, 2007

Bioloid and Antworks: what may they do together?

State pensando di farmi un regalo? Immagino di no. D’altronde non ce n’è alcun motivo. Però, nel caso improbabile che qualcuno di voi stesse veramente pensando a regalarmi qualcosa, propongo qualche suggerimento. Ok, era solo un modo per scrivere il cappello introduttivo a questo post. Ogni tanto mi chiedo perchè non posso scrivere come tutti i bloggatori di questo mondo, fregandomene di forma, grammatica, ecc… La risposta temo sia molto semplice: non ce la faccio. Dunque evito di pormi la domanda. Ma in maniera comunque brutale presento le cose di cui mi sono innamorato oggi.

Prima di tutto questo kit, dal formato altamente maneggevole e che in quanto tale potete infilare nel vostro carrello della spesa durante una qualsiasi sessione di shopping. L’importante è che il residuo della vostra carta di credito sia di almeno 800 dollari. Eh sì, perchè tanto costa il “Bioloid – Robotic Construction Kit“, una versione un po’ più fica e professionale, almeno all’apparenza, del mio fido Mindstorms NXT (che mi sta iniziando a mancare, lo ammetto… appena torno in Italia è la prima cosa che infilo in valigia, lo giuro!).

Bioloid

L’ho visto oggi mentre ero di passaggio nel laboratorio dei Robofootballatori (a proposito, Joerg e consorte, due dei miei compagni di ufficio, in questo momento sono a San Francisco, per una specie di coppa del mondo dei loro cosi) e me ne sono immediatamente innamorato. Anche se non sono cose che fanno per me. La prossima vita rinasco ingegnere, promesso. La prossima, però. In questo sono stra-felice del mio titolo da laureato atipico, difficile da spiegare in Italia, figuratevi qui…

Laureato atipico, dicevo. Ma facilmente inquadrabile nella categoria geek. E cosa ci sforna allora il meraviglioso ThinkGeek.com? Nientepopodimeno che lui: “Antworks – Space Age Ant Habitat“. Come dice il nome stesso si tratta una vaschettina trasparente, piena di gel (nutriente), dove far crescere una piccola colonia di formiche. Ed ammirarla mentre scava un reticolo di cunicoli, raccoglie cibo (cioè il succitato gel), litiga, ecc… Visto anche il prezzo non troppo proibitivo, questa non c’è bisogno che me la regaliate voi. Me la compro io col prossimo stipendio, tiè.

Antworks

Ah, quasi dimenticavo. Per chiudere degnamente questo post consumistico, potevo non sottolineare che da oggi ho una nuova wishlist su Amazon?

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Numenta

Approfitto di questo per rilanciare l’ottima segnalazione di un non meglio precisato “Folletto Malefico”, relativa a Numenta.

Numenta

Si tratta di un software, sviluppato da Jeff Hawkins (il tizio di cui parlavo nel post sul libro “On Intelligence”) e soci, per dare un lato per così dire applicativo alla sua teoria della “Hierarchical Temporal Memory” (HTM). Consiglio senza pudore alcuno di visionare il filmato proposto qui sotto:

Altra voce da aggiungere alla mia sempre più interminabile to do list: “Studiacchiare un pochino Numenta”.

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Falklands War

Giornata di celebrazioni, oggi, per il 25esimo anniversario della guerra delle Falklands. Parata militare. Tv, radio e giornali che fanno a gara per contendersi i “reduci”. Allegri quarantenni con la pancetta d’ordinanza, che se la ridono di gusto nel tentare (invero piuttosto goffamente) di marciare a ritmo e che, di fronte a giornalisti che li incalzano cercando di carpire qualche dichiarazione strappalacrime, al più si lasciano sfuggire qualcosa che suona come: “è stata un’esperienza importante della mia vita”. Mentre la povera Tatcher, la lady di ferro, se la piange.

Ma cos’è stata davvero la guerra delle Falklands? Questa volta niente Wikipedia. Oggi mi sento piuttosto importante e pertanto mi autocito. Dal mio solito “Da Pearl Harbor alle Twin Towers: gli Stati Uniti e la propaganda mediatica in tempo di guerra“, purtroppo fallito tentativo di una mia personalissima opera omnia di carattere storico/disinformazionistico.

