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Fabio Ruini's blog

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Archivio per la 'Miscellaneous' Categoria

UNICO 2013 e 5 per mille dell’IRPEF

Anche per il sottoscritto, rientrato in territorio italiano ormai diversi mesi fa, e’ giunta l’ora di svolgere il dovere del buon contribuente. Vale a dire dichiarare i miseri redditi percepiti nel 2012 e dannarsi l’anima per capire come compilare gli indecifrabili campi contenuti nella modulistica che, nel suo insieme, prende il nome di Unico Persone Fisiche 2013 (per gli amici Unico Pf/2013).

In realta’ neppure devo compilarlo io in prima persona il modello. Di questo se ne occupa infatti il mio commercialista. Il quale mi ha pero’ girato un po’ di modulistica da compilare per reperire le informazioni necessarie. Quindi, gira e rigira, queste tocca scovarle a me. Con le ovvie conseguenze del caso (presumo la galera) nell’ipotesi di dati errati/incompleti. Ad ogni modo, tra tutte quelle cui mi sono dedicato oggi, l’unica attivita’ che penso di aver compreso e portato a termine con la ragionevole sicurezza di non aver commesso errori e’ stata quella relativa alla scelta della destinazione del 5 per mille IRPEF. Certo non e’ stato banale decidere. Gli enti degni di essere presi in considerazione sono tanti. Davvero tanti. Come tanti davvero sono le associazioni di vario genere che sono state sinora autorizzate quali legittimi possibili destinatari del 5 per mille. L’elenco completo, diviso in quattro categorie (enti del volontariato, enti della ricerca scientifica e dell’Universita’, enti della ricerca sanitaria ed associazioni sportive dilettantistiche) e’ pubblicato sul sito della Agenzia delle Entrate. Per comodita’ allego tutto quanto anche a questo post.

Gli elenchi riportati qui sopra sono aggiornati alla data di ieri, vale a dire al 14 maggio 2013. Va da se’ che il sottoscritto declina ogni responsabilita’ riguardo ai contenuti dei file qui sopra. Prima di compilare l’apposita sezione del vostro Unico controllate con attenzione i dati sulle pagine Internet della Agenzia delle Entrate.

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Galileo ed il Dialogo Sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo

Era il 1632 quando, al termine di un lavoro durato circa sei anni (dal 1624 al 1630, cosa che inevitabilmente mi porta a rivalutare in positivo la mia tanto cronica quanto ormai proverbiale lentezza nello scrivere), Galileo Galilei diede alle stampe una delle sue opere piu’ celebri, vale a dire il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Un volume scritto a sostegno dell’allora rivoluzionario sistema copernicano, in contrasto con l’ancora predominante modello aristotelico-tolemaico. Ma soprattutto un volume dal quale traspare tutto il genio dello scienziato pisano, che nel tentativo di evitare per quanto possibile uno scontro frontale con i tribunali dell’inquisizione (i quali proprio ad inizio 1600 erano nel loro massimo “splendore”) si invento’ una forma narrativa estremamente particolare. Il libro, fermo restando il tentativo di stampo meramente nicodemico di Galileo che come premessa al suo lavoro produsse una lettera nella quale sottolineo’ la sua aderenza ai principi della Chiesa, e’ infatti strutturato sotto forma di dialogo tra tre attori (descrizioni riadattate da Wikipedia):

  • Filippo Salviati (1582-1614): scienziato e astronomo proveniente da una nobile famiglia fiorentina. Si fa portavoce delle idee copernicane di Galileo;
  • Giovan Francesco Sagredo (1571-1620): nobile e colto veneziano, di idee progressiste e di grande esperienza, si interessa al dibattito sebbene non sia un astronomo professionista; egli costituisce una sorta di moderatore tra le due parti e rappresenta i destinatari dell’opera: persone curiose ma per nulla esperte della materia trattata;
  • Simplicio: personaggio volutamente non meglio identificato, porta avanti idee di rigorosa matrice peripatetica e si oppone alla “rivoluzione” propagandata da Salviati, risultando pero’ spesso ridicolo nel suo tentativo di confutare le tesi galileiane senza valide motivazioni.

