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Some other old good stuff

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per Febbraio, 2008

iTV1 live@Plymouth

Rispettando la strana congiunzione astrale del momento, continua a mantenersi assolutamente idilliaco il momento che sta vivendo il rapporto tra i media ed il nostro Adaptive Behaviour and Cognition Research Group plymouthiano.

Tv-headed man

Poco fa sono infatti sbarcate alla B110 di Portland Square le telecamere di iTV1, uno dei cinque canali “istituzioni” del sistema televiso anglosassone. Obiettivo della loro incursione in terra devoniana, un’intervista da fare al mio supervisor, Angelo Cangelosi, riguardante il progetto ITALK che avrà ufficialmente inizio il mese prossimo. L’intervista (no, non esattamente live come ho lasciato intendere dal titolo) si è volta qui dentro ed ha parlato un po’ anche il buon Vadim Tikhanoff. Se tutto va bene, il servizio dovrebbe andare in onda nel weekend.

Stay tuned!

iCub is coming…

Dopo la mia due giorni londinese, eccomi tornato a Plymouth. Finalmente in jeans. E piacevolmente sorpreso dallo scoprire che i media hanno dedicato un bell’articoletto al progetto che partirà il mese prossimo e che ci vedrà protagonisti assoluti. Anche se il sottoscritto, con il robottino di cui si parla qui sotto, condividerà soltanto la stanza, dato che non è al momento previsto un mio impiego attivo nel progetto.

Cito da un articolo comparso sul sito della BBC:

Plan to teach baby robot to talk
The four-year project is due to start next month
A university in Devon is preparing to find out if a baby robot can be taught to talk.

Staff at the University of Plymouth will work with a 1m-high (3ft) humanoid baby robot called iCub.

iCub robotic platform

Over the next four years robotics experts will work with language development specialists who research how parents teach children to speak.

Their findings could lead to the development of humanoid robots which learn, think and talk.

The project is believed to be the first of its kind in the world and typical experiments with the iCub robot will include activities such as inserting objects of various shapes into the corresponding holes in a box, serialising nested cups and stacking wooden blocks.

Artificial intelligence

The iCub, which will arrive at the university next year, will also be asked to name objects and actions so that it acquires basic phrases such as “robot puts stick on cube”.

A consortium led by the University of Plymouth, a world leader in cognitive robotics research, beat competition from 31 others to win a £4.7m grant for the Italk – Integration and Transfer of Action and Language Knowledge in Robots – project.

The university’s partners in the project include the University of Hertfordshire and others from across Europe.

Angelo Cangelosi, Professor in Artificial Intelligence said: “The outcome of the research will define the scientific and technological requirements for the design of humanoid robots able to develop complex behavioural, thinking and communication skills through individual and social learning.”

Ciao, sono un ragazzo della “Playstation generation”, ti va di giocare con me?

Non ne ero consapevole, ma questa mattina finalmente l’ho scoperto. Sono un ragazzo della “Playstation generation”. Un modo simpatico (a detta dei militari che lo usano) ed a quanto ho scoperto largamente utilizzato per descrivere la generazione di noi giovinastri. Di quelli cresciuti, come me, con un joypad in mano.

Nota positiva della giornata. Anche se molti miei fans stenteranno a crederci, ero uno dei delegati con piu’ capelli. Nota negativa. Come si dev’essere capito dal paragrafo precedente, l’eta’ media dei partecipanti era un multiplo non meglio definito della mia. In effetti, tra ammiragli, maggiori e graduati vari, il sottoscritto era un pochino fuori luogo. Giusto un pochino. Qualche anima pia, comunque, ha quasi sempre caritevolmente deciso di fare due chiacchiere con me nel corso dei numerosi break. Muovendo sempre dal medesimo punto punto di partenza: “PhD student? What brings you here?”. Domanda alla quale ha sicuramente contribuito l’orribile badge messomi a disposizione dalla RUSI, sul quale campeggiava a caratteri cubitali questo mio “titolo”. Allego la fotografia, perche’ davvero merita. Soprattutto se considerate che il resto dei presenti aveva al posto di “PhD Student” una media di dieci sigle diverse (dr, lt, col, adm e chi piu’ ne ha piu’ ne metta).

Badge, RUSI conference

Ad ogni modo, bella conferenza. Il luogo, il Whitehall Palace, sede del Ministero della Difesa, d’altronde prometteva bene. L’unico appunto da fare riguardo alla location e’ relativo ai cessi. Di una bellezza tale che avrebbero rivaleggiato con quelli di Trainspotting.

Dal punto di vista dei contenuti, una cosa mi ha stupito piu’ di tutte. I militari, quando parlano di autonomous military systems, intendono veramente qualcosa di autonomo. Pure troppo, a mio avviso. Nella loro idea, un sistema militare autonomo e’ qualcosa che agisce completamente da solo. Decidendo da solo cosa fare, quando farlo e come farlo. Ed allora si’ che ha senso parlare di problemi etici come si e’ fatto oggi, se uno di questi sistemi puo’ decidere in maniera assolutamente autonoma che un certo target non gli piace e quindi sparargli un pochetto adosso. Vige poi in loro una strana associazione mentale, secondo cui piu’ un sistema e’ autonomo, piu’ questo e’ predictable. Cosa su cui mi permetterei di dissentire, cosi’ come su tante altre cosine che si sono dette. Ma che ci stanno, in quanto non si trattava di scienziati, ma di effettivi dell’esercito.

Per quanto riguarda i (pochi) rappresentanti del mondo accademico, buonissime performance da parte di Noel Sharkey (Sheffield University) e Ron Arkin (Georgia Institute of Technology). Un voto in meno al primo, che durante uno dei coffee break mi ha liquidato dopo tre parole, credo una volta capito che non ero inglese (il fatto che siano state necessarie tre parole prima di sciogliergli il dubbio e’ una testimonianza inequvocabile del fatto che il mio inglese fa passi da gigante!).

