Fabio Ruini (ruini.fabio@unimore.it)
Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
http://www.fabioruini.eu


Analisi di “December 7th”

 

Il documentario inizia mostrando un uomo del tutto simile allo zio Sam che dorme, steso su un’amaca, a simboleggiare un’America rilassata. Non un’America oziosa, però, perché lo zio Sam riposava dopo una estenuante giornata di lavoro. Ma dormiva tranquillo, fidandosi ciecamente delle capacità difensive del suo paese. Tuttavia il suo sonno fu disturbato di prima mattina.

 

Alle 7.50 si cominciò a sentire un debole ronzio. Dal cielo ancora offuscato […] aerei, come piccole locuste, arrivavano sciamando dal mare. Venivano da sud, da sud/est, da nord.

 

Ed in questo tono chiaramente biblico. gli aerei giapponesi appaiono come le locuste che nel Vecchio Testamento caddero sull’Egitto dei faraoni. Quasi come una punizione divina che si abbatte sui giovani soldati statunitensi, rei di non essersi fatti trovare pronti ad un attacco delle forze comandate dal generale Tojo. Nonostante il film sia di propaganda dura e pura, i due registi, John Ford e Gregg Tolland, non si esimono infatti dal criticare marina ed intelligence americane[1]. Le prime fasi del documentario sottolineano a più riprese come gli Stati Uniti fossero stati totalmente e colpevolmente sorpresi dall’attacco giapponese, e come abbiano ignorato segnali molto precisi in tal senso (non solo quelli di intelligence raccolti in patria dal Dipartimento di Guerra e

 poi sottovalutati, ma anche l’avvistamento radar diretto, operato dal soldato semplice Joseph Lockard la mattina del 7 dicembre, erroneamente interpretato dal suo diretto superiore come l’arrivo di rinforzi aerei attesi da giorni).

 

In quello stesso momento, in un tranquillo pomeriggio domenicale a Washington, i plenipotenziari giapponesi […] consegnavano al signor Hull, il segretario di stato, la lettera in cui si sottolineavano le intenzioni pacifiche del governo giapponese. In quello stesso momento, circa 200 messaggeri di morte giapponesi, si lanciavano sul paradiso del Pacifico

 

La dichiarazione di guerra giapponese sarà ricevuta dal segretario di stato americano Cordell Hull soltanto ad attacco concluso, benché essa fosse stata inviata dal Giappone con un leggero anticipo[2]. Un anticipo di pochi minuti, necessario per non vanificare l’effetto sorpresa dell’aggressione, ma sufficiente per far sì che l’impero nipponico non violasse il primo articolo della Convenzione dell’Aja relativa alle modalità di apertura delle ostilità[3]. La propaganda americana a favore della mobilitazione post Pearl Harbor, iniziando dal celebre discorso di Roosevelt dell’8 dicembre e proseguendo uniformando di fatto tutta la produzione cinematografica successiva, punterà sempre sulla presunta viltà e slealtà dell’operazione giapponese, per reclamare la superiorità del proprio paese nei confronti del nuovo nemico. Osservando la questione a posteriori risulta difficile sostenere che quello nipponico sia stato realmente un attacco “codardo” come da mezzo secolo a questa parte viene dipinto[4]. Un paese aggredito, chiaramente, gode sempre della benevolenza dell’opinione pubblica, in quanto risulta più facile urlare al mondo di essere stati ingiustamente attaccati, piuttosto che riuscire a giustificare un’azione offensiva[5]. Inoltre, scorrendo la storia, ci si accorge di quanti pochi siano stati i conflitti scoppiati in una maniera che Roosevelt avrebbe definito “leale”[6].

