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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per gennaio, 2010

Chumby

Mi sono imbattuto in uno store online che nel suo piccolo puo’ seriamente far concorrenza al mitico ThinkGeek.com (a proposito, se solo avessi ancora una macchina, non potrei fare a meno di questo adesivo). Si tratta di Firebox.com, uno store di regali, giocattoli, ma soprattutto gadget tecnologici avente il proprio quartier generale in quel di Londra.

Tra le varie cose che ho trovato al suo interno, a colpirmi e’ stata soprattutto Chumby. Trattasi di una sorta di radiosveglia evoluta, dotata di connessione Wi-Fi e schermo LCD da 3 pollici e mezzo. Oltre a rispondere ad alcune necessita’ di base, quali funzionare come digital frame, permettere l’ascolto di stazioni radio on line, ecc…, l’aspetto interessante e’ che e’ possibile personalizzare l’apparecchio scegliendo tra la miriade di widgets sviluppati dalla comunita’ di appassionati e che permettono a Chumby di fare pressoche’ qualunque cosa.

Chumby classic

Chumby e’ disponibile in due versioni. La Chumby Classic (ritratta qui sopra) e la piu’ economica (ma piu’ performante e recente) Chumby One (potete leggere a riguardo la recensione curata da Engadget), che potete vedere qui sotto.

Chumby One

Quanto resistera’ il nostro eroe?

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Un paio di nuovi libri

Due nuovi volumi sono approdati oggi, via Amazon, nella mia libreria. Pronti ad essere letti con indosso un paio di fiammanti Sennheiser HD202, anch’esse giunte (seppur provenienti da altri lidi) nella pigeon-hole del laboratorio questo pomeriggio.

Il primo di questi e’ Unmasking the face. A guide to recognizing emotions from facial expressions, di Paul Ekman ex professore di psicologia alla University of California, San Francisco ed inventore del FACS (Facial Action Coding System), un framework utilizzato per categorizzare in maniera sistematica l’espressione fisica delle emozioni negli esseri umani. Sin dal 1976, anno in cui venne introdotto per la prima volta, il sistema FACS e’ sempre stato un argomento abbastanza controverso. Questo non gli ha comunque impedito di diventare molto popolare, al punto che e’ nata di recente addirittura una serie TV, intitolata Lie to Me, che trae ispirazione dagli studi di Elkman e colleghi. Il libro che ho comprato e’ uno dei tanti dove la teoria viene esposta con abbondanza di dettagli e, ovviamente, moltissime foto da utilizzare a mo’ di addestramento.

Paul Ekman, Wallace V. Friesen (2003), Unmasking the face (book cover)

Il secondo libro e’ invece fotografico. Redatto da Richard Holmes, si intitola Shots from the front. The british soldier 1914-1918. Come il titolo lascia presagire abbastanza agevolmente, si tratta di una raccolta di fotografie relative ai soldati inglesi impegnati nella prima guerra mondiale. Ad una prima sfogliata mi sembra un buon lavoro, con ottime immagini e commenti piuttosto approfonditi. Nei prossimi giorni vedremo se la prima impressione verra’ confermata o meno.

Richard Holmes (2008), Shots from the front (book cover)

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Trinita’

Ok, Ali’. Se proprio quest’idea della Trinita’ non ti va a genio ce ne faremo una ragione. Ma non e’ necessario farci fuori tutti, no?

Ali Agca, letter written on January 18th 2010 about Trinity and his being Christ

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qmake 4.6 on Mac OS X: don’t forget Carbon and Cocoa

Alla fine sono riuscito a limitare i danni. Dopo aver avuto la brillante idea, venerdi’ pomeriggio e senza un motivo apparente, di aggiornare sia Irrlicht che le Qt alle nuove versioni (rispettivamente 1.6.1 e 4.6), mi sono ritrovato nel weekend con un simulatore non piu’ funzionante, causa errori vari ed assortiti in fase di linkaggio post-compilazione.