Alla fine della fiera sono riuscito a strappare due chiacchiere veloci (ma veloci veloci sul serio) con Cristopher Parry, un rear Admiral (non chiedetemi cosa voglia dire “rear” prima di “Admiral”, perche’ davvero non ne ho la minima idea… mi vengono in mente solo battutacce), che in ultimo ha accettato di dare un’occhiata al lavoro che sto facendo e dirmi che ne pensa da un punto di vista prettamente militarista. La cosa interessante, infatti, e’ che durante il suo talk (sicuramente uno dei migliori della giornata) dedicato al problema della proliferazione dei sistemi militari autonomi, ha parlato di MAVs (ed e’ stato l’unico della giornata a farlo). Da una prospettiva esattamente opposta alla mia. Parlava infatti del possibile utilizzo di MAVs, dotati di un payload esplosivo, da far volare nel cuore di centri urbani per fare strage di civili. Dal che emerge in maniera lampante che io e i terroristi la pensiamo in maniera drammaticamente simile (ed il che spiega perche’ non mi abbiano ancora ucciso: evidentemente fa loro piu’ comodo sfruttarmi aggratis via Internet). Non sono sicuro sia un bene. Ad ogni modo, nel mio portafoglio, tra il biglietto da visita del mago Bryan, il mio cartellino dell’Olimpia e la tessera dell’Azione Cattolica di mio nonno, ora c’e’ anche la business card di un ammiraglio dell’esercito di Sua Maesta’. Fico. Quasi quanto fumare una sigaretta fuori dal Whitehall, col vestito della festa e il badge sul tashino, e notare tutti i londinesi di passaggio che buttano l’occhio per vedere chi cazzo sei.

UPDATE: un report della conferenza è finito dritto dritto sul New Scientist. Peccato. Ad averlo saputo prima avrei cercato il giornalista e mi sarei inventato un mare di cazzate da raccontare…

UPDATE #2: la conferenza è citata da quasi tutti i principali media. Ed è stata ripresa in un articolo persino da Punto Informatico. Rimane il mio interrogativo di fondo. O mi sono perso qualche passaggio di fondamentale importanza, oppure Sharkey non ha usato toni così allarmistici come sembrerebbe dalla lettura di tutti questi pezzi. I quali, per inciso, paiono derivare tutti da una medesima fonte…

Fabietto Live@London

Evidentemente e’ destino. Ovunque vada c’e’ vento. Pure a Londra, che nel mio immaginario (formatosi chissa’ quando e chissa’ perche’) doveva essere piu’ calda di Plymouth e soprattutto ben protetta dai venti che tanto mi innervosiscono giu’ nel profondo south-west inglese. Macche’. Vento pure qui. Non freddo, ma fastidioso come sempre.

Me at London, blowing in the wind…
(sì, sul blog ci metto soltanto quelle foto in cui vengono bene sia il sottoscritto sia lo sfondo, che in teoria sarebbe il Big Ben…)

Londra, comunque, oltre ad essere molto graziosa, un altro lato positivo ce l’ha. Non trascurabile. Si capisce cosa dice la gente. Puoi fermare un passante e scambiare qualche frase con lui. Puoi parlare e ridere ad una battuta, non per convenzione, ma perche’ davvero l’hai capita e ti ha fatto ridere. Puoi fare veramente un sacco di cose in più, a livello sociale, rispetto a Plymouth. Peccato solo che siano sempre tutti di corsa, la famosissima tube sia di una lentezza esasperante (per non parlare dei 4£ a corsa, stiamo scherzando?!?) ed il 90% della popolazione sia in giacca e cravatta. E peccato soprattutto che ogni tre metri si senta qualcuno parlare in italiano.

Ah, per gli smemorati che se ne fossero dimenticati, la mia presenza in quel di Londra e’ dovuta alla conferenza in programma per domani al Whitehall Palace, dal titolo The ethics of autonomous military systems. E che al momento, per quanto viaggio, alloggio e partecipazione mi siano rimborsati, mi e’ costata 330 pounds per il vestito della domenica…

Soldi ben spesi

Mi erano rimasti poco più di due dollari sul conto di Full Tilt. E così, complice l’inaspettata serata libera dovuta al mattarello rosa raccattato alla Student Union, ho deciso di giocarmeli. Già convinto di vederli bruciati alla svelta, come accade regolarmente da qualche settimana a questa parte.

Così mi sono infilato in un torneo da 180 partecipanti, con 2+0.25$ di buy-in. E devo dire che è andata decisamente meglio rispetto ad ogni mia più rosea aspettativa, così come testimoniano le immagini che seguono:

23022008 - FTP Final table, first hand

23022008 - FTP Final table, the end

23022008 - FTP won tournament review

Sono tornato in vita. Alla faccia dei gufi (tra cui il sottoscritto) che mi davano troppo presto per spacciato…

La ciliegina sulla torta

Il mio magico momento di tilt pokeristico ha raggiunto oggi il suo apice. Dopo aver dilapidato nel giro di una settimana e mezzo i piu’ di 200 dollari che avevo sul mio conto FullTiltPoker (2 dollari e mezzo residui), oggi ho ben pensato di compromettere definitivamente pure la mia classifica al torneo dell’UPSU, chiudendo con un ottimo ultimo posto (72esimo, per gli amanti delle statistiche).

Say no to tilt

Veramente poco da tramandare ai posteri. Arrivo alla Student Union ed il mio morale e’ a mille. Non so perche’, ma mi sento tremendamente positivo. Non mi prendo neanche la mia solita pinta di birra perche’ voglio essere il piu’ lucido possibile. Sento che sara’ una grande giornata di poker.

