29 Gennaio 2008
Qtrax, cyber-war e filosofeggiamenti vari…
Ci sarebbero un sacco di cose di cui parlare, oggi. A partire dalla bufala Qtrax (quella che doveva essere un’autentica rivoluzione nel mondo del P2P, pare invece svanire in una bolla di sapone), passando per un interessante documentario che cerca di raccontare come sarà la Terra dopo la scomparsa del genere umano e fino ad arrivare ad un po’ di articoletti che parlano di cyber-terrorismo. O forse sarebbe più appropriato parlare in termini di cyber-warfare. Sfruttando il calderone suscitato mesi fa dalla notizia di presunti attacchi cinesi alle infrastrutture IT del Pentagono, l’amministrazione Bush ha deciso di lanciare una nuova e severa opera di controllo, riguardante ciò che avviene all’interno dei propri apparati governativi. Decidendo però di estendere le orecchie del nuovo Grande Fratello anche ad alcune aziende private, ritenute di importanza nazionale. Una mossa che, ovviamente, non poteva far altro che scatenare i sostenitori dei diritti civili, prontamente levatisi sugli scudi dopo un periodo di inusuale appannaggio.

Tra parentesi. A me, tutto ciò che riguarda le cosìddette guerre del cyber-spazio, stuzzica da morire. E voi, siete per caso altrettanto curiosi? Allora, giusto per vedere che faccia hanno questi presunti cyber-criminali, cyber-terroristi o più semplicimente cyber-soldati, date pure un’occhiata a questo articolo pubblicato un paio di giorni fa da DefenseTech.org. Paura, vero?
Va beh, cerchiamo di tornare seri. Come dicevo in apertura, ci sarebbe un mare di cose di cui parlare (ho già fatto cenno, ad esempio, al fatto che grazie al buon Vadim, a breve avrà finalmente inizio la mia carriera da giocatore di biliardo?), ma in realtà il focus di questo post sta altrove. Ieri mattina ho passato un paio d’orette a filosofeggiare di sicurezza internazionale. Buttando giù qualche riga, in italiano, che suona più o meno così:
Se nel periodo intercorso dalla fine della seconda guerra mondiale al crollo del muro di Berlino la sicurezza di un paese ruotava attorno alla sua capacità di proteggersi (o scoraggiare, data la logica della MAD, Mutual Assured Destruction) da un attacco di tipo nucleare, oggi, nell’era della GWOT (Global War on Terrorism), le cose sono cambiate. Con i Paesi occidentali, nonchè di fatto l’ex-URSS, unite all’insegna della NATO, le principali minacce alla sicurezza non provengono più da stati sovrani, ma da gruppi terroristici non immediatamente visibili ed identificabili. Rispondere a questo tipo di minacce è un compito molto più difficile rispetto al passato e i servizi di intelligence rivestono un ruolo sempre più fondamentale in tale contesto. Ma, accanto all’intelligence, servono nuovi strumenti con i quali fronteggiare queste sfide del XXI° secolo. Se un sistema di difesa anti-missilistica, tanto per fare un esempio, era di importanza primaria fino alla fine degli anni ‘80, oggi può essere quasi considerato come un inutile e costoso surplus.
I nuovi sistemi di difesa devono essere in grado di lavorare su una scala spaziale ristretta, dato che le minacce (pensiamo ad esempio ad un attentatore suicida che decida di farsi esplodere in una via affollata di un centro città) non provengono più dall’esterno, ma bensì dall’interno. Se poi, a tutto questo, aggiungiamo anche il fatto che per un governo risulta sempre più difficile riuscire a giustificare di fronte all’opinione pubblica le perdite umane subite dalle proprie forze di sicurezza, risulta evidente l’esigenza di minimizzare il rischio per gli umani e la scelta di affidarsi, in maniera sempre più massiccia, a strumenti robotici.
Il mio lavoro di ricerca si colloca proprio in questo scenario: la progettazione di sistemi di controllo per piccoli aeroplani robotici, in grado di navigare autonomamente all’interno di un contesto urbano tradizionale, raggiungere un target potenzialmente pericoloso e renderlo inoffensivo.
Oggi, invece, con l’aiuto del buon Gianni (fresco sposo a cui vanno le mie più sentite condoglianze congratulazioni per l’accaduto), mi sono svegliato di buon ora e, seppur controvoglia, mi sono dovuto trascorrere una mezzoretta all’Hoe, giocando a fare il modello. Con risultati che, non certo per colpa del fotografo quanto piuttosto del soggetto, non sono proprio dei più entusiasmanti. Ma pazienza. Speriamo solo che tutti questi sforzi non siano stati vani.
PS: domani, mi raccomando, date un’occhiata a Il Resto del Carlino di Reggio…
Comments(3)



eh, io volevo farci una tesina sullo stato attuale del cosidetto cyberwarfare.
mi salvo il post, che ora ho altri pensieri per la testa…
Ciao Fabio, questa mattina ho letto il Carlino di Reggio. Poi ho cercato il tuo nome on-line e sono finito qua.
Che dire… volevo solo farti i complimenti.
Grazie mille, Alessandro… complimenti immeritati, ma comunque ben accetti!