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Some other old good stuff

Fabio Ruini’s blog

Because Italians do it better! What the f**k? Ehm… the blogs, I mean… obviously! :-/

Archivio per la 'Varie' Categoria

World War (iPhone)

Nonostante sia ormai considerato a tutti gli effetti una console da gioco portatile, non ho mai usato il mio iPhone per giocare. Non in modo serio intendo. Ho chiaramente scaricato qualche applicazioncina ludica per passare il tempo quando in fila da qualche parte, o magari seduto sul gabinetto a sbrigare faccende private. Fino ad ora. Quando, navigando per l’App Store, mi sono imbattuto in un gioco free che aveva recensioni ultra-positive. Trattandosi poi di un wargame, non ho resistito alla tentazione di scaricarlo. Il suo nome e’ World War ed e’ prodotto dalla Storm8.

Storm8's World War (iPhone app)

Il gioco e’ estremamente semplice. Ma addictive come non mai. Bisogna costruire il proprio esercito, dotato di unita’ terrestri, navali ed aeree, fortificarsi, combattere nemici e gestire le risorse. Tutto cio’ che ci si aspetterebbe da uno strategico. Ma, nello specifico, semplificato al punto giusto da renderlo gradevole per perderci qualche minuto di tanto in tanto, ma dando la possibilita’ ai piu’ smaliziati di elaborare strategie di vario genere. Se avete un iPhone, non fatevi scappare questo gioco. E, possibilmente, includetemi tra i vostri alleati: JMHST8.

I misteri del serial comma

A circa un anno e mezzo di distanza dalla sottomissione, questa mattina mi e’ arrivata a sorpresa la proofs del book chapter scritto a suo tempo insieme a Domenico Parisi, Giancarlo Petrosino e Filippo Saglimbeni. Poche le cose da sistemare, anche se nel pomeriggio dovro’ scorrere le 30 pagine che compongono il contributo alla ricerca di eventuali imperfezioni. Soprattutto per quanto riguarda lo stile scelto dalla casa editrice. Che vuole sia utilizzato lo spelling inglese (fair enough, essendo io in Inghilterra e dato che si tratta di editore brittanico), le virgolette singole e, soprattutto, un misterioso serial comma.

I believe in the serial comma (badge)

Non sapendo di cosa si trattasse ho googlato un pochino a riguardo. Trovando subito aiuto nell’esaustiva pagina di Wikipedia dedicata all’argomento. La quale mi informa che the serial comma or series comma (also known as the Oxford comma or Harvard comma) is the comma used immediately before a grammatical conjunction (usually and or or, sometimes nor) preceding the final item in a list of three or more items. For example, a list of three countries can be punctuated as either “Portugal, Spain, and France” (with the serial comma) or as “Portugal, Spain and France” (without the serial comma).

Leggendo molte cose in inglese, naturalmente, mi ero gia’ incuriosito riguardo a questa abitudine (peraltro non generalizzata) di utilizzare la virgola per precedere l’and finale di frasi contenenti degli elenchi. Cosa che in italiano, a quanto ne so, e’ assolutamente scorretta da un punto di vista grammaticale. Pensavo fosse un’altra di quelle differenze tra inglese e americano, in quanto mi sembrava di vederla piu’ spesso all’interno di documenti scritti oltre oceano, piuttosto che in pubblicazioni del vecchio continente. Ma evidentemente mi sbagliavo. Il serial comma e’ qualcosa di molto piu’ serio. Quasi una religione. E da oggi anche io dovro’ decidere da che parte stare. Serial comma or not?

Un tocco di classe

Mi stavo iniziando a stancare del dock per iPod/iPhone che utilizzo a casa per rilassarmi con un po’ di musica. Un prodotto onesto, che all’epoca mi era costato poche sterline e che in qualche modo ha sempre fatto il suo dovere. Essendo pero’ che di recente mi sono messo ad ascoltare qualcosina di musica classica, negli ultimi giorni i limiti dell’apparecchio in questione sono diventati ancora piu’ lampanti. Al punto da ridurmi ad ascoltare il tutto in cuffia (alternando tra le ottime Sony MDR-EX500LP e le piu’ confortevoli Sennheiser HD202), cosa che pero’ non mi piace fare quando sono tra le mura domestiche.

Cosi’, come avrete intuito, ho deciso che era giunta l’ora per un salto di qualita’. E mi sono regalato un upgrade, con l’aquisto di un Sony CMT-BX70DBi che stavo tenendo d’occhio da un pezzo.

Sony CMT-BX70DBi

Il prodotto in questione e’ un mini sistema hi-fi con dock per iPod/iPhone integrato. L’unita’ centrale e’ un bel mattoncino da 4kg di peso, che comprende al suo interno anche un CD player. A completare il tutto due speaker da 10cm ed un telecomando. Il sistema puo’ erogare una potenza fino a 38W.

Le prime impressioni d’uso sono piu’ che positive. Trattandosi di un prodotto di fascia media (£150 con consegna gratuita su Amazon), non mi aspettavo performance incredibili. Ed invece sono rimasto piacevolmente deluso. La mancanza di un woofer e’ sopperita alla grande dal sistema DSGX per l’amplificazione dei bassi, che fa il suo dovere in maniera eccellente e non fa rimpiangere l’assenza di una cassa dedicata. Frequenze medie e alte sono riprodotte elegantemente (forse leggermente meglio le medie) ed in generale il suono e’ nitido e pulitissimo.

In piu’, per riallacciarmi al titolo di questo post, il sistema e’ molto bello esteticamente. Semplice ed elegante. La foto qui sotto forse non rende giustizia, ma credetemi se vi dico che nel mio flat fa davvero un figurone.

Sony CMT-BX70DBi at my place

San Singolino 2010

Vista la giornata odierna, non posso esimermi dal riprendere un post apparso su It’s time to think the unthinkable (si’, per chi se lo stesse chiedendo, e’ strano ma e’ il titolo di un blog). Il post non e’ invero originale, ma riprende quanto scritto dal giornalista Massimo Gramellini nel lontano 2003. La dedica, ovviamente, e’ a tutti coloro che oggi non hanno esattamente un granche’ da festeggiare.