Terza mano. Sono in posizione di dealer, con buii a 25/50. Pesco pocket six. Al momento c’e’ solo un raise di 2BB in early-middle position. Rilancio forte, buttando sul piatto 600, nel mio solito modo di giocare le middle pocket pairs in un pre-flop tranquillo. Troppo, col senno di poi. Il raiser iniziale, invece che foldare come speravo, mi chiama. Gli dò due carte alte in mano. Flop basso, 4-5-8 con due spades. Benissimo, punto ancora: 500. Vengo chiamato. C’è qualcosa che non mi torna, forse avrà in mano un asso, penso, oppure non sta calcolando bene le odds. Il turn e’ un 9 non di picche. Altri 500, chiamato. Il river e’ una Q. Faccio check, dato che c’è qualcosa che non mi torna, imitato dal mio avversario. Che mi scopre coppia di 10. Ecco svelato l’arcano. Peccato solo che per capirlo mi sia rovinato. Mi rimangono poco piu’ di 300 chips.

Mi arrivano pocket jacks, tre mani piu tardi, in middle position. Ci sono due caller prima di me, che vado all-in e vengo chiamato dal BB e dal primo dei due limper iniziali. Come un calvario guardo le carte girate man mano sul tavolo. Bassa, bassa, bassa, bassa, donna. Il big blind gira QA-off.

JJ vs QA-off

Ed io vado a casa, dopo aver lasciato per la seconda volta il mio autografo sul mattarello rosa. Urge riposarsi un po’.

Riflessioni su un software in grado di giocare a poker…

E’ ormai da diverso tempo che mi bazzica per la testa l’idea di scrivere un software in grado di giocare a poker. Ovviamente, il mio target è il No Limit Texas Hold’Em. La mia variante preferita, nonchè quella ad oggi più diffusa, anche perchè utilizzata per il main event del World Poker Tour. Alias, il campionato del mondo di poker.

Poker - robot vs human

Una delle domande sulle quali mi sto dibattendo senza successo da diverso tempo riguarda il come scrivere un algoritmo in grado di gestire in maniera corretta le chiamate dopo il flop. Nel pre-flop, infatti, il meccanismo di betting è abbastanza standardizzato e facilmente replicabile in un algoritmo. In genere, le puntate vengono espresse in termini di multipli del big blind e variano nel range 2BB-6BB (per poi ridursi man mano, con il crescere dei buii). Vi sono talvolta delle puntate grosse, generalmente all-in, che data la loro rarità e la scarsità di informazioni disponibili nel momento in cui vengono effettuate, possono comunque essere trattate come eccezioni e gestite pertanto in maniera estremamente specifica, con codice scritto ad-hoc.

Ovviamente, anche nel pre-flop sono moltissimi i parametri da tenere in considerazione. Un algoritmo che gestisca il primo round di puntate deve infatti agire in funzione della propria posizione al tavolo, del proprio e degli altrui stacks, del livello dei buii, delle precedenti puntate già effettuate, del numero e dello stile degli avversari che ancora devono parlare. Credo tuttavia che utilizzando un approccio ben formalizzato (prendendo ispirazione, ad esempio, da quanto teorizzato da Dan Harrington), il compito sia fattibile. Allo stesso modo credo sia importante che lo schema di riferimento utilizzato sia tendenzialmente tight, in maniera da semplificare il più possibile le decisioni da prendere dopo il flop.

Perchè il problema arriva appunto dopo il flop. Qui, lo stile e la teoria se ne vanno spesso e volentieri a farsi fottere. Logica vuole che le puntate si trasformino durante questa fase in sotto-multipli del pot. Ma non sono rari i casi (dovessi azzardare una percentuale, direi almeno un 15/20% del totale) in cui le puntate pareggiano o superano abbondantemente il pot. Forse è un limite del sottoscritto, ma io non uso (e dunque non so identificare) una regola precisa per giocare dopo il flop. Di volta in volta decido, sulla base della conoscenza dei giocatori che sono attivi, se la mia mano è la più forte in circolazione oppure no. Molto più frequentemente mi trovo a sperare che lo sia, senza tuttavia averne la certezza matematica. Questo, tra parentesi, è a mio avviso il momento in cui emerge il tilt mentale del giocatore di poker (esattamente quello, pesantissimo, che sto attraversando io in questi giorni). Un giocatore in tilt tende a sovrastimare le probabilità di vittoria della sua mano. Ed è così portato a perdere ancora più frequentemente di prima. Se a questo, poi, si aggiunge pure un po’ di sfortuna (tanto per dirne una, in uno dei miei soliti sit&go di ieri sera, nel giro di 20 mani mi sono trovato contro, in heads-up, due four of a kinds: mi sono salvato nel primo caso, mi sono rovinato nel secondo avendo indovinato la scala che stavo cercando al river), la frittata è fatta. Ed uscirne è una tragedia. Ma parlavamo di algoritmi. Finchè le puntate post-flop sono “standard”, il compito di un software è relativamente facile. Schematizzando un po’ brutalmente, riassumerei le situazioni che possono verificarsi dopo il flop in cinque categorie principali:

  1. non si è azzeccato niente, si è in tanti ed il flop contiene delle overcards rispetto alle proprie. E’ meglio foldare senza pensarci su troppo. La logica vuole che si bluffino i pochi, mai i molti;
  2. non si è beccato niente, ma si è in pochi (due, massimo tre giocatori) ed il flop è stato difficilmente indovinato dagli avversari (tipicamente perchè contiene carte basse, oppure solo una figura). Si può provare ad aggiudicarsi il pot con una continuation bet, magari raisando una analoga puntata da parte di un avversario;
  3. non si è beccato niente, ma vi è la possibilità di azzeccare qualcosa con le carte successive. Si può valutare la situazione calcolando le odds e decidendo di conseguenza se vale la pena o meno di giocare. In questo caso non è troppo importante il numero degli avversari, siccome possono esserci vantaggi sia che essi siano pochi, sia che invece siano molti. Il problema consiste semmai nel calcolo delle odds. Per un computer, calcolare le explicit odds è di una semplicità, nonchè di una velocità, disarmante. Più difficile, molto più difficile, calcolare quelle implicite. Talvolta può infatti essere conveniente fare una chiamata senza avere le necessarie odds esplicite se si ritiene che quelle implicite (ossia le chips che entreranno nel caso in cui si colpisca il bersaglio grosso) siano in grado di ricompensare il rischio affrontato;
  4. si è girato un mostro. Questa è la situazione più divertente e si può decidere a seconda dell’umore se giocarlo slow, da valore reale o in maniera forte;
  5. si è colpito qualcosa, ma questo non è necessariamente il punto più forte in circolazione (possibilità di scala/colore, coppia con kicker che non è un asso, possibilità di tris, coppia non-top, ecc…). Che fare? Dipende…

