11 febbraio 2010
Il bombarolo
Ieri sera, di ritorno all’universita’, mi sono messo ad ascoltare un po’ di De Andre’. Mi sono soffermato piu’ del solito su una canzone piuttosto particolare, molto orecchiabile ma della quale non ero mai riuscito piu’ di tanto a cogliere il senso. Trattasi de Il Bombarolo.
Chi va dicendo in giro
che odio il mio lavoro
non sa con quanto amore
mi dedico al tritolo,
è quasi indipendente
ancora poche ore
poi gli darò la voce
il detonatore.
Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro,
io sono d’un’altra razza,
son bombarolo.
Nello scendere le scale
ci metto più attenzione,
sarebbe imperdonabile
giustiziarmi sul portone
proprio nel giorno in cui
la decisione è mia
sulla condanna a morte
o l’amnistia.
Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io sono d’un altro avviso,
son bombarolo.
Intellettuali d’oggi
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione.
Vi scoverò i nemici
per voi così distanti
e dopo averli uccisi
sarò fra i latitanti
ma finché li cerco io
i latitanti sono loro,
ho scelto un’altra scuola,
son bombarolo.
Potere troppe volte
delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci
dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituirti
un po’ del tuo terrore
del tuo disordine
del tuo rumore.
Così pensava forte
un trentenne disperato
se non del tutto giusto
quasi niente sbagliato,
cercando il luogo idoneo
adatto al suo tritolo,
insomma il posto degno
d’un bombarolo.
C’è chi lo vide ridere
davanti al Parlamento
aspettando l’esplosione
che provasse il suo talento,
c’è chi lo vide piangere
un torrente di vocali
vedendo esplodere
un chiosco di giornali.
Ma ciò che lo ferì
profondamente nell’orgoglio
fu l’immagine di lei
che si sporgeva da ogni foglio
lontana dal ridicolo
in cui lo lasciò solo,
ma in prima pagina
col bombarolo.
Il brano, preso in isolamento, non e’ di immediata comprensione. Per capirlo meglio e’ necessario contestualizzarlo, perlomeno mettendolo in riferimento all’album all’interno del quale era originariamente contenuto: Storia di un impiegato.

E’ esattamente quello che ci suggerisce di fare kimithebest, su Yahoo! Answers, dove ci fornisce anche un’ottima introduzione al disco.
Per comprendere a fondo il significato del brano “Il bombarolo” bisogna contestualizzarlo nell’album di appartenenza, ovvero “Storia di un impiegato” del 1973. Come in molti casi accade per gli album di Fabrizio de André “Storia di un impiegato” è un concept album. Ciò vuol dire che le canzoni dell’album sono legate ed accomunate da un concetto, un idea comune che rappresenta il tema portante dell’album. Nel caso di Storia di un impiegato poi, risulta ancor più importante in quanto brano dopo brano il personaggio subisce un cambiamento, una maturazione che lo porta ad effettuare delle scelte anziché altre.
La tracklist è questa:
1. Introduzione
2. Canzone del Maggio
3. La bomba in testa
4. Al ballo mascherato
5. Sogno numero due
6. Canzone del padre
7. Il bombarolo
8. Verranno a chiederti del nostro amore
9. Nella mia ora di libertà
Il tema centrale è la rivolta giovanile che si ebbe a Parigi nel Maggio del 1968. Questa però viene utilizzata come spunto per raccontare un altra storia, quella dell’impiegato che ascoltando “La canzone del Maggio”, (l’album si apre con un introduzione breve sui “cuccioli del Maggio” ovvero i rivoltosi francesi e subito dopo parte la Canzone del Maggio, che è un adattamento dei canti dei rivoltosi. Il testo è una traduzione dal francese), viene a conoscenza degli avvenimenti accaduti qualche anno prima in Francia.
