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Fabio Ruini's blog

'cause Italians blog better

Archivio per febbraio, 2010

San Singolino 2010

Vista la giornata odierna, non posso esimermi dal riprendere un post apparso su It’s time to think the unthinkable (si’, per chi se lo stesse chiedendo, e’ strano ma e’ il titolo di un blog). Il post non e’ invero originale, ma riprende quanto scritto dal giornalista Massimo Gramellini nel lontano 2003. La dedica, ovviamente, e’ a tutti coloro che oggi non hanno esattamente un granche’ da festeggiare.

Valentine's day

Dedicato ai cuori solitari per scelta. Altrui. Quelli che sono stati appena lasciati e non ci stanno. Quelli che ci starebbero anche, se solo trovassero qualcun altro disposto a stare con loro. Quelli che fanno gli innamorati di riserva e da svariate festività aspettano che lui/lei lasci il titolare. Quelli che «io dall’amore non mi aspetto più niente», ma sperano ancora di aver detto una bugia. Quelli che non sanno che sapore ha un bacio, o non se lo ricordano più, e oggi mangeranno troppi cioccolatini. Quelli che se lo ricordano benissimo e mangeranno troppi cioccolatini lo stesso. Quelli che «ma come cantava Baglioni, strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al cielo?» Quelli che «ma fammi il piacere!» e alzano la testa, così, per controllare. Quelli che la testa non la alzano più e invece gli farebbe bene. Quelli che leggono che oggi, san Valentino martire, gli italiani spenderanno 800 milioni di euro in fiori, peluches, messaggini telefonici e cene a base di carciofi e pensano: «Dove andremo a finire?»Quelli che vorrebbero finire proprio lì, sepolti da fiori e peluches, a scambiarsi messaggini fra i carciofi. Quelli che «se potessi tornare indietro» o «se riuscissi ad andare avanti» e intanto intralciano il traffico. Quelli che si sentono esclusi, sconfitti, diversi, incompresi, inadeguati: soli, eppure sono tantissimi. Quelli che non sentono più niente e, dopo averlo rincorso invano, adesso scappano dall’amore. Quelli che tanto l’amore prima o poi li raggiunge.

PS: c’era anche una versione un pelo piu’ volgarotta dell’immagine di cui sopra, ma ho preferito soprassedere. Anche se non del tutto

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Il bombarolo

Ieri sera, di ritorno all’universita’, mi sono messo ad ascoltare un po’ di De Andre’. Mi sono soffermato piu’ del solito su una canzone piuttosto particolare, molto orecchiabile ma della quale non ero mai riuscito piu’ di tanto a cogliere il senso. Trattasi de Il Bombarolo.

Chi va dicendo in giro
che odio il mio lavoro
non sa con quanto amore
mi dedico al tritolo,
è quasi indipendente
ancora poche ore
poi gli darò la voce
il detonatore.

Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro,
io sono d’un’altra razza,
son bombarolo.

Nello scendere le scale
ci metto più attenzione,
sarebbe imperdonabile
giustiziarmi sul portone
proprio nel giorno in cui
la decisione è mia
sulla condanna a morte
o l’amnistia.

Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io sono d’un altro avviso,
son bombarolo.

Intellettuali d’oggi
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione.

Vi scoverò i nemici
per voi così distanti
e dopo averli uccisi
sarò fra i latitanti
ma finché li cerco io
i latitanti sono loro,
ho scelto un’altra scuola,
son bombarolo.

Potere troppe volte
delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci
dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituirti
un po’ del tuo terrore
del tuo disordine
del tuo rumore.

Così pensava forte
un trentenne disperato
se non del tutto giusto
quasi niente sbagliato,
cercando il luogo idoneo
adatto al suo tritolo,
insomma il posto degno
d’un bombarolo.

C’è chi lo vide ridere
davanti al Parlamento
aspettando l’esplosione
che provasse il suo talento,
c’è chi lo vide piangere
un torrente di vocali
vedendo esplodere
un chiosco di giornali.

Ma ciò che lo ferì
profondamente nell’orgoglio
fu l’immagine di lei
che si sporgeva da ogni foglio
lontana dal ridicolo
in cui lo lasciò solo,
ma in prima pagina
col bombarolo.

Il brano, preso in isolamento, non e’ di immediata comprensione. Per capirlo meglio e’ necessario contestualizzarlo, perlomeno mettendolo in riferimento all’album all’interno del quale era originariamente contenuto: Storia di un impiegato.

Fabrizio De Andre' - Storia di un impiegato (front cover)

E’ esattamente quello che ci suggerisce di fare kimithebest, su Yahoo! Answers, dove ci fornisce anche un’ottima introduzione al disco.

Per comprendere a fondo il significato del brano “Il bombarolo” bisogna contestualizzarlo nell’album di appartenenza, ovvero “Storia di un impiegato” del 1973. Come in molti casi accade per gli album di Fabrizio de André “Storia di un impiegato” è un concept album. Ciò vuol dire che le canzoni dell’album sono legate ed accomunate da un concetto, un idea comune che rappresenta il tema portante dell’album. Nel caso di Storia di un impiegato poi, risulta ancor più importante in quanto brano dopo brano il personaggio subisce un cambiamento, una maturazione che lo porta ad effettuare delle scelte anziché altre.