 

I piloti dell’impero giapponese volavano sulle ali della slealtà. […] La loro brillante operazione, […] cominciò alle 7.55. Coscienti di essere padroni assoluti del cielo e del mare, i giapponesi scatenarono l’inferno

 

Ancora un richiamo alla religione. Il tranquillo porto americano del Pacifico, per effetto delle forze del male, diviene un autentico inferno. La Chiesa dove il cappellano militare stava celebrando messa viene evacuata, non senza la frettolosa benedizione del sacerdote, che esorta i soldati a recarsi ai loro posti di combattimento. Le immagini che accompagnano le parole illustrano come questo paradiso hawaiano si trasformò in un luogo di morte e di distruzione. Le riprese mostrano gli aerei giapponesi che sganciano in rapida successione i loro ordigni sui campi d’aviazione e sulle corazzate americane. Ford e Tolland non scelgono casualmente quali di queste imbarcazioni mostrare, mentre bombe e siluri esplodono nel loro ventre. A Pearl Harbor erano presenti 8 corazzate, 6 incrociatori, 29 torpendieniere e 9 sottomarini (unitamente a circa 390 aeroplani)[7]. Ma, in rapida successione, viene mostrato l’attacco a soltanto sette di esse. Si tratta ovviamente di quelle navi il cui nome è più carico di significato: USS Arizona, USS Oklahoma, USS California, USS Cassin[8], USS Downes[9], USS Pennsylvania e USS Oglala[10]. Il messaggio implicito è chiaro: siamo alle Hawaii, ma benché lontani dai grattacieli di Manhattan le bombe giapponesi hanno attaccato e ferito il suolo degli Stati Uniti d’America.

 

Momentaneamente la ferocia dell’attacco si attenuò

 

La prima ondata di bombardamenti, quella guidata da Fuchida, è terminata. Sull’isola aleggia una strana sensazione di incredulità, benché si inizino a delineare i contorni di ciò che è accaduto. Le immagini mostrano l’immediato intervento di un giornalista, che si reca al consolato giapponese per intervistare il “signor Kito[11]”. Con freddezza e distacco, l’uomo intervistato nega che sia in corso un attacco da parte dell’aviazione giapponese, trincerandosi dietro ad un continuo (ed a tratti irritante) “I’ve nothing to say”. I fatti tuttavia sembrano smentirlo: come sottolinea l’intervistatore, Kito parla mentre stanno venendo distrutti i documenti riservati del consolato, aspetto deducibile dal comignolo fumante sul tetto dell’edificio[12]. Appare slegata dal contesto, ma quest’intervista ha un significato chiaro. Esprime la voglia di conoscere del popolo americano, il desiderio di essere informati su quanto stia avvenendo. Ma anche l’astio, l’odio contro la menzogna, quando essa è spudorata ed esercitata contro gli interessi statunitensi. E, al tempo stesso, l’attitudine alla perfidia ed alla menzogna dei giapponesi, già sottolineata nei primi minuti del documentario.

 

Preannunciata dalla voce del cronista, “la seconda fase dell’attacco ebbe inizio”. E l’opera muta radicalmente il tono della narrazione. Si vedono nuovamente gli aerei giapponesi puntare minacciosi le imbarcazioni all’ancora nel porto di Pearl Harbor, ma una scritta in sovrimpressione fa sapere che le cose ora sono cambiate:

 

Now all our guns were smashing back

 

Il fuoco delle mitragliatrici USA, azionate da soldati dal cui viso non traspare alcuna emozione, inizia ad abbattere gli aerei giapponesi. Ciò nonostante le perdite proseguono: le scritte in sovrimpressione mostrano la breve odissea della USS Nevada, immortalata prima “under way” (in movimento) e, poco dopo, “beached” (arenata)[13].

 

Alle 9.45 l’attacco era terminato. Un ora e cinquanta minuti di perfidia. L’ultima ondata di invasori venne respinta dai nostri uomini, che in una situazione di grossa inferiorità, eroicamente e splendidamente fecero sapere al mondo che avevamo appena cominciato a combattere

 

Ecco dunque esplicitato il messaggio cui accennavo precedentemente. Gli Stati Uniti hanno iniziato a combattere. Più motivati che mai, vista la “perfidia”, sottolineata ancora una volta, che ha guidato l’attacco giapponese. Ed i risultati sono immediatamente visibili:

 

Quando gli aerei nemici erano arrivati furtivamente erano quasi 200. Quando se ne andarono erano circa 150

 