Nel terzo brano l’impiegato comincia a riflettere su quale fosse stato il motivo che aveva spinto quei suoi coetanei alla rivolta. Egli inizialmente si distacca dai ragazzi francesi “Ed io contavo i denti ai francobolli, dicevo “Grazie a Dio”, “Buon Natale”, mi sentivo normale…”, li definisce ingrati del benessere… poi però “E io ho la faccia usata dal buon senso, ripeto “Non vogliamoci del male” e non mi sento normale e mi sorprendo ancora a misurarmi su di loro, ma adesso e tardi adesso torno a lavoro”
A quel punto l’impiegato capisce che è proprio quello che lui credeva la normalità che aveva spinto gli ingrati alla rivolta: il perbenismo, i luoghi comuni, la quotidianeità delle azioni, la noia…la libertà, quella che l’impiegato si era accorto di non avere. Li ammira per il corraggio, quello che lui non ha avuto, si rende conto che ormai è tardi per aggregarsi a loro e decide così di fare tutto da solo, mettendo una bomba ad un ballo mascherato, dove sono presenti solo uomini e donne borghesi, rappresentanti di quel bigottismo al quale era diventato insofferente. Si addormenta e fa tre sogni, raccontati nel 4°, 5° e 6° brano.
Nel primo sogna il ballo a cui lui avrebbe messo la bomba, dove sono presenti illustri personaggi della storia: Cristo, Nobel, la Madonna, Edipo, Dante, l’ammiraglio Nelson ma soprattutto i suoi genitori, rappresentanti supremi del mondo perbenista che lo circondava, coloro che lo avevano educato a quello nel rispetto della morale cristiano-borghese. Senza pietà li ammazza tutti con la bomba ed alla fine si distacca anche da colui che gli ha insegnato “il come si fa” intraprendendo una strada fortemente individualista che caratterizzerà le scelte del bombarolo fino alla fine.
Il secondo sogno racconta quello che lui sogna essere il processo dopo la strage del ballo. Inaspettatamente il giudice gli svela che in realtà egli non era che una pedina del potere costituito, che lo avevano osservato in ogni momento e lo avevano quasi aiutato a favorire il potere uccidendo “i soci vitalizi del potere ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione”. Il giudice quindi lo premia assolvendolo, chiedendogli se vuole essere assolto o condannato.
Il terzo sogno può essere considerato una continuazione del primo. L’impiegato-bombarolo si trova al cospetto di colui che deve integrarlo nuovamente in società. Come inizio gli offre il posto di lavoro che era del padre dell’impiegato, che lo stesso aveva ammazzato. “Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare, le più piccole dirigile al fiume, le più grandi sanno già dove andare.” Ovviamente la metafora è semplice, l’impiegato, nonostante il suo gesto si ritrova punto e da capo, ricondotto in un mondo che lui stesso aveva rifiutato dove ritrova personaggi inquietanti come Berto, il figlio della lavandaia, morto arrugginito a forza di piangersi addosso, la moglie con cui non va più d’accordo e che lui crede lo tradisca con un uomo più magro di lui e l’ultimo figlio, il meno voluto, caduto nel tunnel della droga. L’impiegato a questo punto comprende che il suo obbiettivo era sbagliato, non deve colpire i borghesi ma il potere in quanto è il potere stesso a voler lasciare tutto com’è. E così l’impiegato si sveglia meditando un attacco terroristico al parlamento.
Veniamo quindi al brano “Il bombarolo”. Nel brano l’impiegato, ormai completato il lavoro, paragonandosi a Mastro Geppetto, si prepara all’attentato, da solo, in pieno stile individualista “profeti molto acrobati della rivoluzione, oggi farò da me senza lezione”. Ma proprio quando sembrava andare a buon fine la bomba scoppia nel posto sbagliato. Lui viene così arrestato, ma quel che più lo ferisce è vedere lei, la sua ragazza, in prima pagina con lui, dal quale aveva preso le distanze e che pur di apparire sul giornale era pronta a tutto,anche a ridicolizzarlo.
Il brano “Verranno a chiederti del nostro amore” è una lettera scritta dal bombarolo a lei dove la accusa di non averlo amato davvero, di averlo tradito, di restare al centro dell’attenzione solo per apparire. Le chiede di non lasciar andar via a caso le parole nelle dichiarazioni, le chiede di raccontare tutto di loro dei tradimenti a vicenda perché possano capire quali erano i suoi sentimenti e cosa lo ha spinto ad agire. Non c’è pentimento però e l’individualismo che lo spinge non cessa. Ma alla fine, “Nella mia ora di libertà”, egli capisce che l’unico modo per vincere davvero contro il potere è quello di agire in massa e lo capise solo una volta entrato in carcere dove si confronta con gli altri e maatura definitivamente. L’album si chiude con la frase più graffiante della canzone del Maggio: “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.”