Il modo in cui Galileo scrisse il suo Dialogo riusci’ ad evitargli il rogo, ma non il carcere a vita. Da segnalare, tra l’altro, il fatto che Galileo scrisse la sua opera in volgare, facendo si’ che essa divenisse la prima opera di carattere “scientifico” della storia pubblicata in tale lingua.

Il volume e’ facilmente reperibile in maniera del tutto gratuita sulla rete. Nel mio caso ho scaricato una copia, apparentemente ottimizzata per la lettura su tablet e dispositivi mobile in generale, a partire dal sito Internet di LetteraturaItaliana.net. Trovate il file relativo qui sotto.

Di seguito, infine, la lettera scritta da Galileo ed indirizzata al Gran Duca di Toscana, e per presentare l’opera e per ringraziarlo dell’avergli permesso di scriverla.

Serenissimo Gran Duca,

la differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione. Qual proporzione ha da uno a mille? e pure è proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo. Tal differenza depende dalle abilità diverse degl’intelletti, il che io riduco all’essere o non esser filosofo: poiché la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi può nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in piú e men degno grado, come che sia vario tal nutrimento. Chi mira piú alto, si differenzia piú altamente; e ’l volgersi al gran libro della natura, che è ’l proprio oggetto della filosofia, è il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, benché tutto quel che si legge, come fattura d’Artefice onnipotente, sia per ciò proporzionatissimo, quello nientedimeno è piú spedito e piú degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l’opera e l’artifizio. La costituzione dell’universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, può mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt’altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobiltà. Però, se a niuno toccò mai in eccesso differenziarsi nell’intelletto sopra gli altri uomini, Tolomeo e ’l Copernico furon quelli che sí altamente lessero s’affisarono e filosofarono nella mondana costituzione. Intorno all’opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei Dialoghi, non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perché posandosi la lor dottrina su questi due, ch’io stimo i maggiori ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere, per non far discapito di maggioranza, conveniva appoggiarli al favore di Quello appo di me il maggiore, onde possan ricevere e gloria e patrocinio. E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che questa mia opera può dirsi loro in gran parte, ben potrà anche dirsi di Vostr’Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s’è dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s’è in ultimo data in luce. Accettila dunque l’Altezza Vostra con la sua solita benignità; e se ci troverrà cosa alcuna onde gli amatori del vero possan trar frutto di maggior cognizione e di giovamento, riconoscala come propria di sé medesima, avvezza tanto a giovare, che però nel suo felice dominio non ha niuno che dell’universali angustie, che son nel mondo, ne senta alcuna che lo disturbi. Con che pregandole prosperità, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza.

Dell’Altezza Vostra Serenissima
Umilissimo e devotissimo servo e vassallo
GALILEO GALILEI

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The Expression of Emotions in 20th Century Books

E’ con piacere che segnalo l’uscita di un articolo curato dall’amico Alberto Acerbi e colleghi, apparso una decina di giorni or sono sul journal open-access PLOS One. Il lavoro si intitola The Expression of Emotions in 20th Century Books e descrive i risultati di una sentiment analysis effettuata su un campione costituito dai libri in inglese pubblicati nel corso del ’900 ed accessibili attraverso Google Ngram Viewer.

L’analisi e’ orientata ad analizzare i trend, registrati nel secolo scorso, relativi all’utilizzo da parte degli scrittori di termini emotivi (“mood words”) nei loro testi. Da un punto di vista metodologico, il gruppo di ricercatori ha utilizzato WordNet-Affect (una sorta di estensione di WordNet, tool molto usato nel campo del text mining) per identificare sei categorie di mood diversi: anger, disgust, fear, joy, sadness e surprise. L’analisi e’ stata effettuata a livello di word stems, con questi ultimi creati attraverso l’algoritmo di stemming di Porter e poi ricercati nei testi contenuti nel database di Ngram.

