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Some other old good stuff

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per Gennaio, 2008

A.A.A. – Cervello cercasi

Apprendo oggi, dalle pagine de Il Resto del Carlino, che il mio cervello è ufficialmente in fuga. Quanti ne avessero avuto in questi ultimi mesi il sentore, hanno ora una conferma proveniente da una fonte super-partes. Credo non mi rimanga altro da fare se non lanciare un appello a tutti voi per aiutarmi a ritrovarlo.

Cervello in fuga

Queste le prove:

Scherzi a parte, un bel grazie a Francesco Gerardi per l’intervista!

Update delle 19:57
Mi sembra interessante segnalare le reazioni più significative provocate da questo articolo ed esternate al sottoscritto durante la giornata di oggi:

  • Scusa, ma appena ho visto il tuo faccione sulla prima pagina del Carlino sono scoppiato a ridere…
  • Ma tu lo sai, vero, che adesso ti faranno un attentato?
  • Mi hanno detto che sei sul giornale. Ti hanno arrestato finalmente?
  • Ma quanto hai dovuto pagare?
  • Sei sul giornale? Davvero? Ti hanno sgamato che usavi eMule ininterrottamente dal 2002?
  • Nella foto in copertina sembra che stai cagando…
  • E’ proprio un bel ragazzo! (detta a mia mamma, per la serie “quando le persone non hanno il minimo pudore di fronte alla menzogna)
  • Adesso tanto lo licenziano (comunicazione tra terzi, riferitami di seconda mano)
  • Voglio essere un tuo discepolo. Voglio spendere il resto della mia vita diffondendo il tuo verbo!
  • Adesso abbiamo capito a chi è andata tutta l’intelligenza (i colleghi di lavoro di mia sorella)
  • E’ mica dimagrito? (mia nonna alla famiglia)
  • Intelligenza artificiale vs lotta ai terroristi? ora capisco neppure le menti meno dotate ci credevano piu’ eh (questa è la più bella di tutte, anche se non credo di averla capita… chiunque avesse proposte di interpretazione è il benvenuto!)
  • An interview on a Italian newspaper? It has to be about your cooking skills…
  • Che a Rudeia a ghin sol di mat e de beriagoss..!!!!” (altra conversazione tra terzi riferitami di seconda mano; la domanda originaria era: “Ma chi è quel ragazzo di Roteglia che lavora alla NASA?”)

Qtrax, cyber-war e filosofeggiamenti vari…

Ci sarebbero un sacco di cose di cui parlare, oggi. A partire dalla bufala Qtrax (quella che doveva essere un’autentica rivoluzione nel mondo del P2P, pare invece svanire in una bolla di sapone), passando per un interessante documentario che cerca di raccontare come sarà la Terra dopo la scomparsa del genere umano e fino ad arrivare ad un po’ di articoletti che parlano di cyber-terrorismo. O forse sarebbe più appropriato parlare in termini di cyber-warfare. Sfruttando il calderone suscitato mesi fa dalla notizia di presunti attacchi cinesi alle infrastrutture IT del Pentagono, l’amministrazione Bush ha deciso di lanciare una nuova e severa opera di controllo, riguardante ciò che avviene all’interno dei propri apparati governativi. Decidendo però di estendere le orecchie del nuovo Grande Fratello anche ad alcune aziende private, ritenute di importanza nazionale. Una mossa che, ovviamente, non poteva far altro che scatenare i sostenitori dei diritti civili, prontamente levatisi sugli scudi dopo un periodo di inusuale appannaggio.

Cyber Osama

Tra parentesi. A me, tutto ciò che riguarda le cosìddette guerre del cyber-spazio, stuzzica da morire. E voi, siete per caso altrettanto curiosi? Allora, giusto per vedere che faccia hanno questi presunti cyber-criminali, cyber-terroristi o più semplicimente cyber-soldati, date pure un’occhiata a questo articolo pubblicato un paio di giorni fa da DefenseTech.org. Paura, vero?