Valentine's day

Dedicato ai cuori solitari per scelta. Altrui. Quelli che sono stati appena lasciati e non ci stanno. Quelli che ci starebbero anche, se solo trovassero qualcun altro disposto a stare con loro. Quelli che fanno gli innamorati di riserva e da svariate festività aspettano che lui/lei lasci il titolare. Quelli che «io dall’amore non mi aspetto più niente», ma sperano ancora di aver detto una bugia. Quelli che non sanno che sapore ha un bacio, o non se lo ricordano più, e oggi mangeranno troppi cioccolatini. Quelli che se lo ricordano benissimo e mangeranno troppi cioccolatini lo stesso. Quelli che «ma come cantava Baglioni, strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al cielo?» Quelli che «ma fammi il piacere!» e alzano la testa, così, per controllare. Quelli che la testa non la alzano più e invece gli farebbe bene. Quelli che leggono che oggi, san Valentino martire, gli italiani spenderanno 800 milioni di euro in fiori, peluches, messaggini telefonici e cene a base di carciofi e pensano: «Dove andremo a finire?»Quelli che vorrebbero finire proprio lì, sepolti da fiori e peluches, a scambiarsi messaggini fra i carciofi. Quelli che «se potessi tornare indietro» o «se riuscissi ad andare avanti» e intanto intralciano il traffico. Quelli che si sentono esclusi, sconfitti, diversi, incompresi, inadeguati: soli, eppure sono tantissimi. Quelli che non sentono più niente e, dopo averlo rincorso invano, adesso scappano dall’amore. Quelli che tanto l’amore prima o poi li raggiunge.

PS: c’era anche una versione un pelo piu’ volgarotta dell’immagine di cui sopra, ma ho preferito soprassedere. Anche se non del tutto

Il bombarolo

Ieri sera, di ritorno all’universita’, mi sono messo ad ascoltare un po’ di De Andre’. Mi sono soffermato piu’ del solito su una canzone piuttosto particolare, molto orecchiabile ma della quale non ero mai riuscito piu’ di tanto a cogliere il senso. Trattasi de Il Bombarolo.

Chi va dicendo in giro
che odio il mio lavoro
non sa con quanto amore
mi dedico al tritolo,
è quasi indipendente
ancora poche ore
poi gli darò la voce
il detonatore.

Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro,
io sono d’un’altra razza,
son bombarolo.

Nello scendere le scale
ci metto più attenzione,
sarebbe imperdonabile
giustiziarmi sul portone
proprio nel giorno in cui
la decisione è mia
sulla condanna a morte
o l’amnistia.

Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io sono d’un altro avviso,
son bombarolo.

Intellettuali d’oggi
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione.

Vi scoverò i nemici
per voi così distanti
e dopo averli uccisi
sarò fra i latitanti
ma finché li cerco io
i latitanti sono loro,
ho scelto un’altra scuola,
son bombarolo.

Potere troppe volte
delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci
dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituirti
un po’ del tuo terrore
del tuo disordine
del tuo rumore.

Così pensava forte
un trentenne disperato
se non del tutto giusto
quasi niente sbagliato,
cercando il luogo idoneo
adatto al suo tritolo,
insomma il posto degno
d’un bombarolo.

C’è chi lo vide ridere
davanti al Parlamento
aspettando l’esplosione
che provasse il suo talento,
c’è chi lo vide piangere
un torrente di vocali
vedendo esplodere
un chiosco di giornali.

Ma ciò che lo ferì
profondamente nell’orgoglio
fu l’immagine di lei
che si sporgeva da ogni foglio
lontana dal ridicolo
in cui lo lasciò solo,
ma in prima pagina
col bombarolo.

Il brano, preso in isolamento, non e’ di immediata comprensione. Per capirlo meglio e’ necessario contestualizzarlo, perlomeno mettendolo in riferimento all’album all’interno del quale era originariamente contenuto: Storia di un impiegato.

Fabrizio De Andre' - Storia di un impiegato (front cover)

E’ esattamente quello che ci suggerisce di fare kimithebest, su Yahoo! Answers, dove ci fornisce anche un’ottima introduzione al disco.

Per comprendere a fondo il significato del brano “Il bombarolo” bisogna contestualizzarlo nell’album di appartenenza, ovvero “Storia di un impiegato” del 1973. Come in molti casi accade per gli album di Fabrizio de André “Storia di un impiegato” è un concept album. Ciò vuol dire che le canzoni dell’album sono legate ed accomunate da un concetto, un idea comune che rappresenta il tema portante dell’album. Nel caso di Storia di un impiegato poi, risulta ancor più importante in quanto brano dopo brano il personaggio subisce un cambiamento, una maturazione che lo porta ad effettuare delle scelte anziché altre.

La tracklist è questa:

1. Introduzione
2. Canzone del Maggio
3. La bomba in testa
4. Al ballo mascherato
5. Sogno numero due
6. Canzone del padre
7. Il bombarolo
8. Verranno a chiederti del nostro amore
9. Nella mia ora di libertà

Il tema centrale è la rivolta giovanile che si ebbe a Parigi nel Maggio del 1968. Questa però viene utilizzata come spunto per raccontare un altra storia, quella dell’impiegato che ascoltando “La canzone del Maggio”, (l’album si apre con un introduzione breve sui “cuccioli del Maggio” ovvero i rivoltosi francesi e subito dopo parte la Canzone del Maggio, che è un adattamento dei canti dei rivoltosi. Il testo è una traduzione dal francese), viene a conoscenza degli avvenimenti accaduti qualche anno prima in Francia.