I risultati ottenuti dall’analisi sono semplici, ma interessanti. Tre i punti principali. Innanzitutto la scoperta di una correlazione tra l’utilizzo di termini positivi/negativi e periodi storici a loro volta piu’ o meno felici. Tale relazione e’ particolarmente evidente guardando la figura qui sotto, specie per quel che riguarda il picco negativo registrato durante gli anni della seconda guerra mondiale.

In secondo luogo si puo’ notare un marcato decremento nell’utilizzo di mood words nel corso degli anni. Significativa eccezione rispetto a questo trend e’ l’incremento, a partire dagli anni ’70, di termini riferibili alla paura.

Infine, una comparazione tra testi in American English ed in British English mostra che i primi, a partire dagli anni ’60, hanno fatto registrare (pur nel contesto di in un trend globalmente decrescente) un’impennata di termini emozionali utilizzati al cospetto dei testi pubblicati oltremanica.

Questi, a grandi linee, i contenuti e le conclusioni dell’articolo. Riporto comunque qui di seguito l’abstract:

We report here trends in the usage of “mood” words, that is, words carrying emotional content, in 20th century English language books, using the data set provided by Google that includes word frequencies in roughly 4% of all books published up to the year 2008. We find evidence for distinct historical periods of positive and negative moods, underlain by a general decrease in the use of emotion-related words through time. Finally, we show that, in books, American English has become decidedly more “emotional” than British English in the last half-century, as a part of a more general increase of the stylistic divergence between the two variants of English language.

Ed il link per il download diretto del lavoro:

L’articolo e’ stato abbondantemente recepito dal mondo dei media, da Nature a Repubblica, passando per BBC Radio 4 (da 23:30 in poi), oggiscienza, MarginalRevolution.com e Slate.

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Hyundai ix35 e software update

Da una ventina di giorni a questa parte sono il felice possessore di una nuova autovettura, al secolo una (IMO stupenda) Hyundai ix35 in allestimento XPossible (ovvero con chiave di prossimita’ ed accensione via pulsante, comandi al volante, vetri posteriori oscurati, sistema audio figo con 7 altoparlanti ed amplificatore esterno, bluetooth con comandi vocali, navigatore con schermo da 6,5″, sedili anteriori e posteriori riscaldabili, climatizzatore bi-zona, retrocamera a colori, sensori di parcheggio ed altre amenita’ varie ed assortite dello stesso tenore).

Vinte le remore iniziali, oggi ho deciso di avventurarmi nell’update del software di bordo. Ho puntato pertanto il mio browser sull’indirizzo http://www.navigation.com/hyundai, selezionato il mio modello di macchina e scaricato la nuova suite software in versione 7.1.2 (per la bellezza di 782 MB zippati).

Questo il software installato sulla mia macchina (immatricolata, come ricordavo in apertura, appena a fine febbraio).

Una volta ultimato il download dell’aggiornamento, svuotata una chiavetta USB sufficientemente capiente e scompattato nella sua root l’archivio, ho potuto procedere con l’operazione. Niente di piu’ semplice. Inserita la pendrive nell’apposito slot presente nella plancia, subito il display presenta una schermata dove vengono messe a confronto le versioni dei vari software/firmware installati sulla macchina con quelle presenti sul dispositivo USB.

Un tocco sul pulsante OK ed ecco apparire un disclaimer. “Badi che (sic.) non abbiamo alcuna responsabilita’ per perdita di dati o interruzione del funzionamento durante lo svolgimento del processo“. Come al solito occorre pregare nel non sempre benevolo dio degli update software.

Scegliamo di “Accettare” e via che si parte. La prima schermata che ci appare ci informa del “Caricamento del software in atto”.

