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Some other old good stuff

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per la 'Storia e disinformazione' Categoria

Domenikon

Bel documentario quello che sta andando in onda in questo momento su Rete 4, nell’ambito de La Grande Storia. La puntata di oggi, intitolata La Guerra Sporca di Mussolini, e’ dedicata al massacro di Domenikon, piccolo villaggio greco del quale gli occupanti italiani, nel 1943, sterminarono la popolazione.

Domenikon - cadaveri di civili greci

La dinamica dell’eccidio di Domenikon, datato 16 febbraio 1943, e’ estremamente lineare. Pochi giorni prima del fatto, partigiani della resistenza greca uccisero 9 soldati italiani durante un loro attacco. Adottando il principio della responsabilita’ collettiva come su invito del generale Carlo Geloso (comandante delle forze italiane di occupazione), l’esercito italiano circondo’ il piccolo villaggio, rastrello’ tutti gli uomini tra i 14 e gli 80 anni e procedette alla loro fucilazione. Circa 150 le vittime accertate di questo massacro.

Una “tradizionale” rappresaglia, in sostanza. Fa comunque effetto vedere come una volta tanto siamo stati noi italiani, e non i “malefici tedeschi”, a metterla in atto. D’altronde, il fatto che in guerra nessuno si scambi cortesie e’ un qualcosa di abbastanza ovvio. Ma nonostante tutto il mito degli Italiani brava gente continua imperterrito ad aleggiare. Il documentario in questione dovrebbe contribuire a scalfirlo almeno un poco.

Sempre meno guerra fredda

Peccato. Un altro pezzo di storia che se ne va. Storia recente, per carita’, ma che riportava alla mente tanti ricordi legati alle guerra fredda. L’amministrazione Obama ha deciso infatti di disattivare il billboard elettronico che dalle vetrate dell’ambasciata svizzera a Cuba (gli USA non hanno infatti una vera e propria residenza diplomatica in territorio cubano) trasmetteva alla popolazione locale propaganda a stelle e strisce.

Electronic billboard installed on the windows of the American mission in Cuba

Installato durante la seconda amministrazione Bush, il billboard aveva dato via ad una serie di reciproche punzecchiature che tanto ricordavano i bei vecchi tempi. La dinastia Castro non aveva infatti mai negato di essere profondamente infastidita dall’iniziativa yankee. Ed aveva reagito, seppur nei limiti di quanto le era possibile fare. Dapprima installando una serie di alti pennoni con annesse enormi bandiere nere atte a coprire quanto visualizzato sul display. Poi passando al contrattacco e lanciando una guerra sui muri. Con poster del tenore di quello che potete vedere qui sotto, dove ad essere ritratti in un’ironica pseudo-locandina sono George W. Bush Jr. ed il terrorista Luis Posada Carriles .

Cuban propaganda - poster against Bush: "El asesino"

Che stiamo davvero entrando nell’era del volemose bene che gli obamiani sognavano? O semplicemente di Cuba non gliene puo’ piu’ fregar de meno manco agli americani?

Sai cosa dicevano degli italiani?

Dicevano che abbiamo una fantasia davvero incredibile. Serena Dandini, qualche giorno fa, recitava in televisione un pezzo tratto dal blog di Andrea Sarubbi, parlamentare del PD. Parole forti ed oltremodo toccanti. Parole che potete ascoltare nel video qui sotto, tratto da YouTube.

Peccato che, del presunto documento prodotto dall’ispettorato per l’immigrazione del Congresso statunitense nel lontano 1912, almeno su Internet, non ve ne sia alcuna traccia. Pare anche alquanto improbabile che un ufficio con tale nome possa essere esistito sul serio. I riferimenti, insomma, sono vaghi e confusi. Cosi’ come accade per tutte le bufale che circolano su Internet. Anche questa rientra forse nella categoria? Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo sarebbe interessante provare a sguinzagliare qualcuno come Paolo Attivissimo, principe dei segugi anti-bufala.