Va beh, cerchiamo di tornare seri. Come dicevo in apertura, ci sarebbe un mare di cose di cui parlare (ho già fatto cenno, ad esempio, al fatto che grazie al buon Vadim, a breve avrà finalmente inizio la mia carriera da giocatore di biliardo?), ma in realtà il focus di questo post sta altrove. Ieri mattina ho passato un paio d’orette a filosofeggiare di sicurezza internazionale. Buttando giù qualche riga, in italiano, che suona più o meno così:

Se nel periodo intercorso dalla fine della seconda guerra mondiale al crollo del muro di Berlino la sicurezza di un paese ruotava attorno alla sua capacità di proteggersi (o scoraggiare, data la logica della MAD, Mutual Assured Destruction) da un attacco di tipo nucleare, oggi, nell’era della GWOT (Global War on Terrorism), le cose sono cambiate. Con i Paesi occidentali, nonchè di fatto l’ex-URSS, unite all’insegna della NATO, le principali minacce alla sicurezza non provengono più da stati sovrani, ma da gruppi terroristici non immediatamente visibili ed identificabili. Rispondere a questo tipo di minacce è un compito molto più difficile rispetto al passato e i servizi di intelligence rivestono un ruolo sempre più fondamentale in tale contesto. Ma, accanto all’intelligence, servono nuovi strumenti con i quali fronteggiare queste sfide del XXI° secolo. Se un sistema di difesa anti-missilistica, tanto per fare un esempio, era di importanza primaria fino alla fine degli anni ‘80, oggi può essere quasi considerato come un inutile e costoso surplus.

I nuovi sistemi di difesa devono essere in grado di lavorare su una scala spaziale ristretta, dato che le minacce (pensiamo ad esempio ad un attentatore suicida che decida di farsi esplodere in una via affollata di un centro città) non provengono più dall’esterno, ma bensì dall’interno. Se poi, a tutto questo, aggiungiamo anche il fatto che per un governo risulta sempre più difficile riuscire a giustificare di fronte all’opinione pubblica le perdite umane subite dalle proprie forze di sicurezza, risulta evidente l’esigenza di minimizzare il rischio per gli umani e la scelta di affidarsi, in maniera sempre più massiccia, a strumenti robotici.

Il mio lavoro di ricerca si colloca proprio in questo scenario: la progettazione di sistemi di controllo per piccoli aeroplani robotici, in grado di navigare autonomamente all’interno di un contesto urbano tradizionale, raggiungere un target potenzialmente pericoloso e renderlo inoffensivo.

Oggi, invece, con l’aiuto del buon Gianni (fresco sposo a cui vanno le mie più sentite condoglianze congratulazioni per l’accaduto), mi sono svegliato di buon ora e, seppur controvoglia, mi sono dovuto trascorrere una mezzoretta all’Hoe, giocando a fare il modello. Con risultati che, non certo per colpa del fotografo quanto piuttosto del soggetto, non sono proprio dei più entusiasmanti. Ma pazienza. Speriamo solo che tutti questi sforzi non siano stati vani.

PS: domani, mi raccomando, date un’occhiata a Il Resto del Carlino di Reggio

Arte via Google Earth

Come segnalato oggi dal Corriere (mado, non passa giorno senza che io segnali qualcosa che ho letto lì dentro… sarà mica il caso di variegare un po’ di più le mie fonti d’informazione in italiano?), la GlueSociety ha presentato al Miami Art Fair alcune opere artistiche in “stile Google Earth”.

