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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per febbraio, 2008

iTV1 live@Plymouth

Rispettando la strana congiunzione astrale del momento, continua a mantenersi assolutamente idilliaco il momento che sta vivendo il rapporto tra i media ed il nostro Adaptive Behaviour and Cognition Research Group plymouthiano.

Tv-headed man

Poco fa sono infatti sbarcate alla B110 di Portland Square le telecamere di iTV1, uno dei cinque canali “istituzioni” del sistema televiso anglosassone. Obiettivo della loro incursione in terra devoniana, un’intervista da fare al mio supervisor, Angelo Cangelosi, riguardante il progetto ITALK che avrà ufficialmente inizio il mese prossimo. L’intervista (no, non esattamente live come ho lasciato intendere dal titolo) si è volta qui dentro ed ha parlato un po’ anche il buon Vadim Tikhanoff. Se tutto va bene, il servizio dovrebbe andare in onda nel weekend.

Stay tuned!

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iCub is coming…

Dopo la mia due giorni londinese, eccomi tornato a Plymouth. Finalmente in jeans. E piacevolmente sorpreso dallo scoprire che i media hanno dedicato un bell’articoletto al progetto che partirà il mese prossimo e che ci vedrà protagonisti assoluti. Anche se il sottoscritto, con il robottino di cui si parla qui sotto, condividerà soltanto la stanza, dato che non è al momento previsto un mio impiego attivo nel progetto.

Cito da un articolo comparso sul sito della BBC:

Plan to teach baby robot to talk
The four-year project is due to start next month
A university in Devon is preparing to find out if a baby robot can be taught to talk.

Staff at the University of Plymouth will work with a 1m-high (3ft) humanoid baby robot called iCub.

iCub robotic platform

Over the next four years robotics experts will work with language development specialists who research how parents teach children to speak.

Their findings could lead to the development of humanoid robots which learn, think and talk.

The project is believed to be the first of its kind in the world and typical experiments with the iCub robot will include activities such as inserting objects of various shapes into the corresponding holes in a box, serialising nested cups and stacking wooden blocks.

Artificial intelligence

The iCub, which will arrive at the university next year, will also be asked to name objects and actions so that it acquires basic phrases such as “robot puts stick on cube”.

A consortium led by the University of Plymouth, a world leader in cognitive robotics research, beat competition from 31 others to win a £4.7m grant for the Italk – Integration and Transfer of Action and Language Knowledge in Robots – project.

The university’s partners in the project include the University of Hertfordshire and others from across Europe.

Angelo Cangelosi, Professor in Artificial Intelligence said: “The outcome of the research will define the scientific and technological requirements for the design of humanoid robots able to develop complex behavioural, thinking and communication skills through individual and social learning.”

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Ciao, sono un ragazzo della “Playstation generation”, ti va di giocare con me?

Non ne ero consapevole, ma questa mattina finalmente l’ho scoperto. Sono un ragazzo della “Playstation generation”. Un modo simpatico (a detta dei militari che lo usano) ed a quanto ho scoperto largamente utilizzato per descrivere la generazione di noi giovinastri. Di quelli cresciuti, come me, con un joypad in mano.

Nota positiva della giornata. Anche se molti miei fans stenteranno a crederci, ero uno dei delegati con piu’ capelli. Nota negativa. Come si dev’essere capito dal paragrafo precedente, l’eta’ media dei partecipanti era un multiplo non meglio definito della mia. In effetti, tra ammiragli, maggiori e graduati vari, il sottoscritto era un pochino fuori luogo. Giusto un pochino. Qualche anima pia, comunque, ha quasi sempre caritevolmente deciso di fare due chiacchiere con me nel corso dei numerosi break. Muovendo sempre dal medesimo punto punto di partenza: “PhD student? What brings you here?”. Domanda alla quale ha sicuramente contribuito l’orribile badge messomi a disposizione dalla RUSI, sul quale campeggiava a caratteri cubitali questo mio “titolo”. Allego la fotografia, perche’ davvero merita. Soprattutto se considerate che il resto dei presenti aveva al posto di “PhD Student” una media di dieci sigle diverse (dr, lt, col, adm e chi piu’ ne ha piu’ ne metta).

Badge, RUSI conference

Ad ogni modo, bella conferenza. Il luogo, il Whitehall Palace, sede del Ministero della Difesa, d’altronde prometteva bene. L’unico appunto da fare riguardo alla location e’ relativo ai cessi. Di una bellezza tale che avrebbero rivaleggiato con quelli di Trainspotting.

Dal punto di vista dei contenuti, una cosa mi ha stupito piu’ di tutte. I militari, quando parlano di autonomous military systems, intendono veramente qualcosa di autonomo. Pure troppo, a mio avviso. Nella loro idea, un sistema militare autonomo e’ qualcosa che agisce completamente da solo. Decidendo da solo cosa fare, quando farlo e come farlo. Ed allora si’ che ha senso parlare di problemi etici come si e’ fatto oggi, se uno di questi sistemi puo’ decidere in maniera assolutamente autonoma che un certo target non gli piace e quindi sparargli un pochetto adosso. Vige poi in loro una strana associazione mentale, secondo cui piu’ un sistema e’ autonomo, piu’ questo e’ predictable. Cosa su cui mi permetterei di dissentire, cosi’ come su tante altre cosine che si sono dette. Ma che ci stanno, in quanto non si trattava di scienziati, ma di effettivi dell’esercito.