A seguire altre due schermate che ci terranno compagnia per un po’. In special modo la seconda, che alla faccia del “This process will take a couple of minutes” distrattamente indicato sul sito di Hyundai, fara’ bella mostra di se’ per 10/15 minuti.

Non mi e’ ben chiaro cosa il sistema stia combinando, fatto sta che al termine della procedura di installazione la radio si spegne, il telefono perde la connessione bluetooth e compaiono in rapida successione queste due schermate.

Missione compiuta. Il sistema effettuera’ ora un reboot al termine del quale, gagliardo e trionfante, riapparira’ lo splash screen di Hyundai.

Terminato il riavvio, il sistema leggera’ immediatamente la chiavetta USB ancora inserita nello slot, per poi informarci che non c’e’ bisogno di procedere con alcun update (essendo che la versione installata sulla macchina e quella presente sul dispositivo esterno coincidono). Scegliamo “Annulla” ed e’ tutto finito.

Miglioramenti rispetto alla versione precedente del software (nel mio caso la 6.8.D)? Boh. Hyundai non pubblica una lista dei cambiamenti introdotti con la nuova versione. Ma sia quel che sia, l’idea di poter aggiornare il software della mia macchina come si farebbe su di un qualsiasi computer, scaricando gli update da Internet ed applicandoli via USB, da un punto di vista di geek psychology e’ semplicemente meraviglioso.

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L’acqua d’orcio

Non passa giorno senza che si impari qualcosa di nuovo. Per quanto riguarda il sottoscritto, la scoperta odierna riguarda nientepopodimeno che l’esistenza di una bevanda a quanto pare tipica delle mie parti: la cosiddetta acqua d’orcio. Trattasi di una bevanda dissetante a base di liquirizia che, stando a quanto ci racconta Wikipedia, sarebbe diffusa in quel di Reggio Emilia gia’ dal lontano 1400, periodo durante il quale un chioschetto presente nell’odierna Piazza del Duomo ne deteneva il monopolio per la produzione e la vendita. Non e’ dato sapere quali siano stati i motivi (presumibile un gradimento non eccessivo da parte dei consumatori nel corso degli ultimi 5/6 secoli), ma sembrerebbe che l’acqua d’orcio sia ad oggi fuori commercio (seppur sull’argomento circolino versioni contrastanti).

Esiste comunque la possibilita’, almeno teorica, di prepararsi l’acqua d’orcio in casa. Ricette che chiariscano con precisione le dosi utilizzate nella versione quattrocentesca della bevanda pare non esistano, ma c’e’ comunque stato chi in tempi piu’ recenti ha fatto qualche esperimento e se ne e’ venuto fuori con un minimo di linee guida. Ancora Wikipedia le riassume cosi’:

Far bollire per 15-20 minuti 10 centimetri di radice di liquirizia con 10 semi d’anice, 10 semi di finocchio, tre pezzetti di scorza d’anice e 1 cucchiaino di estratto di liquirizia. A bollitura ultimata, aggiungervi la scorza di mezza arancia, lasciandovela per il tempo necessario a far raffreddare l’acqua d’orcio.

La scorza d’anice (con scorza d’anice presumibilmente ci si riferisce all’anice stellata) e la scorza d’arancia sono ingredienti che non compaiono in tutte le ricette e quindi prodotto di probabili aggiunte successive alla ricetta originale.

Con la ricetta si produce un estratto che poi dovrà essere allungato con acqua nella misura di circa 1 a 10.

Non escludo che prima o poi (ammesso e non concesso di riuscire a recuperare gli ingredienti) mi cimentero’ nella produzione in proprio, in quanto la procedura non appare particolarmente complicata. Se pero’ qualcuno fosse intenzionato ad anticiparmi, allora sappia che puo’ reperire informazioni aggiuntive sull’acqua d’orcio ascoltando questo podcast (minuto 1:37), oppure spulciando questo link, dove si accenna ad un bar che (ammesso e non concesso che esista ancora) potrebbe avere dietro al bancone qualche dose superstite del liquido misterioso.

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