Ora inizia la parte interessante. De Andre’, piu’ che capirlo fino in fondo, lo si puo’ interpretare. Cosi’ come si fa con un poeta. Proprio per questo motivo, anche in merito a Il Bombarolo e’ possibile effettuare diverse letture. Tra le piu’ interessanti che ho trovato in giro per la rete, quelle raccolte da AntiWarSongs.com:
Anche Il bombarolo può essere considerata una canzone contro la guerra. Spesso si dichiara guerra in risposta a un disagio che, fondato o meno che sia, si ha difficoltà ad accettare. Nella “Storia di un impegato” di De André e Bentivoglio, un mite trentenne conformista avverte un profondo disagio tra la sua vita e lo Stato, tra un sistema di potere che gli ha imposto un sistema di vita e la sua naturale, in quanto essere umano, vocazione alla libertà. Il disagio che trasformerà un mite impegato nel più convinto terrorista non è tanto lontano da quello che prova la “gente divisa” in Disamistade, così come la vocazione alla libertà dell’impiegato è la stessa di tutti i miserabili faberiani, la cui natura fantastica e libertaria è ben illustrata in Se ti tagliassero a pezzetti. Ne Il bombarolo v’è il “trentenne disperato” che ha capito che lo Stato è un “Pinocchio fragile”, per cui attaccabile con una bomba al tritolo, metodo non dissimile da quelli che legalmente usa il Potere (“parente artigianale”), un Potere “sganciato e restituitoci/dai tuoi aeroplani” con le bombe. Perché allora non rispondere alle guerre, psicologiche e dinamitarde, del Potere dichiarando una propria guerra al tritolo? Ma il terrorismo non è la risposta corretta, perché sottindende una volontà propria di potere. Ma il “capire che non ci sono poteri buoni”, avverrà dopo il processo, in carcere ne Nella mia ora di libertà, nell’immediato dell’attentato fallito non gli resta che il ridicolo.” [Giovanni Bronzino dalla mailing list “Fabrizio”]
“Calmo; prima se ne discute, anche perché una discussione sul “Bombarolo” fa sempre bene. Di prim’acchito posso dirti che considero il “Bombarolo”, tra le altre cose, più una canzone contro una certa “pace” che contro la guerra. E’ pur vero che, diverse volte, ho considerato questo un “criterio” (vabbé, uso ancora questa parola per me detestabile, ma tant’é) sufficiente (anzi, più che sufficiente) per trascrivere una canzone nel suo file col suo bel numeretto progressivo, beccandomi per questo con disprezzo di “archivista” da certe auto-cosiddette “menti semplici” che bivaccano in rete; ma le tematiche poste da una canzone densa come questa meritano perlomeno un po’ di analisi prima di procedere oltre. Ho parlato di una “certa pace”, e va da sé che si tratta della “pace terrificante” espressa nella “Domenica delle salme”; l’impiegato viene a restituire a tutto ciò “un po’ del suo terrore, del suo disordine, del suo rumore”. Ovviamente non sono in disaccordo con la tua analisi; mi sembra, anzi, condivisibile e non ho nessun problema a dirlo anche se non avrei parlato mai di “risposta corretta” o meno a proposito del “terrorismo” come fenomeno organizzato o come semplice gesto isolato. L’impiegato non si pone il problema della “correttezza” del suo gesto; ne fornisce le motivazioni profonde (giustappunto nella canzone), fabbrica il suo ordigno e va davanti al parlamento. Quanto alla volontà di potere sottintesa in tale gesto (“la decisione è mia sulla condanna a morte o l’amnistia”), la vedrei anche come una forma di difesa ribelle non certo dissimile dal cannone nel cortile della “Domenica delle salme” (e ancora una volta torno a sottolineare il legame enorme tra l’ “Impiegato” e quella canzone, che ne è quasi una specie di seguito –ma questo devo averlo già detto diverse volte qui dentro o altrove). Una dichiarazione di guerra “artigianale” ed isolata (ma quanto isolata? Sai, ogni volta che sento o uso questo aggettivo mi viene a mente un certo frasario del potere