Neanche a farlo apposta, la situazione più frequente è anche la più difficile da gestire. Si tratta oviamente della numero 5. Il poker è un gioco di informazione. Che quando non è disponibile, come in questo caso, dev’essere andata a cercare. Quando non sono sicuro della posizione della mia mano, io sono solito osservare la situazione, oppure, se tocca a me parlare per primo, fare una cosiddetta probe bet. Una puntata di entità sufficiente (da 1/3 ad un 1/2 del pot) per far foldare chi non ha azzeccato niente (è importante per questo che l’importo non sia troppo basso, anche per non far apparire la puntata come sand-bagging ed incentivare così un call da parte degli avversari che potrebbe essere confuso per forza reale quando invece non lo è), lasciando in gioco soltanto chi, eventualmente, ha un bel punto. Se ricevo una call o un raise ed io non ho la top-pair in mano, in genere lascio andare la mano alla puntata successiva. Altrimenti, in altre condizioni, decido in un maniera diversa e non-standard, seguendo perlopiù l’ispirazione del momento.

Il problema, più in generale, è quello di stabilire, in un dato momento, se la propria mano si trova “davanti o dietro” rispetto a quella degli avversari attivi. Un software, così come d’altronde accade anche i per giocatori professionisti, non deve necessariamente essere in grado di stimare questa informazione mancante con il 100% di accuratezza. Un certo margine di errore è accettabile. E finchè le puntate effettuate dagli avversari sono di entità modesta, tale margine di errore non costituisce un problema serio. Lo costituisce, però, nel caso in cui le puntate a cui rispondere siano pesanti e mettano a rischio, in parte o integralmente, lo stack del giocatore/software. In tali circostanze, l’accuratezza della stima deve essere la massima possibile. Anche perchè un margine di errore troppo elevato dovrebbe far propendere il software verso un approccio conservativo: foldare ad ogni puntata grossa, quando si ha in mano un buon punto che però non è necessariamente il migliore in tavola. Il che costituirebbe un punto debole troppo facilmente exploitabile: il software potrebbe essere “bulleggiato” in tutta tranquillità.

A mio avviso, la risposta di un software alle puntate post-flop dovrebbe basarsi in maniera esclusiva su una rappresentazione della mano dell’avversario. Una rappresentazione che sia però dinamica, creata durante il pre-flop e funzione della storia passata, ma in grado di modificarsi (non troppo, altrimenti sarebbe perennemente a rischio bluff) nei round successivi sulla base della dinamica delle puntate. La rappresentazione beneficerebbe non poco di una preventiva categorizzazione dei giocatori seduti al tavolo (magari in una delle varie categorie delineate da Vorhaus), cosa per la quale una rete neurale potrebbe essere perfettamente adeguata (pur considerando il problema della categorizzazione in un contesto con così poche osservazioni a disposizione: nel poker, i giocatori sono costretti a categorizzare i propri avversari con un singolo data point a disposizione). Quale strumento utilizzare per rappresentare le mani è invece un problema al quale non so al momento trovare una risposta. Mi viene naturale pensare a qualche sistema Fuzzy, ma la mia pressochè nulla esperienza nel campo mi lascia con il vuoto in testa. Ma voglio trovare una risposta. Almeno in linea teorica. Quindi, cari lettori, preparatevi ad altri filosofeggiamenti del genere in futuro. I quali, purtroppo per voi, mi sono necessari per fissare un po’ le idee che in maniera troppo anarchica mi fluttuano per la mente.

Le reti di Jordan, queste sconosciute

Aspettando che le varie simulazioni che ho lanciato terminino la loro esecuzione e mi restituiscano i tanto agognati risultati, mi sono messo a studiacchiare un pochino. Il motivo è presto detto. Mi piacerebbe vedere come si comporterebbero i miei aeroplanini nel caso in cui fossero dotati di memoria. In sostanza, nel caso in cui la loro rete neurale non ricevesse in input soltanto la percezione corrente, ma anche qualcosa relativo al passato (uno o più stati precedenti). Il che, a mio avviso, li aiuterebbe non tanto nel compito di navigazione (la capacità di obstacle-avoidance che sviluppano, anche se migliorabile, mi sembra al momento più che sufficiente), quanto piuttosto nel raggiungere in maniera maggiormente efficace un target in fuga. E’ vero anche che il target che sto usando non ha una direzione di marcia precisa ed in ogni time step può muoversi in una qualsiasi posizione a lui adiacente, ma magari qualche informazione (perlomeno relativa al fatto che il target si stia muovendo) può rivelarsi utile ai MAVs.

Non me ne voglia il buon Hopfield, ma in genere, quando si intende aggiungere memoria ad una rete neurale, il primo pensiero lo si rivolge doverosamente a Jeffrey L. Elman, l’inventore dell’omonima architettura di rete. Un ottimo esempio, chiaro e conciso, di cosa sia una rete di Elman lo si può trovare a questo link, dal quale è tratta anche la figura che segue.

