12 luglio 2010
Come i programmatori di una volta
Ricordo ancora quei giorni come fossero ieri. Sono tra i pochi ricordi nitidi che ho dei tempi delle superiori. 26 (o giu’ di li’) studenti accampati in uno dei laboratori di informatica. Seduti in maniera ordinata lungo i banchi che in piu’ file scorrevano al centro della stanza e circondati da cassoni ronzanti, spinti dai primi processori Pentium, collegati ai loro rigorosi monitor CRT da 14 o 15 pollici e soprattutto connessi attraverso una bella rete a bus (l’Ethernet ancora doveva affermarsi, mentre il Wi-Fi era un miraggio). Curioso se pensiamo che questi ricordi risalgono soltanto a poco piu’ di 10 anni fa.

26 studenti in una stanza, dicevo. Pronti per il tradizionale (uno ogni due/tre settimane ci toccava) compito in classe di informatica. Che pero’ si svolgeva con modalita’ anni ’70. Vietato utilizzare i computer. In compenso plichi formato famiglia di fogli a protocollo a disposizione di tutti. I primi quindici/venti minuti passavano con la professoressa che dettava le specifiche. Che erano sempre qualcosa di improponibile. Il resto delle due ore (talvolta tre) lo si passava invece con la testa chinata sul banco, scrivendo (letteralmente) codice fino all’ultimo secondo disponibile. Codice che doveva essere corretto al 100% (ogni errore di sintassi un punto in meno, figurarsi quelli concettuali) ed anche indentato alla perfezione. In maniera tale che, quando ci si trovava ad avere a che fare con tre o quattro cicli annidati, una pagina ti partiva solo per scrivere un paio di istruzioni. Ma la parte piu’ divertente era ovviamente il debug. Matita e gomma. E via a provare decine combinazioni dei parametri piu’ implausibili per verificare che tutto funzionasse a dovere. Ovviamente, quando all’ultimo anno sono entrati in gioco i puntatori, le fasi di debug si sono trasformate in una sorta di seduta spiritica.
Perche’ questo lungo incipit? Semplicemente perche’ oggi ho passato un giorno come quelli descritti qui sopra. Non perche’ fossi impegnato con qualche esame o compito in classe, ma piuttosto perche’ ho iniziato a scrivere il codice da caricare sullo swinglet per i primi esperimenti di flocking. E’ una sensazione strana, dopo essersi abituati a lavorare sempre e solo in simulazione, quella di digitare istruzioni che non si possono compilare sulla propria. E tantomeno debuggare. Si procede un po’ alla cieca, prestando enorme attenzione ad ogni passaggio e sperando che non ci sia dimenticati niente. E per quanto riguarda il debug? Beh, sono tornate fuori la gomma e la matita…