Segue un riepilogo delle perdite inflitte ai piloti di aerei e sottomarini nipponici, corredate da immagini che non lasciano nulla all’immaginazione. Questo è dunque quello che deve aspettarsi chi osa aggredire gli Stati Uniti d’America. L’inquadratura si ferma poi su un pilota giapponese morto, galleggiante a pancia in giù sull’oceano. La voce narrante insiste nuovamente sull’essersi fatti cogliere di sorpresa:

 

le perdite giapponesi sarebbero potute essere molto più pesanti e le nostre di gran lunga inferiori, se fossimo stati sufficientemente all’erta

 

Ma questa volta non si tratta di autocritica. E’ piuttosto un’esaltazione della capacità bellica statunitense, colpita solo perché distratta, non certo per carenze di altro genere. L’abbattimento di cinquanta aerei nemici[14], che il documentario lascia intendere abbia avuto interamente luogo durante il secondo raid giapponese (ipotesi tutta da verificare, ma comunque piuttosto improbabile), è dunque la prima furiosa risposta militare dell’esercito degli Stati Uniti d’America.

 

Le immagini che scorrono sullo schermo mostrano il ritrovamento di alcuni piccoli sommergibili, adatti per equipaggi di soli due uomini, costruiti appositamente per manovrare in fondali poco profondi come quelli attorno a Pearl Harbor[15]. Dimostrazione, ulteriore ed incontrovertibile, che i giapponesi avevano preparato da mesi, e nei minimi dettagli, questa operazione. Pochi fotogrammi più tardi, la vista “delle navi costruite per difendere e combattere fieramente e che invece bruciavano adagiate sul basso fondale” era un’immagine che faceva gridare vendetta. Si osservi che, secondo questa interpretazione, le imbarcazioni della marina statunitense non erano strumenti di guerra offensiva. Esse servivano invece per difendere il territorio degli Stati Uniti d’America e gli interessi americani sparsi per il mondo. Un esercito “pacifista”, dunque, con tutti i controsensi che questa affermazione implica[16]. Uno “strumento di difesa” che sarà proprio l’attacco di Pearl Harbor a trasformare in una micidiale arma di attacco.

 

Il tema del discorso si sposta quindi sull’etica della guerra. L’attacco a sorpresa dei giapponesi, passato alla storia con il leggendario grido “Tora! Tora! Tora![17]”, lanciato da uno degli avieri delle squadriglie del sol levante per indicare la riuscita nell’intento di sorprendere il nemico, fornisce il pretesto giusto all’America per entrare in guerra. Ed è ancora più facile convincere l’opinione pubblica della necessità di rispondere con la forza, se l’attacco che il proprio Paese ha subito è stato commesso in una maniera “vile” come accaduto nell’isola hawaiana[18].

 

Questa perfidia non sarà dimenticata. Tutto il diabolico piano d’attacco giapponese era stato concepito per raggiungere un unico scopo: coglierci di sorpresa, annientare la nostra flotta, indebolire la nostra posizione di potenza navale e metterci fuori combattimento. In tutto questo, il piano non funzionò

 

Il piano dunque non funzionò. E l’affermazione è vera. Sebbene da un punto di vista militare l’azione giapponese fu un successo, essa fu caratterizzata da un macroscopico errore strategico. I depositi di carburante della base, che se fossero stati colpiti avrebbero paralizzato per lunghe settimane la flotta USA, rimasero inspiegabilmente intatti. L’aviazione giapponese, a quanto pare, gli ignorò completamente. Rimane dunque uno spiraglio per le speranze di ripresa dell’America che, come avverte Roosevelt “ricorderà per sempre questa aggressione contro di noi”.

 

Il presidente Roosevelt usò proprio queste parole: orrore e disgusto, stupore e dolore. Un dolore amaro, angosciante e mortificante, perché, in questo giorno del Signore, 2343 uomini […] diedero la propria vita per servire il nostro Paese

 

Ancora una volta, dunque, la dimensione religiosa dell’accadimento e della necessaria mobilitazione di massa. Non c’è spazio per il perdono ed il rispetto, nei confronti di un nemico che attacca a tradimento, per di più di domenica mattina.