Come si sarebbero visti, attraverso la lente di Google Earth, alcuni eventi biblici? E’ questa la domanda che i ragazzi della Glue si sono posti. Per poi rispondersi da soli e lanciare il progetto God’s eye view. Di seguito i frutti del loro lavoro:

La crocifissione di Gesù
Glue Society - Google Earth artwork - Jesus on the cross

Mosè
Glue Society - Google Earth artwork - Mose crosses the Nilo river

L’Arca di Noè
Glue Society - Google Earth artwork - Noe

Il Paradiso terrestre
Glue Society - Google Earth artwork - Terrestrial eden

74esimo su 85

Non c’è niente da fare. Dopo una buona performance (leggi la dodicesima piazza della scorsa settimana), non riesco mai a replicare la domenica seguente.

Bad beat

Giusto quaranta minuti scarsi di gioco, questa volta. Senza vedere niente, niente e poi ancora niente. Tanto per dare un’idea, le due carte migliori che ho avuto sono state 10Q off-suit (capitate per ben due volte). E al di là delle carte che non giravano, una posizione al tavolo che più sfigata di così per me non poteva essere. Un giocatore bravo alla mia destra, uno iper-aggressivo alla mia sinistra. Durante i primi giri, il tipo dopo di me fiuta bene la debolezza di un mio paio di call e mi re-raisa in pre-fop costringendomi a foldare. Bulleggiato da questo tizio (che, a onor del vero, durante i primi due giri del tavolo ha pescato anche una coppia di jack, una di donne ed una di re, nonchè incastrato cose improponibili), il tavolo è mediamente aggressivo. E dunque la logica vuole che io me ne stia tight, ad aspettare la mano buona per fare cassa. Peccato che la mano in questione non arrivi mai e, con i buii che salgono in maniera decisa, il sottoscritto si ritrovi ben presto short-stacked e senza grosse possibilità d’azione (impossibile rubare un piatto con una mano marginale, quando alla tua sinistra hai un tipo che ti rilancia qualsiasi puntata e che può metterti all-in come ridere).

Alla fine, decido di buttarmi nella mischia con A4-off da BB, dopo che il raisatore pazzo, UTG, ha miracolosamente deciso di foldare. Il flop è basso (2, 5 e 9), ma con due carte di fiori. In gioco ci siamo soltanto lo SB ed io. Punto qualcosa e vengo chiamato abbastanza prontamente. Il turn è un 3 di fiori, che mi dà la scala, ma rende possibile anche il colore. Punto ancora qualcosina, leggermente meno rispetto alla puntata post-flop, cercando di mostrare debolezza. Il mio avversario, anche lui messo maluccio a chips, rilancia all-in. A quel punto, pot-committed e con giusto 650 chips rimaste delle 2000 iniziali, decido di provare e sperare che lui sia in draw. Chiamo il suo all-in e lui mi scopre 10Q, entrambe di fiori. Fine delle trasmissioni.

Stonehenge e Salisbury Cathedral

Non è ancora ufficialissimo, nel senso che ancora devo comprare i biglietti, però la decisione definitiva ormai l’ho presa. Il prossimo 16 febbraio ci si aggrega alla ISAS (International Students Advisory Service) ed in mezzo a qualche decina di China (nota positiva della faccenda, non mi vergognerò a scattare foto…) ci si va a fare una gitarella. Destinazione Stonehenge e la Salisbury Cathedral.

Stonehenge

Se, specie dopo avver addocchiato la foto pubblicata qui sopra, la prima delle due mete sopra elencate non ha bisogno di presentazioni (consiglio comunque la lettura del pezzettino “A megalithic mystery“), può invece valer la pena di spendere qualche parola a riguardo della cattedrale.

Cito da sacred-destinations.com:

Salisbury Cathedral (full name: Cathedral Church of the Blessed Virgin Mary in Salisbury) is an Anglican cathedral located in Salisbury, England, 90 miles southwest of London. It is the mother church of the Salisbury Diocese, which includes the churches of most of Wiltshire and Dorset counties. The cathedral, its cloisters, and its famous tall spire welcome more than 500,000 visitors each year.