Falklands War (Time’s cover page)

Da un punto di vista propagandistico, lo sbarco dei 7000 marines statunitensi a Grenada fu una doppia vittoria. Non solo perchè, come abbiamo appena sottolineato, essa fu l’ennesima dimostrazione del fatto che una campagna “pubblicitaria” ben orchestrata fosse in grado di assicurare ad un esercito invasore l’indispensabile appoggio dell’opinione pubblica. Ma anche perchè la ferrea opposizione dell’Inghilterra tatcheriana all’intervento militare americano sancì la definitiva affermazione (qualora, dopo la crisi di Suez, ci fosse stato realmente bisogno di un’ulteriore prova di forza) degli Stati Uniti quale incontrastata potenza egemone all’interno della NATO.

L’aperta contrarietà di Margaret Tatcher alla campagna reaganiana di Grenada fu uno dei rarissimi momenti di conflitto tra i governi conservatori inglese e statunitense. In generale, tuttavia, gli attriti tra i membri dell’alleanza atlantica non mancavano. Se i membri del Patto Atlantico, forti dell’impegno comune preso contro il fronte sovietico, non sarebbero mai scesi in guerra tra di loro, non si può certo dire che essi non conducessero una parallela guerra intestina, di carattere esclusivamente propagandistico. Obiettivo di quella che, con una piccola forzatura, potremmo definire una piccola “guerra fredda” (perché “calda” non sarebbe mai potuta diventare) era dimostrare al mondo (sia ai propri alleati, sia ai Paesi del Patto di Varsavia) chi realmente conduceva le danze all’interno della NATO.

E’ in quest’ottica che si spiega perfettamente la guerra delle Falkland/Malvinas, straordinario successo propagandistico inglese, datato 1982. Quando il presidente argentino, il generale Leopoldo Galtieri diede l’ordine di invadere le Falkland, il 2 aprile 1982, la reazione inglese fu vibrante. Se gli americani, a Panama, avevano dimostrato al mondo di poter rovesciare in pochi giorni un qualsiasi governo, ora al potere tatcheriano si presentoò l’occasione di poter rispondere al colpo subito, trasmettendo sulle televisioni di tutto il mondo il tremendo spettacolo di fuoco offerto dalla sua Marina militare.

Per catturare il consenso dell’opinione pubblica, il governo conservatore inglese si attenne ad un principio semplice: il territorio britannico era stato invaso e la guerra era quindi inevitabile. Come osserva argutamente Francesco Montanari:

La guerra delle Falkland fu definita fin dall’inizio come totale. Benchè la posizione inglese fosse discutibile (le Falkland erano un residuo coloniale come Hong Kong, di cui si stava già trattando il ritorno alla Cina), il governo descrisse la situazione come se gli argentini avessero invaso Piccadilly Circus.

L’Inghilterra fu agevolata nel suo compito propagandistico da una serie di fattori: innanzitutto si trattava di un’operazione navale, che si svolgeva nel Sud Atlantico, a 8000 miglia dalle coste inglesi. I giornalisti erano totalmente dipendenti dai militari per avere il permesso di imbarcarsi, per avere il permesso di scrivere, per ottenere il privilegio di trasmettere. I cronisti dovevano anche portare le munizioni perchè, dicevano i militari: “Noi non trasportiamo passeggeri”. Inevitabile dunque che gli inviati dei giornali, quando non impauriti dall’idea di essere controllati, fossero comunque inconsapevolmente portati ad osservare le cose da un certo punto di vista: quello dell’esercito, che stava combattendo una guerra per una giusta causa. Ed essendo questi giornalisti l’unico “ponte” tra le coste dell’oceano ed i salotti delle case inglesi, è ovvio come essi riuscirono facilmente a diffondere nel loro Paese la stessa convinzione dei militari.

David Norris, ad esempio, inviato di guerra per conto del “Daily Mail”, racconta:

Non scrissi una sola parola che fosse contro l’operazione inglese, sentivo che questo era il mio dovere. Si trattava del mio paese. Avevo le mie idee sul fatto che l’intera faccenda fosse davvero necessaria, e penso che certamente avrebbe potuto essere evitata [...], ma, una volta iniziata, penso che non ci fosse scelta e che si dovesse sospendere ogni imparzialità perchè si trattava di una questione di vita o di morte.