 

Il desiderio di saperne di più selle vittime innocenti di Pearl Harbor, spinge la voce narrante a chiedersi dunque “chi erano questi giovani americani?”. E la risposta non arriva da un freddo elenco dei caduti. La domanda è posta direttamente ai soldati colpiti a morte, con l’inquadratura che si sofferma per qualche istante su una tomba, ornata da una corona di fiori e dalla fiera bandiera a stelle e strisce. “Chi siete ragazzi? Avanti, ditecelo!”. E mentre sullo schermo compaiono le loro foto, si alternano spezzoni di filmati che riprendono le loro famiglie. Fiere, tranquille, quasi orgogliose della sorte toccata ai loro figli. Le immagini che scorrono, non possono che essere un inno all’unità della Nazione.

 

In sequenza appaiono infatti sullo schermo:

 

       Robert Kelly, occhialuto membro dell’esercito, proveniente da un’agiata famiglia dell’Ohio.

       Alfred Aaron Rosental, della marina, abitante nel lussuoso quartiere di Brooklyn, New York.

       Teodoro Stevens Zackary, marine con il volto da bravo ragazzo, di Castalia nell’Iowa.

       Mosè Addig Allen, marinaio di colore, viveva con la sola madre in una fattoria del North Carolina.

       James Western Lake, marinaio dai capelli biondi e dallo sguardo magnetico di Huntington Park, California.

       Antonio Estefoya, membro dell’esercito di chiara origine ispanica, proveniente dalla periferia di Albuquerque, New Mexico.

       William Sheek, sorridente componente del corpo medico dell’esercito, di Chicago, Illinois.

 

Un campione che più eterogeneo non sarebbe potuto essere, simbolo di tutte le anime degli Stati Uniti. Il narratore finge di sorprendersi, arrivando a domandarsi ad alta voce:

 

Perchè parlate tutti allo stesso modo? Perché dite tutti le stesse cose?

 

E la risposta è scontata:

 

Perché siamo tutti uguali. Siamo tutti americani

 

La terza parte del documentario si concentra quindi sulla ricostruzione della flotta navale duramente colpita alle Hawaii. Si inizia con una cartina geografica del Giappone, rappresentato in stile cartoons[19]. Da Tokio si alza una gigantesca antenna radio, dalla quale parla il primo ministro, generale Tojo, che si rivolge alla nazione, prima con una pesante missiva anti-americana, poi enunciando con enfasi (e con un inglese più che stentato, chiara indicazione del tentativo di ridicolizzare la figura del comandante in capo dell’esercito giapponese) l’esito dell’attacco. “Here are the facts” annuncia con entusiasmo Tojo, iniziando ad elencare le perdite navali statunitensi. In un primo momento il narratore lascia parlare il primo ministro e gli dà atto dei suoi successi. Poi, sempre senza abbandonare un ironicamente rispettoso abuso del “Lei”, passa ad analizzare caso per caso i “facts” proposti dal rivale.

 

            (Tojo) “La corazzata Arizona è stata affondata ed è andata perduta

            (narratore) “Purtroppo è vero, signor Tojo

(Tojo) “La portaerei Enterprise si è capovolta ed è andata perduta

            (narratore) “Sbagliato. Quella è la vecchia Utah

(Tojo) “La corazzata Oklahoma si è capovolta ed è andata perduta

(narratore) “Si è capovolta, ma non è perduta. Sono già in atto i piani per raddrizzarla

(Tojo) “Le corazzate California, Nevada e West Virginia sono state danneggiate in modo irreparabile

(narratore) “Temporaneamente danneggiate. Ma un momento, signor Tojo. Prima di continuare con la sua esposizione dei fatti[20], le vorrei presentare il nostro capitano Wallen, della marina militare

 

Viene presentato il capitano Wallen, della marina militare USA, responsabile della sezione recupero e riparazione delle navi affondate. Un uomo dalla faccia pulita, semplice. Che cammina, progetti alla mano, avanti e indietro per i cantieri aperti a Pearl Harbor.