Bufala o non bufala, questa vicenda puo’ avere un ritorno positivo immediato. Mentre scuriosavo sulla rete, infatti, un altro libro e’ finito nella mia wish list. Trattasi de “L’orda – quando gli albanesi eravamo noi“, di Gian Antonio Stella. Su IBS il volume e’ presentato in questo modo:

Nella ricostruzione di Gian Antonio Stella, ricca di fatti, personaggi, aneddoti, documenti, storie ignote o sconvolgenti, compare l’altra faccia della grande emigrazione italiana. Quella che meglio dovremmo conoscere proprio per capire, rispettare e amare ancora di più i nostri nonni, padri, madri e sorelle che partirono. Quella che abbiamo rimosso per ricordare solo gli “zii d’America” arricchiti e vincenti. Una scelta fatta per raccontare a noi stessi, in questi anni di confronto con le “orde” di immigrati in Italia e di montante xenofobia, che quando eravamo noi gli immigrati degli altri, eravamo “diversi”. Eravamo più amati. Eravamo “migliori”. Non è esattamente così. Il libro è qui presentato in edizione aggiornata.

Le recensioni dei lettori sono oltremodo positive. Credo che il libro in questione meriti una lettura.

Amarcord

Spulciando durante la mia solita incursione quotidiana il sito web del Corriere, sono capitato su questo articolo. Consiglio a tutti di leggerlo (dai, questa volta e’ corto…) che tra poco ne discutiamo brevemente insieme.

WASHINGTON – Al Qaeda è ancora attiva e dai santuari in Pakistan «sta preparando un attacco» contro il territorio americano. George W. Bush, annunciando la nuova strategia anti-terrorismo degli Usa, lancia l’allarme. «L’obiettivo primario – ribadisce il presidente – è quello di smantellare» la rete terroristica di Osama bin Laden. Ma per raggiungere questo scopo sarà cruciale il ruolo di Islamabad. «Il confine tra Afghanistan e Pakistan – spiega – è la zona più pericolosa del mondo per gli americani».

AFGHANISTAN – «Secondo numerose analisi dell’intelligence Al Qaeda sta progettando attacchi contro gli Stati Uniti dal suo rifugio in Pakistan» spiega Bush. E anche in Afghanistan la situazione sta diventando sempre più pericolosa: «Il 2008 è stato l’anno con più caduti americani nella guerra». Saranno inviati 4 mila soldati come addestratori delle forze di sicurezza locali e ci sarà un maggiore impegno civile. «Accelereremo il nostro sforzo per creare un esercito afghano con 134 mila unità e una forza di polizia con almeno 82 mila unità in modo da affidare sempre più la responsabilità della sicurezza alle forze locali». Bush ha ordinato l’invio di altri 17 mila soldati in Afghanistan. «Questo incremento servirà anche a dare più sicurezza in vista delle elezioni presidenziali del prossimo agosto». Gli Stati Uniti non chiuderanno gli occhi sulla corruzione in seno al governo di Kabul soprattutto ora che l’Afghanistan potrà beneficiare di un maggiore aiuto.

PAKISTAN – Ma il destino dell’Afghanistan, ripete Bush, è legato a quello del Pakistan. Da una parte Islamabad deve dimostrate il suo impegno contro i terroristi, dall’altra gli Usa si impegnano a fornire al Pakistan un miliardo e mezzo di dollari all’anno per cinque anni. «Serviranno a costruire scuole, strade e ospedali e a rafforzare la democrazia».

IL PIANO – Nel presentare il suo «piano complessivo» per l’Afghanistan e il Pakistan, Bush afferma che in quei due Paesi è in gioco la sicurezza degli Stati Uniti e del resto della comunità internazionale. «A Kabul bisogna fare di tutto perché il governo non cada sotto i talebani e riesca a bloccare Al Qaeda, altrimenti il Paese sarà la base di terroristi che ci vogliono uccidere».

GRUPPO DI CONTATTO – Bush annuncia poi che, assieme alle Nazioni Unite, gli Usa daranno vita a un nuovo Gruppo di contatto per l’Afghanistan e il Pakistan: gli alleati della Nato, gli Stati dell’Asia centrale, le nazioni del Golfo e l’Iran, la Russia, l’India e la Cina.

ISLAMABAD E KABUL – Il Pakistan saluta come «molto positivo» il programma, ha detto il ministro degli Esteri Shah Mahmud Qureshi. Plauso anche dall’Afghanistan: secondo il presidente Karzai la nuova strategia aumenta le possibilità di successo contro la minaccia del terrorismo e della guerriglia.

