Seguendo rigorosamente quella tradizione che, per il periodo delle vacanze, vuole letture leggere (e soprattutto, avendo realizzato, pur un po’ in ritardo, che sono in vacanza), l’altra sera mi sono accattato “Gino Bartali. Mille diavoli in corpo, di Paolo Alberati. Un libro che, se vogliamo, non è esattamente una meraviglia da un punto di vista stilistico (così come, a voler essere pignoli, ci si potrebbe lamentare dell’eccessiva attenzione che l’autore pone sul figlio primogenito di Ginetaccio, Luca, pur importantissimo per la realizzazione del volume in questione). Ma non è questo l’importante. Ad essere meritevoli sono le storie che vengono narrate e soprattutto le meravigliose fotografie che incorniciano, impreziosendolo, il tutto. Che ne fanno un libro da divorare tutto d’un fiatto, nel giro di una o al massimo due notti. Sognando di strade polverose e di folle urlanti. Di ciclisti, uomini veri, che per tutta la loro vita non fanno altro che pedalare. Costretti a sacrifici, immani e mal ripagati, per quella loro maledetta passione.
Alberati pone l’accento, nel capitolo di apertura, su un fatto piuttosto inedito. Il ruolo avuto da Bartali, negli anni della persecuzione razziale, nel mettere in salvo centinaia di ebrei. Radunati ad Assisi, Gino fece da prezioso “postino”. In bicicletta, da Firenze fin nel mezzo dell’Umbria, nascondendo nel tubo del sellino mazzi di fotografie e di documenti falsi. Utili per dare una nuova identità alle persone da salvare e permettere loro di fuggire all’estero. Ma, a quanto pare, Bartali non volle mai che questa storia venisse a galla. Perchè, come diceva lui: “Io voglio essere ricordato per le mie imprese sportive e non come un eroe di guerra. Gli eroi sono altri. Quelli che hanno patito nelle membra, nelle menti, negli affetti. Io mi sono limitato a fare ciò che sapevo meglio fare. Andare in bicicletta.“. E così, anche il pezzo che ripropongo qui di seguito, non parlerà di queste vicende. Ma di qualcosa che un qualche legame con la politica, più o meno sfumato che sia, ce l’ha lo stesso.

L’attentato a Togliatti
Un giovane, fanatico anticomunista, il 14 luglio ha sparato all’onorevole Togliatti, segretario del Pci, mentre stava uscendo in compagnia di Nilde Jotti dalla Camera dei Deputati.
L’Italia è in rivolta ma anche in Francia la notizia provoca uno sconquasso incredibile e getta anche il Tour nello scompiglio. La domanda è: i corridori italiani torneranno a casa o continueranno nella corsa?
Bartali dapprima cerca per telefono rassicurazioni sulle condizioni della sua famiglia, di Adriana e dei piccoli Andrea e Luigino. Avuta la certezza della loro buona salute prende la sua decisione e la comunica ai compagni di squadra: “domani ragazzi si riparte e badate bene, lo si fa per vincere!”.
Ma dietro a quella che fu soprattutto una vittoria sportiva si intrecciano fatti storici di grande rilievo che meritano un approfondimento.
Siamo nel dopocena di una calda giornata di Luglio. Sulla spiaggia i corridori della nazionale italiana si riposano, anche il Tour riposa per un giorno dopo le prime arroventate battaglie sulle strade polverose dei Pirenei, in attesa dello scontro decisivo delle tappe sui pendii delle Alpi.
Dall’Italia, da Roma, per l’occasione del giorno di pausa è giunto un tifoso speciale di Gino: si chiama Bartolo Paschetta, un alto dirigente dell’Azione Cattolica, amico e confidente del campione sin dagli anni della militanza giovanile nelle file della gioventù cattolica.
Paschetta abita a Roma in via della Conciliazione dove c’è anche la sua libreria nella quale il “professore” vende testi di arte sacra e libri in latino.
Durante la guerra era stato proprio il libraio romano a creare numerosi contatti tra il Santo Padre e Gino Bartali. In quel periodo il Papa intratteneva un fitto epistolario con l’arcivescovo di Firenze mons. Elia Dalla Costa ed entrambi avevano avuto bisogno di Bartali per incarichi di grande riservatezza, di cui abbiamo raccontato nel capitolo d’apertura. C’era da salvare centinaia di ebrei nascosti nella capitale: il Papa chiese aiuto, Firenze, il cardinale Dalla Costa e Gino Bartali risposero.
A Paschetta piace molto il ciclismo e ogni estate si prende qualche giorno libero per recarsi al Tour ad ammirare le gesta dei suoi amici campioni.
Ma questa volta è partito da Roma in un giorno funesto, terribile per l’Italia, ma anche di tormento per il suo amico Gino che, come un leone ferito, appena finita la colazione si siede nel giardino del suo albergo e comincia a stropicciare nervosamente tra le mani la classifica della tappa del giorno precedente. Con il distacco che Bobet gli ha inflitto, distanziandolo di ben 21 minuti, la maglia gialla ha rafforzato la sua posizione.
Mentre Paschetta si sta allontanando in auto in direzione nord, quando si trova circa all’altezza di Orvieto, sono le 11,30 circa del mattino, a Roma il ventiquattrenne aspirante avvocato siciliano Domenico Antonio Pallante, in via della Missione, spara uno, due, tre, quattro colpi al segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti, ferendolo gravemente al busto e alla testa.
Togliatti è ricoverato d’urgenza in ospedale e il chirurgo Pietro Valdoni sottopone il politica a un’operazione complicata: bisogna estrarre dal torace il proiettile conficcatosi proprio tra un polmone e il cuore.
