7 novembre 2011
Se questa e’ la destra
Continuo con il post di oggi la serie di “citazioni libresche” inaugurata ieri. Questa volta vi propongo un passaggio tratto da Ve lo avevo detto, raccolta di scritti di quell’Indro Montanelli scomparso gia’ 10 anni fa e del quale ogni giorno di più si sente la mancanza. Si tratta nello specifico di una lettera indirizzata a a Paolo Franchi, all’epoca (febbraio 1994) editorialista del Corriere della Sera, dove, approfittando di uno scritto di quest’ultimo, Montanelli lancia il suo atto di accusa contro la “nuova destra” guidata da Berlusconi, ritenuta dal grande giornalista tutto fuorché un movimento di Destra (con la maiuscola).

Anche se nato e cresciuto in casa, sono ospite di questo giornale e non vorrei abusare della sua cortesia. Ma nel leggere ieri l’articolo di Paolo Franchi “E’ nata la Destra”, ho avuto un sobbalzo e, non potendolo alla pistola, la mano mi e’ corsa alla penna. Non già per confutare Franchi, il cui ragionamento non fa una grinza; ma per confutare la lingua italiana che ormai consente qualsiasi perversione.
Franchi infatti e’ nel giusto quando dice che nell’attuale schieramento politico la Destra e’ rappresentata dal trinomio Fini-Bossi-Berlusconi. Ha solo dimenticato un “abusivamente” che ora mi permetto di aggiungere io. Credo di poterlo fare perché uomo di destra mi sono sempre professato, anche nei momenti in cui l’etichetta – confusa più o meno in malafede con quella di fascista – era piuttosto scomoda da portare. Ma proprio perché veterano della Destra con tanto di nastrini sul petto, mi arrogo il diritto di denunziare la contraffazione del marchio.
Nulla e’ più incompatibile con l’Italia di Destra – tutta cifre, fatti, sobrietà e rigore – di quella fasullamente apollinea, supervitaminizzata, candeggiata, cotonata e tutta “en rose” che il cavalier Berlusconi ci ammannisce, in vista dei soliti “immancabili destini”, nelle sue flautate omelie in technicolor. E nulla e’ più’ lontano dal linguaggio e dallo stile della Destra di quelli da taverna e da bordello di Bossi coi suoi “celodurismi” e le altre delikatessen graffite sulle mutande in vendita – come abbiamo letto – al congresso della Lega di Bologna.
Anche a costo di essere frainteso, debbo dire che, dei tre, il meno incompatibile col galateo di Destra – che poi e’ il galateo tout court – e’, nonostante le sue ascendenze, Fini, nel cui retaggio ci sono molte cose per noi inaccettabili, ma non la sguaiatezza e la volgarità. Qualcuno mi accuserà di dare troppa importanza alle forme. Ma qui sta l’eterno equivoco della Destra italiana e l’origine dei suoi storici errori.
Quando, alla vigilia della marcia su Roma, Mussolini ne diede annuncio a Napoli, ad ascoltare benevolmente il suo linguaggio intimidatorio (che tuttavia rispettava la sintassi meglio di quello di Bossi e non concedeva nulla al flauto di Berlusconi) c’era, in un palco del San Carlo, Benedetto Croce. De Ruggiero (o forse Omodeo), che gli sedeva accanto, gli chiese: “Ma non vi sembra un forsennato ciarlatano?”. “I politici debbono fare i forsennati e i ciarlatani” rispose filosoficamente il filosofo battendo le mani. Non fu il solo a cadere nell’inganno della finta finzione. Vi cedettero molti altri uomini della Destra più ortodossa, fra cui anche il “nostro” (parlo da vecchio corrierista) Luigi Albertini. Perché come certe dame raffinate e austere sono attratte dal bruto, così’ la Destra spesso lo e’ dal demagogo piazzaiolo e stivalato; e, credendo di assumerlo al proprio servizio, se lo ritrova padrone.
La Storia dovrebbe averci vaccinato contro questo errore, in cui non sarebbe mai caduto un Cavour, ne’ mai cadde Giolitti. Ed invece sembra ripetersi con sconsolante monotonia. Franchi ha ragione: i quattro quinti degli italiani che non vogliono – come non voglio io – la Sinistra, correranno ad arruolarsi sotto le bandiere di Fini, Bossi e Berlusconi, convinti che siano la Destra, e senza troppo badare a ciò che dicono, purché lo dicano urlando e condito con la solita salsa di retorica mammista (Berlusconi) e di turpiloquio da taverna (Bossi).
Io credo di poter parlare, nel mio piccolo, a nome dell’altro quinto, quello di coloro che Prezzolini buonanima chiamava gli “a poti”, che in greco vuol dire “quelli che non bevono”. Non e’ una scelta ideologica: anche perché, a dire il vero, cosa voglia questa Destra apocrifa e chiacchierona non l’ho capito. I suoi corifei parlano di Lavoro, Famiglia, Risparmio, Giustizia, Efficienza: tutto in maiuscolo, e come se qualcuno potesse volere il contrario.
No, la nostra e’ una scelta di civiltà. Chi affida la propria immagine alle mutande ed ai lazzi del goliardico più’ deteriore, così come chi l’affida al cerone dello spot pubblicitario per lo smercio di Virtu’ un tanto al chilo, ha le carte in regola per diventare un Peron; uno statista di Destra, mai.










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