Non ne ero consapevole, ma questa mattina finalmente l’ho scoperto. Sono un ragazzo della “Playstation generation”. Un modo simpatico (a detta dei militari che lo usano) ed a quanto ho scoperto largamente utilizzato per descrivere la generazione di noi giovinastri. Di quelli cresciuti, come me, con un joypad in mano.
Nota positiva della giornata. Anche se molti miei fans stenteranno a crederci, ero uno dei delegati con piu’ capelli. Nota negativa. Come si dev’essere capito dal paragrafo precedente, l’eta’ media dei partecipanti era un multiplo non meglio definito della mia. In effetti, tra ammiragli, maggiori e graduati vari, il sottoscritto era un pochino fuori luogo. Giusto un pochino. Qualche anima pia, comunque, ha quasi sempre caritevolmente deciso di fare due chiacchiere con me nel corso dei numerosi break. Muovendo sempre dal medesimo punto punto di partenza: “PhD student? What brings you here?”. Domanda alla quale ha sicuramente contribuito l’orribile badge messomi a disposizione dalla RUSI, sul quale campeggiava a caratteri cubitali questo mio “titolo”. Allego la fotografia, perche’ davvero merita. Soprattutto se considerate che il resto dei presenti aveva al posto di “PhD Student” una media di dieci sigle diverse (dr, lt, col, adm e chi piu’ ne ha piu’ ne metta).

Ad ogni modo, bella conferenza. Il luogo, il Whitehall Palace, sede del Ministero della Difesa, d’altronde prometteva bene. L’unico appunto da fare riguardo alla location e’ relativo ai cessi. Di una bellezza tale che avrebbero rivaleggiato con quelli di Trainspotting.
Dal punto di vista dei contenuti, una cosa mi ha stupito piu’ di tutte. I militari, quando parlano di autonomous military systems, intendono veramente qualcosa di autonomo. Pure troppo, a mio avviso. Nella loro idea, un sistema militare autonomo e’ qualcosa che agisce completamente da solo. Decidendo da solo cosa fare, quando farlo e come farlo. Ed allora si’ che ha senso parlare di problemi etici come si e’ fatto oggi, se uno di questi sistemi puo’ decidere in maniera assolutamente autonoma che un certo target non gli piace e quindi sparargli un pochetto adosso. Vige poi in loro una strana associazione mentale, secondo cui piu’ un sistema e’ autonomo, piu’ questo e’ predictable. Cosa su cui mi permetterei di dissentire, cosi’ come su tante altre cosine che si sono dette. Ma che ci stanno, in quanto non si trattava di scienziati, ma di effettivi dell’esercito.
Per quanto riguarda i (pochi) rappresentanti del mondo accademico, buonissime performance da parte di Noel Sharkey (Sheffield University) e Ron Arkin (Georgia Institute of Technology). Un voto in meno al primo, che durante uno dei coffee break mi ha liquidato dopo tre parole, credo una volta capito che non ero inglese (il fatto che siano state necessarie tre parole prima di sciogliergli il dubbio e’ una testimonianza inequvocabile del fatto che il mio inglese fa passi da gigante!).
Alla fine della fiera sono riuscito a strappare due chiacchiere veloci (ma veloci veloci sul serio) con Cristopher Parry, un rear Admiral (non chiedetemi cosa voglia dire “rear” prima di “Admiral”, perche’ davvero non ne ho la minima idea… mi vengono in mente solo battutacce), che in ultimo ha accettato di dare un’occhiata al lavoro che sto facendo e dirmi che ne pensa da un punto di vista prettamente militarista. La cosa interessante, infatti, e’ che durante il suo talk (sicuramente uno dei migliori della giornata) dedicato al problema della proliferazione dei sistemi militari autonomi, ha parlato di MAVs (ed e’ stato l’unico della giornata a farlo). Da una prospettiva esattamente opposta alla mia. Parlava infatti del possibile utilizzo di MAVs, dotati di un payload esplosivo, da far volare nel cuore di centri urbani per fare strage di civili. Dal che emerge in maniera lampante che io e i terroristi la pensiamo in maniera drammaticamente simile (ed il che spiega perche’ non mi abbiano ancora ucciso: evidentemente fa loro piu’ comodo sfruttarmi aggratis via Internet). Non sono sicuro sia un bene. Ad ogni modo, nel mio portafoglio, tra il biglietto da visita del mago Bryan, il mio cartellino dell’Olimpia e la tessera dell’Azione Cattolica di mio nonno, ora c’e’ anche la business card di un ammiraglio dell’esercito di Sua Maesta’. Fico. Quasi quanto fumare una sigaretta fuori dal Whitehall, col vestito della festa e il badge sul tashino, e notare tutti i londinesi di passaggio che buttano l’occhio per vedere chi cazzo sei.
UPDATE: un report della conferenza è finito dritto dritto sul New Scientist. Peccato. Ad averlo saputo prima avrei cercato il giornalista e mi sarei inventato un mare di cazzate da raccontare…
UPDATE #2: la conferenza è citata da quasi tutti i principali media. Ed è stata ripresa in un articolo persino da Punto Informatico. Rimane il mio interrogativo di fondo. O mi sono perso qualche passaggio di fondamentale importanza, oppure Sharkey non ha usato toni così allarmistici come sembrerebbe dalla lettura di tutti questi pezzi. I quali, per inciso, paiono derivare tutti da una medesima fonte…