Subito ho addossato la colpa ad Irrlicht, come si puo’ vedere dal post che ho lasciato sul forum di Irrlicht. Piu’ accurate analisi, supportate dal fatto che anche tornando alla versione precedente della libreria (grazie, signora Time Machine, per rendere cosi’ semplici faccende come questa) mi hanno invece fatto propendere per imputare le Qt del malfunzionamento. Nota a margine: se tutti i programmatori consigliano di non aggiornare mai piu’ di una libreria per volta, un motivo c’e’.

Dopo un po’ di sbattimento sono riuscito a venire a capo della situazione. Da quanto mi e’ parso di capire, l’ultima release di qmake, nel creare un makefile/Xcode project a partire da un file .pro, non va piu’ ad includere di default i riferimenti ai frameworks Carbon e Cocoa, necessari ad Irrlicht quando si crea un device. Occorre quindi modificare il file di progetto esplicitando queste inclusioni. Posto di seguito il project file modificato che utilizzo ora per il mio simulatore.

Spulciando il forum, tra l’altro, mi sono imbattuto in un interessante thread scritto a mo di tutorial per l’utilizzo dell’engine 3D sotto Mac OS. Ne consiglio la lettura a chiunque volesse cimentarsi per la prima volta nella programmazione con Irrlicht sulla Mela.

Infine, per i seguaci di CMake (categoria nella quale non rientro), consiglio quest’altro post dove viene spiegato come utilizzare appunto Cmake al posto di qmake per generare in automatico progetti Xcode funzionanti.

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Shopping amarcord

Nel pomeriggio di oggi, sotto una pioggia di quelle serie, ho avuto la bella pensata di darmi allo shopping. Poche le cose comprate, a parte la spesa per la settimana. Un paio di maglioni e poco piu’. Poi, sulla via per rientrare a casa, mi imbatto (ok, in realta’ sapevo benissimo dove fosse e che ci stavo per passare davanti) in un negozietto di film, musica ed elettronica di consumo, specializzato nella compravendite di oggetti di seconda mano. Raccolgo un cestino all’ingresso ed inizio a caricarlo. Il risultato finale e’ il seguente.

Acquisti amarcord

La vera e propria chicca e’ l’edizione speciale di Saturday Night Fever, rimasterizzato in DVD giusto una decina di anni fa, ma nonostante tutto pervenuta con custodia quanto meno vissuta. Che pero’ fa molto fashion. Mi sono subito sparato il film, reso ancora piu’ piacevole dai continui commenti del regista che appaiono a mo’ di sottotitoli per tutta la durata della pellicola. A far compagnia a John Travolta all’interno del cestino della spesa, troviamo anche Al Pacino in Scarface, Leonardo Di Caprio in Blood Diamond, oltre ad un po’ di attori vari ed eventuali presenti in No Country for Old Men e Cloverfield.

I piu’ attenti di voi avranno pero’ notato che anche un altro disco e’ finito nelle mie grinfie. Questa volta non si tratta di un film, ma di un gioco per la Wii. Ancora un gioco da amarcord, giusto per rimanere compatibile con il resto del carrello della spesa. Trattasi dell’intramontabile Mad Dog McCree.

Mad Dog McCree (screenshot)

Passano gli anni, cambiano le piattaforme, ma il gioco e’ sempre lo stesso. Con la stessa grafica scuola laser disc che all’epoca mi faceva sbavare. Gameplay tedioso, ripetitivo, frustrante, irritante (penso di aver imparato a bestemmiare in inglese giocandoci giusto un’oretta…). Ma che ancora oggi continua a tenermi attaccato allo schermo. Proprio vero che al cuore non si comanda.

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Focus e la criminalita’

Ho individuato due articoli interessanti all’interno dell’ultimo numero di BBC Focus. Entrambi sono in qualche modo legati alla criminalita’ e li ho trovati nel loro complesso interessanti. Al punto che mi sono preso la briga di trascriverli in questo post e sottoporli al vostro giudizio.

