Causa leggera pioggerellina, ma soprattutto vento ben al di sopra dei limiti consentiti (leggi, range di tolleranza dei MAVs che utilizziamo), la batteria di test che era in programma questa mattina e’ saltata. E cosi’ il mio weekend lungo, che prevede un rientro lampo nella terra natia per partecipare, domani, al matrimonio del buon Ale, e’ iniziato con un po’ di anticipo. Saltato in carrozza a Losanna alle 14.10 sono sbarcato in quel di Reggio Emilia 6 ore piu’ tardi, non propriamente fresco come una rosa, ma comunque sano e salvo.

Durante il viaggio (abbastanza estenuante per me che non ero piu’ abituato a lunghe trasferte sui binari e da sempre sono intollerante non tanto ai treni, che adoro, quanto alle persone che generalmente li popolano) ne ho approfittato per un po’ di lettura. A parte un paio di capitoli di The Memoirs of Sherlock Holmes (ovviamente di Arthur Conan Doyle), tutto d’un fiato mi sono sparato Il coraggio non si compra, volume scritto a quattro mani da Gino Costantini, in arte “Partigiano John” (da non confondersi con il Partigiano John dell’omonima canzone) e Gabriele Ronchetti.

Libro scritto in maniera semplice ma efficace. Poco meno di cento pagine che scorrono via veloci e che aprono una breccia non tanto nella guerra partigiana del 43-45, gia’ trattata da tonnellate di volumi, quanto piuttosto nella psicologia di chi decise di darsi alla macchia in corrispondenza della chiamata alle armi repubblichina, non necessariamente per ideali quanto piuttosto per mancanza di alternative migliori. Gino Costantini fu uno di questi. Che tra due alternative scelse quella che riteneva essere la meno dolorosa. Interessanti anche i vari passaggi che raccontano la vita quotidiana di John e compagni, che a tratti non puo’ non far riaffiorare alle mente quello che Che Guevara scriveva nel suo Diario in Bolivia.
Per chi fosse incuriosito dalla descrizione che ho fatto del volume in questione, mi sono preso la liberta’ (sono certo che Gabriele non si offendera’) di trascrivere qui di seguito qualche riga. Si tratta dell’epilogo. Due paginette e mezzo molto semplici, magari banali, ma che dettate da un uomo di 90 anni senza un’istruzione seria alle spalle hanno tutt’altro sapore.
Epilogo
Tutte queste cose ci accaddero settantacinque anni fa. E ci cambiarono la vita. Per sempre. Dopo la guerra non fummo piu’ cio’ che eravamo stati prima. Anche quelli che erano rimasti vivi videro seppellire in qualche modo la loro vita precedente e molti riuscirono a guardare avanti, lasciandosi tutto alle spalle.
Credo di essere stato fra questi. Non ho mai odiato nessuno. Puo’ sembrare scontato, ma mi e’ sempre piaciuto andare d’accordo con tutti. Anche nei momenti in cui la lotta partigiana si fece piu’ cruenta e feroce, non lasciai mai spazio – ne’ a me stesso ne’ ai miei uomini – alle facili vendette contro qualcuno, fosse tata anche soltanto una donna compromessa da rapare a zero.
Partimmo da Vergato in quttro, diventammo piu’ di cento e ritornammo in cinquanta. E’ ancora oggi un motivo d’orgoglio, per me che li ho comandati, pensare che nessuno di questi partigiani e’ mai stato denunciato o imprigionato per fatti accaduti durante la Resistenza. E si’ che dopo la guerra il clima non fu dei piu’ favorevoli per noi partigiani, molto spesso considerati alla stregua di banditi e profittatori.
Certo, non ho mai sopportato troppo la disciplina militare del regime fascista, in particolare quando a farla rispettare furono messi i peggiori. Non ho mai tollerato la protervia degli ignoranti. Questi furono i motivi che mi spinsero a darmi alla macchia e a imbracciare un fucile; ma non furono – dopo – quelli che animarono in me uno spirito di rivalsa o di vendetta che andasse oltre uno schiaffo o un alterco verbale con qualche irriducibile fascista.
Altrettanto non posso dire dei miei nemici. Gia’ subito dopo la guerra dovetti difendermi dalle calunnie di un maresciallo fascista che cerco’ di screditare me e i miei partigiani.
E poi alla fine degli anni Ottanta, quando, dopo l’uscita di un volume di testimonianze curate dalle scuole di Vergato, mi vidi recapitare una lettera dell’Unione dei reduci combattenti della Repubblica sociale, dove mi si dava del disertore, del ladro e dell’assassino. Un po’ di fastidio, certamente, ma non c’era da preoccuparsi troppo di una lettera firmata dal comandante di una brigata nera. Da che pulpito, pensai. Amarezze grandi e piccole che forse andavano messe in conto, considerato il clima da guerra civile che ci eravamo trovati a vivere in quei dieci mesi di lotta partigiana.
Come le contestazioni di quel giovane partigiano che avevo accolto nella mia formazione, sul fatto che avessimo aderito o meno nella prima fase alla divisione Modena, cosa peraltro testimoniata per iscritto dopo la guerra da ben cinque comandanti partigiani. Questioni di lana caprina e nient’altro, di qualcuno che forse si era montato un po’ la testa rispetto ai gradi da tenente che io stesso gli avevo riconosciuto dopo la guerra dietro sua precisa richiesta: un mio subalterno da partigiano divenuto mio pari grado da civile. Da quel giorno s’impegno’ piu’ a gettar scredito sul sottoscritto che a difendere la comune causa della Resistenza.
Ma non solo ad amici e compagni riconosco meriti. I meriti e l’oensta’ non hanno bandiera. Non ho mai avuto difficolta’ ad ammetterlo, proprio perche’ l’esperienza della guerra partigiana me lo ha insegnato piu’ di una volta.
Per tutti quei mesi da comandante partigiano pregai di non dovermi mai trovare di fronte a quel gerarca fascista che mi salvo’ la vita nella vicenda delle armi nascoste. Sarebbe stato penoso trovarmelo davanti da prigioniero e magari dover decidere io della sua sorte. Cosi’ come non ho mai dimenticato quello che hanno fatto per me e per la mia famiglia altri notabili fascisti, come ad esempio i medici dell’ospedale.
Le brave persone hanno una caratura cosi’ alta che passa sopra ogni steccato ideologico.
Troppe volte ho sentito dire cose insensate su quegli anni e, in particolare, sulla Resistenza. Cose prive di senso perche’ non reali e non veritiere. Resoconti di battaglie gonfiati a dismisura da una parte, cosi’ come fango e accuse di misfatti mai commessi dall’altra. Sempre con la memoria comune nel grave pericolo di veder sedimentare versioni di convenienza a scapito della storia autentica.
La verita’, innanzitutto. La verita’ dei fatti. Quella mi preme, oggi piu’ di allora. Oggi che, a novantadue anni suonati, sono avviato verso il gran finale, il tramonto della mia vita.
Domani finalmente mi dimettono da questo ospedale. Ce l’ho fatta anche stavolta. Una brutta caduta e il cuore debole, ma le medicine e un nuove pacemaker hanno fatto il miracolo.
Anche la mia tempra ci ha messo del suo, credo. Domani saro’ fuori da questo posto e tornero’ a casa con tutto il mio fardello di ricordi sulle spalle.
E’ la mia ultima battaglia. Contro gli anni che si ammucchiano e la vita che tramonta. Il comandante John non gliela dara’ vinta nemmeno stavolta. Mi resta ancora un po’ di coraggio da spendere.