La tracklist è questa:

1. Introduzione
2. Canzone del Maggio
3. La bomba in testa
4. Al ballo mascherato
5. Sogno numero due
6. Canzone del padre
7. Il bombarolo
8. Verranno a chiederti del nostro amore
9. Nella mia ora di libertà

Il tema centrale è la rivolta giovanile che si ebbe a Parigi nel Maggio del 1968. Questa però viene utilizzata come spunto per raccontare un altra storia, quella dell’impiegato che ascoltando “La canzone del Maggio”, (l’album si apre con un introduzione breve sui “cuccioli del Maggio” ovvero i rivoltosi francesi e subito dopo parte la Canzone del Maggio, che è un adattamento dei canti dei rivoltosi. Il testo è una traduzione dal francese), viene a conoscenza degli avvenimenti accaduti qualche anno prima in Francia.

Nel terzo brano l’impiegato comincia a riflettere su quale fosse stato il motivo che aveva spinto quei suoi coetanei alla rivolta. Egli inizialmente si distacca dai ragazzi francesi “Ed io contavo i denti ai francobolli, dicevo “Grazie a Dio”, “Buon Natale”, mi sentivo normale…”, li definisce ingrati del benessere… poi però “E io ho la faccia usata dal buon senso, ripeto “Non vogliamoci del male” e non mi sento normale e mi sorprendo ancora a misurarmi su di loro, ma adesso e tardi adesso torno a lavoro”

A quel punto l’impiegato capisce che è proprio quello che lui credeva la normalità che aveva spinto gli ingrati alla rivolta: il perbenismo, i luoghi comuni, la quotidianeità delle azioni, la noia…la libertà, quella che l’impiegato si era accorto di non avere. Li ammira per il corraggio, quello che lui non ha avuto, si rende conto che ormai è tardi per aggregarsi a loro e decide così di fare tutto da solo, mettendo una bomba ad un ballo mascherato, dove sono presenti solo uomini e donne borghesi, rappresentanti di quel bigottismo al quale era diventato insofferente. Si addormenta e fa tre sogni, raccontati nel 4°, 5° e 6° brano.

Nel primo sogna il ballo a cui lui avrebbe messo la bomba, dove sono presenti illustri personaggi della storia: Cristo, Nobel, la Madonna, Edipo, Dante, l’ammiraglio Nelson ma soprattutto i suoi genitori, rappresentanti supremi del mondo perbenista che lo circondava, coloro che lo avevano educato a quello nel rispetto della morale cristiano-borghese. Senza pietà li ammazza tutti con la bomba ed alla fine si distacca anche da colui che gli ha insegnato “il come si fa” intraprendendo una strada fortemente individualista che caratterizzerà le scelte del bombarolo fino alla fine.

Il secondo sogno racconta quello che lui sogna essere il processo dopo la strage del ballo. Inaspettatamente il giudice gli svela che in realtà egli non era che una pedina del potere costituito, che lo avevano osservato in ogni momento e lo avevano quasi aiutato a favorire il potere uccidendo “i soci vitalizi del potere ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione”. Il giudice quindi lo premia assolvendolo, chiedendogli se vuole essere assolto o condannato.

Il terzo sogno può essere considerato una continuazione del primo. L’impiegato-bombarolo si trova al cospetto di colui che deve integrarlo nuovamente in società. Come inizio gli offre il posto di lavoro che era del padre dell’impiegato, che lo stesso aveva ammazzato. “Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare, le più piccole dirigile al fiume, le più grandi sanno già dove andare.” Ovviamente la metafora è semplice, l’impiegato, nonostante il suo gesto si ritrova punto e da capo, ricondotto in un mondo che lui stesso aveva rifiutato dove ritrova personaggi inquietanti come Berto, il figlio della lavandaia, morto arrugginito a forza di piangersi addosso, la moglie con cui non va più d’accordo e che lui crede lo tradisca con un uomo più magro di lui e l’ultimo figlio, il meno voluto, caduto nel tunnel della droga. L’impiegato a questo punto comprende che il suo obbiettivo era sbagliato, non deve colpire i borghesi ma il potere in quanto è il potere stesso a voler lasciare tutto com’è. E così l’impiegato si sveglia meditando un attacco terroristico al parlamento.

Veniamo quindi al brano “Il bombarolo”. Nel brano l’impiegato, ormai completato il lavoro, paragonandosi a Mastro Geppetto, si prepara all’attentato, da solo, in pieno stile individualista “profeti molto acrobati della rivoluzione, oggi farò da me senza lezione”. Ma proprio quando sembrava andare a buon fine la bomba scoppia nel posto sbagliato. Lui viene così arrestato, ma quel che più lo ferisce è vedere lei, la sua ragazza, in prima pagina con lui, dal quale aveva preso le distanze e che pur di apparire sul giornale era pronta a tutto,anche a ridicolizzarlo.