Il primo articolo, a firma di Kevin Beaver (assistant professor alla Florida State University), mira a riaprire il dibattito sull’utilizzo della genetica da parte dei tribunali. Beaver prende spunto dalla recente sentenza di un tribunale italiano (la quale, ammetto, mi era completamente sfuggita) in accordo alla quale ad un condannato e’ stato scontato un anno di pena per via di alcuni geni trovati nel suo DNA e che alcuni studi hanno dimostrato essere collegati in maniera piuttosto generica a comportamenti violenti. Quello che il ricercatore vuole sottolineare e’ come i comportamenti criminali siano fenomeni altamente complessi, derivanti sia da elementi genetici, sia da fattori ambientali. Il modo in cui tutte queste componenti interagiscano tra loro non e’ chiaro. Attenzione, dunque, a spingersi troppo oltre nell’applicazione della scienza all’interno dei tribunali, soprattutto quando si ha a che fare con campi dove l’incertezza (scientifica) regna sovrana.

Il secondo pezzo, scritto da Robert Matthews, vuole invece evidenziare il collegamento esistente tra alimentazione e comportamenti violenti. Una dieta ricca ed equilibrata, il classico “mangiar bene”, sembrerebbe ridurre l’aggressivita’ nelle persone. Gli esempi portati a sostegno di questa tesi sono pero’ piuttosto limitati (addirittura Matthews si rifa’ alla sua esperienza personale) e non appaiono del tutto convincenti. Lascio comunque che siate voi a formarvi da soli le vostre opinioni leggendo il pezzo.

Tout l'est genetique!

Kevin Beaver, Should your genes determine your punishment in court?

Whenever research is published revealing a link between genes and criminal behaviour, a wave of controversy follows. Some critics argue the research will lead to a new eugenics movement with offenders subject to forced sterilization, or those with the ‘wrong genes’ locked up pre-emptively. Others fear that connecting genes to crimes will lead to lighter sentences, since it de-emphasizes personal responsibility.

Until recently, these were philosophical debates because genetic research has rarely factored into sentencing decisions – and when it has, it has often been dismissed. That all changed when an Italian court decided to shave one year off a nine-year sentence handed to convicted murderer, Abdelmalek Bayout, who was found to have a small handful of genes previously linked to violence.

The court’s decision to reduce Bayout’s sentence is questionable. Criminal behaviour is highly complex, the result of many genes and many environmental factors. Hundreds or even thousands of genes influence the likelihood that someone will offend and each of these has very small effects. So when a single gene, or only a small number of genes, is examined in isolation, it can only account for a small part of the reason why someone would commit a crime. In the Bayout case, just five genes were used to justify the reduction in his sentence.

With criminal behaviour, or virtually any behaviour, genes are not fatalistic nor are they deterministic – they simply increase or decrease the odds of someone committing a criminal act. The vast majority of people with Bayout’s genetic variants never engage in crime, much less kill another human being. Other factors, including environmental ones, play a role.

With one of the genes identified in the Bayout case, MAOA, previous research has found it only tends to have strong effects on crime and violence in people who were exposed to high levels of stress, abus and neglect in childhood. So whether the MAOA gene was indeed a mitigating factor in Bayout’s case would depend, in large part, on his childhood. The court appears to have glossed over this.

During the past five years, there have been at least 200cases in the US and 20 in Britain where lawyears have tried to use genes as mitigating factors. And this number is likely to increase rapidly because research tying genes to criminal behaviour is growing at an incredible pace.

So, should an individual’s genes determine their punishment? At this point, we probably do not know enough about how genes influence criminal behaviour to be basing sentencing decisions on whether a defendant possess a single gene or even a number of different genes. But if genetic research does find its way into the legal system on a routine basis, it is imperative that courtroom actors are aware that the path from a gene to crime is a long one that involves environmental, biological and genetic factors that are mutually interdependent on each other.

That said, there’s emerging evidence showing that a person’s genes may influence how well they respond to programmes designed to prevent delinquency and treat offenders. It’s not inconceivable to think that, in the future, prevention and treatment programmes may be individually tailored based on each person’s genes. If this happens, then adolescent delinquency could be reduced, recidivism rates could drop and public safety could be enhanced.