La vittoria inglese fu schiacciante. Il ristabilimento degli equilibri politici interni alla NATO, dopo lo scostamento dovuto alla crisi di Suez, era completo. La campagna militare per la riconquista dell’isola occupata dalle truppe argentine, infatti, non fu altro se non la tardiva risposta inglese alla bruciante delusione patita nel corso del 1956.

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Freeview

Uhm… e questo chi è?

Digital set top box

Ma sì, è proprio lui. Uno dei, in Italia tanto bistrattati, ricevitori per il digitale terrestre. Che qui in UK è pressochè un’istituzione. Non fosse altro per il fatto che senza di lui si beccano giusto cinque canali. E che, soprattutto la sera, rimane veramente poco da vedere. Pagato giusto 19 sterline (più 5 per un cavo scart, ladri maledetti…), montato ed immediatamente funzionante. Appena acceso mi sono sentito come un bambino. Guide tv, televideo ultra-fichi, telegiornali che ti dicono di premere il tasto rosso per leggere due o tre idiozie aggiuntive sullo schermo (sì, come il TG5 mi pare di ricordare). Per me, da tempo portatore di un odio viscerale nei confronti dello strumento televisivo (che le letture di Orwell c’entrino qualcosa? A proposito, aspetto da Amazon un suo libro…), è stata tutta una novità. Piacevole, anzicheno!

Freeview channels

Ho passato n ore (con n tendente alla doppia cifra) in compagnia di UKTV History, con raffica di documentari sulla seconda guerra mondiale. Poi Simpsons, Futurama, le qualifiche della Formula 1, il compleanno della Regina (sì scriverà maiuscolo? Boh, meglio non pensarci su troppo, che se dovessi esprimere i miei pensieri a riguardo dela famiglia reale mi ricaccerebbero in patria all’istante). Gran finale con American Psycho, gustato direttamente da sotto le coperte. Sì, sì… questo ricevitore è il compagno ideale per ogni futuro housemaker che si rispetti…

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A neural network-based controller system for MAVs swarms: graphical interface, a week later

Il precedente aggiornamento sullo stato dei miei lavori, appena finito di disegnare lo scheletro dell’interfaccia grafica della simulazione, risale al 6 giugno scorso. Che cos’è cambiato in questa decina scarsa di giorni?

A neural network-based controller system for MAVs swarms: graphical interface, a week later

In ordine più o meno sparso, quello che la mia bozza di simulazione ha in più rispetto alla volta scorsa:

  • i parametri di default della simulazione vengono ora letti da un file esterno;
  • aggiunto uno splash screen d’avvio con il logo dell’università e qualche informazione (del tipo “creazione dell’ambiente in corso…”, ecc…);
  • aggiunto un pulsante per attivare/disattivare la vista. Utile non appena si inizierà a simulare, per accorciare un po’ i tempi di elaborazione;
  • inserito uno slider per gestire lo zoom sull’ambiente simulato, dato che MAV e target saranno presumibilmente molto molto molto piccoli. Lo slider, a dir la verità, per il momento non zoomma proprio niente. Ma ci sto lavorando;
  • inserita una jpeg, presa in qualche modo da Google Earth, come sfondo della simulazione (per ora una mera questione estetica, più avanti si provvederà a far corrispondere gli edifici mappati ad ostacoli che i MAV devono essere in grado di evitare);
  • il pulsante “Start simulation”, oltre che a switchare i tab in alto a destra, ora provvede a creare 5 oggetti (un target, triangolare, quattro MAV che per il momento sono amorevoli topolini rubati dall’esempio “collidingmice” di Qt) e disporli all’interno dell’ambiente. Gli oggetti in questione possono essere selezionati con il mouse, nonché drag&droppati;
  • una status bar mostra un po’ di informazioni. Inizialmente dice di premere il tasto “Start simulation” per cominciare. Dopodichè, a simulazione in corso, informa che è possibile cliccare su un MAV per avere informazioni. Una volta cliccato sull’oggetto, la status bar mostra il numerino identificativo del MAV in questione. Più avanti mostrerà anche le informazioni sensoriali percepite in diretta dall’oggetto selezionato;
  • aggiunti dei tooltips per qualsiasi cosa esista all’interno dell’interfaccia grafica, MAV e target compresi;
  • aggiunto il menu “Help”, all’interno della barra dei menu. In MacOS X, ovviamente, finisce integrato nella barra superiore del Finder, senza creare un menu a parte (come vuole lo standard). In Windows, appare invece come un menu vero e proprio. All’interno di questo menu, due scelte: “about this application”, che mostra un piccolo box informativo su chi prepara questa simulazione (io), chi la supervisiona (Angelo) e chi paga (euCognition);