Nel terzo brano l’impiegato comincia a riflettere su quale fosse stato il motivo che aveva spinto quei suoi coetanei alla rivolta. Egli inizialmente si distacca dai ragazzi francesi “Ed io contavo i denti ai francobolli, dicevo “Grazie a Dio”, “Buon Natale”, mi sentivo normale…”, li definisce ingrati del benessere… poi però “E io ho la faccia usata dal buon senso, ripeto “Non vogliamoci del male” e non mi sento normale e mi sorprendo ancora a misurarmi su di loro, ma adesso e tardi adesso torno a lavoro”

A quel punto l’impiegato capisce che è proprio quello che lui credeva la normalità che aveva spinto gli ingrati alla rivolta: il perbenismo, i luoghi comuni, la quotidianeità delle azioni, la noia…la libertà, quella che l’impiegato si era accorto di non avere. Li ammira per il corraggio, quello che lui non ha avuto, si rende conto che ormai è tardi per aggregarsi a loro e decide così di fare tutto da solo, mettendo una bomba ad un ballo mascherato, dove sono presenti solo uomini e donne borghesi, rappresentanti di quel bigottismo al quale era diventato insofferente. Si addormenta e fa tre sogni, raccontati nel 4°, 5° e 6° brano.

Nel primo sogna il ballo a cui lui avrebbe messo la bomba, dove sono presenti illustri personaggi della storia: Cristo, Nobel, la Madonna, Edipo, Dante, l’ammiraglio Nelson ma soprattutto i suoi genitori, rappresentanti supremi del mondo perbenista che lo circondava, coloro che lo avevano educato a quello nel rispetto della morale cristiano-borghese. Senza pietà li ammazza tutti con la bomba ed alla fine si distacca anche da colui che gli ha insegnato “il come si fa” intraprendendo una strada fortemente individualista che caratterizzerà le scelte del bombarolo fino alla fine.

Il secondo sogno racconta quello che lui sogna essere il processo dopo la strage del ballo. Inaspettatamente il giudice gli svela che in realtà egli non era che una pedina del potere costituito, che lo avevano osservato in ogni momento e lo avevano quasi aiutato a favorire il potere uccidendo “i soci vitalizi del potere ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione”. Il giudice quindi lo premia assolvendolo, chiedendogli se vuole essere assolto o condannato.

Il terzo sogno può essere considerato una continuazione del primo. L’impiegato-bombarolo si trova al cospetto di colui che deve integrarlo nuovamente in società. Come inizio gli offre il posto di lavoro che era del padre dell’impiegato, che lo stesso aveva ammazzato. “Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare, le più piccole dirigile al fiume, le più grandi sanno già dove andare.” Ovviamente la metafora è semplice, l’impiegato, nonostante il suo gesto si ritrova punto e da capo, ricondotto in un mondo che lui stesso aveva rifiutato dove ritrova personaggi inquietanti come Berto, il figlio della lavandaia, morto arrugginito a forza di piangersi addosso, la moglie con cui non va più d’accordo e che lui crede lo tradisca con un uomo più magro di lui e l’ultimo figlio, il meno voluto, caduto nel tunnel della droga. L’impiegato a questo punto comprende che il suo obbiettivo era sbagliato, non deve colpire i borghesi ma il potere in quanto è il potere stesso a voler lasciare tutto com’è. E così l’impiegato si sveglia meditando un attacco terroristico al parlamento.

Veniamo quindi al brano “Il bombarolo”. Nel brano l’impiegato, ormai completato il lavoro, paragonandosi a Mastro Geppetto, si prepara all’attentato, da solo, in pieno stile individualista “profeti molto acrobati della rivoluzione, oggi farò da me senza lezione”. Ma proprio quando sembrava andare a buon fine la bomba scoppia nel posto sbagliato. Lui viene così arrestato, ma quel che più lo ferisce è vedere lei, la sua ragazza, in prima pagina con lui, dal quale aveva preso le distanze e che pur di apparire sul giornale era pronta a tutto,anche a ridicolizzarlo.

Il brano “Verranno a chiederti del nostro amore” è una lettera scritta dal bombarolo a lei dove la accusa di non averlo amato davvero, di averlo tradito, di restare al centro dell’attenzione solo per apparire. Le chiede di non lasciar andar via a caso le parole nelle dichiarazioni, le chiede di raccontare tutto di loro dei tradimenti a vicenda perché possano capire quali erano i suoi sentimenti e cosa lo ha spinto ad agire. Non c’è pentimento però e l’individualismo che lo spinge non cessa. Ma alla fine, “Nella mia ora di libertà”, egli capisce che l’unico modo per vincere davvero contro il potere è quello di agire in massa e lo capise solo una volta entrato in carcere dove si confronta con gli altri e maatura definitivamente. L’album si chiude con la frase più graffiante della canzone del Maggio: “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.”

Ora inizia la parte interessante. De Andre’, piu’ che capirlo fino in fondo, lo si puo’ interpretare. Cosi’ come si fa con un poeta. Proprio per questo motivo, anche in merito a Il Bombarolo e’ possibile effettuare diverse letture. Tra le piu’ interessanti che ho trovato in giro per la rete, quelle raccolte da AntiWarSongs.com:

Anche Il bombarolo può essere considerata una canzone contro la guerra. Spesso si dichiara guerra in risposta a un disagio che, fondato o meno che sia, si ha difficoltà ad accettare. Nella “Storia di un impegato” di De André e Bentivoglio, un mite trentenne conformista avverte un profondo disagio tra la sua vita e lo Stato, tra un sistema di potere che gli ha imposto un sistema di vita e la sua naturale, in quanto essere umano, vocazione alla libertà. Il disagio che trasformerà un mite impegato nel più convinto terrorista non è tanto lontano da quello che prova la “gente divisa” in Disamistade, così come la vocazione alla libertà dell’impiegato è la stessa di tutti i miserabili faberiani, la cui natura fantastica e libertaria è ben illustrata in Se ti tagliassero a pezzetti. Ne Il bombarolo v’è il “trentenne disperato” che ha capito che lo Stato è un “Pinocchio fragile”, per cui attaccabile con una bomba al tritolo, metodo non dissimile da quelli che legalmente usa il Potere (”parente artigianale”), un Potere “sganciato e restituitoci/dai tuoi aeroplani” con le bombe. Perché allora non rispondere alle guerre, psicologiche e dinamitarde, del Potere dichiarando una propria guerra al tritolo? Ma il terrorismo non è la risposta corretta, perché sottindende una volontà propria di potere. Ma il “capire che non ci sono poteri buoni”, avverrà dopo il processo, in carcere ne Nella mia ora di libertà, nell’immediato dell’attentato fallito non gli resta che il ridicolo.” [Giovanni Bronzino dalla mailing list “Fabrizio”]