History

Construction of the cathedral commenced when the bishopric was moved here from Old Sarum in 1220 during the tenure of Richard Poore. By 1258 the nave, transepts and choir were complete. The magnificent west front was ready by 1265.

The only significant parts of the cathedral still missing were the tower and spire, which dominated the skyline from 1320. At 404 feet (123 meters), Salisbury Cathedral’s spire is the tallest in England.

The spire, while the cathedral’s crowning glory, also proved to be its most troublesome feature. Together with the tower, it added 6,500 tons to the weight of the building.

But for the addition of buttresses, bracing arches and iron ties over the succeeding centuries, it might well have suffered the fate of spires on other great ecclesiastical buildings and fallen down. To this day the large supporting pillars at the corners of the spire can be seen to bend inwards under the strain.

Significant (and very controversial) changes to the cathedral were made by the architect James Wyatt in 1790, including replacement of the original choir screen and demolition of the bell tower which stood about 100 meters northwest of the main building.

The cathedral is the subject of a famous paintings by John Constable. The view depicted in the paintings has changed very little in almost two centuries.

What to see?

One of the best things to do at Salisbury Cathedral is to climb the 332 steps of the spire, which is rewarded with an excellent view of Salisbury and the surrounding countryside.

In addition to its architecture and spire, Salisbury Cathedral offers a number of interesting attractions. Most notable among these is the best preserved of only four surviving original Magna Cartas (1215 AD).

Salisbury also boasts Europe’s oldest working clock (1386 AD), Britain’s largest cathedral cloisters, and an interesting 13th century stone frieze depicting Bible stories (in the Chapter House).

Salisbury Cathedral

Per il resto, niente di particolare da segnalare. Il lavoro procede bene e su ritmi più che accettabili. Se io, oltretutto, riuscissi a svegliarmi quando suona la sveglia invece che un’ora e mezzo più tardi, sarei in uno dei periodi più rilassati della mia vita. Invece, svegliandosi tardi, si è costretti giocoforza a tirar tardi in ufficio la sera. Ma pazienza. Oggi, tra l’altro, mi sono pure concesso il lusso di giocare un po’. No, niente poker. Il gioco di cui parlo è di tutt’altro genere. Su segnalazione del Corriere sono venuto a conoscenza del fatto che la Società Dante Alighieri ha pubblicato sul proprio sito Internet una serie di test utili per valutare la propria conoscenza dell’italiano. Non potevo perdermelo. E per la cronaca, a livello C2, ho chiuso con un più che onorevole 123/144 (al netto degli errori dovuti ad accentate, apostrofi e maiuscole/minuscole). Ora tocca a voi. Cliccate pure sul capo Apache qui sotto per andare direttamente alla pagina dei test:

Dante Alighieri

PS: oggi pomeriggio, per caso, mi sono accorto di un erroraccio in uno dei grafici che avevo presentato a Venezia. Proprio una bella somarata. Fortuna solo che non se ne è accorto nessuno. Nè a Venezia, nè tantomeno qui sul blog. Tirata d’orecchie a tutti… la prossima volta vi voglio più attenti!

Modeling terrorists

Giornata lavorativa abbastanza standard, quella di oggi. Dopo essermi tolto un altro po’ di burocrazia (finita di compilare e finalmente consegnata la richiesta di pagamento per raised.org.uk), ho preparato due nuove simulazioni, B3 e B4, del tutto simili a quella presentata a Venezia e che si differenziano da questa soltanto per una diversa configurazione dei sensori ad ultra-suoni. L’ispirazione mi è venuta leggendo di sfuggita un lavoretto di tali Satoshi Murata, Kiyoharu Kakomura e Haruhisa Kurokawa (Toward a Scalable Modular Robotic Systems), che per compiti di riconoscimento visivo danno al loro robottino modulare M-TRAN la possibilità di sparare tre raggi a -20°/0°/20°. E a me, avendo provato soltanto la configurazione -45°/0°/45° è venuta la curiosità di vedere cosa combinano i miei aeroplanini con questi sensori disposti in maniera diversa. Tra qualche giorno scopriremo l’esito del tutto, che verrà prontamente riepilogato sul sito web del progetto. Il quale, tra parentesi, l’ho aggiornato proprio oggi ed è ora molto più ricco di informazioni oltre che (credo/spero) meglio organizzato rispetto a prima.