Prison food

Robert Matthews, If you want to stop criminals falling on the wrong side of the law again, give them a good lunch

Around about now, I’ll be chucking in the towel on my post-Christmas diet. And if it’s anything like past years, there will be much celebration among friend and family alike. Not because of my new, slimline appearance – fat chance of that – but because I’ll no longer be in a seething temper. Like any human being, I object to not being allowed to eat stuff I like. But there’s something else: eating a lot of some foods I am allowed to eat seems to do my head in too.

I first noticed this a few years back when I went on a low-carb diet. This seemed great, as I could forget about calorie counting and just swap high-carb food like bread and potatoes for loads of lovely protein-rich stuff like cheese and meat. And as a way of losing weight, it worked a treat: I lost several kilograms in a fortnight. But I had to give it up – partly out of boredom, but mainly because I was in danger of murdering passers-by. For some reason, all that protein put me in a towering rage. Once I stopped, I went back to being merely tetchy.

Ever since, I’ve been on the look-out for evidence that diet causes bad behaviour. When celebrity chef Jamie Oliver did his better school dinners campaign, I was struck by how the teachers reported that their kids were much better behaved once they switched to a healthier diet. But what really impressed me was a study carried out at a young offenders’ institutions in Aylesbury. Inmates were given food supplements to see what effect it had on their behaviour, and the researchers found it cut violent incidents by 35 per cent.

One might have thought the prison authorities would jump at this recipe for improving life in Britain’s jails. After all, food supplements are cheaper than paying NHS doctors to take knives out of people’s eye-sockets. Yet the Government refused to accept the findings, or fund any further research – apparently for fear of appearing ‘soft’ on criminals.

Fortunately, the Wellcome Trust charity has decided it doesn’t mind annoying the Daily Mail, and has stumped up £1.5 million to fund a study of the effects of diet in three UK prisons. The project involves over 1,000 inmates and is due to run for another two years, but findings from studies in other countries suggest it’s likely to confirm that nutrion can have a profound effect. Research has linked traits like impulsivity and aggression to low levels of zinc, calcium and omega-3.

And it’s not just behaviour that’s affected. Studies of disadvantaged young people have found they’ve typically got low intakes of dietary iodine, iron and selenium – all of which are linked to poor cognitive functioning. Improving nutrition could therefore do more than just make prisons less violent: it might also help inmates stay out of trouble once released (as long as they stay off the junk food when they get home). If there’s one thing that leads to a life of crime, it’s an inability to hold down a job – and that’s hard to do when your brain isn’t working too well.

Whether any of this leads to improvements in jails depends on politicians getting serious about being “tough on crime and the causes of crime”. Handing out decent food and vitamin supplements may not seem as tough as banging up ever mover criminals, but it’s cheaper – and it may just work.

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Su Calabresi, Pinelli e sui quarant’anni che sono passati

Impegnato a cercare di saperne un po’ di piu’ sulla figura di Tiziano Terzani, scrittore e giornalista toscano scomparso nel 2004 dopo aver trascorso i suoi ultimi anni in una sorta di ritiro spirituale ad Orsigna (oggi seriamente minacciata dalle pioggie e dalle conseguenti frane), sono finito a leggere un interessante articolo riguardante il celebre “caso Pinelli“. Il collegamento deriva dal fatto che Terzani era stato uno dei moltissimi firmatari di un appello pubblicato su l’Espresso da Camilla Cederna, dove la giornalista chiedeva “l’allontanamento dai pubblici uffici dei giudici e pubblici ufficiali collegati con le indagini ed i processi relativi alla morte di Pinelli”. Al di la’ del solito riepilogo dei fatti (per chi, come il sottoscritto, a quei tempi non era ancora al mondo), l’articolo che ho letto risulta interessante per comprendere quale fosse il clima politico/intellettuale dell’epoca e quanto forte fosse stato il ruolo giocato dall’intellighenzia della sinistra nel dibattito che seguette la morte del ferroviere.