“Calmo; prima se ne discute, anche perché una discussione sul “Bombarolo” fa sempre bene. Di prim’acchito posso dirti che considero il “Bombarolo”, tra le altre cose, più una canzone contro una certa “pace” che contro la guerra. E’ pur vero che, diverse volte, ho considerato questo un “criterio” (vabbé, uso ancora questa parola per me detestabile, ma tant’é) sufficiente (anzi, più che sufficiente) per trascrivere una canzone nel suo file col suo bel numeretto progressivo, beccandomi per questo con disprezzo di “archivista” da certe auto-cosiddette “menti semplici” che bivaccano in rete; ma le tematiche poste da una canzone densa come questa meritano perlomeno un po’ di analisi prima di procedere oltre. Ho parlato di una “certa pace”, e va da sé che si tratta della “pace terrificante” espressa nella “Domenica delle salme”; l’impiegato viene a restituire a tutto ciò “un po’ del suo terrore, del suo disordine, del suo rumore”. Ovviamente non sono in disaccordo con la tua analisi; mi sembra, anzi, condivisibile e non ho nessun problema a dirlo anche se non avrei parlato mai di “risposta corretta” o meno a proposito del “terrorismo” come fenomeno organizzato o come semplice gesto isolato. L’impiegato non si pone il problema della “correttezza” del suo gesto; ne fornisce le motivazioni profonde (giustappunto nella canzone), fabbrica il suo ordigno e va davanti al parlamento. Quanto alla volontà di potere sottintesa in tale gesto (”la decisione è mia sulla condanna a morte o l’amnistia”), la vedrei anche come una forma di difesa ribelle non certo dissimile dal cannone nel cortile della “Domenica delle salme” (e ancora una volta torno a sottolineare il legame enorme tra l’ “Impiegato” e quella canzone, che ne è quasi una specie di seguito –ma questo devo averlo già detto diverse volte qui dentro o altrove). Una dichiarazione di guerra “artigianale” ed isolata (ma quanto isolata? Sai, ogni volta che sento o uso questo aggettivo mi viene a mente un certo frasario del potere affidato alle grancasse mediatiche, tipo “il gesto isolato di un folle” -o di uno “squilibrato”) alla guerra vera condotta dal potere coi suoi aeroplani è una “canzone contro la guerra”? Probabilmente si’, cosi’ -grosso modo- come avviene nella “Locomotiva” di Guccini il cui inserimento nelle “CCG” (assieme a quello di “Contessa”, che però è una dichiarazione di guerra collettiva, di classe) tanti sturbi ha provocato a qualcuno; e andrà sicuramente a finire nel file numerata e magari tradotta (la traduzione in francese esiste già, e la metto in calce a questa mail); ma sarà sicuramente preceduta dal tuo intervento, dalle mie considerazioni e da quelle eventuali di tutti gli altri. Perché vorrei essere chiaro: non ho mai inteso le “CCG” come una semplice raccolta di testi, ma come un’occasione (creata dall’uomo ladro, come dice il Senia) per pensare, parlare, commentare, analizzare, spezzare e ricomporre. Magari avvenisse questo per ogni canzone postata, visto che sarebbe un antidoto notevole all’atrofizzazione delle facoltà mentali che, sotto il sibilare delle bombe “sganciate dagli aeroplani”, si fa ancora più galoppante. “ [Riccardo Venturi dalla mailing list “Fabrizio”, in risposta a Giovanni Bronzino]

“E continuiamo ad occuparci di guerra. Vale la pena spendere un paio di parole su come la guerra, così come altri fenomeni totali, costringa, di fatto, a parlarne. Paradossalmente, anche questo thread senza fine a proposito di canzoni contro la guerra, subisce e riproduce la costrizione a parlare della guerra. Anche questa ossessione con cui ci troviamo ad iscrivere qualsiasi testo, che non si limiti alle rime fra amore e cuore, dentro il catalogo sconfinato delle cosiddette “ccg”, dovrebbe fare riflettere sulla “totalità” della guerra stessa, al momento in cui viene scatenata. Si arriva a misurare qualsiasi canzone con il problema della guerra, meglio ancora con il problema di “questa guerra”. E così tutti, non-violenti e non, ci accomodiamo rassegnati a subire la più grande delle violenze: quella che ti costringe a dire. Compresa quella che ti costringe a dire di essere contro la guerra, nei modi dovuti. Le menate sul “bombarolo” che nella sua piccola logica artigianale riprodurrebbe, di fatto, gli stessi procedimenti del potere è roba vecchia, trita e consunta; e sebbene basterebbe ripetere quanto dichiarato da Camus a proposito dei populisti russi i quali accettevano di uccidere e pagavano, con la vita, la loro disposizione, a fronte di un potere che commetteva (e commette) i crimini più nefandi e accetta di ricevere onori, per i crimini commessi, non tutti sono disposti ad accettare di posare lo sguardo su questa semplice differenza etica. Nemmeno può servire a molto, aggiungere che la cosiddetta “vocazione alla libertà dei miserabili faberiani” (che orribile definizione!) è una favola bell’e buona, cui risulta difficile immaginare che qualcuno possa seriamente credere. Il bombarolo (che sembra appartenga all’esiguo numero di canzoni che Fabrizio ha scritto tutte da solo) è solo una canzone che utilizza la categoria della guerra per definire lo stato, dichiarando che la guerra è insita nel dna stesso dello stato. Rimane la “mitezza” del trentenne disperato, copiata pari pari dal Sante Caserio che “si scagliò sì buono e mite,a scuoter l’alme schiave ed avvilite”. E anche qui, come si può vedere c’è ben poca fiducia nella vocazione libertaria dei miserabili. Confondere il “potere” con la libertà dell’individuo a ribellarsi somiglia, e parecchio, alla confusione fra proprietà e possesso. E, per finire, non credo che ci sia proprio niente di ridicolo nel carcere di “nella mia ora di libertà”. [Franco Senia dalla mailing list “Fabrizio”]

Come non si fa ad sentirsi un po’ nostalgici di De Andre’ in un’epoca di presunti “cantautori” che a fatica riescono a scrivere un testo grammaticalmente corretto?