ITALIA E FRANCIA – Per l’Italia il ministro degli Esteri Franco Frattini dice che «la Ue è davvero unita nel considerare la svolta degli Stati Uniti in Afghanistan importante e condivisibile» e il governo francese ha espresso soddisfazione per la nuova strategia Usa, nel quadro di un ruolo rafforzato delle Nazioni Unite.

SERVIZI PAKISTANI APPOGGIANO AL QAEDA – Ci sono «segnali» che elementi dei servizi segreti pakistani sostengano Al Qaeda e i talebani. Lo ha dichiarato l’ammiraglio Mike Mullen, capo degli stati maggiori riuniti americani. Secondo il New York Times ci sono prove di incontri di agenti pakistani con i comandanti talebani per discutere se intensificare gli attacchi in vista delle elezioni presidenziali afghane.

Cosa c’e’ di strano in tutto questo, vi state chiedendo? In effetti non molto. Sembra il solito pezzo estrapolato da un qualche archivio, dove si racconta dell’ultima proposta di Bush per “proteggere gli USA dal terrorismo”. Un problemino in realta’ ci sarebbe. Questo articolo e’ stato pubblicato ieri, 27 marzo. Prima di copia/incollarlo qui dentro mi sono semplicemente limitato a sostituire ogni occorrenza di “Barack” ed “Obama”, rispettivamente con “George W.” e “Bush”. Che figata, vero?

PS: ho appena finito di vedere W., di Oliver Stone, recuperato via Torrent (a proposito, Mac users di tutto il mondo, provate il nuovo Vuze, ex Azureus… e’ semplicemente fenomenale!) qualche giorno fa. Se non l’avete ancora visto, risparmiate due ore del vostre tempo. Di cuore.

PPS: ho appena scoperto che, secondo alcune autorevoli voci, al momento e’ piu’ probabile che Elvis Presley sia vivo, piuttosto che lo sia Osama Bin Laden. E no, intendono l’Elvis vero, non Paul Griffen dell’ItalRugby.

Guzzanti: «Prodi conosceva il covo di Moro»

Quando si dice il bello di Internet. Il poter vagare per la rete e, con un singolo click, ritrovarsi davanti a documenti scritti anni fa. Documenti, cosi’ come articoli di giornale. Ne ho appena trovato uno splendido, pubblicato sul Corriere piu’ di tre anni fa. Una spietata e lucida analisi ad opera di Paolo Guzzanti, presidente a suo tempo della Commissione Mitrokhin, che chiama ancora una volta in causa la famosa seduta spiritica nella quale a Prodi, durante il sequestro Moro, fu comunicato il nome “Gradoli”. La tesi sottostante e’ che il rapimento dell’ex presidente DC sia stato ordito dai servizi segreti sovietici al fine di sottrarre documenti riservati al governo italiano. Tesi senz’altro affascinante, anche se non so fino a che punto plausibile. Fatto sta che l’attivita’ stessa della Commissione Mitrokhin continua tutt’oggi ad essere avvolta da qualche fitta nebbia. Spesso (vedi ad esempio questo articolo copia/incollato da L’Unita’) essa e’ stata accusata di essere strumentale al regime e di essere stata costituita con l’unico scopo di delegittimare Prodi ed i suoi. Chissa’. Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo vi lascio con l’articolo citato in apertura. Buona lettura.

L’intervista del presidente della commissione Mitrokhin a «Nessuno tv»
Guzzanti: «Prodi conosceva il covo di Moro»
«Via Gradoli era un luogo noto al leader dell’Unione». La replica del Professore: «Insinuazioni, lo querelo»

I carabinieri fanno irruzione nel covo delle Br di via Gradoli (Archivio Rcs)
Le presenta come «verità pazzesche» di quello che è uno dei misteri più fitti della storia d’Italia: il caso Moro. A evocare il fantasma degli anni di piombo è Paolo Guzzanti, senatore di FI e presidente della commissione Mitrokhin che svela retroscena inediti del sequestro dello statista democristiano rapito il 16 marzo 1978 e ucciso dalle Br dopo 55 giorni di prigionia. Guzzanti accusa in particolare Romano Prodi di aver taciuto, pur sapendolo, sul covo nel quale il presidente della Dc fu tenuto segregato. E subito scoppia la polemica.