Pinelli e il commissario Calabresi

Pinelli e Calabresi: due vittime d’Italia

Qualche mese fa – in una singolare e a mio modo di vedere inesistente disputa tra realtà storica e realtà giuridica – un attento lettore chiese al Buon Caffè di riaprire le sentenze circa la morte di Giuseppe Pinelli e di vagliare, con l’insostituibile contributo della lucidità degli anni trascorsi, la posizione del commissario Luigi Calabresi. Per farlo è necessario ricostruire un minimo di vicenda storica.

Il 12 dicembre del 1969 l’Italia, dopo la gioiosa sbornia del “boom” economico, si sveglia negli Anni di Piombo. Alle 16.37 esplode una bomba nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, che stronca la vita a diciassette persone. Gli inquirenti, guidati dal giovane commissario di polizia Luigi Calabresi (foto a sx), battono subito la pista dell’estremismo di sinistra e il giorno dopo vengono convocate in Questura come sospettati 86 persone. Nei tre giorni successivi gli indiziati vengono man a mano rilasciati previa conferma del loro alibi. Il 15 dicembre Giuseppe Pinelli, quarantenne ferroviere anarchico – definito da Indro Montanelli “un galantuomo, un idealista sicuramente incapace di spargere sangue, e ancor più di spargerlo in quel modo” -, viene interrogato da Calabresi, da tre sottufficiali e un agente della Polizia e da un ufficiale dei Carabinieri; alle 21.30 dalla questura arriva una telefonata per la moglie del ferroviere, Licia: un brigadiere si presenterà a casa dei Pinelli a ritirare il libretto ferroviario del marito, dove erano annotati i viaggi, per confermare l’alibi. Poco dopo le 23, Giuseppe Pinelli cade rovinosamente dal quarto piano del palazzo della Questura di via Fatebenefratelli, morendo poco dopo il trauma.
Da qui in poi nascono due storie: quella processuale, che ha il compito di stabilire il corretto decorso causale degli eventi e sancire, ove ve ne sia, una responsabilità penale. E quella della chiassosa piazza politica, della sinistra extraparlamentare e degli intellettuali: il colpevole c’era già, si chiama Luigi Calabresi, e ora deve pagare. Per il rispetto che si deve agli eventi e per l’impietoso quadro che ne deriva, tratteremo le due storie contemporaneamente.

Il decesso di Pinelli (foto a dx), dal punto di vista medico, ebbe un’unica anomalia: una contusione in testa. Non è dato sapere se quel segno sulla nuca se lo sia procurato nel volo prima del contatto con il terreno – il corpo del ferroviere sfondò una grondaia – oppure durante un eventuale violento interrogatorio. Secondo il settimanale del Partito Comunista Italiano, Nuove Vie, non vi sono dubbi: “l’uomo (Pinelli, n.d.a.) si accasciò sulla sedia… l’ultimo colpo vibratogli alla nuca col taglio della mano era stato troppo forte”. La scena del ferroviere abbattuto da un colpo di karate e poi buttato dalla finestra per cancellare ogni traccia della violenza fu fissata nell’immaginario collettivo di sinistra, divenuto per molti verità. Ben prima di ogni riscontro processuale.
Il Tribunale di Milano, con il giudice Antonio Amati, dopo sei mesi archivia l’indagine: morte accidentale. Ma mentre i magistrati constatavano l’assenza di materiale probatorio, i registi Elio Petri e Nelo Risi, con il loro lungometraggio militante Documento su Giuseppe Pinelli, non hanno dubbi sulla responsabilità di Calabresi nell’“omicidio”. Fa loro eco Dario Fo, che mette in scena nei teatri meneghini Morte accidentale di un anarchico. Il cuore pulsante della campagna denigratoria nei confronti del commissario è comunque il quotidiano Lotta continua, diretto da Pio Baldelli. Il 6 giugno (del 1970, ovviamente) scrive: “Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito”.