Shopping amarcord

Nel pomeriggio di oggi, sotto una pioggia di quelle serie, ho avuto la bella pensata di darmi allo shopping. Poche le cose comprate, a parte la spesa per la settimana. Un paio di maglioni e poco piu’. Poi, sulla via per rientrare a casa, mi imbatto (ok, in realta’ sapevo benissimo dove fosse e che ci stavo per passare davanti) in un negozietto di film, musica ed elettronica di consumo, specializzato nella compravendite di oggetti di seconda mano. Raccolgo un cestino all’ingresso ed inizio a caricarlo. Il risultato finale e’ il seguente.

Acquisti amarcord

La vera e propria chicca e’ l’edizione speciale di Saturday Night Fever, rimasterizzato in DVD giusto una decina di anni fa, ma nonostante tutto pervenuta con custodia quanto meno vissuta. Che pero’ fa molto fashion. Mi sono subito sparato il film, reso ancora piu’ piacevole dai continui commenti del regista che appaiono a mo’ di sottotitoli per tutta la durata della pellicola. A far compagnia a John Travolta all’interno del cestino della spesa, troviamo anche Al Pacino in Scarface, Leonardo Di Caprio in Blood Diamond, oltre ad un po’ di attori vari ed eventuali presenti in No Country for Old Men e Cloverfield.

I piu’ attenti di voi avranno pero’ notato che anche un altro disco e’ finito nelle mie grinfie. Questa volta non si tratta di un film, ma di un gioco per la Wii. Ancora un gioco da amarcord, giusto per rimanere compatibile con il resto del carrello della spesa. Trattasi dell’intramontabile Mad Dog McCree.

Mad Dog McCree (screenshot)

Passano gli anni, cambiano le piattaforme, ma il gioco e’ sempre lo stesso. Con la stessa grafica scuola laser disc che all’epoca mi faceva sbavare. Gameplay tedioso, ripetitivo, frustrante, irritante (penso di aver imparato a bestemmiare in inglese giocandoci giusto un’oretta…). Ma che ancora oggi continua a tenermi attaccato allo schermo. Proprio vero che al cuore non si comanda.

Focus e la criminalita’

Ho individuato due articoli interessanti all’interno dell’ultimo numero di BBC Focus. Entrambi sono in qualche modo legati alla criminalita’ e li ho trovati nel loro complesso interessanti. Al punto che mi sono preso la briga di trascriverli in questo post e sottoporli al vostro giudizio.

Il primo articolo, a firma di Kevin Beaver (assistant professor alla Florida State University), mira a riaprire il dibattito sull’utilizzo della genetica da parte dei tribunali. Beaver prende spunto dalla recente sentenza di un tribunale italiano (la quale, ammetto, mi era completamente sfuggita) in accordo alla quale ad un condannato e’ stato scontato un anno di pena per via di alcuni geni trovati nel suo DNA e che alcuni studi hanno dimostrato essere collegati in maniera piuttosto generica a comportamenti violenti. Quello che il ricercatore vuole sottolineare e’ come i comportamenti criminali siano fenomeni altamente complessi, derivanti sia da elementi genetici, sia da fattori ambientali. Il modo in cui tutte queste componenti interagiscano tra loro non e’ chiaro. Attenzione, dunque, a spingersi troppo oltre nell’applicazione della scienza all’interno dei tribunali, soprattutto quando si ha a che fare con campi dove l’incertezza (scientifica) regna sovrana.

Il secondo pezzo, scritto da Robert Matthews, vuole invece evidenziare il collegamento esistente tra alimentazione e comportamenti violenti. Una dieta ricca ed equilibrata, il classico “mangiar bene”, sembrerebbe ridurre l’aggressivita’ nelle persone. Gli esempi portati a sostegno di questa tesi sono pero’ piuttosto limitati (addirittura Matthews si rifa’ alla sua esperienza personale) e non appaiono del tutto convincenti. Lascio comunque che siate voi a formarvi da soli le vostre opinioni leggendo il pezzo.

Tout l'est genetique!

Kevin Beaver, Should your genes determine your punishment in court?

Whenever research is published revealing a link between genes and criminal behaviour, a wave of controversy follows. Some critics argue the research will lead to a new eugenics movement with offenders subject to forced sterilization, or those with the ‘wrong genes’ locked up pre-emptively. Others fear that connecting genes to crimes will lead to lighter sentences, since it de-emphasizes personal responsibility.

Until recently, these were philosophical debates because genetic research has rarely factored into sentencing decisions – and when it has, it has often been dismissed. That all changed when an Italian court decided to shave one year off a nine-year sentence handed to convicted murderer, Abdelmalek Bayout, who was found to have a small handful of genes previously linked to violence.

The court’s decision to reduce Bayout’s sentence is questionable. Criminal behaviour is highly complex, the result of many genes and many environmental factors. Hundreds or even thousands of genes influence the likelihood that someone will offend and each of these has very small effects. So when a single gene, or only a small number of genes, is examined in isolation, it can only account for a small part of the reason why someone would commit a crime. In the Bayout case, just five genes were used to justify the reduction in his sentence.

With criminal behaviour, or virtually any behaviour, genes are not fatalistic nor are they deterministic – they simply increase or decrease the odds of someone committing a criminal act. The vast majority of people with Bayout’s genetic variants never engage in crime, much less kill another human being. Other factors, including environmental ones, play a role.