 

Il capitano Wallen ha dimostrato che lei è un gran cantastorie, signor Tojo. Definisce i suoi fatti con un’espressione colorita: un elenco da quattro soldi. E già subito dopo l’attacco, si stava dando da fare per batterla sul campo

 

Emerge il pragmatismo americano. Mentre il “signor Tojo” si autocelebrava in diretta radio, il capitano Wallen era già al lavoro per ripristinare le imbarcazioni danneggiate. Comprese ovviamente quelle tre corazzate (la California, la Nevada e la West Virginia) che il primo ministro giapponese aveva dichiarato “danneggiate in modo irreparabile” e che ora, ad un anno di distanza da quel fatidico 7 dicembre 1941, vengono riprese mentre scorrazzano fiere per l’oceano. Nella meritocratica cultura americana il lavoro “paga”, oltre a nobilitare l’animo. Ecco dunque la superiorità del popolo statunitense che, silenziosamente e senza proclami, si è rimboccato le maniche ed è ora pronto a far pagare al Giappone il conto per l’affronto subito. Con l’aiuto e la supervisione di Dio, come lascia intendere il narratore, che chiude questo spezzone dell’opera con un americanissimo “God bless them”.

 

I giapponesi hanno colpito. La marina americana e l’intera nazione hanno accusato il colpo. Ma si sono rimboccate le maniche e, “nonostante molte difficoltà interne e disaccordi[21]” hanno preparato il necessario per replicare nel migliore dei modi. Ciò nonostante, le Hawaii sono state duramente colpite e sulla sua pelle sono ancora visibili le cicatrici dell’attacco.

 

Virtualmente e all’improvviso, l’isola sembrò cambiare. La guerra era arrivata nei sobborghi tropicali degli Stati Uniti. Una guerra nello stile delle forze dell’Asse, che pugnala alle spalle una domenica mattina

 

Viene mostrato il nuovo volto dell’ex paradiso tropicale. Rifugi antiaerei, torrette di osservazione, mitragliatrici. Vengono mostrati i bambini delle Hawaii mentre giocano su spiagge ora circondate da chilometri di filo spinato, bambini che marciano in fila lungo le trincee per andare a scuola e bambini che imparano ad indossare le maschere antigas. Il tema è quello della mobilitazione di massa.

 

Per la prima volta nella storia, dei bambini americani avrebbero potuto trovarsi ad affrontare la cruda realtà della guerra. […] E’ la guerra di un popolo ed anche la guerra dei bambini

 

Una guerra, dunque, che coinvolge tutti, bambini compresi. Ma che coinvolge in particolar modo i giapponesi che vivono alle Hawaii, così come tutta la popolazione statunitense di origine nipponica.

 

Le sue bombe, signor Tojo, hanno reso ancora più complicata la vita già difficile dei giapponesi delle Hawaii

 

Ancora più complicata. La vita dei giapponesi in America era dunque già complicata prima dell’attacco? Com’è possibile, nel paese che fa dell’eterogeneità razziale e culturale il suo cavallo di battaglia? Questa frase appare come un autentico autogol di Ford e Tolland. Che però si riprendono prontamente, dirottando l’attenzione dello spettatore sullo spirito di mobilitazione che pervade più di ogni altro proprio i nippo-americani.

 

Sono sparite le bandiere con il sole nascente. Questo americano di origine giapponese, dimostra nel migliore nei modi che qui, nelle Hawaii, il sole nascente ha già cominciato a tramontare

 

E la voce narrante si sovrappone alle immagini di un uomo giapponese, arrampicato su una scala, impegnato a sostituire l’insegna posta sopra al suo bar. Il vecchio “BANZAI Cafe” diventa ora un patriottico “Keep’em flying Cafe”. Niente più tracce del Giappone nel nome del suo locale, ma bensì devozione totale alla causa statunitense. Da un altro punto di vista, quest’immagine appare però inquietante. Sembra infatti richiamare ancora una volta la codardia del popolo giapponese, pronto a voltare le spalle al proprio paese in nome dell’opportunismo politico ed economico.

 

Infine la chiusura del documentario. La macchina da presa scorre lenta nei quartieri bui e deserti di un’isola costretta al coprifuoco notturno. Persa ogni parvenza di delicatezza, ma mantenendo il tono solenne di chi è assolutamente sicuro di quello che sta dicendo, la voce narrante promette:

 

Lei, signor Tojo, ci ha dato una bella pugnalata alle spalle. Ci ha fatto oscurare le nostre città, ha distrutto le nostre proprietà, ci ha fatto versare il nostro sangue. La fede nei nostri ideali ci porta a pensare che, a tanta perfidia, si possa rispondere in un solo modo, consacrato dal tempo: chi di spada ferisce, di spada perisce”.

