Impegnato a cercare di saperne un po’ di piu’ sulla figura di Tiziano Terzani, scrittore e giornalista toscano scomparso nel 2004 dopo aver trascorso i suoi ultimi anni in una sorta di ritiro spirituale ad Orsigna (oggi seriamente minacciata dalle pioggie e dalle conseguenti frane), sono finito a leggere un interessante articolo riguardante il celebre “caso Pinelli“. Il collegamento deriva dal fatto che Terzani era stato uno dei moltissimi firmatari di un appello pubblicato su l’Espresso da Camilla Cederna, dove la giornalista chiedeva “l’allontanamento dai pubblici uffici dei giudici e pubblici ufficiali collegati con le indagini ed i processi relativi alla morte di Pinelli”. Al di la’ del solito riepilogo dei fatti (per chi, come il sottoscritto, a quei tempi non era ancora al mondo), l’articolo che ho letto risulta interessante per comprendere quale fosse il clima politico/intellettuale dell’epoca e quanto forte fosse stato il ruolo giocato dall’intellighenzia della sinistra nel dibattito che seguette la morte del ferroviere.

Pinelli e Calabresi: due vittime d’Italia
Qualche mese fa – in una singolare e a mio modo di vedere inesistente disputa tra realtà storica e realtà giuridica – un attento lettore chiese al Buon Caffè di riaprire le sentenze circa la morte di Giuseppe Pinelli e di vagliare, con l’insostituibile contributo della lucidità degli anni trascorsi, la posizione del commissario Luigi Calabresi. Per farlo è necessario ricostruire un minimo di vicenda storica.
Il 12 dicembre del 1969 l’Italia, dopo la gioiosa sbornia del “boom” economico, si sveglia negli Anni di Piombo. Alle 16.37 esplode una bomba nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, che stronca la vita a diciassette persone. Gli inquirenti, guidati dal giovane commissario di polizia Luigi Calabresi (foto a sx), battono subito la pista dell’estremismo di sinistra e il giorno dopo vengono convocate in Questura come sospettati 86 persone. Nei tre giorni successivi gli indiziati vengono man a mano rilasciati previa conferma del loro alibi. Il 15 dicembre Giuseppe Pinelli, quarantenne ferroviere anarchico – definito da Indro Montanelli “un galantuomo, un idealista sicuramente incapace di spargere sangue, e ancor più di spargerlo in quel modo” -, viene interrogato da Calabresi, da tre sottufficiali e un agente della Polizia e da un ufficiale dei Carabinieri; alle 21.30 dalla questura arriva una telefonata per la moglie del ferroviere, Licia: un brigadiere si presenterà a casa dei Pinelli a ritirare il libretto ferroviario del marito, dove erano annotati i viaggi, per confermare l’alibi. Poco dopo le 23, Giuseppe Pinelli cade rovinosamente dal quarto piano del palazzo della Questura di via Fatebenefratelli, morendo poco dopo il trauma.
Da qui in poi nascono due storie: quella processuale, che ha il compito di stabilire il corretto decorso causale degli eventi e sancire, ove ve ne sia, una responsabilità penale. E quella della chiassosa piazza politica, della sinistra extraparlamentare e degli intellettuali: il colpevole c’era già, si chiama Luigi Calabresi, e ora deve pagare. Per il rispetto che si deve agli eventi e per l’impietoso quadro che ne deriva, tratteremo le due storie contemporaneamente.
Il decesso di Pinelli (foto a dx), dal punto di vista medico, ebbe un’unica anomalia: una contusione in testa. Non è dato sapere se quel segno sulla nuca se lo sia procurato nel volo prima del contatto con il terreno – il corpo del ferroviere sfondò una grondaia – oppure durante un eventuale violento interrogatorio. Secondo il settimanale del Partito Comunista Italiano, Nuove Vie, non vi sono dubbi: “l’uomo (Pinelli, n.d.a.) si accasciò sulla sedia… l’ultimo colpo vibratogli alla nuca col taglio della mano era stato troppo forte”. La scena del ferroviere abbattuto da un colpo di karate e poi buttato dalla finestra per cancellare ogni traccia della violenza fu fissata nell’immaginario collettivo di sinistra, divenuto per molti verità. Ben prima di ogni riscontro processuale.