With one of the genes identified in the Bayout case, MAOA, previous research has found it only tends to have strong effects on crime and violence in people who were exposed to high levels of stress, abus and neglect in childhood. So whether the MAOA gene was indeed a mitigating factor in Bayout’s case would depend, in large part, on his childhood. The court appears to have glossed over this.

During the past five years, there have been at least 200cases in the US and 20 in Britain where lawyears have tried to use genes as mitigating factors. And this number is likely to increase rapidly because research tying genes to criminal behaviour is growing at an incredible pace.

So, should an individual’s genes determine their punishment? At this point, we probably do not know enough about how genes influence criminal behaviour to be basing sentencing decisions on whether a defendant possess a single gene or even a number of different genes. But if genetic research does find its way into the legal system on a routine basis, it is imperative that courtroom actors are aware that the path from a gene to crime is a long one that involves environmental, biological and genetic factors that are mutually interdependent on each other.

That said, there’s emerging evidence showing that a person’s genes may influence how well they respond to programmes designed to prevent delinquency and treat offenders. It’s not inconceivable to think that, in the future, prevention and treatment programmes may be individually tailored based on each person’s genes. If this happens, then adolescent delinquency could be reduced, recidivism rates could drop and public safety could be enhanced.

Prison food

Robert Matthews, If you want to stop criminals falling on the wrong side of the law again, give them a good lunch

Around about now, I’ll be chucking in the towel on my post-Christmas diet. And if it’s anything like past years, there will be much celebration among friend and family alike. Not because of my new, slimline appearance – fat chance of that – but because I’ll no longer be in a seething temper. Like any human being, I object to not being allowed to eat stuff I like. But there’s something else: eating a lot of some foods I am allowed to eat seems to do my head in too.

I first noticed this a few years back when I went on a low-carb diet. This seemed great, as I could forget about calorie counting and just swap high-carb food like bread and potatoes for loads of lovely protein-rich stuff like cheese and meat. And as a way of losing weight, it worked a treat: I lost several kilograms in a fortnight. But I had to give it up – partly out of boredom, but mainly because I was in danger of murdering passers-by. For some reason, all that protein put me in a towering rage. Once I stopped, I went back to being merely tetchy.

Ever since, I’ve been on the look-out for evidence that diet causes bad behaviour. When celebrity chef Jamie Oliver did his better school dinners campaign, I was struck by how the teachers reported that their kids were much better behaved once they switched to a healthier diet. But what really impressed me was a study carried out at a young offenders’ institutions in Aylesbury. Inmates were given food supplements to see what effect it had on their behaviour, and the researchers found it cut violent incidents by 35 per cent.

One might have thought the prison authorities would jump at this recipe for improving life in Britain’s jails. After all, food supplements are cheaper than paying NHS doctors to take knives out of people’s eye-sockets. Yet the Government refused to accept the findings, or fund any further research – apparently for fear of appearing ’soft’ on criminals.

Fortunately, the Wellcome Trust charity has decided it doesn’t mind annoying the Daily Mail, and has stumped up £1.5 million to fund a study of the effects of diet in three UK prisons. The project involves over 1,000 inmates and is due to run for another two years, but findings from studies in other countries suggest it’s likely to confirm that nutrion can have a profound effect. Research has linked traits like impulsivity and aggression to low levels of zinc, calcium and omega-3.

And it’s not just behaviour that’s affected. Studies of disadvantaged young people have found they’ve typically got low intakes of dietary iodine, iron and selenium – all of which are linked to poor cognitive functioning. Improving nutrition could therefore do more than just make prisons less violent: it might also help inmates stay out of trouble once released (as long as they stay off the junk food when they get home). If there’s one thing that leads to a life of crime, it’s an inability to hold down a job – and that’s hard to do when your brain isn’t working too well.

Whether any of this leads to improvements in jails depends on politicians getting serious about being “tough on crime and the causes of crime”. Handing out decent food and vitamin supplements may not seem as tough as banging up ever mover criminals, but it’s cheaper – and it may just work.

Su Calabresi, Pinelli e sui quarant’anni che sono passati

Impegnato a cercare di saperne un po’ di piu’ sulla figura di Tiziano Terzani, scrittore e giornalista toscano scomparso nel 2004 dopo aver trascorso i suoi ultimi anni in una sorta di ritiro spirituale ad Orsigna (oggi seriamente minacciata dalle pioggie e dalle conseguenti frane), sono finito a leggere un interessante articolo riguardante il celebre “caso Pinelli“. Il collegamento deriva dal fatto che Terzani era stato uno dei moltissimi firmatari di un appello pubblicato su l’Espresso da Camilla Cederna, dove la giornalista chiedeva “l’allontanamento dai pubblici uffici dei giudici e pubblici ufficiali collegati con le indagini ed i processi relativi alla morte di Pinelli”. Al di la’ del solito riepilogo dei fatti (per chi, come il sottoscritto, a quei tempi non era ancora al mondo), l’articolo che ho letto risulta interessante per comprendere quale fosse il clima politico/intellettuale dell’epoca e quanto forte fosse stato il ruolo giocato dall’intellighenzia della sinistra nel dibattito che seguette la morte del ferroviere.

Pinelli e il commissario Calabresi

Pinelli e Calabresi: due vittime d’Italia

Qualche mese fa – in una singolare e a mio modo di vedere inesistente disputa tra realtà storica e realtà giuridica – un attento lettore chiese al Buon Caffè di riaprire le sentenze circa la morte di Giuseppe Pinelli e di vagliare, con l’insostituibile contributo della lucidità degli anni trascorsi, la posizione del commissario Luigi Calabresi. Per farlo è necessario ricostruire un minimo di vicenda storica.