    A neural network-based controller system for MAVs swarms: “about this application”’s box

    “about Qt”, con tutti i riferimenti al framework grafico in uso:

    A neural network-based controller system for MAVs swarms: “about Qt”’s box

That’s all. E per essere un totale neofita delle Qt, lo considero un gran bel ruolino di marcia. Anche perchè ora che queste cosine sono quasi tutte definite, si può iniziare a programmare i sensori dei MAV. Poi sarà la volta della rete neurale, dell’algoritmo genetico ed infine delle funzioni statistiche. E’ ancora lunga la strada, ma se mi hanno fatto un contratto di cinque mesi un motivo ci sarà…

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Money, money

E’ ormai passato più di un mesetto da quando sono approdato in terra inglese. L’alloggio mi è stato pagato fin da subito dall’università, ma per le spese rimanenti ho dovuto provvedere da solo. E non sono state indifferenti, per quanto il costo della vita non sia poi tanto diverso rispetto a quello del nord Italia. Comunque sia, a questo giro (al contrario di quanto mi era successo appena arrivato a Roma) avevo le spalle ben coperte. Ma la situazione sicuramente si sarebbe pian piano aggravata. Non fosse che i vari apparati burocratici plymouthiani hanno finalmente concluso il loro lavoro. E da oggi sono ufficialmente “a libro paga”. Oggi mi è arrivato il cash advance per il mese corrente. Non qualcosa che mi farà diventare ricco, tutt’altro. Ma d’altronde il grant che ho per questi mesi non è particolarmente generoso. Comunque sia, 400 sterline che mi sono state pagate sull’unghia. Mentre altrettante dovrebbero arrivarmi nel giro di qualche giorno, per coprire le spese del mese scorso più il viaggio. Il mio conto corrente inglese non è più vuoto. Ma lo tornerà ad essere presto, su questo non ho molti dubbi. Ad ogni modo, per ora me la godo. Perchè in fin dei conti me ne sto Inghilterra, faccio una bella esperienza, mi imparo un po’ la lingua, conosco un sacco di persone e passo le giornate a giocare al computer con degli aeroplanini. E per fare tutto questo mi pagano pure. Poco, ma mi pagano. In fondo non credo di passarmela così male…

English money

Com’era quella canzoncina? Ah, sì. Money, money…

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Everything is a temporal pattern

Oggi si parla di “On Intelligence”, un best-seller (che inizia ad accumulare ormai qualche annetto) di Jeff Hawkins, più noto come ex CEO di Palm che non come neuroscienziato. Perchè questa puntualizzazione iniziale? Beh, perchè come si può intuire dal nome, il libro parla del cervello. Più nello specifico, Hawkins propone una sua teoria, un suo “framework” per usare le sue parole, sul come funzioni il cervello. Focalizzandosi principalemente su un affare a sei strati che circonda il cervello degli esseri umani e che prende il nome di neocorteccia. La chiave, secondo lui, per poter comprendere da dove deriva l’intelligenza.

Il libro l’ho iniziato per l’ennesima volta qualche settimana fa. Non so bene il perchè, ma ogni volta che inizio a leggerlo mi capita che, per un motivo o per l’altro, lo abbandoni per qualche tempo. E non appena lo riprendo in mano, proprio perchè voglio capirlo bene, lo ricomincio da capo. Il primo capitolo, ormai, potrei recitarlo a memoria. Ma bando alle ciance, propongo un estratto di un paragrafo introduttivo che mi è piaciuto moltissimo.

Questo pezzo, dove introduce il suo concetto di “temporal pattern”.