Il Tribunale di Milano, con il giudice Antonio Amati, dopo sei mesi archivia l’indagine: morte accidentale. Ma mentre i magistrati constatavano l’assenza di materiale probatorio, i registi Elio Petri e Nelo Risi, con il loro lungometraggio militante Documento su Giuseppe Pinelli, non hanno dubbi sulla responsabilità di Calabresi nell’“omicidio”. Fa loro eco Dario Fo, che mette in scena nei teatri meneghini Morte accidentale di un anarchico. Il cuore pulsante della campagna denigratoria nei confronti del commissario è comunque il quotidiano Lotta continua, diretto da Pio Baldelli. Il 6 giugno (del 1970, ovviamente) scrive: “Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito”.
Nell’autunno del 1970 Luigi Calabresi, nonostante la (previdente) contrarietà della moglie Gemma, querela per diffamazione Lotta Continua. Il processo contro il quotidiano diventa un processo contro il commissario: ricusazione, contestazioni, insinuazioni ed insulti. Il 1° ottobre, alla vigilia della prima udienza davanti al giudice Biotti, sul quotidiano della sinistra extraparlamentare si legge: “Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, dio continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara”.
Il 24 giugno 1971 a complicare la situazione interviene la memoria dell’avvocato Carlo Smuraglia, estensore della denuncia che Licia Pinelli ha presentato per la riapertura del fascicolo: il legale disegna la sua linea trattando come oro colato tutta la campagna di stampa anti-Calabresi. La sua richiesta verrà accolta e le indagini ricominceranno alla guida del Giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio (oggi senatore del Pd), ma Smuraglia verrà querelato pure lui per diffamazione e verrà richiamato dall’Ordine degli Avvocati.
Il 13 giugno Camilla Cederna, decana del giornalismo di costume e ultimamente rinata cronista “impegnata”, per sponsorizzare l’uscita della sua ultima fatica Inchiesta su Pinelli, con in allegato la consueta dose di veleno ai danni del commissario, accusa Calabresi di essere un torturatore e responsabile della fine di Pinelli, Biotti di aver inquinato il processo per carrierismo e conclude chiedendo l’allontanamento dai pubblici uffici dei giudizi e pubblici ufficiali collegati con le indagini ed i processi relativi alla morte di Pinelli; l’articolo termina sotto forma di lettera aperta alla pubblica sottoscrizione. In due settimane si toccano ottocento firme: tra gli altri, Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giorgio Bocca, Paolo Mieli, Furio Colombo, Pier Paolo Pisolini, Tiziano Terzani, Alberto Bevilacqua, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Massimo Teodori, Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Margherita Hack e Giorgio Amendola.
Durante il processo per diffamazione, tra varie controversie processuali, sfilano alcuni testimoni di quella fatidica sera del 15 dicembre 1969. Il materiale emerso spinge il giudice D’Ambrosio a disporre nuove indagini, ma le acque sono ben lontane dal calmarsi.
L’apice si tocca il 15 marzo del 1972, quando a Segrate viene rinvenuto accanto ad un traliccio dell’alta tensione il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli, uomo controverso eppure simbolo della sinistra còlta milanese, e l’inchiesta sulla morte dell’editore passa a Milano, proprio sul tavolo di Calabresi. La Cederna rinfocola la campagna d’odio sulle pagine de l’Espresso, sintetizzando a modo suo la situazione: Feltrinelli è stato assassinato e ora Calabresi insabbierà tutto. Con la grande stampa allineata alle tesi dell’intellighenzia milanese, in una sorta di Minculpop redidivo ed autoindotto (si vedano in questo senso gli editoriali di Giorgio Bocca sul Giorno e di Giampaolo Pansa su La Stampa), Indro Montanelli decide di abbandonare l’equilibrismo che fino ad allora aveva contraddistinto il Corriere della Sera diretto da Spadolini e di difendere a spada tratta Calabresi, attaccando violentemente la Cederna e con lei tutto l’ambiente radical chic che per il commissario non ha mosso un dito: “Fino ad un paio d’anni or sono, non mi ero accorto che tu avessi competenza di bombe, anzi ero convinto che questi grossolani e rumorosi aggeggi fossero del tutto incompatibili coi tuoi delicati gusti di preziosa merlettaia del costume”. Il motivo di questa conversione, secondo Montanelli, è chiaro: “che dopo aver tanto frequentato il mondo delle contesse, tu abbia optato per quello degli anarchici […], facendo anche del povero Pinelli un personaggio da cafè society, non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d’uomo anche se forse un po’ troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, lo loro maniere, devono sortire effetti afrodisiaci. Una droga”.