Il brano “Verranno a chiederti del nostro amore” è una lettera scritta dal bombarolo a lei dove la accusa di non averlo amato davvero, di averlo tradito, di restare al centro dell’attenzione solo per apparire. Le chiede di non lasciar andar via a caso le parole nelle dichiarazioni, le chiede di raccontare tutto di loro dei tradimenti a vicenda perché possano capire quali erano i suoi sentimenti e cosa lo ha spinto ad agire. Non c’è pentimento però e l’individualismo che lo spinge non cessa. Ma alla fine, “Nella mia ora di libertà”, egli capisce che l’unico modo per vincere davvero contro il potere è quello di agire in massa e lo capise solo una volta entrato in carcere dove si confronta con gli altri e maatura definitivamente. L’album si chiude con la frase più graffiante della canzone del Maggio: “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.”

Ora inizia la parte interessante. De Andre’, piu’ che capirlo fino in fondo, lo si puo’ interpretare. Cosi’ come si fa con un poeta. Proprio per questo motivo, anche in merito a Il Bombarolo e’ possibile effettuare diverse letture. Tra le piu’ interessanti che ho trovato in giro per la rete, quelle raccolte da AntiWarSongs.com:

Anche Il bombarolo può essere considerata una canzone contro la guerra. Spesso si dichiara guerra in risposta a un disagio che, fondato o meno che sia, si ha difficoltà ad accettare. Nella “Storia di un impegato” di De André e Bentivoglio, un mite trentenne conformista avverte un profondo disagio tra la sua vita e lo Stato, tra un sistema di potere che gli ha imposto un sistema di vita e la sua naturale, in quanto essere umano, vocazione alla libertà. Il disagio che trasformerà un mite impegato nel più convinto terrorista non è tanto lontano da quello che prova la “gente divisa” in Disamistade, così come la vocazione alla libertà dell’impiegato è la stessa di tutti i miserabili faberiani, la cui natura fantastica e libertaria è ben illustrata in Se ti tagliassero a pezzetti. Ne Il bombarolo v’è il “trentenne disperato” che ha capito che lo Stato è un “Pinocchio fragile”, per cui attaccabile con una bomba al tritolo, metodo non dissimile da quelli che legalmente usa il Potere (“parente artigianale”), un Potere “sganciato e restituitoci/dai tuoi aeroplani” con le bombe. Perché allora non rispondere alle guerre, psicologiche e dinamitarde, del Potere dichiarando una propria guerra al tritolo? Ma il terrorismo non è la risposta corretta, perché sottindende una volontà propria di potere. Ma il “capire che non ci sono poteri buoni”, avverrà dopo il processo, in carcere ne Nella mia ora di libertà, nell’immediato dell’attentato fallito non gli resta che il ridicolo.” [Giovanni Bronzino dalla mailing list “Fabrizio”]

“Calmo; prima se ne discute, anche perché una discussione sul “Bombarolo” fa sempre bene. Di prim’acchito posso dirti che considero il “Bombarolo”, tra le altre cose, più una canzone contro una certa “pace” che contro la guerra. E’ pur vero che, diverse volte, ho considerato questo un “criterio” (vabbé, uso ancora questa parola per me detestabile, ma tant’é) sufficiente (anzi, più che sufficiente) per trascrivere una canzone nel suo file col suo bel numeretto progressivo, beccandomi per questo con disprezzo di “archivista” da certe auto-cosiddette “menti semplici” che bivaccano in rete; ma le tematiche poste da una canzone densa come questa meritano perlomeno un po’ di analisi prima di procedere oltre. Ho parlato di una “certa pace”, e va da sé che si tratta della “pace terrificante” espressa nella “Domenica delle salme”; l’impiegato viene a restituire a tutto ciò “un po’ del suo terrore, del suo disordine, del suo rumore”. Ovviamente non sono in disaccordo con la tua analisi; mi sembra, anzi, condivisibile e non ho nessun problema a dirlo anche se non avrei parlato mai di “risposta corretta” o meno a proposito del “terrorismo” come fenomeno organizzato o come semplice gesto isolato. L’impiegato non si pone il problema della “correttezza” del suo gesto; ne fornisce le motivazioni profonde (giustappunto nella canzone), fabbrica il suo ordigno e va davanti al parlamento. Quanto alla volontà di potere sottintesa in tale gesto (“la decisione è mia sulla condanna a morte o l’amnistia”), la vedrei anche come una forma di difesa ribelle non certo dissimile dal cannone nel cortile della “Domenica delle salme” (e ancora una volta torno a sottolineare il legame enorme tra l’ “Impiegato” e quella canzone, che ne è quasi una specie di seguito –ma questo devo averlo già detto diverse volte qui dentro o altrove). Una dichiarazione di guerra “artigianale” ed isolata (ma quanto isolata? Sai, ogni volta che sento o uso questo aggettivo mi viene a mente un certo frasario del potere affidato alle grancasse mediatiche, tipo “il gesto isolato di un folle” -o di uno “squilibrato”) alla guerra vera condotta dal potere coi suoi aeroplani è una “canzone contro la guerra”? Probabilmente si’, cosi’ -grosso modo- come avviene nella “Locomotiva” di Guccini il cui inserimento nelle “CCG” (assieme a quello di “Contessa”, che però è una dichiarazione di guerra collettiva, di classe) tanti sturbi ha provocato a qualcuno; e andrà sicuramente a finire nel file numerata e magari tradotta (la traduzione in francese esiste già, e la metto in calce a questa mail); ma sarà sicuramente preceduta dal tuo intervento, dalle mie considerazioni e da quelle eventuali di tutti gli altri. Perché vorrei essere chiaro: non ho mai inteso le “CCG” come una semplice raccolta di testi, ma come un’occasione (creata dall’uomo ladro, come dice il Senia) per pensare, parlare, commentare, analizzare, spezzare e ricomporre. Magari avvenisse questo per ogni canzone postata, visto che sarebbe un antidoto notevole all’atrofizzazione delle facoltà mentali che, sotto il sibilare delle bombe “sganciate dagli aeroplani”, si fa ancora più galoppante. “ [Riccardo Venturi dalla mailing list “Fabrizio”, in risposta a Giovanni Bronzino]