On Intelligence (cover)

[...] Vision also relies on temporal patterns, which means the patterns entering your eyes are constantly changing over time. But while the spatial aspect of vision is intuitively obvious, its temporal aspect is less apparent. About three times every second, your eyes make a sudden movement called a saccade. They fixate on one point, and then suddenly jump to another point. Every time your eyes move, the image on your retina changes. This means that the patterns carried into your brain are also changing completely with each saccade. And that’s in the simplest possible case of you just sitting still looking at an unchanging scene. In real life, you constantly move your head and body and walk through continuously shifting environments. Your conscious impression is of a stable world full of objects and people that are easy to keep track of. But this impression is only made possible by your brain’s ability to deal with a torrent of retinal images that never repeat a pattern exactly. Natural vision, experienced as patterns entering the brain, flows like a river. Vision is more like a song than a painting.

Many vision researchers ignore saccades and the rapidly changing patterns of vision. Working with anesthetized animals, they study how vision occurs when an unconscious animal fixates on a point. In doing so, they’re taking away the time dimension. There’s nothing wrong with that in principle; eliminating variables is a core element of the scientific method. But they’re throwing away a central component of vision, what it actually consists of. Time needs a central place in a neuroscientific account of vision.

With hearing, we’re used to thinking about sound’s temporal aspect. It is intuitively obvious to us that sounds, spoken language, and music change over time. You can’t listen to a song all at once any more than you can hear a spoken sentence instantaneously. A song only exists over time. Therefore we don’t usually think of sound as a spatial pattern. In a way, it’s the inverse of the case with vision: the temporal aspect is immediately apparent, but its spatial aspect is less obvious.

[Quoted by: Jeff Hawkins, "On Intelligence"]

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Prove tecniche di Photo Booth

Ebbene sì. Non sono riuscito a farne a meno neppure io. Di farmi qualche foto attraverso Photo Booth, intendo. Passaggio obbligato per qualunque neo-acquirente di un portatile Apple…

Me (photographed by Photo Booth)

Ho finito di travasare tutti i dati e le applicazioni sul MacBook Pro, che ora direi che è “a regime”. E davvero, non ho parole per definire quanto questa macchina sia meravigliosa. Ho installato Parallels e ho creato la mia macchinina virtuale con Windows XP, con tanto di Office 2007 e Qt 4.3. Quasi non sembra neanche di lavorare in una macchina virtuale, tanto che è veloce. Con Xcode si scrive codice che è una meraviglia (il 12″ è fantastico per la trasportabilità, ma le piccole dimensioni dello schermo, quando si programma, si fanno sentire), le applicazioni si aprono e si chiudono in un lampo e posso compilare i miei programmi per farli girare su qualsiasi piattaforma. Avevo paura delle (relativamente) piccole dimensioni dell’hard disk mentre invece mi trovo ancora con 40GB liberi. Abbastanza per pensare di fare un’altra mattata. Leggi, installarmi una Debian, (virtuale anch’essa si intende)…

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Trasloco finito (fourth edition)

Robbins Hall of Residence - Room P602

Addio, vecchio mio…

(dedicato alla mia ormai ex stanza P602 del Robbins Hall of Residence)

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Enlarging the family

La storia inizia così. Un bel giorno, nell’allegro mondo di Reggio Emilia, il buon Fabio, il protagonista della nostra storia, accettò di buon grado un simpatico incarico lavorativo all’interno dell’università nella quale stava studiando. Nel momento dell’accettazione, sapeva già benissimo che lo stipendio che gli sarebbe stato corrisposto non l’avrebbe reso ricco e soprattutto che non sarebbe arrivato con tempistiche compatibili con il sostentamento quotidiano, ma nonostante ciò decise di andare avanti, annuendo alla proposta con un sorriso. Tutto procedeva liscio, ma come sempre accade in ogni favola che si rispetti, ecco l’evento inaspettato. L’università non poteva pagare al piccolo Fabio più di 5000 euro annui, non si sa bene per quali oscuri (leggi, fiscali) motivi. Vi era dunque un surplus, di circa 2500 eurini, che rischiava di rimanere eternamente nel limbo dei pagamenti dovuti ma mai effettuati. Quale modo poteva esservi per uscire da questo stato di empasse? Beh, quello di farsi pagare in natura. Con un bel computer nuovo, intendo. Cosa avevate capito? Magari un bel MacBook Pro 15″, Intel Core 2 Duo 2.33 GHz, 2 GByte di RAM. E così, il buon Fabio riesce a farsi accettare la proposta e si mette in trepidante attesa del suo computer. Che, per inciso, doveva arrivare prima che lui partisse per l’allegra (da quando in qua è allegra vi state chiedendo? Beh, non dimenticate che è una favola) terra di Albione. Iniziano quotidiani scambi epistolari con la segreteria, mediati perlopiù del buon Ale. E’ arrivato? Arriva domani. Arriva dopodomani. Arriva mercoledì. Arriva la settimana prossima. Arriva più tardi. Tutto questo per circa un mese. Poi, una mattina, la risposta che non ti aspetti: “potete passarli a prendere”.