Nota a margine. Tornato a casa tardino e con un po’ più peso del solito, ho ben pensato di spendere un’oretta abbondante litigando con il router. Ma alla fine l’ho spuntata ed ho raggiunto il mio obiettivo. Il mio Nabaztag/tag ha finalmente trovato casa:

Nabaztag/tag into my room

Veloce rassegna stampa in chiusura di post. Il Corriere, tra le notizie flash, ha pubblicato oggi pomeriggio un articoletto dedicato ad un lavoro compiuto da Dario Floreano e colleghi all’EPFL di Losanna. Splendido esempio di un giornalista che non ha capito nulla, ma proprio nulla, di ciò di cui stava parlando:

MILANO – Ormai ai robot manca veramente poco per essere uguali agli uomini: ora sanno anche mentire e ingannare i propri simili. E’ il risultato raggiunto, un po’ per caso, da ingegneri [?!?!] dello Swiss Federal Institute di Technology [?!?], guidati dall’italiano Paolo [?!?] Floreano. I robot, divisi in squadre, dovevano imparare a muoversi autonomamente in un’area con dei punti segnalati come ‘cibo’ e altri come ‘veleno’. Ogni macchina possedeva un “codice genetico artificiale”, sotto forma di istruzioni informatiche, capace di ricombinarsi per dare origine a nuove generazioni di robot. I nuovi robot generati erano anch’essi in grado di comunicare fra loro segnalandosi a vicenda la presenza del cibo ma, con sorpresa degli stessi ricercatori, una squadra aveva sviluppato anche una strategia comportamentale con cui si ingannavano le altre macchine: i robot ‘furbi’ segnalavano agli avversari la presenza di cibo dove invece c’era del veleno. (Agr)

Più interessante e ben scritto, invece, un pezzo a cura di Harry Goldstein, che ho trovato su un vecchio numero di IEEE Spectrum e che vi consiglio caldamente di leggere. Vengono raccontati due lavori di ricerca condotti nell’ambito dell’intelligence USA. Il primo, molto ambizioso (e per lunghi tratti decisamente utopico), parla di un gruppetto di ricercatori che vuole arrivare a creare modelli “totali” del mondo (o comunque di certe regioni). L’obiettivo è arrivare ad avere modelli computazionali che, traducendo in un linguaggio di programmazione le più apprezzate teorie psico-sociologiche in circolazione, possano prevedere il comportamento di singoli individui. Potenziali terroristi e rivoltosi vari in primis, gente comune come contorno. Più “umano”, anche da un punto di vista prettamente scientifico, è invece il secondo lavoro di cui si racconta nell’articolo. Si tratta di un’applicazione pratica delle teorie sulle social networks, avente l’obiettivo di suggerire dove e quando colpire, in maniera tale da infliggere il maggior danno possibile alle cellule/reti terroristiche e contrastare per quanto possibile una loro riconfigurazione semi-automatica. Ad ogni modo, l’articolo lo trovate qui di seguito. Buona lettura…

De profundis per un ombrello

Ecco, io adesso non pretendo che Plymouth si trasformi tutto d’un tratto, come per incanto, in una paradisiaca isoletta subequatoriale. Però, insomma, da quando sono rientrato qui almeno un pochino di sole sarebbe anche potuto venir fuori. Non avrebbe fatto schifo, garantisco. L’avrei preso volentieri, anche se soltanto per pochi minuti. Giusto per ricordarmi com’è fatto.