affidato alle grancasse mediatiche, tipo “il gesto isolato di un folle” -o di uno “squilibrato”) alla guerra vera condotta dal potere coi suoi aeroplani è una “canzone contro la guerra”? Probabilmente si’, cosi’ -grosso modo- come avviene nella “Locomotiva” di Guccini il cui inserimento nelle “CCG” (assieme a quello di “Contessa”, che però è una dichiarazione di guerra collettiva, di classe) tanti sturbi ha provocato a qualcuno; e andrà sicuramente a finire nel file numerata e magari tradotta (la traduzione in francese esiste già, e la metto in calce a questa mail); ma sarà sicuramente preceduta dal tuo intervento, dalle mie considerazioni e da quelle eventuali di tutti gli altri. Perché vorrei essere chiaro: non ho mai inteso le “CCG” come una semplice raccolta di testi, ma come un’occasione (creata dall’uomo ladro, come dice il Senia) per pensare, parlare, commentare, analizzare, spezzare e ricomporre. Magari avvenisse questo per ogni canzone postata, visto che sarebbe un antidoto notevole all’atrofizzazione delle facoltà mentali che, sotto il sibilare delle bombe “sganciate dagli aeroplani”, si fa ancora più galoppante. “ [Riccardo Venturi dalla mailing list “Fabrizio”, in risposta a Giovanni Bronzino]
“E continuiamo ad occuparci di guerra. Vale la pena spendere un paio di parole su come la guerra, così come altri fenomeni totali, costringa, di fatto, a parlarne. Paradossalmente, anche questo thread senza fine a proposito di canzoni contro la guerra, subisce e riproduce la costrizione a parlare della guerra. Anche questa ossessione con cui ci troviamo ad iscrivere qualsiasi testo, che non si limiti alle rime fra amore e cuore, dentro il catalogo sconfinato delle cosiddette “ccg”, dovrebbe fare riflettere sulla “totalità” della guerra stessa, al momento in cui viene scatenata. Si arriva a misurare qualsiasi canzone con il problema della guerra, meglio ancora con il problema di “questa guerra”. E così tutti, non-violenti e non, ci accomodiamo rassegnati a subire la più grande delle violenze: quella che ti costringe a dire. Compresa quella che ti costringe a dire di essere contro la guerra, nei modi dovuti. Le menate sul “bombarolo” che nella sua piccola logica artigianale riprodurrebbe, di fatto, gli stessi procedimenti del potere è roba vecchia, trita e consunta; e sebbene basterebbe ripetere quanto dichiarato da Camus a proposito dei populisti russi i quali accettevano di uccidere e pagavano, con la vita, la loro disposizione, a fronte di un potere che commetteva (e commette) i crimini più nefandi e accetta di ricevere onori, per i crimini commessi, non tutti sono disposti ad accettare di posare lo sguardo su questa semplice differenza etica. Nemmeno può servire a molto, aggiungere che la cosiddetta “vocazione alla libertà dei miserabili faberiani” (che orribile definizione!) è una favola bell’e buona, cui risulta difficile immaginare che qualcuno possa seriamente credere. Il bombarolo (che sembra appartenga all’esiguo numero di canzoni che Fabrizio ha scritto tutte da solo) è solo una canzone che utilizza la categoria della guerra per definire lo stato, dichiarando che la guerra è insita nel dna stesso dello stato. Rimane la “mitezza” del trentenne disperato, copiata pari pari dal Sante Caserio che “si scagliò sì buono e mite,a scuoter l’alme schiave ed avvilite”. E anche qui, come si può vedere c’è ben poca fiducia nella vocazione libertaria dei miserabili. Confondere il “potere” con la libertà dell’individuo a ribellarsi somiglia, e parecchio, alla confusione fra proprietà e possesso. E, per finire, non credo che ci sia proprio niente di ridicolo nel carcere di “nella mia ora di libertà”. [Franco Senia dalla mailing list “Fabrizio”]
Come non si fa ad sentirsi un po’ nostalgici di De Andre’ in un’epoca di presunti “cantautori” che a fatica riescono a scrivere un testo grammaticalmente corretto?