Example of Elman network architecture

L’idea di fondo, per farla molto semplice, è quella di prendere il pattern di attivazione delle unità intermedie della rete in un certo momento (ipotizziamo una rete feed-forward con un solo hidden layer, come quella che utilizzo per i miei aeroplanini) e reintrodurlo quindi in input al time-step seguente. Per fare ciò, come si vede nella figura di cui sopra, occorre replicare l’hidden layer, creando un cluster aggiuntivo contenente un ugual numero di neuroni, e quindi connettero (in modalità fully-connected) allo strato intermedio “vero”. Talvolta, a questa sorta di registro viene anche aggiunta una ricorrenza: i neuroni del registro vengono cioè collegati a loro stessi.

Ho voluto provare a giocarci un po’. Ed ho approfittato del mio eee PC, sul quale ho caricato tLearn, storico (intendo proprio per via dell’età) software per giochicchiare con le reti neurali. Accanto a lui, il capitolo 8 di Exercises in Rethinking Innateness ed una matita per scarabocchiarlo.

tLearn sul mio eee PC

Nel giro di cinque minuti scarsi, di fronte a me vi erà già una rete di Elman addestrata e perfettamente in grado di prevedere il carattere successivo di una sequenza (ovviamente standard) di lettere ricevute in input. Rete che, per inciso, non è quella mostrata nella figura qui sopra, riguardante invece un’implementazione dell’AND logico.

Detto tutto ciò, consultando la parte del mio manuale sulle reti neurali (il sempre ottimo Floreano-Mattiussi) dedicata alle reti con memoria dinamica, ho scoperto l’esistenza di una topologia di rete che assolutamente ignoravo. Trattasi della cosidetta “Rete di Jordan”. La quale dovrebbe consentire di raggiungere prestazioni del tutto analoghe a quelle ottenibili attraverso una rete di Elman, risparmiando però un sacco di neuroni. Da quello che sono riuscito a capire, infatti, invece che replicare il pattern dello strato intermedio, in questa topologia si fa la stessa cosa con quello di output. Il che, nel contesto di una rete come la mia, consentirebbe una drastica economizzazione. Peccato soltanto che queste reti di Jordan non sembrino proprio essere così largamente utilizzate. L’unico posto che sono riuscito a trovare dove se ne parla in maniera un minimo dettagliata è nei meandri della manualistica di SSNS (alias, lo Stuttgart Neural Network Simulator). Dello pseudo-paper nel quale sono state introdotte per la prima volta, su Internet pare non ce ne sia traccia (a meno che qualcuno non lo riesca a trovare: M. I. Jordan. Serial order: A parallel distributed processing approach. Technical Report Nr. 8604, Institute for Cognitive Science, University of California, San Diego, La Jolla, California, 1986.). Prima che mi appelli all’equivalente anglosassone di Chi l’ha visto? c’è per caso qualcuno di voi in grado di darmi una qualche dritta?

La maledizione del Rileys

Continua imperterrita la maledizione del Rileys. Che, alla mia ormai sesta o settima apparizione, non sono ancora riuscito a sbancare in alcun modo.

Inizio la serata col solito giro di brutte carte che ormai mi accompagna costantemente da un paio di settimane a questa parte. Perdo qualche buio e riesco a vedere giusto due flop rispettivamente da SB e BB, per poi foldare alla velocità della luce appena qualcuno punta. Qualche mano più tardi, dopo che tutti hanno foldato ed io sono di BB, un tizio rilancia abbastanza forte col chiaro intento di rubare i buii. Lo SB folda, io re-raiso per aggiudicarmi la sua puntata. A sorpresa, però, mi chiama. Il flop esce con tre carte di fiori: 3, 4, 7. Io ho in mano J8-off ed il mio jack è di fiori. Punto un po’ in semi-bluff e vengo rilanciato all-in. Bella giocata. Io non me la sento di rischiare e lascio andare il mio (decisamente non nut) flush draw. Il mio avversario mi scopre 45-suited (non a fiori): l’ha giocata veramente bene dopo il flop, ma la sua chiamata nel pre-flop di fronte al mio violento re-raise è decisamente da idioti.

Passa qualche tempo ed io perdo un’altra mano decisamente costosa, dove entro con A9-suited. Sono io ad aprire nel pre-flop e trovo un solo caller che mi risponde. Lui prende in mano le redini delle puntate, mettendo qualche chips su un flop che è una roba del tipo 3,4,10 arcobaleno. Chiamo, rappresentando di fatto un asso o due overcard. Stessa cosa al turn, che è una Q. Al river, un K, lui mi fa check ed io, prendendola come debolezza, ci vado pesante. Lui ci pensa un po’ su, si giustifica coi suoi amici perchè sta facendo una “stupid call” (testuali parole sue), ma chiama. Ha 10 e 8. La sua coppia di 10 batte il mio niente, ma rimane veramente un’altra chiamata da imbecilli che mi costa un patrimonio.

Finalmente la fortuna mi sorride un po’, tre mani più tardi, quando mi trovo serviti pocket kings. Rilancio nel pre-flop e, come speravo, ottengo un solo caller. Il flop esce giusto con un jack e due carte più basse. Nè scale e nè colori possibili, ma soprattutto niente assi. Vado di continuation bet, puntando circa 1/3 del piatto in maniera tale da non scoraggiare l’azione e difatti la mia avversaria mi chiama. Il turn è un K. Bingo. Faccio check, cercando di far passare come bluff la mia puntata precedente, dato che ora non mi spaventa più nessuna carta. Vengo prontamente imitato. Il river è una carta bassa, del tutto inutile in quel contesto. Temo che lei non abbia azzeccato proprio niente di queste carte comuni. Se faccio una puntatina regolare per estrarre valore, questa mi folda, ragion per cui devo fare qualcosa di anomalo. Vado all-in. Lei sente correttamente puzza di bruciato e mi chiama, forte della sua coppia di jack. E io raddoppio, mandandola a casa.