Nell’autunno del 1970 Luigi Calabresi, nonostante la (previdente) contrarietà della moglie Gemma, querela per diffamazione Lotta Continua. Il processo contro il quotidiano diventa un processo contro il commissario: ricusazione, contestazioni, insinuazioni ed insulti. Il 1° ottobre, alla vigilia della prima udienza davanti al giudice Biotti, sul quotidiano della sinistra extraparlamentare si legge: “Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, dio continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara”.
Il 24 giugno 1971 a complicare la situazione interviene la memoria dell’avvocato Carlo Smuraglia, estensore della denuncia che Licia Pinelli ha presentato per la riapertura del fascicolo: il legale disegna la sua linea trattando come oro colato tutta la campagna di stampa anti-Calabresi. La sua richiesta verrà accolta e le indagini ricominceranno alla guida del Giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio (oggi senatore del Pd), ma Smuraglia verrà querelato pure lui per diffamazione e verrà richiamato dall’Ordine degli Avvocati.

Il 13 giugno Camilla Cederna, decana del giornalismo di costume e ultimamente rinata cronista “impegnata”, per sponsorizzare l’uscita della sua ultima fatica Inchiesta su Pinelli, con in allegato la consueta dose di veleno ai danni del commissario, accusa Calabresi di essere un torturatore e responsabile della fine di Pinelli, Biotti di aver inquinato il processo per carrierismo e conclude chiedendo l’allontanamento dai pubblici uffici dei giudizi e pubblici ufficiali collegati con le indagini ed i processi relativi alla morte di Pinelli; l’articolo termina sotto forma di lettera aperta alla pubblica sottoscrizione. In due settimane si toccano ottocento firme: tra gli altri, Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giorgio Bocca, Paolo Mieli, Furio Colombo, Pier Paolo Pisolini, Tiziano Terzani, Alberto Bevilacqua, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Massimo Teodori, Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Margherita Hack e Giorgio Amendola.
Durante il processo per diffamazione, tra varie controversie processuali, sfilano alcuni testimoni di quella fatidica sera del 15 dicembre 1969. Il materiale emerso spinge il giudice D’Ambrosio a disporre nuove indagini, ma le acque sono ben lontane dal calmarsi.

L’apice si tocca il 15 marzo del 1972, quando a Segrate viene rinvenuto accanto ad un traliccio dell’alta tensione il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli, uomo controverso eppure simbolo della sinistra còlta milanese, e l’inchiesta sulla morte dell’editore passa a Milano, proprio sul tavolo di Calabresi. La Cederna rinfocola la campagna d’odio sulle pagine de l’Espresso, sintetizzando a modo suo la situazione: Feltrinelli è stato assassinato e ora Calabresi insabbierà tutto. Con la grande stampa allineata alle tesi dell’intellighenzia milanese, in una sorta di Minculpop redidivo ed autoindotto (si vedano in questo senso gli editoriali di Giorgio Bocca sul Giorno e di Giampaolo Pansa su La Stampa), Indro Montanelli decide di abbandonare l’equilibrismo che fino ad allora aveva contraddistinto il Corriere della Sera diretto da Spadolini e di difendere a spada tratta Calabresi, attaccando violentemente la Cederna e con lei tutto l’ambiente radical chic che per il commissario non ha mosso un dito: “Fino ad un paio d’anni or sono, non mi ero accorto che tu avessi competenza di bombe, anzi ero convinto che questi grossolani e rumorosi aggeggi fossero del tutto incompatibili coi tuoi delicati gusti di preziosa merlettaia del costume”. Il motivo di questa conversione, secondo Montanelli, è chiaro: “che dopo aver tanto frequentato il mondo delle contesse, tu abbia optato per quello degli anarchici […], facendo anche del povero Pinelli un personaggio da cafè society, non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d’uomo anche se forse un po’ troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, lo loro maniere, devono sortire effetti afrodisiaci. Una droga”.