Il 12 dicembre del 1969 l’Italia, dopo la gioiosa sbornia del “boom” economico, si sveglia negli Anni di Piombo. Alle 16.37 esplode una bomba nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, che stronca la vita a diciassette persone. Gli inquirenti, guidati dal giovane commissario di polizia Luigi Calabresi (foto a sx), battono subito la pista dell’estremismo di sinistra e il giorno dopo vengono convocate in Questura come sospettati 86 persone. Nei tre giorni successivi gli indiziati vengono man a mano rilasciati previa conferma del loro alibi. Il 15 dicembre Giuseppe Pinelli, quarantenne ferroviere anarchico – definito da Indro Montanelli “un galantuomo, un idealista sicuramente incapace di spargere sangue, e ancor più di spargerlo in quel modo” -, viene interrogato da Calabresi, da tre sottufficiali e un agente della Polizia e da un ufficiale dei Carabinieri; alle 21.30 dalla questura arriva una telefonata per la moglie del ferroviere, Licia: un brigadiere si presenterà a casa dei Pinelli a ritirare il libretto ferroviario del marito, dove erano annotati i viaggi, per confermare l’alibi. Poco dopo le 23, Giuseppe Pinelli cade rovinosamente dal quarto piano del palazzo della Questura di via Fatebenefratelli, morendo poco dopo il trauma.
Da qui in poi nascono due storie: quella processuale, che ha il compito di stabilire il corretto decorso causale degli eventi e sancire, ove ve ne sia, una responsabilità penale. E quella della chiassosa piazza politica, della sinistra extraparlamentare e degli intellettuali: il colpevole c’era già, si chiama Luigi Calabresi, e ora deve pagare. Per il rispetto che si deve agli eventi e per l’impietoso quadro che ne deriva, tratteremo le due storie contemporaneamente.

Il decesso di Pinelli (foto a dx), dal punto di vista medico, ebbe un’unica anomalia: una contusione in testa. Non è dato sapere se quel segno sulla nuca se lo sia procurato nel volo prima del contatto con il terreno – il corpo del ferroviere sfondò una grondaia – oppure durante un eventuale violento interrogatorio. Secondo il settimanale del Partito Comunista Italiano, Nuove Vie, non vi sono dubbi: “l’uomo (Pinelli, n.d.a.) si accasciò sulla sedia… l’ultimo colpo vibratogli alla nuca col taglio della mano era stato troppo forte”. La scena del ferroviere abbattuto da un colpo di karate e poi buttato dalla finestra per cancellare ogni traccia della violenza fu fissata nell’immaginario collettivo di sinistra, divenuto per molti verità. Ben prima di ogni riscontro processuale.
Il Tribunale di Milano, con il giudice Antonio Amati, dopo sei mesi archivia l’indagine: morte accidentale. Ma mentre i magistrati constatavano l’assenza di materiale probatorio, i registi Elio Petri e Nelo Risi, con il loro lungometraggio militante Documento su Giuseppe Pinelli, non hanno dubbi sulla responsabilità di Calabresi nell’“omicidio”. Fa loro eco Dario Fo, che mette in scena nei teatri meneghini Morte accidentale di un anarchico. Il cuore pulsante della campagna denigratoria nei confronti del commissario è comunque il quotidiano Lotta continua, diretto da Pio Baldelli. Il 6 giugno (del 1970, ovviamente) scrive: “Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito”.

Nell’autunno del 1970 Luigi Calabresi, nonostante la (previdente) contrarietà della moglie Gemma, querela per diffamazione Lotta Continua. Il processo contro il quotidiano diventa un processo contro il commissario: ricusazione, contestazioni, insinuazioni ed insulti. Il 1° ottobre, alla vigilia della prima udienza davanti al giudice Biotti, sul quotidiano della sinistra extraparlamentare si legge: “Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, dio continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara”.
Il 24 giugno 1971 a complicare la situazione interviene la memoria dell’avvocato Carlo Smuraglia, estensore della denuncia che Licia Pinelli ha presentato per la riapertura del fascicolo: il legale disegna la sua linea trattando come oro colato tutta la campagna di stampa anti-Calabresi. La sua richiesta verrà accolta e le indagini ricominceranno alla guida del Giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio (oggi senatore del Pd), ma Smuraglia verrà querelato pure lui per diffamazione e verrà richiamato dall’Ordine degli Avvocati.

Il 13 giugno Camilla Cederna, decana del giornalismo di costume e ultimamente rinata cronista “impegnata”, per sponsorizzare l’uscita della sua ultima fatica Inchiesta su Pinelli, con in allegato la consueta dose di veleno ai danni del commissario, accusa Calabresi di essere un torturatore e responsabile della fine di Pinelli, Biotti di aver inquinato il processo per carrierismo e conclude chiedendo l’allontanamento dai pubblici uffici dei giudizi e pubblici ufficiali collegati con le indagini ed i processi relativi alla morte di Pinelli; l’articolo termina sotto forma di lettera aperta alla pubblica sottoscrizione. In due settimane si toccano ottocento firme: tra gli altri, Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giorgio Bocca, Paolo Mieli, Furio Colombo, Pier Paolo Pisolini, Tiziano Terzani, Alberto Bevilacqua, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Massimo Teodori, Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Margherita Hack e Giorgio Amendola.
Durante il processo per diffamazione, tra varie controversie processuali, sfilano alcuni testimoni di quella fatidica sera del 15 dicembre 1969. Il materiale emerso spinge il giudice D’Ambrosio a disporre nuove indagini, ma le acque sono ben lontane dal calmarsi.