Dopo questa vincita mi ritrovo di poco sotto l’average in quanto a stack. Ma la situazione di semi-tranquillità è destinata a durare poco. Nell’ultima mano prima del break mi trovo serviti pocket 7s. Buii a 50/100, sono in middle position dopo che nessuno ha chiamato e vado per una puntata da 500, col chiaro intento di far foldare tutti. Il tipo alla mia sinistra, però, chiama senza esitazione. Rimaniamo solo io e lui. Il flop è 6, 10, J con le ultime due di fiori. Punto altri 500 e lui mi rilancia all-in. Sono giocoforza costretto a foldare. Perdo un sacco di chips, ma sono ancora vivo. Dalla sua puntata gli facevo una doppia coppia o 4/5 di scala/colore. A sorpresa aveva invece pocket aces. Nel male di scrociarmi con una coppia di sette contro una di assi, mi è andata bene che lui ha giocato così male da costringermi al fold.

Sono short ed ho bisogno di raddoppiare alla svelta. Nell’attesa delle carte buone per farlo, appena i buii aumentano di livello tento un attacco a sorpresa, in maniera tale da garantarmi un giro di tavolo gratuito, sparandomi all-in da middle position dopo che solo il giocatore UTG ha fatto call (un giocatore, tra parentesi, che non sa minimamente cosa siano le posizioni e che dunque non mi preoccupa per niente). Capita però che lo SB mi chiami: As5d per me, 9hJh per lui.

A5-off vs 9J-suited

Fortuna vuole che lui non azzecchi nessuna delle sue due carte. Sfortuna vuole che in compenso, con il river, centri il colore. Ed io, per l’ennesima volta, me ne ritorno a casa dal Rileys malconcio…

UPDATE: E per completare nel migliore dei modi la serata, cosa poteva esserci di meglio che una bad beat coi controfiocchi su Full Tilt Poker?

Full Tilt Poker Game #5334313598: $10 + $1 Sit & Go (40566786), Table 1 – 40/80 – No Limit Hold’em – 19:35:17 ET – 2008/02/20
Seat 1: TheOEDonk (1,970)
Seat 2: Rootdog (785)
Seat 3: guzler (1,885)
Seat 6: padgerfan (1,460)
Seat 7: Tider92 (1,575)
Seat 8: myppbgrdanyrs (4,270)
Seat 9: Fabio The Doc (1,555)
Fabio The Doc posts the small blind of 40
TheOEDonk posts the big blind of 80
The button is in seat #8
*** HOLE CARDS ***
Dealt to Fabio The Doc [2h 3d]
Rootdog folds
guzler has been disconnected
guzler has 15 seconds left to act
guzler is sitting out
guzler has timed out
guzler folds
guzler has returned
guzler has reconnected
padgerfan calls 80
Tider92 folds
myppbgrdanyrs folds
Fabio The Doc calls 40
TheOEDonk checks
*** FLOP *** [Td 3h 2c]
Fabio The Doc checks
guzler is feeling normal
TheOEDonk bets 180
padgerfan folds
Fabio The Doc raises to 360
TheOEDonk has 15 seconds left to act
TheOEDonk calls 180
*** TURN *** [Td 3h 2c] [8d]
Fabio The Doc bets 300
TheOEDonk has 15 seconds left to act
TheOEDonk raises to 1,530, and is all in
Fabio The Doc calls 815, and is all in
TheOEDonk shows [Th As]
Fabio The Doc shows [2h 3d]
Uncalled bet of 415 returned to TheOEDonk
*** RIVER *** [Td 3h 2c 8d] [8c]
TheOEDonk shows two pair, Tens and Eights
Fabio The Doc shows two pair, Eights and Threes
TheOEDonk wins the pot (3,190) with two pair, Tens and Eights
Fabio The Doc stands up
*** SUMMARY ***
Total pot 3,190 | Rake 0
Board: [Td 3h 2c 8d 8c]
Seat 1: TheOEDonk (big blind) showed [Th As] and won (3,190) with two pair, Tens and Eights
Seat 2: Rootdog didn’t bet (folded)
Seat 3: guzler didn’t bet (folded)
Seat 6: padgerfan folded on the Flop
Seat 7: Tider92 didn’t bet (folded)
Seat 8: myppbgrdanyrs (button) didn’t bet (folded)
Seat 9: Fabio The Doc (small blind) showed [2h 3d] and lost with two pair, Eights and Threes

Credo sia stata veramente una delle più brutte mani che abbia mai perso in vita mia…

Poker on-line in Italia

Il post di oggi è incentrato su di, un articolo, tratto dal Corriere di oggi, che mi era assoltamente sfuggito e che pertanto ripropongo integralmente qui di seguito:

GIRO D’AFFARI DI 400 MILIONI DI EURO
Clicca e fai poker
A marzo viene legalizzato anche da noi il gioco online. Il mercato punta a un milione di italiani

Bond, James Bond, a questo tavolo non si farà ingannare dalla sanguigna lacrima di Le Chiffre leggendola come genuino indizio di bluff invece della trappola qual è, come succede nell’ultimo Casinò Royale. Né Matt Damon potrà sconfiggere John Malkovich, nella parte dell’imbattibile KGB, scoprendo che ha il vizio di baloccarsi con un biscotto quando (in Rounders-Il giocatore) finge un punto che non ha.