“E continuiamo ad occuparci di guerra. Vale la pena spendere un paio di parole su come la guerra, così come altri fenomeni totali, costringa, di fatto, a parlarne. Paradossalmente, anche questo thread senza fine a proposito di canzoni contro la guerra, subisce e riproduce la costrizione a parlare della guerra. Anche questa ossessione con cui ci troviamo ad iscrivere qualsiasi testo, che non si limiti alle rime fra amore e cuore, dentro il catalogo sconfinato delle cosiddette “ccg”, dovrebbe fare riflettere sulla “totalità” della guerra stessa, al momento in cui viene scatenata. Si arriva a misurare qualsiasi canzone con il problema della guerra, meglio ancora con il problema di “questa guerra”. E così tutti, non-violenti e non, ci accomodiamo rassegnati a subire la più grande delle violenze: quella che ti costringe a dire. Compresa quella che ti costringe a dire di essere contro la guerra, nei modi dovuti. Le menate sul “bombarolo” che nella sua piccola logica artigianale riprodurrebbe, di fatto, gli stessi procedimenti del potere è roba vecchia, trita e consunta; e sebbene basterebbe ripetere quanto dichiarato da Camus a proposito dei populisti russi i quali accettevano di uccidere e pagavano, con la vita, la loro disposizione, a fronte di un potere che commetteva (e commette) i crimini più nefandi e accetta di ricevere onori, per i crimini commessi, non tutti sono disposti ad accettare di posare lo sguardo su questa semplice differenza etica. Nemmeno può servire a molto, aggiungere che la cosiddetta “vocazione alla libertà dei miserabili faberiani” (che orribile definizione!) è una favola bell’e buona, cui risulta difficile immaginare che qualcuno possa seriamente credere. Il bombarolo (che sembra appartenga all’esiguo numero di canzoni che Fabrizio ha scritto tutte da solo) è solo una canzone che utilizza la categoria della guerra per definire lo stato, dichiarando che la guerra è insita nel dna stesso dello stato. Rimane la “mitezza” del trentenne disperato, copiata pari pari dal Sante Caserio che “si scagliò sì buono e mite,a scuoter l’alme schiave ed avvilite”. E anche qui, come si può vedere c’è ben poca fiducia nella vocazione libertaria dei miserabili. Confondere il “potere” con la libertà dell’individuo a ribellarsi somiglia, e parecchio, alla confusione fra proprietà e possesso. E, per finire, non credo che ci sia proprio niente di ridicolo nel carcere di “nella mia ora di libertà”. [Franco Senia dalla mailing list “Fabrizio”]

Come non si fa ad sentirsi un po’ nostalgici di De Andre’ in un’epoca di presunti “cantautori” che a fatica riescono a scrivere un testo grammaticalmente corretto?

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Ups…

Quasi dimenticavo. Dopo un weekend di fuoco, domenica pomeriggio (naturalmente l’ultimo giorno utile) sono riuscito a sottomettere il mio paper per WCCI 2010.

Cat fallen asleep on a computer keyboard

Avendo dormito praticamente nulla durante gli ultimi giorni prima della consegna non posso garantire la perfezione dell’articolo, ne’ da un punto di vista tecnico, ne’ tantomeno linguistico. Ma d’altronde l’idea dietro una bozza e’ che non si tratti di una versione perfetta, no? Va beh, bando alle ciance. I piu’ curiosi, intrepidi e temerari di voi lettori possono scaricare il frutto dei miei sforzi direttamente dal link qui sotto.

Nel frattempo ho anche provveduto ad aggiornare l’area Publications del sito, nonche’ la versione web del mio CV, che potete trovare dispersa all’interno di un’altra sezione, piu’ precisamente About me.

