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Fabio Ruini’s blog

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Vivere con 300 grammi di riso

Segnalo dall’edizione odierna de Il Resto del Carlino un interessante articolo sulla Corea del Nord, il quale prende spunto dal recente ictus che secondo fonti di intelligence sudcoreane ed occidentali avrebbe colpito il Caro Leader Kim Jong Il. Lo ripropongo qui di seguito per chi non avesse modo di accedere al giornale in questione.

North Korean Army - marching babes

di: Carlo Lienzi

Sulla prima pagina del Pyongyang Times, il settimanale che racconta ogni sabato agli stranieri le incredibili conquiste della Corea del Nord, Kim Jong Il ispeziona una caserma dell’esercito, riceve l’ambasciatore palestinese, si complimenta per la pubblicazione di un suo libro sul mercato mssicano. Tutto regolare, insomma. Il Caro Leader, come lo chiamano i coreani per differenziarlo dal padre Kim Il Sung, fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Grande Leader per antonomasia, sta bene e lotta col suo popolo benchè non compaia in pubblico ormai da un mese. A Pyongyang nessuno sa dove abiti, se sia sposato o quanti figli abbia. I cittadini nordcoreani vivono infatti sottovuoto. Sanno solo che oltre confine ci sono americani e giapponesi pronti a cancellare per sempre le loro conquiste di libertà. Sono quelli che la propaganda gli propina in strada ogni giorno con cartelloni dagli slogan eclatanti (”Uniamoci con un suolo cuore”, “Uniti resisteremo, divisi soccomberemo”) o davant alla tv con filmoni sugli orrori dell’occupazione nipponica realizzati negli studi cinematografici dell’esercito. Ma il sistema, e pesanti carestie come quella del 1995, hanno portato a un’emergenza alimentare che si fa sentire perfino in città. Un terzo del paese è sfamato dagli aiuti internazionali, spesso manca l’acqua e i filobus fermi in mezzo alla strada non aspettano clienti, ma solo che torni l’elettricità. Questi ruderi ungheresi con le stelle sulla fiancata, una ogni cinquemila chilometri senza incidenti, sono il mezzo di trasporto più usato a Pyongyang assieme alla metropolitana, diciassette fermate e ventidue chilometri di linee servite da fatiscenti vagoni dell’ex Repubblica Democratica Tedesca. Le stazioni stanno cento metri sotto terra e sono dotate di imponenti porte d’acciaio, pronte a trasformarsi in rifugi antiatomici in previsione dell’inevitabile attacco nucleare americano. Ci sarebbe pure una linea segreta per uso governativo e militare.

Per lo stato nordcoreano ogni turista è un potenziale agente della Cia sotto copertura e in quanto tale da spogliare già in aeroporto di cellulare, computer e radio, che riavrà solo al momento della partenza. Ci sono poi le guide, due per ogni gruppo, affiancate da un’autista che segue soltanto itinerari prestabiliti e approvati. Quello coreano è uno stato di polizia in cui sembra che la metà della popolazione abbia passato almeno una volta informazioni ai servizi segreti; proibite le telefonate internazionali, l’uso di internet e delle parabole tv, perfino le radio pubbliche sarebbero sincronizzate sul canale nazionale con sigilli controllati ogni tre mesi. Duecentomila o giù di lì gli internati nei campi di lavoro, quei luoghi di rieducazione che il giornalista Kang Chol-hwan nel suo libro di memorie chiama Gli acquari di Pyongyang (ma in Italia il libro è uscito col titolo “L’ultimo gulag”) arrivati a contenere fino a tre milioni di internati. Ma di questo nessuno sa nulla. Tutti i coreani portano una spilla con l’immagine del Grande Leader appuntata sul lato sinistro della camicia sopra il cuore. La Corea del Nord, infatti, è l’unico paese del mondo ad avere per capo dello Stato un morto; nonostante sia deceduto nel ‘94, per le istituzioni Kim Il Sung è tutt’ora in servizio. E da immortale è pure la sua dimora, ricavata all’interno di quello che fu il suo ufficio di rappresentanza trasformato con qualche faraonico ritocco in un memoriale grosso due volte la Casa Bianca in cui bisogna traversare scale mobili e tapis-roulant per arrivare al cospetto del Presidente. Prima ci si inchina a una statua in pietra e poi, una volta passati attraverso potenti getti d’aria per togliersi di dosso anche l’ultima impurtià, si raggiunge la teca di cristallo in cui è conservato il corpo, opera del medico russo Il’ja Zbarkskij, il figlio dell’imbalsamatore di Lenin. Nella grande sala di granito rosso ci si inchina al Padre della Patria tre volte, ai piedi del feretro, sul lato sinistro e su quello destro, sotto lo sguardo vigile e corrucciato di alcuni addetti vestiti a lutto. Poi si passa nella stanza adiacente dove è conservato il vagone ferroviario con cui il Grande Leader viaggiava da Pyongyang a Mosca. E davanti a tanto sfarzo provi un moto di rabbia pensando ai 300 grammi di riso destinati ogni giorno ai tre milioni di abitanti di Pyongyang e ai 250 che spettano invece a quelli delle campagne. La produzione agricola è regolata dal sistema pubblico di distribuzione e la prima ad avvantaggiarsene è quella nomenklatura del Partito dei Lavoratori del Popolo che ti sfila sotto il naso per le vie della capitale dietro ai vetri scuri delle sue Mercedes anni Ottanta.

Dominato da due smisurate fanciulle che innalzano al cielo un’immagine della Corea senza divisioni, l’ingresso Sud della città immette nell’autostrada della riunificazione (anch’essa deserta) che tutti sperano di veder nuovamente trafficata quando il paese sarà nuovamente uno. Anche se al di là dei proclami di facciata non sarà facile convincere una società quarantadue volte più ricca come quella del Sud, guidata da un ultraconservatore come il nuovo presidente Lee Myung-bak, a sobbarcarsi costi di riunificazione stimati tra gli 800 e i 3600 miliardi di dollari. E ancor più difficile sarà indurre i 40 mila americani di stanza nella penisola da 55 anni a fare le valigie. A Panmunjom, lungo quel 38° parallelo che divide Nord e Sud oltre un arco con la scritta “Amicizia e unità” in difesa dell’ultimo baluardo comunista ci sono quattro chilometri di zona demilitarizzata, cavi del’alta tensione, blocchi di cemento, un muro e duemila carri armati. Ma sulla linea di confine i turisti si fotografano fra loro nel surrealismo di un film di Bunuel.

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