Per quanto riguarda i (pochi) rappresentanti del mondo accademico, buonissime performance da parte di Noel Sharkey (Sheffield University) e Ron Arkin (Georgia Institute of Technology). Un voto in meno al primo, che durante uno dei coffee break mi ha liquidato dopo tre parole, credo una volta capito che non ero inglese (il fatto che siano state necessarie tre parole prima di sciogliergli il dubbio e’ una testimonianza inequvocabile del fatto che il mio inglese fa passi da gigante!).

Alla fine della fiera sono riuscito a strappare due chiacchiere veloci (ma veloci veloci sul serio) con Cristopher Parry, un rear Admiral (non chiedetemi cosa voglia dire “rear” prima di “Admiral”, perche’ davvero non ne ho la minima idea… mi vengono in mente solo battutacce), che in ultimo ha accettato di dare un’occhiata al lavoro che sto facendo e dirmi che ne pensa da un punto di vista prettamente militarista. La cosa interessante, infatti, e’ che durante il suo talk (sicuramente uno dei migliori della giornata) dedicato al problema della proliferazione dei sistemi militari autonomi, ha parlato di MAVs (ed e’ stato l’unico della giornata a farlo). Da una prospettiva esattamente opposta alla mia. Parlava infatti del possibile utilizzo di MAVs, dotati di un payload esplosivo, da far volare nel cuore di centri urbani per fare strage di civili. Dal che emerge in maniera lampante che io e i terroristi la pensiamo in maniera drammaticamente simile (ed il che spiega perche’ non mi abbiano ancora ucciso: evidentemente fa loro piu’ comodo sfruttarmi aggratis via Internet). Non sono sicuro sia un bene. Ad ogni modo, nel mio portafoglio, tra il biglietto da visita del mago Bryan, il mio cartellino dell’Olimpia e la tessera dell’Azione Cattolica di mio nonno, ora c’e’ anche la business card di un ammiraglio dell’esercito di Sua Maesta’. Fico. Quasi quanto fumare una sigaretta fuori dal Whitehall, col vestito della festa e il badge sul tashino, e notare tutti i londinesi di passaggio che buttano l’occhio per vedere chi cazzo sei.

UPDATE: un report della conferenza è finito dritto dritto sul New Scientist. Peccato. Ad averlo saputo prima avrei cercato il giornalista e mi sarei inventato un mare di cazzate da raccontare…

UPDATE #2: la conferenza è citata da quasi tutti i principali media. Ed è stata ripresa in un articolo persino da Punto Informatico. Rimane il mio interrogativo di fondo. O mi sono perso qualche passaggio di fondamentale importanza, oppure Sharkey non ha usato toni così allarmistici come sembrerebbe dalla lettura di tutti questi pezzi. I quali, per inciso, paiono derivare tutti da una medesima fonte…

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Fabietto Live@London

Evidentemente e’ destino. Ovunque vada c’e’ vento. Pure a Londra, che nel mio immaginario (formatosi chissa’ quando e chissa’ perche’) doveva essere piu’ calda di Plymouth e soprattutto ben protetta dai venti che tanto mi innervosiscono giu’ nel profondo south-west inglese. Macche’. Vento pure qui. Non freddo, ma fastidioso come sempre.

Me at London, blowing in the wind…
(sì, sul blog ci metto soltanto quelle foto in cui vengono bene sia il sottoscritto sia lo sfondo, che in teoria sarebbe il Big Ben…)

Londra, comunque, oltre ad essere molto graziosa, un altro lato positivo ce l’ha. Non trascurabile. Si capisce cosa dice la gente. Puoi fermare un passante e scambiare qualche frase con lui. Puoi parlare e ridere ad una battuta, non per convenzione, ma perche’ davvero l’hai capita e ti ha fatto ridere. Puoi fare veramente un sacco di cose in più, a livello sociale, rispetto a Plymouth. Peccato solo che siano sempre tutti di corsa, la famosissima tube sia di una lentezza esasperante (per non parlare dei 4£ a corsa, stiamo scherzando?!?) ed il 90% della popolazione sia in giacca e cravatta. E peccato soprattutto che ogni tre metri si senta qualcuno parlare in italiano.

Ah, per gli smemorati che se ne fossero dimenticati, la mia presenza in quel di Londra e’ dovuta alla conferenza in programma per domani al Whitehall Palace, dal titolo The ethics of autonomous military systems. E che al momento, per quanto viaggio, alloggio e partecipazione mi siano rimborsati, mi e’ costata 330 pounds per il vestito della domenica…

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Soldi ben spesi

Mi erano rimasti poco più di due dollari sul conto di Full Tilt. E così, complice l’inaspettata serata libera dovuta al mattarello rosa raccattato alla Student Union, ho deciso di giocarmeli. Già convinto di vederli bruciati alla svelta, come accade regolarmente da qualche settimana a questa parte.

Così mi sono infilato in un torneo da 180 partecipanti, con 2+0.25$ di buy-in. E devo dire che è andata decisamente meglio rispetto ad ogni mia più rosea aspettativa, così come testimoniano le immagini che seguono:

23022008 - FTP Final table, first hand

23022008 - FTP Final table, the end

23022008 - FTP won tournament review

Sono tornato in vita. Alla faccia dei gufi (tra cui il sottoscritto) che mi davano troppo presto per spacciato…

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