PS: se qualcuno avesse la benche’ minima idea di come convincere il mio compilatore LaTeX a non mettere quelle due orribili figure in ultima pagina a meta’ della sezione Acknowledgment, ma bensi’ tutte dentro ad Appendix, sappia fin d’ora che un giorno avra’ un caffe’ pagato…

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Blocco agli sfratti

Figurarsi se una qualche volta, leggendo L’Informazione di Reggio Emilia, non debbano cadermi le braccia. Questa volta pero’ il merito non e’ dei giornalisti, quanto piuttosto dei contenuti di uno degli articoli apparso a pagina 11, che riporto qui sotto.

L'Informazione di Reggio Emilia, 9 febbraio 2010, pagina 11

Blocco degli sfratti. Che grandissima idea. Ovviamente senza nessuna misura cautelativa per i proprietari, vero? Perche’ costoro, se cosi’ fortunati da essere in possesso di un appartamento ed averlo affittato, devono senz’altro essere ricchi borghesi strapieni di grana ed in quanto tali indegni di qualsivoglia rispetto. Lo sai invece qual e’ il problema, caro il mio Circolo Prc di Castellarano? Che se io ho un appartamento e lo affitto a qualcuno che poi, tutto d’un tratto, smette di pagare, io le tasse per quell’appartamento continuo a pagarle. Come se incassassi il fitto regolarmente. Quindi non solo mi viene a mancare un introito mensile, ma questo mancato introito mi diventa a tutti gli effetti un passivo. Cornuto e mazziato, si direbbe in gergo. Sull’appartamento non posso quindi piu’ permettermi di fare manutenzione e questo mi va in malora. Con conseguenze evidenti sia in termini di qualita’ della vita per chi lo occupa, sia in termini monetari per chi lo possiede. Tralasciando poi il fatto che c’e’ davvero un bisogno disperato di un provvedimento come questo, vista la rapidita’ con la quale nel nostro Paese si puo’ rendere esecutivo uno sfratto. Lo sapete che nella migliore delle ipotesi si parla di anni, vero? Figurarsi poi se tra gli occupanti ci sono di mezzo dei bambini.

Queste sono le parole di chi ha ereditato un appartamento, l’ha dato in affitto, e recentemente si e’ trovato l’affittuario venirsene fuori con un brillantissimo “no, non ti pago piu’ perche’ tanto ormai gli affitti non li paga piu’ nessuno“. Continuate pure a dar manforte a queste persone, a rafforzare la loro convinzione di essere nel giusto. Loro si’ sono la parte della societa’ da difendere. Solo non meravigliatevi se continuerete a restare all’opposizione per i prossimi tre secoli. E’ un qualcosa che vi siete meritato.

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Robot Swarms on BBC Focus

L’articolo di copertina dell’edizione di BBC Focus di Marzo 2010 va a toccare un tema a me piuttosto familiare. E lo fa con il consueto stile dell’edizione inglese del magazine. Semplice, comprensibile, ma senza per questo scadere nel banale, nel sensazionalismo o nei luoghi comuni (come troppo spesso, per non dire sempre, pare fare invece la sua controparte italiana). Il pezzo in questione, a firma di Ian Taylor, riguarda la swarm robotics.

Swarm of e-puck robots

Sfruttando anche il commento di Alan Winfied, della University of West England at Bristol, l’articolo va a descrivere i motivi principali (facendolo invero in una maniera non particolarmente convincente) per i quali un sistema distribuito sia migliore rispetto ad uno basato su un controller centralizzato. Diversi esempi vengono presentati, tra i quali il progetto SensorFly guidato da Pei Zhang ed il progetto MAST, che puo’ vantare la collaborazione da parte dell’US Army Research Laboratory. Immancabile poi un accenno all’impressionante Symbrion Replicator project.

Symbrion Replicator

Menzione viene fatta anche ad un’applicazione robotica, non propriamente di swarm, che personalmente non conoscevo. Ho scoperto infatti che la Kiva Systems, azienda americana basata in Massachusetts, produce un robot per magazzino piuttosto interessante. Fondamentalmente fa da carrellista. Abbinato al software di controllo di un negozio on-line, puo’ muoversi automaticamente tra lo stock di prodotti nel momento in cui un cliente effettua un ordine via Internet e, basandosi su codici a barre o RFID, andare a recuperare tutto il materiale richiesto.

Come introduzione direi che puo’ bastare. Qui sotto potete trovare l’intero articolo, che ho provveduto a scannerizzare ed accorpare in un singolo file PDF.