Uncle Sam - Legalize online poker

In rete, quei sintomi non si vedono. Non ci sono tic e gestualità inconsce da decifrare addosso agli avatar (squali e bellone, ranocchi e gangster) che impersonano gli avversari nelle partite di poker on line, come non c’è il piacere tattile delle carte da raccogliere e spillare. Solo lo schermo del computer e, volendo, il fruscio riprodotto di un mazzo mescolato o il tintinnio delle fiche alla puntata. Piuttosto c’è una micidiale comodità. Nessun bisogno di coordinare gli amici per la serata, contrattare in famiglia, fronteggiare le defezioni dell’ultimo minuto. Mentendo a se stessi, si può anche dire che così si perde meno tempo dietro alle carte. Un rapidissimo collegamento al sito durante un break del lavoro, un “attimino” prima di cena, oppure appena tornati dal cinema. Dieci minuti, e sono da te… È una menzogna, appunto. Micidiale perché, anzi, il tempo delle carte rischia di moltiplicarsi a dismisura. Non c’è più l’impiccio dei preparativi né, apparentemente, il sacrificio totale di una serata: ogni momento è buono, allora perché non giocare sempre? In questi giorni il poker on line arriva da noi: legale, sotto il controllo dei Monopoli di Stato. Il regolamento è in via di pubblicazione. Dopo, tocca alle società che hanno richiesto la concessione – 31 finora, fra italiane che già operano nel settore delle scommesse, grandi gruppi internazionali e i quattro casinò della penisola – aprire i siti e inaugurare la prima fase di sperimentazione: «Stiamo lavorando per essere pronti alla fine di marzo», annuncia Gianluca Ballocci, responsabile area internet di Lottomatica.

“FUORI LEGGE”
Il provvedimento fa seguito al decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 novembre scorso mettendo in pratica la liberalizzazione su internet dei “giochi di abilità a distanza con vincita in denaro” prevista dal decreto Bersani del luglio 2006. E promette una vera rivoluzione. Già oggi gli italiani vanno in cerca di scale e di full nella rete. Ma si tratta di “fuori legge”. Un piccolo esercito di 50-70.000 giocatori (stando alle stime approssimative dei Monopoli) che giocano in poker room straniere, appassionati ma anche esperti di informatica. Dal gennaio 2006, infatti, i siti che offrono questo servizio vengono “oscurati” dalle autorità italiane: a oggi, dei 1300 siti soggetti a inibizione riportati sulla home page dei Monopoli, circa la metà ha a che fare col poker. Un divieto sfidabile, però, a quanto confermano gli stessi che lo impongono. Si aggira cambiando Dns (domain name server) e collegandosi direttamente al server d’origine. Le “inibizioni” avrebbero allontanato una buona metà degli utenti. Il bacino potenziale dell’on line made in Italy sale così a 200.000 persone. Sempre in via approssimativa il valore di questo mercato si aggirerebbe sui 400 milioni: «Cosa diversa dall’esborso netto per i giocatori, cioè le perdite, che nel sistema dei tornei si aggirano sul 10%». Cautela, ma speranze ancora maggiori, da Lottomatica: «È un mercato importante per visibilità ed emotività ma impalpabile: lo stesso individuo può giocare su tre siti diversi. Ci risulta che oggi si rivolgano ai siti stranieri 200.000 italiani, coi nuovi provvedimenti il mercato coinvolge centinaia di migliaia di persone. Ma se non tocca il milione parlerei di flop», dice Bellocci. Ancora più ottimista Mauro Pizzigati, presidente del casinò di Venezia che si dichiara “prontissimo” al debutto: «Secondo noi questa è la forma del gioco del futuro. Noi partiamo con l’Hold’em ma estenderemo in breve a tutti i giochi di carte se accertiamo che prende piede verso l’utenza. E poi pensiamo che arriveranno a essere ammessi in rete anche tutti i giochi da tavolo: roulette, baccarat, chemin de fer, a torneo. A Malta, con l’on line, il casinò di cui siamo soci è andato in pari. E in Italia crediamo ci sia qualche milione di potenziali giocatori».
Business colossale, anche se monco, da noi. Perché all’inizio sui siti nazionali sarà possibile giocare solo in forma di torneo: nei circuiti internazionali solo il 20% rispetto alle partite “a puntata libera”: «Dove oggi i nostri compatrioti si fanno mazzolare», precisano dai Monopoli. È una delle clausole del debutto italiano, assieme al tetto di deposito di 100 euro. Sul totale versato, poi, è prevista una trattenuta massima del 20%, l’erario preleva il 3%, i concessionari devono decidere quale quota destinare ai loro introiti. Non è una scelta semplice perché deve fare i conti con la concorrenza dei siti stranieri che “tassano” i giocatori mediamente del 10% nei tornei e del 3-5% nelle partite “libere”. Ulteriore problema è la capacità di appeal del gioco “italiano” rispetto alle poker room già esistenti. Gli operatori discutono come superare l’ostacolo della richiesta di codice fiscale che potrebbe disincentivare i giocatori stranieri. Anche perché è decisivo per il successo dei siti la partecipazione massiccia: «Il rischio di flop esiste: provate a immaginare cosa può voler dire per un giocatore seduto davanti al pc di casa dover attendere 45 minuti prima che il suo torneo inizi», osserva un profeta del gioco come Maurizio Caressa, commentatore su Sky.