Tutto nasce dall’intervista che Guzzanti rilascia a «Nessuno Tv», piattaforma Sky, dove il senatore azzurro anticipa alcuni degli elementi della prossima relazione finale della commissione che guida. Racconta Guzzanti: «Aldo Moro fu catturato con una vera e propria operazione di commando, l’unica messa in atto dopo la seconda guerra mondiale. Tutta la scorta fu assassinata ed era presente anche un tiratore scelto straniero che non fu mai preso e del quale non si è mai parlato. Moro è stato poi tenuto nascosto in un luogo, peraltro noto a Romano Prodi». Il riferimento è all’appartamento di via Gradoli, il covo utilizzato dalle Brigate rosse morettiane come quartier generale per la preparazione della strage di via Fani e il rapimento del presidente della Dc.

E’ storia che il 2 aprile del ‘78 Prodi partecipò a una seduta spiritica in una casa di campagna di alcuni amici. Raccontò, quando fu chiamato a testimoniare davanti alla Commissione Moro, che nel corso della seduta il «piattino» utilizzato avrebbe composto la parola Gradoli. La rivelazione fu comunicata agli inquirenti che andarono a cercare Moro nel paese di Gradoli, nel Viterbese. Ma non trovarano nulla.

Alle telecamere di «Contro Adinolfi», trasmissione condotta dal giornalista di Europa Mario Adinolfi, Guzzanti ricorda l’audizione alla Mitrokhin dell’attuale leader dell’Unione: «Quando l’ho interrogato per chiedergli i motivi, in commissione, con me ha farfugliato sputacchiando. Ma poiché nessuno crede agli spiriti, alle sedute spiritiche o ai piattini che girano, sta di fatto che il professor Romano Prodi sapeva che Moro era prigioniero a via Gradoli. Disse Gradoli senza dire via: qualcuno volle capire Gradoli paese. Moro fu messo in un luogo dove gli fu organizzato una sorta di tapis roulant con documenti che entravano ed uscivano. Nel corso della prigionia scomparvero dalla cassaforte del ministro della Difesa, che mi pare fosse Ruffini, tutti i documenti militari top secret della Difesa Nord dell’Italia, che poi ricomparvero dopo la morte di Moro. Tornarono nella cassaforte del ministro della Difesa con le loro gambe. Il capo dei servizi segreti di allora, l’ammiraglio Martini, ebbe su questo punto un alterco violentissimo con il ministro della Difesa».

Conclusione di Guzzanti: «Moro fu ucciso perché non poteva essere lasciato vivo e fu il veicolo di tramite di segreti militari. Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro fu gestito dai servizi segreti dell’Est. Ci sono le carte. Tra due settimane andremo a Budapest perché abbiamo ricevuto documenti scritti dalla Repubblica d’Ungheria in cui è provato che moltissimi brigatisti rossi, tra cui Antonio Savasta, erano semplicemente agenti operativi della Stasi e del Kgb. Ci sono le carte, non le chiacchiere. Se uno va a vedere le direttive del Kgb, su ordine del Pcus, c’era l’indicazione di compiere nei paesi occidentali atti di terrorismo cieco, affinchè venissero scardinati i servizi di sicurezza interni di ogni singola nazione occidentale. C’era il terrorista Carlos, che era titolare di un’agenzia internazionale terroristica, e nelle carte dei paesi dell’est abbiamo trovato la certezza che è stato Carlos a far saltare il treno 904. Anche sulla strage di Bologna bisogna indagare ancora».
Parole che scatenano l’immediata reazione di Prodi che tramite il suo ufficio stampa parla di «gravissime insinuazioni» e annuncia querele contro il senatore azzurro. «Sulla questione legata al nome Gradoli, Prodi ha infatti già esaurientemente risposto in tutte le sedi giudiziarie e parlamentari in cui è stato convocato», è quanto afferma la nota dell’Ufficio stampa del leader dell’Unione. «Tornare sulla questione- prosegue il comunicato – è solo voler strumentalizzare a fini politici una vicenda dolorosa per il Paese, seminando ancora una volta dubbi, insinuazioni e bugie che già in passato sono stati verificati essere privi di qualsiasi fondamento».