Ancora il buon Ale si incarica della spedizione e, dopo un primo giro a vuoto per menate con l’assicurazione, il pacco parte. Ma l’arrivo del gioiellino in questione è stato un autentico parto. Un qualche troglodita dell’UPS ha ben pensato di ribattezzare Plymouth, contea del Devon, in “Playmanth Devon, Italy”. Appena Fabietto se ne accorge seguendo il tracking, in lui scatta il panico. Mail, telefonate a raffica. Ma nessuna risposta. Il pacco arriva alla sede centrale dell’UPS a Reggio e qui “Si è verificata un’eccezione. Controllare i dettagli sotto”. Dettagli, inutile sottolinearlo, del tutto inesistenti. Panico. Passano le ore. Il pacco arriva a Bergamo. Fermato per un controllo coi raggi X. Imbarcato. Arriva in Germania. Perchè? Riparte. In nottata arriva in qualche “east land” inglese. Non ci siamo, sono ad ovest io. Il pacco arriva ad Exeter. E’ fatta, dice Fabietto. Ed infatti, tempo un paio d’ore, riceve la mail della segretaria ad informarlo del fatto che il computer è arrivato. Sano e salvo. Miracolo.

MacBook Pro 15″ (closed)
Il MacBook Pro 15″ chiuso (notare la silhouette)

MacBook Pro 15″ (closed, together with a 20p coin)
Una monetina da 20p, per dare l’idea dello spessore di questa meraviglia della tecnologia

MacBook Pro 15″ (opened)
Aperto e funzionante. C’erano dubbi?

Uno sguardo d’insieme alla mia scrivania (che per inciso lunedì cambierò, dato che mi sposteranno per l’estate dal Robbins dove sono ora al Pilgrims, un altro hall of residence dell’università):

Brutal size comparison: iBook 12″ and MacBook Pro 15″
Tutta la famiglia Apple. Da sinistra: l’iPod Nano 1G, 4GB; l’iBook 12″ ed il nuovo entrato

Qualche commento rapido e (spero) obiettivo:

note positive:

  • il design: è semplicemente il laptop più bello che abbia mai visto in vita mia. Il caso ha voluto che proprio il giorno in cui è arrivato il mio notebook rientrasse dalle vacanze uno dei ragazzi del mio gruppo, maccista pure lui e proud user di un MacBook nero. Carino, ma non c’è storia…
  • la velocità: la macchina è di una rapidità nell’eseguire qualsiasi tipo di compito che lascia sbigottiti;
  • la luminosità del monitor: un altro pianeta rispetto all’iBook (che in quanto a retroilluminazione non brillava di certo: il confronto con un qualsiasi monitor LCD per desktop era impietoso);
  • il Front Row: spettacolare;
  • la tastiera retro-illuminata automaticamente in base alla luce ambientale: figatina, inutile quanto si vuole, ma spettacolare;
  • iSight incorporata con una risoluzione buona anche per videoconferenze a tutto schermo.

note negative:

  • la distribuzione delle porte: un vero disastro. Una USB per lato, e fino a qua mi va bene. L’alimentazione è sul lato sinistro e ok. Il caricamento dei CD avviene frontalmente, ok. Ma mettere sul lato destro sia la porta Ethernet, sia l’aggancio Kensington è una cosa da autentici criminali;
  • 2 sole porte USB. In compenso due inutili firewire;
  • l’hard disk da 120 giga è sottodimensionato, soprattutto per un utilizzo multimediale (ma il problema, nei modelli appena usciti, è stato già risolto);
  • come appena accennato, il giorno prima che arrivasse il computer l’Apple aveva rilasciato la nuova versione di MacBook Pro (schermo a led, processore più veloce e con più cache, hard disk più capiente, scheda grafica con i contro-coglioni);
  • il giorno stesso esce la versione 3.0 di Parallels. Fabietto aveva appena comprato la precedente.
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