La querelle tra l’editorialista del Corriere e la Cederna porta nuova benzina sul fuoco: Umberto Eco su il manifesto riporta un articolo del ventenne Montanelli in favore di Mussolini. Ormai il dado è tratto: chi difende Calabresi è un “fascista”, nemico del popolo, complice dello “Stato assassino” .
La mattina del 17 maggio Luigi Calabresi viene abbattuto a colpi di pistola alla schiena davanti a casa sua, in via Cherubini a Milano. Muore a trentaquattro anni e lascia la moglie Gemma con due bambini piccoli ed uno ancora in grembo. Solo negli anni Novanta si arriverà ai colpevoli: dopo sette processi la Cassazione ha confermato che a sparare fu Ovidio Bompressi (poi graziato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi), con il concorso materiale di Leonardo Marino (colui che anni dopo confessò e che pertanto ebbe una pena ridotta) e il concorso morale di Adriano Sofri (già esponente del Partito radicale, attualmente editorialista per Repubblica e Il Foglio) e Giorgio Pietrostefani (scrittore e latitante a Parigi). Il giorno dopo l’assassinio, Lotta Continua scrive: “Calabresi era un assassino, e ogni discorso sulla spirale di violenza, da qualunque parte provenga è un discorso ignobile e vigliacco, utile solo a sostenere la violenza criminale di chi vive sfruttando e opprimendo [...]. Non possiamo accettare un giudizio opportunista che fa di ogni azione diretta il risultato della provocazione e dell’infiltrazione del nemico di classe. L’uccisione di Calabresi è un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”

Solo il 27 ottobre del 1975, sei anni dopo Piazza Fontana e la morte di Pinelli, tre dopo l’assassinio del commissario, si scopre che Calabresi non era neppure nella stanza dell’interrogatorio al momento della caduta. Si legge infatti nella sentenza di D’Ambrosio: “L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli”. Inoltre, pur ravvisando alcune irregolarità nello svolgimento dell’interrogatorio (il fermo dura due giorni, Pinelli era in Questura da tre), la sentenza fuga ogni dubbio circa l’eventuale omicidio: “È opportuno precisare pure che in medicina è pacifico che alterazioni dei centro di equilibrio possono essere provocati da intossicazioni acute da fumo (e Pinelli aveva fumato moltissimo), da stati ansiosi e stressanti (e Pinelli aveva passato tre giorni di seguito in stato di stress), da surmenage (e Pinellì non si era pressoché riposato per tre giorni e si era mal nutrito).
Se appare quindi poco verosimile l’ipotesi di precipitazione per collasso in quanto, come si è già detto, il corpo si sarebbe afflosciato e sarebbe scivolato o lungo la parte interna o lungo la parte esterna della ringhiera urtando, verosimilmente e deformando il cornicione del piano inferiore, appare verosimile invece l’ipotesi di precipitazione per improvvisa alterazione del centro di equilibrio.
L’interrogatorio è terminato e nulla è emerso contro Pinelli, ma lo stato di tensione per lui non si allenta. Il commissario Calabresi si è allontanato senza dire una parola. Cosa deciderà di lui il dott. Allegra? Finirà a San Vittore con l’infamante marchio di complice di uno dei più efferati delitti della storia d’Italia o tornerà finalmente libero a casa? Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi. La mancanza di qualsiasi indizio e di qualsiasi motivo di sospetto per l’omicidio volontario. L’assenza di una qualsiasi causa scatenante l’impulso suicida. L’assenza comprovata di una rincorsa per superare l’ostacolo. Il brevissimo lasso di tempo fra il rumore dell’anta ed il grido di Mainardi da una parte ed il momento della precipitazione oltre la ringhiera dall’altra. La presenza di fattori alteranti del centro di equilibrio. La traiettoria molto prossima a quella derivante dalla sola forza viva della rotazione del corpo intorno alla ringhiera. La sigaretta che precipita insieme al corpo”.

