22 aprile 2008
Waterboarding
In questi ultimi giorni si fa un gran parlare del cosiddetto “waterboarding”, una forma di tortura (anche se l’essenza della discussione attuale verte proprio sul considerarla o meno una tortura) che, per bocca dello stesso presidente Bush, gli Stati Uniti hanno ammesso di utilizzare in maniera regolare con i detenuti di Guantanamo.
Wikipedia dedica all’argomento un ottimo articolo, di cui cito qui di seguito parte dell’introduzione:
Waterboarding is a form of torture that consists of immobilizing a person on their back with the head tilted downward (the Trendelenburg position), and pouring water over the face and into the breathing passages. Through forced suffocation and inhalation of water, the subject experiences the process of drowning and is made to believe that death is imminent. In contrast to merely submerging the head face-forward, waterboarding almost immediately elicits the gag reflex. Although waterboarding does not always cause lasting physical damage, it carries the risks of extreme pain, damage to the lungs, brain damage caused by oxygen deprivation, injuries (including broken bones) due to struggling against restraints, and even death. The psychological effects on victims of waterboarding can last for years after the procedure.
Ciò che sta tenendo piuttosto alimentato il dibattito è il fatto che, tra le varie tecniche di tortura, questa non sembri in nessun modo una delle più atroci. Eppure, pare sia una delle più efficaci in assoluto, dato lo stato di autentico terrore in cui (si dice) riesca a condurre i soggetti che vi vengono sottoposti.
Anche Amnesty si è messa in azione, pubblicando tra le altre cose un breve video denuncia. Dove però si dimentica che uno degli elementi fondamentali del waterboarding consiste nel coprire il viso della vittima.