E invece niente. Oggi mi ritrovo qui a recitare il De Profundis per un altro ombrello che, causa un venticello che definire estremamente fastidioso sarebbe oltremodo gentile, mi ha abbandonato. Accartocciandosi su se stesso ed implorando disperatamente di essere dismesso. Richiesta accolta. E con lui, dallo scorso maggio ad oggi, siamo arrivati a quota quattro.

Plymouthian umbrella

La mia prima in chiave mob tournament

La 12esima giornata del torneo di poker della UPSU si chiude con il mio 12esimo posto. Neanche a farlo apposta, il 12 è sempre stato il mio numero fortunato. Bel risultato, anche se economicamente infruttuoso, visto e considerato che mancavo a un torneo live da un sacco di tempo. Un pochino di fortuna in più mi avrebbe fatto arrivare con un ottimo stack al tavolo finale, ma pazienza. Per come sono girate le carte oggi non posso proprio lamentarmi.

Da segnalare, tra l’altro, che da gennaio c’è una nuova competizione. Accanto alla classifica individuale (che ad oggi mi vedeva occupare, con 204 punti, un anonimo 50esimo posto su 170 giocatori classificati, ovvero con almeno un punto raccolto) ce n’è pure una a squadre. Io, dopo un abile manovra di marketing, sono riuscito ad avere in formazione Adam Weeks (quinto con 535 punti), Chris Wright (21esimo con 380 punti) e Rachel Dale (37esima con 282 punti), voluta a tutti i costi da Adam e che mi ha fatto perdere la presenza, già promessa via sms, di Michael Harrison (settimo con 506 punti). Un team, sulla carta discreto, che però (complice anche la mia assenza), la scorsa settimana si è piazzato penultimo raccogliendo in totale la miseria di 34 punti.

12

La partenza è tutt’altro che incoraggiante. Nelle prime due mani mi ritrovo per ben due volte con 7 e 2. Il mazzo ci mette un po’ a scaldarsi ed io partecipo alla mia prima mano dopo più di un giro del tavolo. Mano che vinco, mettendo però in cascina poco fieno. Nel frattempo, aiutato dalla calcolatrice del mio Skypephone, mi rendo conto come non mai di quanto sia piuttosto assurda la struttura del torneo. Si parte con 2000 chips e buii 25/50. Al livello 2, buii a 50/100, l’M di un giocatore che è ancora fermo allo stack iniziale è già paurosamente sotto a quota 20: 13.3. In piena yellow zone, per usare la classificazione del buon Dan Harrington. Dunque, al bando middle suited connectors e robaccia pericolosa varia. Seguendo i consigli del maestro, infatti:

As you go from the Green Zone to the Yellow Zone, you lose the ability to play conservative poker. The blinds are starting to catch you, so you have to loosen your play. You can be aggressive or super-aggressive, but you have to start making moves with hands weaker than those a conservative player would elect to play. Oddly enough, however, certain hand types (small pairs and suited connectors) become less playable in the Yellow Zone.

Fatto sta che dopo la prima fase di assestamento, spesa a tirarmi le mie menate filosofiche sul senso dell’indice M e del poker più in generale, inizio a pescare un po’ di roba interessante. Nel giro di sei/sette mani mi ritrovo una volta con AJ e per ben due volte con pocket jacks. Mani dalle quali è difficile estrarre grande valore, ma che giocate abbastanza violentemente come ho fatto io (avendo ovviamente la fortuna di non andare ad incrociare qualcuno con assi e/o re), qualcosina permettono di portare a casa.

