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Fabio Ruini's blog

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Cyber-weapons

E’ apparso in questi giorni sull’autorevole RUSI Journal un interessante articolo a firma di Thomas Rid e Peter McBurney sul tema delle cyber-weapons.

Il lavoro prende il via analizzando quanto accaduto alla vigilia del 19 marzo scorso, data di inizio delle operazioni NATO contro le forze del colonnello Gheddafi in Libia. Come riportato ad esempio dal Washington Post (e anche da Mobiledia.com), al Pentagono era stata presa in seria considerazione l’ipotesi di affidarsi, in alternativa ai bombardamenti convenzionali, a strumenti di cyber-war per “spegnere” le difese anti-aeree libiche. A quanto pare sono stati solo motivi di tempo (Bengasi era sotto assedio lealista e si temeva potesse capitolare da un momento altro) a far pendere l’ago della bilancia verso un attacco di stampo tradizionale.

Partendo da questo presupposto, ovvero la raggiunta maturità delle cyber-weapon moderne per l’impiego nel contesto di operazioni militari di alto livello, Rid e McBurney provano a definire con esattezza cosa si intenda per cyber-weapon, cercando una relazione con le armi piu’ tradizionali. Senza ovviamente dimenticarsi gli aspetti psicologici, se e’ vero che:

A psychological dimension is a crucial element in the use of any weapon, but especially so in the case of a cyber-weapon. This is the case in two ways.

The first psychological dimension is in the offender’s intention to threaten harm or cause harm to a target. An instrument may be expressively designed as a weapon, like a rifle, or re-purposed for use as a weapon, as in using a hammer to threaten or hit somebody. Simple as well as complex products can be used both for peaceful purposes and as arms. Both in the case of sole-purpose weapon systems and in the case of re-purposed items, a tool is actually used as a weapon when an actor is intending to use it as such; whether harm is successfully inflicted or not is of secondary concern. A rifle, for instance, may be used to threaten; it may malfunction; or the bullet may miss the target. But in all cases the arm has been used because an attacker was intending to use it as such in a given situation. […]

A second psychological dimension comes into play if a weapon is used as a threat, or if its use is announced or anticipated: the target’s perception of the weapon’s potential to actually cause harm. It is important to note that the attacker may use a weapon as a threat, which may achieve the objective without actually inflicting physical harm; or the attacker may use the weapon to harm instantly, without threatening to do so first. Furthermore, a target’s estimate of a weapon’s potential to harm is different from a target’s estimate of an attacker’s intention to harm.

La dimensione psicologica e’ dunque cruciale quando si discute di cyber-war, in quanto non e’ possibile, allo stato attuale, valutare il potenziale offensivo del cyber-esercito di un Paese. E questo e’ un problema politico serio in un mondo dove la diplomazia delle grandi potenze si muove sulla base del potere militare sottostante. La cyber-war ha il potenziale di causare un drastico ribaltamento nei futuri equilibri politici internazionali, ma questo dipende soprattutto dalla percezione che le varie super-potenze (e non necessariamente solo loro) avranno delle capacita’ “telematiche” dei loro rivali.

Per chi volesse approfondire l’argomento, l’articolo di cui parlo in questo post e’ disponibile al link http://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/03071847.2012.664354, oppure scaricabile da qui sotto.

Consiglio calorosamente di dare un’occhiata alle varie referenze citate nel fondo dell’articolo, che includono diverso materiale interessante.

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