01 dicembre 2005

Vivere con 300 grammi di riso

Segnalo dall’edizione odierna de Il Resto del Carlino un interessante articolo sulla Corea del Nord, il quale prende spunto dal recente ictus che secondo fonti di intelligence sudcoreane ed occidentali avrebbe colpito il Caro Leader Kim Jong Il. Lo ripropongo qui di seguito per chi non avesse modo di accedere al giornale in questione.

North Korean Army - marching babes

di: Carlo Lienzi

Sulla prima pagina del Pyongyang Times, il settimanale che racconta ogni sabato agli stranieri le incredibili conquiste della Corea del Nord, Kim Jong Il ispeziona una caserma dell’esercito, riceve l’ambasciatore palestinese, si complimenta per la pubblicazione di un suo libro sul mercato mssicano. Tutto regolare, insomma. Il Caro Leader, come lo chiamano i coreani per differenziarlo dal padre Kim Il Sung, fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Grande Leader per antonomasia, sta bene e lotta col suo popolo benchè non compaia in pubblico ormai da un mese. A Pyongyang nessuno sa dove abiti, se sia sposato o quanti figli abbia. I cittadini nordcoreani vivono infatti sottovuoto. Sanno solo che oltre confine ci sono americani e giapponesi pronti a cancellare per sempre le loro conquiste di libertà. Sono quelli che la propaganda gli propina in strada ogni giorno con cartelloni dagli slogan eclatanti (”Uniamoci con un suolo cuore”, “Uniti resisteremo, divisi soccomberemo”) o davant alla tv con filmoni sugli orrori dell’occupazione nipponica realizzati negli studi cinematografici dell’esercito. Ma il sistema, e pesanti carestie come quella del 1995, hanno portato a un’emergenza alimentare che si fa sentire perfino in città. Un terzo del paese è sfamato dagli aiuti internazionali, spesso manca l’acqua e i filobus fermi in mezzo alla strada non aspettano clienti, ma solo che torni l’elettricità. Questi ruderi ungheresi con le stelle sulla fiancata, una ogni cinquemila chilometri senza incidenti, sono il mezzo di trasporto più usato a Pyongyang assieme alla metropolitana, diciassette fermate e ventidue chilometri di linee servite da fatiscenti vagoni dell’ex Repubblica Democratica Tedesca. Le stazioni stanno cento metri sotto terra e sono dotate di imponenti porte d’acciaio, pronte a trasformarsi in rifugi antiatomici in previsione dell’inevitabile attacco nucleare americano. Ci sarebbe pure una linea segreta per uso governativo e militare.

Per lo stato nordcoreano ogni turista è un potenziale agente della Cia sotto copertura e in quanto tale da spogliare già in aeroporto di cellulare, computer e radio, che riavrà solo al momento della partenza. Ci sono poi le guide, due per ogni gruppo, affiancate da un’autista che segue soltanto itinerari prestabiliti e approvati. Quello coreano è uno stato di polizia in cui sembra che la metà della popolazione abbia passato almeno una volta informazioni ai servizi segreti; proibite le telefonate internazionali, l’uso di internet e delle parabole tv, perfino le radio pubbliche sarebbero sincronizzate sul canale nazionale con sigilli controllati ogni tre mesi. Duecentomila o giù di lì gli internati nei campi di lavoro, quei luoghi di rieducazione che il giornalista Kang Chol-hwan nel suo libro di memorie chiama Gli acquari di Pyongyang (ma in Italia il libro è uscito col titolo “L’ultimo gulag”) arrivati a contenere fino a tre milioni di internati. Ma di questo nessuno sa nulla. Tutti i coreani portano una spilla con l’immagine del Grande Leader appuntata sul lato sinistro della camicia sopra il cuore. La Corea del Nord, infatti, è l’unico paese del mondo ad avere per capo dello Stato un morto; nonostante sia deceduto nel ‘94, per le istituzioni Kim Il Sung è tutt’ora in servizio. E da immortale è pure la sua dimora, ricavata all’interno di quello che fu il suo ufficio di rappresentanza trasformato con qualche faraonico ritocco in un memoriale grosso due volte la Casa Bianca in cui bisogna traversare scale mobili e tapis-roulant per arrivare al cospetto del Presidente. Prima ci si inchina a una statua in pietra e poi, una volta passati attraverso potenti getti d’aria per togliersi di dosso anche l’ultima impurtià, si raggiunge la teca di cristallo in cui è conservato il corpo, opera del medico russo Il’ja Zbarkskij, il figlio dell’imbalsamatore di Lenin. Nella grande sala di granito rosso ci si inchina al Padre della Patria tre volte, ai piedi del feretro, sul lato sinistro e su quello destro, sotto lo sguardo vigile e corrucciato di alcuni addetti vestiti a lutto. Poi si passa nella stanza adiacente dove è conservato il vagone ferroviario con cui il Grande Leader viaggiava da Pyongyang a Mosca. E davanti a tanto sfarzo provi un moto di rabbia pensando ai 300 grammi di riso destinati ogni giorno ai tre milioni di abitanti di Pyongyang e ai 250 che spettano invece a quelli delle campagne. La produzione agricola è regolata dal sistema pubblico di distribuzione e la prima ad avvantaggiarsene è quella nomenklatura del Partito dei Lavoratori del Popolo che ti sfila sotto il naso per le vie della capitale dietro ai vetri scuri delle sue Mercedes anni Ottanta.