E’ un’operazione il cui esito avrà ovviamente dei risvolti oltre che umani, anche politici. L’Italia, uscita da poco dalle macerie della guerra, fa fatica a trovare un nuovo equilibrio politico. Ex-fascisti ed ex-partigiani sono costantemente sul piede di guerra e l’attentato al segretario del Partito Comunista accende in tutto il paese focolai di rivolta.
Mentre Paschetta sta superando la frontiera in direzione Cannes, molti giornalisti italiani al seguito del Tour compiono il percorso inverso, richiamati in Italia dalle redazioni dei propri giornali.
Con il “vecchio” Bartali oramai a 21 minuti dal vertice della classifica in Francia resta poco da raccontare e scrivere. In ITalia invece stanno accadendo fatti drammatici, ben più importanti della corsa di un anziano campione che stenta a tenere le ruote dei giovani avversari.
In una situazione che d’improvviso sembra precipitare, ai giornalisti, preoccupati anche per le proprie famiglie, sembra saggio tornare urgentemente in patria e lasciare il Tour e la squadra italiana al proprio destino.
Quando, la sera del 14, Paschetta raggiunge i corridori nel loro albergo, la squadra sta ancora cenando nella sala da pranzo. Da tifoso speciale qual è, e oramai amico di tutti i suoi componenti, si mette a servire i piatti a tavola come sua abitudine, quasi fosse un cameriere del ristorante. Da Roma ha portato con sè una torta da offrire a Gino e a tutta la squadra, che i corridori decidono di consumare fuori, sulla spiaggia, al riparo dagli sguardi ammonitori del commissario tecnico.
Seduti a semicerchio sulla sabbia, con Bartali al centro a dare da intrattenitore, tagliano la torta e sorseggiano una stilla di vermouth a testa.
“Ragazzi” dice Bartali deciso “hanno sparato a Togliatti, me l’ha detto Luigi Chierici che come gli altri giornalisti italiani se ne sta andando via, tornano in Italia dove c’è sommossa. Anche noi corridori, se Togliatti muore rischiamo di dover tornare tutti a casa. Non ci resta che domani per giocare tutte le nostre carte. Facciamo vedere chi siamo, specialmente a quei giornalisti da quattro soldo che se ne sono andati, che hanno lasciato il Tour avendoci dati già per morti.”.
Mentre seduti mangiano la torta, Bartali traccia sulla sabbia, con l’indice della mano, il profilo della tappa dell’indomani e spiega la tattica. Un gesto semplice ma che si scolpisce indelebile nella mente dei ragazzi della nazionale italiana. Sono tutti convinti che quello di domani sarà il loro ultimo giorno al Tour.
Poi d’improvviso giunge sulla spiaggia un inserviente dell’hotel in cui i corridori alloggiano, viene a richiamare Bartali che è desiderato al telefono: lo cercano dall’Italia, dicono si tratti di una cosa importante.
All’altro capo del telefono Bartali trova De Gasperi, capo del Governo e amico di gioventù per via della comune militanza nelle file dei giovani dell’Azione Cattolica.
“Gino, pensi di vincere il Tour? Sai, sarebbe importante per noi, qui in Italia c’è tanta confusione.”.
“Il Tour non lo so, ma la tappa di domani la vinco di sicuro” risponde Bartali.
Eccome se la vince.
E il 15 luglio è il suo gran giorno. Sotto una tempesta di pioggia e vento, il francese Robic “testa di vetro” va in fuga sul primo colle, l’Allos, e Bartali lo tiene sotto controllo, a distanza.
C’è poi da scalare il Vars e Bartali si produce in uno scato violento, staccando gli avversari e rimanendo solo all’inseguimento del minuscolo Robic. A metà della discesa successiva Bartali lo raggiunge, ma attende a superarlo, aspetta che la strada s’impenni di nuovo sotto le loro ruote, sulle prime rampe del mitico Izoard e qui va giù duro col suo affondo decisivo. Mentre la tempesta impazza, Bartali vola verso l’arrivo di Briançon dove giunge quasi maglia gialla. Il Tour è di nuovo in suo pugno, a Bobet restano appena 51 secondi di vantaggio.
Togliatti è fuori pericolo, e così il giornale radio della sera apre con la notizia della strabiliante vittoria di Bartali. Poi si passa alle condizioni di salute di Togliatti.
In aula a Montecitorio alcuni deputati hanno seguito in diretta via radio le gesta del campione fiorentino, la notizia della sua vittoria fa tirare a tutti un sospiro di sollievo. Sulle strade, nei bar, nelle piazze italiane, la gente gioisce all’annuncio dell’inaspettata notizia. Il campione ormai è lanciato, vince ancora nella tappa successiva, la Briançon-Aix Les Bains di 263 chilometri e a Losanna, il giorno successivo, si ripete strepitosamente e si presenta sulla pista dello stadio con un anticipo tale da cogliere tutti di sorpresa: è il 18 luglio, Gino Bartali compie 34 anni e festeggia così la vittoria nel suo secondo Tour.
Aveva 21 minuti di distacco dopo i Pirenei e prima delle Alpi. A Parigi sul traguardo finale ne ha 26 di vantaggio sul secondo classificato. Superati abbondantemente i trent’anni, nonostante da tanti sia consideratao oramai vecchio, ha vinto sette tappe e, soprattutto, ha domato il Tour a dieci anni di distanza dal primo successo.
Un’impresa che resterà sempre impressa nella storia dello sport. E come abbiamo visto, anche nella storia del nostro Paese.