La querelle tra l’editorialista del Corriere e la Cederna porta nuova benzina sul fuoco: Umberto Eco su il manifesto riporta un articolo del ventenne Montanelli in favore di Mussolini. Ormai il dado è tratto: chi difende Calabresi è un “fascista”, nemico del popolo, complice dello “Stato assassino” .
La mattina del 17 maggio Luigi Calabresi viene abbattuto a colpi di pistola alla schiena davanti a casa sua, in via Cherubini a Milano. Muore a trentaquattro anni e lascia la moglie Gemma con due bambini piccoli ed uno ancora in grembo. Solo negli anni Novanta si arriverà ai colpevoli: dopo sette processi la Cassazione ha confermato che a sparare fu Ovidio Bompressi (poi graziato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi), con il concorso materiale di Leonardo Marino (colui che anni dopo confessò e che pertanto ebbe una pena ridotta) e il concorso morale di Adriano Sofri (già esponente del Partito radicale, attualmente editorialista per Repubblica e Il Foglio) e Giorgio Pietrostefani (scrittore e latitante a Parigi). Il giorno dopo l’assassinio, Lotta Continua scrive: “Calabresi era un assassino, e ogni discorso sulla spirale di violenza, da qualunque parte provenga è un discorso ignobile e vigliacco, utile solo a sostenere la violenza criminale di chi vive sfruttando e opprimendo [...]. Non possiamo accettare un giudizio opportunista che fa di ogni azione diretta il risultato della provocazione e dell’infiltrazione del nemico di classe. L’uccisione di Calabresi è un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”
Solo il 27 ottobre del 1975, sei anni dopo Piazza Fontana e la morte di Pinelli, tre dopo l’assassinio del commissario, si scopre che Calabresi non era neppure nella stanza dell’interrogatorio al momento della caduta. Si legge infatti nella sentenza di D’Ambrosio: “L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli”. Inoltre, pur ravvisando alcune irregolarità nello svolgimento dell’interrogatorio (il fermo dura due giorni, Pinelli era in Questura da tre), la sentenza fuga ogni dubbio circa l’eventuale omicidio: “È opportuno precisare pure che in medicina è pacifico che alterazioni dei centro di equilibrio possono essere provocati da intossicazioni acute da fumo (e Pinelli aveva fumato moltissimo), da stati ansiosi e stressanti (e Pinelli aveva passato tre giorni di seguito in stato di stress), da surmenage (e Pinellì non si era pressoché riposato per tre giorni e si era mal nutrito).
Se appare quindi poco verosimile l’ipotesi di precipitazione per collasso in quanto, come si è già detto, il corpo si sarebbe afflosciato e sarebbe scivolato o lungo la parte interna o lungo la parte esterna della ringhiera urtando, verosimilmente e deformando il cornicione del piano inferiore, appare verosimile invece l’ipotesi di precipitazione per improvvisa alterazione del centro di equilibrio.
L’interrogatorio è terminato e nulla è emerso contro Pinelli, ma lo stato di tensione per lui non si allenta. Il commissario Calabresi si è allontanato senza dire una parola. Cosa deciderà di lui il dott. Allegra? Finirà a San Vittore con l’infamante marchio di complice di uno dei più efferati delitti della storia d’Italia o tornerà finalmente libero a casa? Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi. La mancanza di qualsiasi indizio e di qualsiasi motivo di sospetto per l’omicidio volontario. L’assenza di una qualsiasi causa scatenante l’impulso suicida. L’assenza comprovata di una rincorsa per superare l’ostacolo. Il brevissimo lasso di tempo fra il rumore dell’anta ed il grido di Mainardi da una parte ed il momento della precipitazione oltre la ringhiera dall’altra. La presenza di fattori alteranti del centro di equilibrio. La traiettoria molto prossima a quella derivante dalla sola forza viva della rotazione del corpo intorno alla ringhiera. La sigaretta che precipita insieme al corpo”.