Dominato da due smisurate fanciulle che innalzano al cielo un’immagine della Corea senza divisioni, l’ingresso Sud della città immette nell’autostrada della riunificazione (anch’essa deserta) che tutti sperano di veder nuovamente trafficata quando il paese sarà nuovamente uno. Anche se al di là dei proclami di facciata non sarà facile convincere una società quarantadue volte più ricca come quella del Sud, guidata da un ultraconservatore come il nuovo presidente Lee Myung-bak, a sobbarcarsi costi di riunificazione stimati tra gli 800 e i 3600 miliardi di dollari. E ancor più difficile sarà indurre i 40 mila americani di stanza nella penisola da 55 anni a fare le valigie. A Panmunjom, lungo quel 38° parallelo che divide Nord e Sud oltre un arco con la scritta “Amicizia e unità” in difesa dell’ultimo baluardo comunista ci sono quattro chilometri di zona demilitarizzata, cavi del’alta tensione, blocchi di cemento, un muro e duemila carri armati. Ma sulla linea di confine i turisti si fotografano fra loro nel surrealismo di un film di Bunuel.

Ricaduta

Questa mattina ho provato a fare il mio rientro in università dopo la fulminante influenza dei giorni scorsi. Sono riuscito a combinare qualcosina in mattinata, ma purtroppo ho dovuto ammettere di non essere ancora al top della forma. Così, verso l’ora di pranzo, mi sono stampato un po’ di cose da leggere per il weekend ed ho optato per rincasare. Torneremo ai normali ritmi lavorativi lunedì, quando sarò sicuro di non avere più strascichi virali dentro di me.

Durante la pappa, mi sono guardato un po’ il telegiornale. Quello della RAI, grazie all’ottimo RaiClick, che ho scoperto da poco ma che ha immediatamente reso la mia casa, almeno durante i pasti, una vera e propria alcova italica. Uno dei servizi era dedicato alla portaerei Cavour F 550, da pochi mesi consegnata alla Marina Militare italiana, dopo un lungo lavoro di costruzione iniziato nel 2001. Durante il servizio venivano illustrate per filo e per segno le caratteristiche di questa imbarcazione, che può essere considerata un vero e proprio gioiello. Però, sarà che ultimamente, per via del post su Riccò che ha ricevuto così tanti commenti, sono stato elevato a baluardo della lotta all’ipocrisia, non ho potuto fare a meno di notare come il giornalista di turno sia stato in grado di produrre un miracolo. Anzi, il solito miracolo dell’Esercito Italiano. Questa grandissima imbarcazione, infatti, “servirà per le missioni di pace“, ha esordito. Salvo poi snocciolare l’elenco degli armamenti presenti a bordo. Non c’è niente da fare. Abbiamo la fortuna di avere l’unico esercito al mondo che è costruito per la pace e non per la guerra. Abbiamo soldati i cui fucili sputano fiori invece che pallottole. Abbiamo carri armati che ci servono soltanto per andare nel cuore delle zone di guerra per chiedere ai presenti di fare la pace. Questo, sì, è un vero e proprio miracolo italiano.