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Mattoncini alla ribalta

In questi giorni si e’ fatto un gran parlare di Lego. Ed il merito e’ tutto dell’iPad di Apple appena presentato. Passato pochissimo tempo dal keynote di Jobs, su un blog degli sviluppatori di Adobe e’ apparso un post essenziale, conciso, ma creativo, divertente e tremendamente efficace. Il quale, ovviamente, ha impiegato un attimo per fare il giro del web. Il riferimento, invero per nulla velato, e’ alla mancanza del supporto Flash in iPad (cosi’ come gia’ avviene per iPhone). Il che si trasforma, per l’utente finale, nella visione di un sacco di bei blue bricks in luogo dei contenuti Flash che dovrebbero apparire sui siti web che si stanno navigando.

iPad (and the consequences of the lack of a Flash support according to Adobe)

Sempre in tema mattoncini (ed Apple), MacWorld ci insegna come fare per ingannare l’attesa che ci separa dall’uscita sul mercato di iPad. Semplicemente costruirsene uno. Come? Con un po’ di Lego ovviamente.

Apple's iPad made of LEGO bricks

Infine, i mattoncini della Lego tornano di prepotenza alla mia attenzione per via di un qualcosa che mi era sfuggito e che non so bene a quando esattamente risalga (secondo Wikipedia la data di riferimento e’ da qualche parte entro il mese di agosto 2009). Trattasi del rilascio di una nuova versione del Lego Mindstorms NXT, marchiata 2.0. Poche (grazie al cielo) le differenze con la release precedente. Citando da alcune FAQ rintracciate in rete:

The NXT 2.0 set has a bigger and revised element assortment of 619 elements, 16 building and programming challenges for 4 new fun and action-packed robotic models complete with building instructions. The new hardware mix consist of an NXT micro-controller, 3 Interactive Servo Motors – with built-in Rotation Sensors, 1 Ultrasonic Sensor, 2 Touch Sensors and the new Color Sensor with triple functionality; it acts a Color Sensor – detecting different colors, as a Light Sensor – seeing different light intensities and also works as a Color Lamp.

Quindi piu’ pezzi, un servomotore in piu’ (e tutti e tre maggiormente sofisticati dei precedenti, per via dell’encoder interno che sembrerebbe particolarmente preciso), un sensore di tocco aggiuntivo (questo sembra essere immutato rispetto al precedente, cosi’ come il sensore ad ultrasuoni) ed un sensore pseudo-visibo potenziato. Niente di tremendante rivoluzionario, insomma, che mi costringa ad aprire il portafoglio. Grazie, Lego.

Example of crocodile-like robot built with a Lego Mindstorms NXT 2.0 set

Tra parentesi, su NXTLog 2.0 e’ stata anche lanciata una sfida aperta a tutti i possessori di NXT per la realizzazione del piu’ sofisticato braccio robotico possibile. La deadline per la partecipazione e’ il 28 di febbraio. Tutti i dettagli a riguardo potete trovarli a questo link. Deve essere divertente provare a vedere cosa puo’ venir fuori.

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Climbing Pikes Peak with a robot

Guardate il video qui sotto. Non male, vero?

Sono immagini tratte da una delle ultime edizioni della PPIHC, acronimo che sta ad indicare la Pikes Peak International Hill Climb, altresi’ detta Race to the clouds. 12,42 miglia da percorrere, con 156 tornanti, per scalare la Pikes Peak, in Colorado, dai 9,300 piedi (circa 2,800 metri) della partenza, fino ai 14,110 (circa 4,300) del traguardo. Un’impresa spettacolare, anche per il fatto che sono tantissimi i tratti del circuito privi di guard-rail o qualsivoglia tipo di protezione, con i piloti che al minimo errore rischiano di volare nel vuoto con le loro vetture.

A prendere parte all’88esima edizione della gara, in programma per il prossimo 27 giugno, ci sara’ un concorrente particolare. Un’Audi TT senza nessun pilota a bordo. A guidare la vettura lungo il tortuoso percorso ci sara’ una serie di algoritmi sviluppati da un gruppo di ricercatori del CARS, The Center for Automotive Research at Stanford.

Forte dei buonissimi risultati ottenuti nel corso delle varie edizioni della DARPA Grand Challenge, il team e’ ora pronto a qualcosa di grosso:

“Our goal is to show that we can do this,” Gerdes said. “There are some sheer drops at Pikes Peak in which any sort of self-preservation kicks in and you slow down a bit. We want to go up at the speed that few normal drivers would ever think of attempting.”

Si promettono scintille!

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Kim Plunkett@UoP

L’ultima volta che avevo scritto un post del genere, il personaggio che era venuto a trovarci in quel di Plymouth era notevole. Trattavasi infatti di Craig Venter. Questa volta non siamo sullo stesso livello, ma l’ospite odierno dei seminari CRNS e’ comunque di tutto rispetto. Il talk di oggi e’ stato tenuto da Kim Plunkett, professore di Cognitive Neuroscience a Oxford e direttore del locale BabyLab. Alcuni, come ad esempio il sottoscritto, lo conosceranno gia’ per via di Rethinking Innateness, il famoso libro scritto nel 1996 insieme a Jeffrey L. Elman, Elizabeth A. Bates, Mark H. Johnson, Annette Karmiloff-Smith e Domenico Parisi, dove si cerca di rispondere ad una domanda fondamentale: “che cos’e’ esattamente un comportamento innato?”