L’apice si tocca il 15 marzo del 1972, quando a Segrate viene rinvenuto accanto ad un traliccio dell’alta tensione il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli, uomo controverso eppure simbolo della sinistra còlta milanese, e l’inchiesta sulla morte dell’editore passa a Milano, proprio sul tavolo di Calabresi. La Cederna rinfocola la campagna d’odio sulle pagine de l’Espresso, sintetizzando a modo suo la situazione: Feltrinelli è stato assassinato e ora Calabresi insabbierà tutto. Con la grande stampa allineata alle tesi dell’intellighenzia milanese, in una sorta di Minculpop redidivo ed autoindotto (si vedano in questo senso gli editoriali di Giorgio Bocca sul Giorno e di Giampaolo Pansa su La Stampa), Indro Montanelli decide di abbandonare l’equilibrismo che fino ad allora aveva contraddistinto il Corriere della Sera diretto da Spadolini e di difendere a spada tratta Calabresi, attaccando violentemente la Cederna e con lei tutto l’ambiente radical chic che per il commissario non ha mosso un dito: “Fino ad un paio d’anni or sono, non mi ero accorto che tu avessi competenza di bombe, anzi ero convinto che questi grossolani e rumorosi aggeggi fossero del tutto incompatibili coi tuoi delicati gusti di preziosa merlettaia del costume”. Il motivo di questa conversione, secondo Montanelli, è chiaro: “che dopo aver tanto frequentato il mondo delle contesse, tu abbia optato per quello degli anarchici […], facendo anche del povero Pinelli un personaggio da cafè society, non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d’uomo anche se forse un po’ troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, lo loro maniere, devono sortire effetti afrodisiaci. Una droga”.

La querelle tra l’editorialista del Corriere e la Cederna porta nuova benzina sul fuoco: Umberto Eco su il manifesto riporta un articolo del ventenne Montanelli in favore di Mussolini. Ormai il dado è tratto: chi difende Calabresi è un “fascista”, nemico del popolo, complice dello “Stato assassino” .
La mattina del 17 maggio Luigi Calabresi viene abbattuto a colpi di pistola alla schiena davanti a casa sua, in via Cherubini a Milano. Muore a trentaquattro anni e lascia la moglie Gemma con due bambini piccoli ed uno ancora in grembo. Solo negli anni Novanta si arriverà ai colpevoli: dopo sette processi la Cassazione ha confermato che a sparare fu Ovidio Bompressi (poi graziato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi), con il concorso materiale di Leonardo Marino (colui che anni dopo confessò e che pertanto ebbe una pena ridotta) e il concorso morale di Adriano Sofri (già esponente del Partito radicale, attualmente editorialista per Repubblica e Il Foglio) e Giorgio Pietrostefani (scrittore e latitante a Parigi). Il giorno dopo l’assassinio, Lotta Continua scrive: “Calabresi era un assassino, e ogni discorso sulla spirale di violenza, da qualunque parte provenga è un discorso ignobile e vigliacco, utile solo a sostenere la violenza criminale di chi vive sfruttando e opprimendo [...]. Non possiamo accettare un giudizio opportunista che fa di ogni azione diretta il risultato della provocazione e dell’infiltrazione del nemico di classe. L’uccisione di Calabresi è un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”

Solo il 27 ottobre del 1975, sei anni dopo Piazza Fontana e la morte di Pinelli, tre dopo l’assassinio del commissario, si scopre che Calabresi non era neppure nella stanza dell’interrogatorio al momento della caduta. Si legge infatti nella sentenza di D’Ambrosio: “L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli”. Inoltre, pur ravvisando alcune irregolarità nello svolgimento dell’interrogatorio (il fermo dura due giorni, Pinelli era in Questura da tre), la sentenza fuga ogni dubbio circa l’eventuale omicidio: “È opportuno precisare pure che in medicina è pacifico che alterazioni dei centro di equilibrio possono essere provocati da intossicazioni acute da fumo (e Pinelli aveva fumato moltissimo), da stati ansiosi e stressanti (e Pinelli aveva passato tre giorni di seguito in stato di stress), da surmenage (e Pinellì non si era pressoché riposato per tre giorni e si era mal nutrito).
Se appare quindi poco verosimile l’ipotesi di precipitazione per collasso in quanto, come si è già detto, il corpo si sarebbe afflosciato e sarebbe scivolato o lungo la parte interna o lungo la parte esterna della ringhiera urtando, verosimilmente e deformando il cornicione del piano inferiore, appare verosimile invece l’ipotesi di precipitazione per improvvisa alterazione del centro di equilibrio.
L’interrogatorio è terminato e nulla è emerso contro Pinelli, ma lo stato di tensione per lui non si allenta. Il commissario Calabresi si è allontanato senza dire una parola. Cosa deciderà di lui il dott. Allegra? Finirà a San Vittore con l’infamante marchio di complice di uno dei più efferati delitti della storia d’Italia o tornerà finalmente libero a casa? Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi. La mancanza di qualsiasi indizio e di qualsiasi motivo di sospetto per l’omicidio volontario. L’assenza di una qualsiasi causa scatenante l’impulso suicida. L’assenza comprovata di una rincorsa per superare l’ostacolo. Il brevissimo lasso di tempo fra il rumore dell’anta ed il grido di Mainardi da una parte ed il momento della precipitazione oltre la ringhiera dall’altra. La presenza di fattori alteranti del centro di equilibrio. La traiettoria molto prossima a quella derivante dalla sola forza viva della rotazione del corpo intorno alla ringhiera. La sigaretta che precipita insieme al corpo”.

Happy new year!

Signore e signori, il 2009 sta ufficialmente finendo. Anno di crisi, di attentati e di guerre, di test missilistici nord-coreani, di Obama presidente e subito, senza motivo, Nobel per la pace.

Fireworks for celebrating the new year (photo taken by Chris Gorman)

Il 2010 non potra’ che essere migliore. Se non che sara’ l’anno in cui dovro’ finire il mio PhD, scrivere la tesi e capire che fare della mia vita. Prospettiva alquanto inquietante. Ed alla quale e’ meglio non pensare troppo, lasciando campo aperto ai festeggiamenti. Almeno per oggi.

Merry Christmas

Considerato il fatto che “merry”, in inglese, si utilizza anche per descrivere una persona “brilla”, direi che l’augurio che da il titolo a questo post e’ stato interpretato alla perfezione in quel di Roteglia. Teatro, come ormai da consolidata tradizione, di una delle vigilie piu’ alcoliche della provincia.

Santa wishing merry Christmas to everybody (animated gif)

Essendomi aggregato alla folla soltanto a tarda ora, riesco ancora a battere i tasti del mio laptop con discreta precisione. E riesco a farlo a sufficienza per augurare buon Natale a tutti voi!

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