 



[1] Come ricorda il piccolo opuscolo che accompagna il cofanetto di DVD “Why We Fight – Volume secondo”, la versione originale di “December 7th”, la cui durata oltrepassava le due ore, “sottolineava l’evidente negligenza e i fatali errori che avevano permesso ai giapponesi di portare a termine, tanto efficacemente, il loro attacco a sorpresa. Uno dei cameraman di Ford, Brick Marquand, ha visto questo documentario nella sua totalità: ‘Era politicamente dinamite pura’ ha detto […] Quando il film fu visionato dallo Stato Maggiore, venne fatto subito un rapporto al Presidente. Fu dato ordine dalla Casa Bianca che tutto il materiale raccolto dal FPB venisse controllato e censurato, al fine di evitare un possibile effetto demoralizzante sul paese. ‘December 7th’, ridotto a venti minuti di proiezione, fu infine presentato e portò a Ford un nuovo Oscar”.

[2] Benché la storia abbia ormai identificato il tipografo dell’ambasciata giapponese a Washington, Katsuzo Okamura, come uno dei principali responsabili del ritardo con cui venne consegnata la dichiarazione di guerra, che lui era incaricato di tradurre (si veda a riguardo: http://www.usswashington.com/dl07de41.htm).

[3] Per la precisione, la normativa cui si fa riferimento è la “III Convenzione dell’Aja 1907 concernente l’apertura delle ostilità”, conchiusa all’Aja il 18 ottobre 1907. L’articolo 1 di tale convenzione recita: “Le potenze contraenti riconoscono che le ostilità fra esse non devono cominciare senza un avvertimento preliminare e non equivoco, che avrà sia la forma d’una dichiarazione di guerra motivata, sia quella di un ultimatum con dichiarazione di guerra condizionale.” (l’intera convenzione è disponibile all’indirizzo: http://www.difesa.it/NR/rdonlyres/BE85E0FC-10A0-4451-A1B8-3C5DD5AB8244/0/convenzione3.pdf).

[4] Ancora oggi non si è giunti a nessun tipo di revisione dell’accaduto, come dimostra ad esempio il recente colossal di Michael Bay, “Pearl Harbor”.

[5] E la recente polemica mondiale contro l’intervento americano in Iraq ne è la dimostrazione più lampante.

[6] Di certo, complice il totale disinteresse di Hitler nei confronti della diplomazia internazionale, la seconda guerra mondiale non fu un esempio dell’applicazione della Convenzione di Ginevra.

[7] Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Attack_on_Pearl_Harbor.

[8] Stephen Cassin, a cui è stata intitolata l’imbarcazione, era il comandante della corazzata “Tinconderoga” all’epoca della battaglia con la Francia di “Lake Champlain” (1812). Per il coraggio dimostrato gli venne attribuita la medaglia d’oro dal Congresso (si veda a proposito: http://www.ibiblio.org/hyperwar/USN/ships/dafs/DD/dd372.html).

[9] John Downes fu un celebre comandante della Marina americana nella prima metà del XIX secolo. Una sua breve biografia è presente alla pagina: http://www.domeisland.com/goldplater/ussdownes.html. Due foto molto celebri della USS Cassin e della USS Downes dopo l’attacco di Pearl Harbor sono invece reperibili all’indirizzo: http://library.thinkquest.org/J0112601/archive/cassin_downes/cassin_downes.html.

[10] L’Oglala era una tribù di indiani Sioux (si veda a riguardo: http://www.lakotamall.com/oglalasiouxtribe/history.htm).

[11] Benché dal documentario si ha la netta sensazione che il nome dell’uomo intervistato sia “Kito”, da alcune ricerche su Internet ho scoperto come il nome del console giapponese alle Hawaii fosse “Kita”. L’opera di Ford e Tolland non chiarisce quindi se il personaggio intervistato sia effettivamente il console Kita o un quasi-omonimo “Kito”, presumibilmente un impiegato del consolato nipponico.