IL RECORD DI ANNETTE
Fondamentale, per la liberalizzazione, è stato l’inserimento del poker nella categoria dei “giochi d’abilità”. Una decisione che trova d’accordo Dario De Toffoli, buon pokerista e, soprattutto, autore di Il grande libro del poker – Texas Hold’em e tutto il resto: «Il poker non è un “gioco d’azzardo” nel senso tecnico del termine, perché l’esito dipende in modo rilevante e anzi preponderante dalle scelte dei giocatori». I giochi di abilità (o skill games) sono tantissimi e si raggruppano in due categorie: quelli di carte in forma di torneo (briscola, poker, burraco e via dicendo) e quelli puri (rompicapo, scacchiera, giochi di parole, strategici, sportivi…). Il Casinò di Venezia, in prospettiva, sta pensando a tornei a distanza di risiko, solitari, puzzle e simili. Unanime, però, è l’opinione che on line, almeno all’inizio, il poker farà la parte del leone.
Come ogni mito che si rispetti, il poker on line ha già i suoi eroi. Come Annette Oberstad, ragazzina norvegese classe 1988, che ha cominciato su internet nei tornei gratuiti (esistono anche questi) e ha scalato le classifiche fino a vincere le World Series a Londra, nel settembre scorso, prima donna a guadagnarsi l’ambitissimo bracelet nonché un monte premi oggi valutato 2.100 milioni di dollari [sì, va beh... magari è meglio se ricontrollate le vostre fonti]. E ha anche i suoi incubi. Ovvero i timori di pastette e truffe. Quelli legati all’uso delle carte di credito on line sono più forti da noi che in paesi dove il commercio su internet è abituale. Quelli connessi al nuovissimo ambito di gioco sono più profondi. Rispetto al poker “dal vivo”, spiega Mauro Croce, psicologo e curatore di un’antologia per Franco Angeli, Il gioco l’azzardo: «Le differenze sono evidenti. Intanto il denaro è virtuale, nel senso che non lo tocco e la percezione del soggetto di spenderlo è molto minore in una situazione, pure, emotivamente calda. Poi, le barriere che ci diamo e che eventualmente superiamo (nel caso dei giocatori patologici) sono meno forti in rete, anche perché non esiste il meccanismo deterrente della sconfitta davanti ad altri. Questo, infine, è l’aspetto della solitudine – meccanismo affascinante e terrorizzante in psicologia – che aumenta molto le possibilità compulsive e fa sparire i meccanismi inibitori. In genere si può dire che tutto è fatto per non far sentire il tempo che passa, come e più che nei casinò. Sparisce il tempo con la ritualità, non ci sono impedimenti al gioco, in ogni momento si può entrare o uscire, o, almeno, se ne ha l’illusione». La casistica è ancora limitata: «Sono pochi i pazienti in trattamento per gioco on line. Uno sospettava che gli altri giocatori non esistessero o fossero solo algoritmi creati ad arte». In realtà, a oggi, le vere e proprie truffe appaiono assai complesse. Certo, in rete ci sono pescecani che studiano i tavoli per individuare i partecipanti avventati o bolliti dopo ore di partita, ed esistono raffinati sistemi – leciti – per ottimizzare il gioco. Ma la paura di finire coinvolti in una stangata virtuale sembra far parte delle ludopatie. Quelle contro cui il Casinò di Venezia annuncia comunque l’impegno, accanto al lancio del proprio sito. Mentre un operatore mondiale come Pokerstars studia un sistema per bloccare le puntate oltre un certo limite. L’estremo paradosso è l’ultima novità presentata a fine gennaio in una fiera londinese di giochi on line: il tavolo da gioco – vero, concreto, legno e panno verde – con le postazioni dei giocatori attrezzate di computer collegati ai siti virtuali. In pratica una capriola mentale: i giocatori sono in carne e ossa, si vedono e parlano, ma ognuno è ingaggiato per conto suo con altre persone in rete, anonime e invisibili. Una sola cosa non cambia anche giocando via internet. La sintetizza una battuta celebre fra i giocatori: «Se dopo mezz’ora non hai capito chi è il pollo del tavolo, allora vuol dire che il pollo sei tu». Vale anche nel mondo degli avatar (che, detto per inciso, danno anche la possibilità di scegliere come simbolo proprio un pollo).

Una veloce riflessione su quanto letto qui sopra. Quale sarà il risultato dell’operazione? Per Lottomatica e casinò italiani vari, un fallimento. Colossale. Lo dico senza alcun timore di smentita. D’altronde basta fare alcune semplici riflessioni per arrivare alla stessa rapida conclusione. Per quale motivo un giocatore italiano, che già gioca on line (utilizzando qualche DNS non italiano come spiegato qui sopra), dovrebbe abbandonare la sua tradizionale poker room per passare ad una di quelle del nostro Paese? Poker rooms che, in quanto nuove, non possono garantire un’efficienza paragonabile a quelle straniere, stra-navigate in quanto in funzione da diversi anni? Stesso ragionamento si applica per un nuovo giocatore, uno di quelli che fino ad oggi, un po’ per l’illegalità, un po’ per non sapere cosa fosse un DNS, avrebbe voluto giocare ma non l’hai mai fatto. Perchè dovrebbe scegliere una poker room italiana, con pochi giocatori, pochi giochi disponibili e, presumibilmente, premi molto più bassi a disposizione rispetto a quelli offerti dalla concorrenza?

Mi sembra che ci sia dimenticati, in toto, del fattore fidelizzazione. Tutte le poker room offrono dei programmi di fidelizzazione per i clienti più assidui. Giocando si collezionano punti, convertibili in premi. Oppure si ha il diritto a prendere parte, ogni tot tempo, ad un certo numero di tornei gratuiti. Cose di questo genere. E’ difficile, se non impossibile, convincere un giocatore ad abbandonare tutto ciò per “far girare l’economia del suo Paese”. L’unica possibilità concreta, seppur non semplice da perseguire, per accaparrarsi quei 200mila giocatori di cui si parla in apertura di articolo era muoversi per tempo. Approfittare di questi mesi in cui il nostro mercato era di fatto chiuso, per lanciare qualche impresa italiana sul mercato del poker on line. Promuoverla, pubblicizzarla e sostenerla massicciamente, magari intensificando al tempo stesso controlli e relative sanzioni per tutti quei giocatori che si rivolgevano a poker rooms straniere. Niente di tutto ciò è stato fatto. Ora il mercato si apre e i nuovi attori italici, che solo ora si accorgono dell’opportunità, si apprestano a mettere il naso fuori dall’uscio di casa per poi venire rapidamente spazzati via dalla tempesta.

Un’altra occasione persa per creare posti lavori e reddito. L’ennesima, di cui hanno colpa sia i privati, sia il governo. Ricordiamocelo quando ci sarà da andare a votare. Anche se è vero che l’alternativa non è di quelle in assoluto più stimolanti. Copio/incollo pari pari da un altro articolo odierno:

Corriere della Sera - Lettera di Bondi ai coordinatori di Forza Italia, riguardante le nomine

Io credo che un comico non avrebbe saputo far di meglio. E’ esilarante, semplicemente esilarante. Tristemente esilarante.

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