Kim Plunkett giving a seminar at the University of Plymouth (February 2010)

Il seminario, sebbene fuori dalla mia area di expertise, e’ stato decisamente interessante. Sono stati mostrati i risultati ottenuti da diversi esperimenti eseguiti di recente, aventi come focus lo studio dell’effetto del priming fonologico/lessicale su bambini tra i 18 e i 24 mesi. Studi che dovrebbero aiutare a comprendere quand’e’ che, durante lo sviluppo, inizia a formarsi una rete semantica di concetti e, magari, in che modo questa viene a crearsi.

Chi volesse approfondire l’argomento trovera’ avra’ di che divertirsi. Propongo qui di seguito un paio di articoli dai quali Plunkett ha tratto parte dei dati mostrati oggi. Gli altri che ha menzionato sono appena stati sottomessi o ancora in fase di preparazione, motivo per cui occorrera’ aspettare ancora un po’. Ma qui ce n’e’ abbastanza per ingannare l’attesa.

Ispirato dal talk, una volta tornato in ufficio mi sono deciso anche a compiere un grande passo. Un altro, l’ennesimo in pochi giorni, dopo la scelta di passare a LaTeX. Di cosa si tratta? Delle error bars inserite sui miei barplot. Mi e’ costato un sacco di tempo e di bestemmie (Matlab mi da’ problemi nel posizionare le barre di errore se plotto il grafico con le barre non distribuite in maniera uniforme ma invece raggruppate), ma alla fine il risultato e’ stato quello desiderato. L’unico problema e’ che queste barre, nel caso specifico, non mi dicono assolutamente nulla di nuovo.

Barplot example with error bars showing the standard error

Intoppi a parte, devo dire che inizio a diventare davvero professionale…

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Ahmadinejad e i topi

Interessante articolo quello nel quale mi sono imbattuto ieri sfogliando le pagine virtuali del Times. James Bone e Catherine Philp raccontano le ultime news dal fronte iraniano, non per quanto riguarda le proteste di piazza, ma da un punto di vista piu’ alto, cercando di analizzare l’impatto delle recenti mosse di Ahmadinejad e soci in politica internazionale. Simpatico quando i giornalisti ironizzano sulla capacita’ dell’Iran di giocare al gatto col topo con l’occidente. Metafora diventata quantomai reale dopo che l’agenzia spaziale iraniana ha lanciato un vettore balistico con a bordo due tartarughe, qualche verme e, ovviamente, un topo. Una volta tanto, i timori delle Nazioni Uniti appaiono fondati. Se per il discorso dell’uranio poteva in qualche modo essere vera la versione iraniana, l’ipotesi che Ahmadinejad stia varando un programma di esplorazione spaziale e’ invece quantomeno poco plasubile. Ad ogni modo, questo e’ il link all’articolo, che vi ripropongo anche qui di seguito.

Ahmadinejad addressing people from a stand

President Ahmadinejad demonstrated yesterday that he has become a master of playing cat and mouse with the West — and this time the mouse was real.

Once again, the Iranian leader offered a last-minute concession to head off the West’s drive for new sanctions against the Islamic republic. At the same time, Iran thumbed its nose at UN restrictions on its ballistic missiles programme by sending a rocket into space carrying a mouse, two turtles and some worms.

In an interview on state television, Mr Ahmadinejad said that Iran had no problem shipping enriched uranium abroad in a deal that Tehran had resisted for months. The surprise announcement came as the West prepared to ask Russia and China to back UN sanctions on the Iranian energy sector, central bank and Revolutionary Guards — the first UN sanctions since March 2008.

Political directors from the “big three” EU powers — Britain, France and Germany — are to hold a telephone conference call with their US counterpart tomorrow before consulting Russia and China later in the day.

Western officials acknowledged that Iran’s about-face on the uranium swap would undercut their case.

While they mulled the implications of Mr Ahmadinejad’s latest move, Tehran’s state television showed the Kavoshgar-3 (Explorer-3) rocket blasting off, carrying what it called living organisms. The ISNA news agency said that the capsule returned to Earth with its rather unusual “passengers”.

Mr Ahmadinejad hailed the launch as a breakthrough that would help to break “the global domineering system” of Western powers. At a ceremony for a new satellite he said that Iran hoped to send astronauts into space soon.

Western experts suggested that the space programme provided cover for the development of long-range missiles capable of carrying a nuclear pay-load. The White House denounced the launch as a “provocative act”.

Mark Wallace, a former US Ambassador to the UN and president of the lobby group United Against Nuclear Iran, characterised Mr Ahmadinejad’s actions as chess moves. “The Iranian regime is the best chess player on the international scene right now. Certainly, that team is outplaying the West,” he said.

Iran agreed to the enriched uranium swap at talks with the US, China, Russia, Britain, France and Germany in October under the pressure that accompanied the exposure of its secret enrichment plant at Qom. Since then, however, it has repeatedly pulled back from an agreement, seeking to rewrite the terms and flouting deadlines.