[12] Per rimanere in ambito cinematografico, una scena simile è presente nel recente capolavoro di Roger Donaldson, “Thirteen Days”: quando la notte del 27 ottobre, Bob Kennedy (interpretato dall’ottimo Steven Culp) si reca all’ambasciata sovietica di Washington, la prima cosa che osserva dall’esterno dell’edificio è il fumo che fuoriesce dal camino. Segno che il governo russo ritiene imminente la guerra ed ha dato l’ordine di distruggere gli archivi riservati, per evitare il rischio che essi possano cadere in mani statunitensi.

[13] “Arenata”, ma non “distrutta” o “messa fuori combattimento”. L’arenamento di un’imbarcazione può avvenire anche per cause che non sono belliche, quali ad esempio una serie di errate manovre, o condizioni metereologiche particolarmente avverse.

[14] Benché i rapporti ufficiali parlino di 29 aerei giapponesi abbattuti, quasi la metà (si veda a proposito la pagina di Wikipedia dedicata all’attacco di Pearl Harbor, all’indirizzo: http://en.wikipedia.org/wiki/Attack_on_Pearl_Harbor).

[15] L’azione di questi “sommergibili nani”, aspetto sul quale il documentario ovviamente sorvola, si rivelò in realtà un completo fallimento.

[16] In qualche modo, strumenti di guerra asserviti al mantenimento della pace. Impossibile non ricordare una frase, attribuita a John Lennon, sull’insensatezza di una tale visione: “Bombing for peace is like fucking for virginity”. Frase tornata prepotentemente di moda recentemente, nella protesta contro la seconda guerra del Golfo..

[17] Anche se le fonti storiche non assicurano che tale comunicazione in codice esistesse realmente nell’esercito giapponese. Appare oggi più probabile che sia stato l’omonimo film americano ad alimentare il mito di questa frase.

[18] Poco importa se la guerra, di per sé, è tutto tranne una questione etica. Basti pensare che, sebbene esistessero anche all’epoca varie convenzioni (forse sarebbe più corretto chiamarle consuetudini) militari, la Convenzione di Ginevra fu stipulata soltanto nel 1949 (si veda a proposito l’indirizzo: http://www.admin.ch/ch/i/rs/0_518_42).

[19] Viene da chiedersi per quale motivo, nella maggior parte dei documentari della serie “Why we fight” si faccia un ricorso così abbondante ad illustrazioni tipiche dei cartoons. Potrebbe trattarsi di un modo per sdrammatizzare la tragicità del momento, così come di una delle poche tecniche “di disegno” disponibili in un’epoca in cui la computer-grafica non era altro che fantascienza. Meno fondata, ma pur sempre plausibile, l’ipotesi che tali disegni servissero per attirare l’attenzione degli spettatori più giovani. Sempre a proposito dei cartoons (in questo caso intesi come strisce a fumetti) ritengo molto interessante riportare un passo di Fussell: “La terribile realtà è che i veri libri della guerra sono i fumetti, ‘la lettura favorita delle forze armate’, come testimonia Stanley Kauffmann. In tempo di guerra, Kauffmann lavorava appunto per una casa editrice di fumetti, tra cui quello in cui appariva l’eroe Major Mighty. ‘C’era un Club Major Mighty, con tanto di tessere e di codice segreto’. Quasi metà dei suoi centomila membri erano soldati” (Paul Fussell, “Tempo di guerra”, pag. 320).

[20] Che, per inciso, non verrà ultimata, se non sommariamente.

[21] Da non sottovalutare il potente messaggio racchiuso in queste parole. Il narratore se le lascia “scappare” velocemente, come un inciso, mentre parla della ricostruzione della flotta navale statunitense. Questo è invece uno dei messaggi chiave del documentario: la guerra che gli Stati Uniti hanno iniziato impone di sorvolare su dissidi e disaccordi interni, di qualsiasi genere essi siano. Essi sono d’intralcio alla vendetta americana e, per quanto possano divergere tra loro le vedute di ciascun singolo individuo, occorre che tutti si uniscano attorno alla bandiera a stelle e strisce.