Col passare del tempo, complice l’implacabile aumento dei buii, la partita aumenta in spettacolarità. Vinco un bel three-way all-in, spedendo a casa due giocatori, con un AJ off-suit e l’asso che grazie ad un flop extra-basso resiste in scioltezza contro 10Q e JK. Ma quasi tutto quello che ho vinto me lo mangio alla mano seguente, quando una mia continuation bet viene re-raisata all-in dal mio avversario, costringendomi a foldare a gambe levate. Rimango praticamente per tutte le prime due ore in average (a volte un po’ sopra la media, a volte un po’ sotto) e raggiungo agevolmente il break. Alla ripresa, soli tre tavoli rimasti, la battaglia è ancora più violenta di prima. Grazie al furto di un paio di buii, il mio stack rimane pressochè intatto fino a quando non rimangono giusto una quindicina di giocatori in corsa. Dopodichè perdo una brutta mano e così, un po’ a corto di chips ma con ancora uno stack in grado di far male, pigio sul tasto aggressività. Sparo un all-in con una robaccia tipo K5, seguito da un’altro all-in al giro successivo con A3. In entrambi i casi porto a casa il piatto senza nessuno a contendermelo. Gli avversari iniziano a guardarmi storto, quando alla mano successiva pesco AK. Voglio un po’ d’azione e dunque mi sparo ancora all-in, certo che qualcuno, un po’ spazientito, mi avrebbe chiamato con una non-premium hand. Così avviene e io sfortunatamente non raddoppio, ma spedisco il malcapitato a casa.

La partita prosegue senza grossi scossoni per un’altra ventina di minuti. Poi, finalmente, la mano decisiva. Quella del “o la va o la spacca”. I buii sono a 800/1600 ed io sono in middle position con uno stack di circa 9000 chips. Il tizio UTG, con poche più chips di me, fa call. Il secondo a parlare rilancia all-in, buttando nel piatto le sue circa 4000 chips rimaste. Due fold ed è il mio turno. Ho in mano AK e l’all-in voglio sicuramente chiamarlo, ma voglio essere il solo a farlo. Re-raiso a mia volta all-in, sperando di far fuori il limper iniziale. Tutti foldano e, dopo un rapido pensare, il limper chiama il mio all-in. Ci sono più di 20000 chips nel piatto. Si scoprono le carte:

A9 vs AK vs AK

L’A9 suited è del tipo che aveva fatto inizialmente call. Tutto lascia presupporre che i due AK finiranno per spartirsi il pot. E invece, colpo di scena, il flop contiene due carte di quadri mentre la terza, necessaria per il colore, arriva al turn. Io e l’altro AK ce ne torniamo mestamente a casa, ad un passo, veramente minuscolo, dal tavolo finale.

Nota a margine. Forse avrete notato quanto il sottoscritto sia sereno, malgrado abbia mancato di un niente il suo secondo final table. In realtà c’è una cosa che non vi ho svelato. Ditemi voi come si può essere incazzati con gli dei del poker dopo che nel weekend ti regalano, online sul solito Full Tilt, una mano come questa?

Full Tilt Poker - Four of a kind aces

Parafrasando Ligabue ed il suo Walter il Mago, per una mano così val la pena vivere.

PS: per la cronaca, io ero stato spinto all-in dal mio avversario dopo il flop. E malgrado la possiblità del colore (e dunque di un pessimo semi-bluff) del mio avversario, foldare un set d’assi non mi sembrava proprio il caso. Vi lascio immaginare le bestemmie che ho lanciato al turn. Ma vi lascio anche immaginare la mia espressione quando è stato girato il river…

Un sabato un po’ così…

Giornata non male, quella di oggi, da un punto di vista prettamente lavorativo. Non male perchè, tra parentesi, si tratterebbe di un sabato. E per quanto abbia smesso da tempo di attribuire un significato particolare ai weekend, in quei giorni un lato di me cerca ancora con insistenza di portarmi verso il cazzeggio più assoluto. Questa parte di me, che chiameremo la “parte diavoletto”, ha però avuto oggi la peggio sulla sua rivale, la so-called “parte angioletto”.