Under the UN-backed deal, Iran would ship three quarters of its stocks of nuclear fuel to Russia and France for conversion into fuel rods for its Tehran research reactor, which produces medical isotopes. The swap would delay the stockpiling of fissile material for what the international community believes is a clandestine weapons programme.

In his television interview on Tuesday, Mr Ahmadinejad said: “Some made a fuss for nothing. There is no problem. We sign a contract. We give them 3.5 per cent [enriched uranium] and it will take four or five months for them to give us the 20 per cent [enriched uranium].”

Western powers reacted with scepticism but China and Russia embraced it. Bernard Kouchner, the French Foreign Minister, said after meeting his Chinese counterpart in Paris: “I am perplexed and even a bit pessimistic.”

Britain said that the crucial issue was still the refusal by Iran to return to talks on its nuclear programme.

Western powers said that Iran should notify the International Atomic Energy Agency, which brokered the deal, that it had formally accepted.

“We have to see whether Iran actually takes up the offer to enrich uranium abroad,” Angela Merkel, the German Chancellor, said. “One speech does not necessarily mean it will take further steps.”

The Chinese Foreign Minister Yang Jiechi said that he believed it was urgent to continue negotiations with Iran, adding that talks were under way on Iran shipping uranimum abroad.

A senior Western diplomat acknowledged that Mr Ahmadinejad’s gambit could buy Iran more time.

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Papers -> BibDesk

In teoria avrei un po’ di articoli da postare anche oggi. Ma dopo una giornata spesa interamente di fronte a Papers e BibDesk, non voglio piu’ sentire parlare di pubblicazioni scientifiche. Almeno fino a domani.

Controllando e ricontrollando la correttezza di tutti i papers in archivio, mi sono accorto tra l’altro di un problemino relativo a Papers, del quale ho anche scritto sul loro forum. Trattasi del fatto che, oltre ai book chapters, il software non sia disegnato neppure per gestire libri. Esiste in teoria la possibilita’ di creare un nuovo record nel database specificando nel campo Type la voce Book (durante la conversione in BibTex l’entry corrispondente viene correttamente letta come un libro e non un articolo), ma non si possono comunque inserire ne’ la casa editrice, ne’ tantomeno gli eventuali editori. Questo costringe a dover agire manualmente sui file .bib esportati da Papers, per aggiungere le informazioni mancanti ogni qualvolta si procede con una esportazione. Speriamo che nei prossimi aggiornamenti del programma queste funzionalita’ mancanti vengano implementate. Anche la possibilita’ di poter distinguere tra journal articles e conference proceedings non farebbe poi cosi’ schifo. Ad ogni modo, l’importante per il momento e’ che sia riuscito ad aggiustare la mia bibliografia, che ora e’ pronta per essere inclusa nel lavoro che sto preparando per WCCI 2010 (tra parentesi, LaTeX non mi spaventa piu’ dopo che mi e’ stato segnalato questo sito). Se proprio siete cosi’ curiosi da voler vedere che cos’ho in archivio (naturalmente solo le entry bibliografiche e non i documenti veri e propri, dato che l’intero archivio oltrepassa allegramente i 300MB), potete scaricarla ad qui sotto.

My BibTex bibliography (02/02/2010) Downloads: 2447 times

Spulciando il forum di Papers, ad ogni modo, sono rimasto divertito da tutta l’attenzione che anche li’ si e’ sviluppata attorno al fenomeno iPad. Tutti gli utenti (e mi ci sono rapidamente accodato pure io) chiedono a gran voce una versione del software per la nuova piattaforma di Apple. E non hanno per niente torto. Papers per iPad potrebbe essere effettivamente una vera e propria killer app per l’utenza scientifica e spingere anche gli ultimi manipoli di irriducibili linuxiani a svoltare verso il Mac. Fondamentale a tal scopo la perfetta sincronizzazione col desktop (che diamo tuttavia per scontata) e la possibilita’ di evidenziare ed effettuare annotazioni sui documenti. Se il tutto poi venisse implementato a mo’ di cloud sarebbe un paradiso. Vedremo cosa combineranno quelli della Mekentosj nei prossimi mesi.

One more paragraph finished (PhDComics.com)

Sempre in tema di iPad, scopro che utilizzando l’SDK appena uscito, Citrix e’ gia’ riuscita a far girare Windows 7 sull’OS del nuovo dispositivo Apple, via XenDesktop e XenApp. Spero di cuore che vedremo a tempo debito anche una versione di Remote Desktop, nonche’ una del Microsoft Remote Connection girare sull’iPad.

iPad che, al contrario di un Mac classico, non avra’ bisogno di manutenzioni particolari. Per almeno un paio di mesi ancora pare pero’ che dovremo restare fedeli alla sana abitudine lanciare i nostri script di manutenzione periodica. Consiglio di dare un’occhiata a Maintidget, simpatico widget per la Dashboard che permette di effettuare tutti gli interventi di routine con un semplice clic del mouse, risparmiandoci di passare dal terminale.

Maintidget

Facciamo che anche per oggi e’ tutto ed io mi rimetto un po’ a lavorare? Ma si’, dai…

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