Portaerei Cavour F 550

Va beh, chiusa questa parentesi, in serata, nonostante un po’ di mal di testa, ho approfittato per giochicchiare un po’ a poker on line. Ultimamente sto giocando poco, perlopiù delle sessioni di S&G alternate a qualche altra sessioncina cash, con risultati peraltro piuttosto negativi. E’ soprattutto il cash che mi ha un po’ abbattuto. Già io non sono un granchè come giocatore cash, ma se poi mi infilano alcune sculate dolorissime come è successo recentemente (scoppiati pocket aces e pocket kings, trovati set contro over-set, ecc…), la situazione tende al drammatico. Nell’ultima settimana, il mio bankroll su FTP, che per fortuna rimane in discreta salute (+210$), si è alleggerito di circa 150 dollaroni. Fatto sta che questa sera c’era su CDPoker un simpatico freeroll organizzato dai ragazzi di PIW. E, miracolo dei miracoli, sono pure riuscito a chiudere ITM, con un terzo posto da 40$. Che essendo arrivati del tutto gratis ed inaspettati, fanno senz’altro piacere!

PIW - Freeroll su CDPoker del 24 luglio 2008

Per ricordare Tunguska

Questa sera, per celebrare il centesimo anniversario della misteriosa esplosione di Tunguska, ci sarebbe un appuntamento da non perdere su Coelum.com. L’astronomo Gianluca Masi (per inciso, ignoravo la sua esistenza fino a un minuto fa, ma d’altronde io di astronomia non mi sono mai interessato molto) terrà in diretta, con inizio alle ore 22, una discussione dal titolo “L’eredità di Tunguska”: una rivisitazione dell’evento e di ciò che abbiamo imparato in questo secolo“. Vi sarà la possibilità di interagire direttamente con lo speaker, nonchè di partecipare ad una sessione osservativa, sempre on line, attraverso il loro Virtual Telescope.

Tunguska explosion

Ulteriori dettagli possono essere trovati a questo link. Sperando di riuscire a finire di preparare la presentazione per Colonia in tempo, stasera dovrei esserci.

MAVs E1 e Wikiscanner

Immerso nel lavoro per il nuovo simulatore del quale ho mostrato la GUI alcuni giorni fa (non ricordo di aver mai scritto cosi’ tante righe di codice in un giorno solo come oggi), approfitto del post odierno per rendere disponibile al grande pubblico una delle ultime versioni dell’altro mio simulatore relativo ai MAVs (trattasi della versione E1, la spiegazione dettagliata di cosa sia la trovate al solito qui), il cui sviluppo continua a procedere in parallelo al nuovo lavoro. Ci dovrebbero essere ancora alcuni problemi di visualizzazione su Windows (bottoni accavallati ed immagine di background che con alcune configurazioni appare, chissa’ perche’, drammaticamente sfocata), ma a grandi linee dovrebbe essere ok. Feedbacks di qualunque tipo, ovviamente, sono graditissimi. Nel caso in cui vorreste poi anche lanciare un qualche seeds al posto mio, di sicuro io non mi offenderei.

In chiusura di articolo, direttamente dal blog del Cairoli, riporto il contenuto di un interessante post apparso oggi. Lo copio integralmente, anche perche’ il testo e’ decisamente ermetico:

Volete sapere quali sono le pagine alterate dal Vaticano? o dalla CIA? o da Scientology? o da una societa farmaceutica come la Pfizer? Leggete qui.

Esatto, l’oggetto linkato e’ una sorta di scanner per Wikipedia, che provvede, dati in input una certa pagina della famosa enciclopedia libera, ad elencare quali sono state (e come) le voci modificate e soprattutto chi ne e’ stato l’artefice. Uno strumento, per quanto sicuramente non a prova di errore, semplicemente micidiale.

Bei tempi

Bei tempi davvero quando ancora si poteva fare la pubblicità delle sigarette. Direttamente dal blog di Luca Bartoli, guardate un po’ cosa potevamo trovare sulle pagine dei giornali di qualche anno fa:

More Doctors Smoke CAMELS

Santa Claus Chesterfield

Tipalet ad

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