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XCode 3.1.4 ed un paio di temi interessanti

Con l’avvento di Snow Leopard ed il passaggio di Xcode, lo strumento di sviluppo principe per Mac OS, alla versione 3.2.x, gli sviluppatori hanno tra gli altri vantaggi il fatto che da ora in poi questo programma verra’ costantemente tenuto aggiornato tramite Software Update. Chi invece si trova ancora a sviluppare su Mac OS 10.5 dovra’ continuare ad aggiornare il suo Xcode manualmente, passando attraverso Apple Developer Connection. Per costoro, nel caso in cui come il sottoscritto si fossero persi a tempo debito la news, puo’ essere interessante sapere che dallo scorso 10 settembre e’ disponibile l’aggiornamento alla versione 3.1.4, la quale include al suo interno GCC 4.2 (necessario, ad esempio, per sfruttare OpenMP), cosi’ come LLVM GCC.

Siccome la notizia dell’aggiornamento di Xcode non e’ esattamente cosa nuova, a completare il post metto qualche altra cosuccia. Sicuramente saprete che con questo programma e’ possibile scegliere un layout grafico tra i vari (peraltro tutti piuttosto simili tra loro) proposti. Interessante e’ il fatto che da Internet e’ possibile scaricarne altri. Dopo qualche veloce ricerca via Google, sono arrivato ad individuare due temi che mi sembrano buoni. Si tratta rispettivamente di EGO (sviluppato dagli enormego developers, autori di un blog di sviluppo dedicato a Mac OS che vi consiglio di guardare) ed IR_Black (da nodnod.net), tema che va a ricalcare l’omonimo disponibile in Textmate e Vim. Di seguito potete vedere uno screenshot del mio codice evidenziato con IR_Black.

Screenshot of C++ source code highlighted through the IR_Black theme in Xcode

Non mi entusiasma particolarmente il colore utilizzato per le parti selezionate, ma questo e’ facilmente modificabile. Vediamo un po’ come risponderanno i miei occhi nei prossimi giorni.

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World Blogger Championship of Online Poker (WBCOOP)

Torna anche quest’anno il World Blogger Championship of Online Poker organizzato da PokerStars.com.

Online Poker

I have registered to play in the PokerStars World Blogger Championship of Online Poker! Bloggers can register for to play for free in the WBCOOP, if you don’t have a PokerStars account you can get your Poker Download here.

Registration code: 427748

La manifestazione, la cui partecipazione e’ gratuita per tutti i blogger che come il sottoscritto si sono registrati all’evento tramite l’apposita pagina, andra’ avanti dal 25 al 30 di gennaio, con 6 eventi preliminari (4 di NLHE, uno di PLO ed uno di 8-Game Mix), per poi culminare il 31 con il main event. In palio non dei soldini, ma un sacco di tickets per le prossime SCOOP (Spring Championship of Online Poker).

Di seguito i premi in palio per i vari eventi. Si comincia con quelli preliminari, per i quali vige il medesimo payout.

PokerStars.com's WBCOOP 2009 (preliminary events table)

Si prosegue poi con il main event, che come ovvio mette a disposizione qualcosa di piu’ corposo.

PokerStars.com's WBCOOP 2009 (prizes for the main event)

Ed infine anche alcuni “spot prizes”. Premi collaterali che andranno a quei blogger che anche durante il torneo non si dimenticheranno del perche’ sono stati invitati e proporranno una copertura accurata dell’evento.

PokerStars.com's WBCOOP 2009 (spot prizes)

L’anno scorso credo di aver partecipato giusto a uno o due eventi, assolutamente senza brillare. Vedremo quest’anno come andra’…

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Sustainable Energy – without the hot air

Un po’ in ritardo, ma riprendo un’interessante segnalazione apparsa sul nuovo blog del buon Matteo, relativa ad un libro pubblicato di recente e che promette di fare la felicita’ di chi si interessa di ecologia, eco-sostenibilita’ e cambiamento climatico. Il libro in questione si intitola Sustainable Energy – without the hot air ed e’ scritto da David J.C. MacKay, professore di filosofia naturale a Cambridge.

Sustainable Energy - without the hot air (new book cover)

Le recensioni presenti su Amazon sono piu’ che positive. Cosi’ come oltremodo positivo e’ il fatto che il libro sia scaricabile, in maniera completamente gratuita, dal sito Internet withouthotair.com/. Nessuna scusa per non leggerlo.

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