Angioletto canterino

E così nel pomeriggio, con venti e passa giorni di colpevole ritardo in cui sono stato vulnerabilissimo ad un paio di exploit mediamente seri, ho aggiornato la versione di Wordpress installata sul mio blog (per la ventesima volta da quando ho messo in piedi questo affare, direi… ottimo Wordpress, ma quando si decideranno a migliorare la procedura di aggiornamento?). Poi, preso in mano iTunes, ho dato una sistemata alle playlists e corretto un po’ di copertine. Dopodichè non contento di ciò, mi sono dato alla scrittura. Ho preso contatto con i conferenzieri del RUSI, ho preparato un mini report tecnico della simulazione da inoltrare ai miei due masteristi (che la settimana prossima, in teoria, inizieranno a tutti gli effetti il lavoro) e soprattutto mi sono finito il tanto temuto modulo RDC.1, di cui mancava soltanto la descrizione, entro 15 righe (comprensive di references…), del mio progetto di PhD. Voila:

The project I would like to develop can be classified within the main domain of communication and distributed control in Multi-Agents Systems (MAS) [Weiss, 2000]. I will employ simulated Micro-unmanned Aerial Vehicles (MAVs) swarms for search task in the context of security and urban counter-terrorism.

Using computer simulations [Casti, 1998] [Parisi, 2001] [Cecconi and Zappacosta, 2007] where the simulated MAVs perform according to their embodied neural networks controllers [Parisi et al., 1990] [Nolfi and Parisi, 1997] [Floreano and Mattiussi, 2002], we will genetically evolve these controllers in the most efficient way possible [Mitchell, 1998]. The main focus of the research will be on the emergence of a form of explicit communication between the swarm members that will help them to reach a high level of coordination and so improve the outcome of their actions [Perlovski, 2004 an 2006] [Tikhanoff et al., 2007] [Cangelosi and Parisi, 2001].

After developing a 2D computer simulator, where I demonstrate how in principle the idea could works, I will move toward a 3D simulator, which in turn will takes into account all the physical properties of the simulated world and will constitute an optimum starting point for moving toward the usage of the evolved controllers on real MAVs.

Come dite? Niente poker, oggi? Beh, ammetto che in serata un pochino ci ho giocato. Ed ho giocato pure benino, seppur non abbia regalato un grande spettacolo. Certo è che la fortuna non mi è stata troppo vicina. Tre tornei giocati, di cui due dei miei classici six-handed da $5+0.5, chiusi entrambi al terzo posto (per la cronaca, vanno a premio i primi due) ed uno da 9 persone e $10+1 di buy-in, in cui ho chiuso quarto (quando a premio ci vanno i primi tre).

Detto ciò, oggi ho fatto effettivamente un sacco di roba. Peccato mi sia dimenticato di andare a far spesa. E i viveri iniziano a scarseggiare…

Volevate il mio GANTT chart, vero?

Ebbene, eccolo qua!

GANTT chart for my MPhil/PhD

Pure in comoda versione PDF da scaricare:

Confermo il vostro latente sospetto, la burocrazia mi sta facendo schizzare male. Ma tra le varie cose, l’essere riuscito a preparare il tanto temuto GANTT chart è una bella boccata d’ossigeno. Domani, dalla calma della mia cameretta, provvederò a finire l’RDC1 e spedire un po’ di email legate, in modo più o meno diretto, al mio lavoro.

A risollevare un po’ la giornata, verso sera è arrivata la segnalazione da parte del buon Onofrio Gigliotta (che mi viene il sospetto sia in un periodo lavorativo piuttosto tranquillo) di una bella review a cura di tale Leandro Nunes de Castro, intitolata “Fundamentals of natural computing: an overview”. Sono 36 paginette, ma (come è lecito aspettarsi per un lavoro di questo genere) con una marea di bibliografia annessa. La lettura è agevole ed oltremodo piacevole. Se volete a vostra volta cimentarvi nell’impresa, potete scaricare tutto da qui sotto:

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